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“Il capitano della Torre di Galata”: intervista a Cristiano Caracci

il-capitano-della-torre-di-galata_00di Gabriele Ottaviani

Cristiano Caracci ha scritto Il capitano della Torre di Galata: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

Quella di parlare di una vita semplice, amichevole e solidale, diversa dalla nostra.

Da dove nasce la sua passione per la storia?

Sono stato sempre interessato alle vicende del passato e alle società antiche.

La lettura, soprattutto di pagine di Croce, poi le visite a zone archeologiche, gli stessi studi universitari, mi hanno poi convinto di come la storia del diritto sia uno dei più fecondi strumenti di indagine della realtà.

Che valore hanno nella società odierna la memoria e la testimonianza?

Un valore assoluto perché senza la memoria manca ogni comprensione del presente e del diverso e viene meno ogni spiraglio sul futuro.

Riguardo la testimonianza diretta, penso, per esempio, all’importanza della Cronaca di Giorgio Sfranze che, raccontando la sua vita, rappresenta oggi un prezioso documento della cultura e dello spirito bizantino.

Anche la narrativa storica può essere testimonianza e memoria traverso racconti verosimili.

Insomma, mi pare che la memoria e la testimonianza svolgano oggi sempre la medesima funzione ma, nella società odierna in cui il passato è quasi un disvalore, tantopiù necessari sono gli strumenti della comprensione attraverso il ricordo e l’analisi.

Cosa la affascina dell’oriente mediterraneo, in primo luogo di Istanbul?

Sporgersi dal terrazzo della Torre di Galata è un’emozione molto forte: a non dire della bellezza naturale, è come affacciarsi sulla storia dall’alto di un simbolo del medioevo europeo e guardare, in uno, Roma, Bisanzio, Istanbul.

Il Levante Veneto, vorrei considerare anche Ravenna, è un luogo di magia sia per la straordinaria bellezza della costa e delle isole, sia il patrimonio artistico che vi si trova; alle spalle della costa dalmata si riconoscono i trascorsi ottomani di cui, fortunatamente, rimangono ancora segni e monumenti.

La Morea contiene importantissima archeologia classica e bizantina, continua fonte di ricordi ed emozioni.

Immagino il Mediterraneo orientale, comprendente il Mar Nero, come il luogo della civiltà dei commerci che io percepisco contrapposta a quella delle guerre nazionali e di potenza; è, considero, il mare del Sabir, la lingua franca che aiutava tutti a comprendersi, per mille anni tentativo di sconfiggere Babele fino a quando le potenze nazionali hanno voluto abrogarla.

Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul: in cosa è uguale e in cosa è diversa questa città secondo lei?

Il Sultano Solimano che noi chiamiamo “il Magnifico”, ambiva, invece, a essere ricordato come “il Legislatore” in continuità ideale con l’Imperatore Giustiniano il quale, mille anni prima, aveva riordinato il diritto romano, cioè il diritto.

Le Repubbliche di Venezia, Ragusa, Genova hanno conservato nella Città il centro dei loro affari, si chiamasse Costantinopoli o Istanbul.

Le diversità, ahimè, sono sotto gli occhi di tutti e non dipendono, mi pare, dalle diverse religioni.

Qual è l’antidoto per superare il conflitto, la paura del diverso, le difficoltà di integrazione di diverse culture nel mondo contemporaneo?

Appunto un antidoto è lo studio della storia e, naturalmente, la pratica della tolleranza, pure se la tolleranza stessa è un valore soltanto residuale, perché tollerare non è rispettare.

Che messaggio vuole trasmettere ai suoi lettori?

Non sono contrario al profitto e al successo sempreché non vengano elevati, come mi pare siano oggi, a valori assoluti di per sé, ma si abbia coscienza di ciò che è bene, è bello, è strumento ed è fine.

Che sensazione le dà essere nella longlist del Comisso?

È molto lusinghiero.

Perché scrive?

Io scrivo soltanto di cose che mi meravigliano, siano esse una vicenda storica, una pagina di diritto, uno spettacolo naturale, un’opera d’arte o altro.

Che consiglio darebbe a chi volesse mettere nero su bianco la storia che desidera raccontare?

Attendere, appunto, di meravigliarsi o almeno sorprendersi e non farsi sfuggire l’occasione quando ciò avviene.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Suppongo che l’Odissea sia in prededuzione e quindi posso almeno aggiungere Medio Evo del diritto, un vecchio libro di Francesco Calasso che, molti anni or sono, mi ha introdotto alla conoscenza di argomenti che poi mi hanno sempre interessato.

Riguardo il film, direi Mediterraneo perché ambientato in quel luogo straordinario che è l’isola di Castel Rosso, per l’atmosfera buzzatiana che si respira e la dedica “a chi vuole fuggire”.

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“Il capitano della torre di Galata”

il-capitano-della-torre-di-galata_00.jpgdi Gabriele Ottaviani

Varvara e Damad quasi non si curavano più di nascondersi al paese dove lei era “l’amante del turco” e lui “il mezzo greco”; e da quando la loro relazione si era palesata, Damad era soddisfatto di poter, la sera, salire spesso da lei senza la prudenza dei primi tempi quando vi accedeva a piedi, col buio, nascondendosi dietro ogni albero. Varvara, per suo conto, viveva benissimo indifferente ai pettegolezzi, lavorando un orticello, aspettando il suo uomo che spesso la sera passava da lei, in attesa del ritorno della bella stagione quando Astros si trasformava nel paradiso, pur se la temperatura somigliava a quella dell’inferno. Allora Damad si fermava a dormire quasi ogni notte e pensare al paradiso sembrava poco; nella loro intimità, dal terrazzo al modo turco, aggettato sul mare, appariva una bellezza impareggiabile, la luna prendeva colori e dimensioni sconosciute altrove e in quell’immensità, in quella natura senza eguali, soffiava un’aria fresca, profumata e benefica che, nelle ultime ore della notte, vinceva il caldo schiantante del giorno e finalmente addormentava uomini e animali; allora Varvara, poeticamente, diceva come ormai dormisse anche “la stirpe delle api”.

Il capitano della Torre di Galata, Cristiano Caracci, Santi Quaranta. Nella longlist del prestigioso premio Comisso. Si staglia con la sua mole nel panorama di Istanbul la torre genovese dalla quale, un tempo, quella che si palesava dinnanzi agli occhi dell’osservatore non poteva che essere, e il monumento ne era il simbolo, la sintesi e la quintessenza, la vista di una vita pacifica e serena, un neghittoso rimpianto, un retaggio affettuoso, una delicata nostalgia vagheggiata nel momento in cui, nel diciannovesimo secolo, il vento del nazionalismo, spirando impetuoso, mette a repentaglio ogni cosa. Dottore in giurisprudenza con la passione per la storia, in particolare per le vicende di Ragusa, o come vuole la dizione slava Dubrovnik, e dotato di grande capacità inventiva e narrativa, Caracci, dà alle stampe un romanzo che prende per mano il lettore e lo accompagna in un viaggio lirico, intimo, umano e sensuale.

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