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“A ottant’anni se non muori t’ammazzano”

di Gabriele Ottaviani

Prima dell’epidemia, la morte di un 70enne era un dramma per l’istituzione che lo aveva in cura. Adesso è un evento così frequente, da apparire normale. Un uomo di 48 anni, ricoverato con i sintomi, insieme con il padre di 72, dice che appena entrati in ospedale lui fu portato in un reparto, suo padre in un altro, e dopo due giorni un medico entrò per dirgli: “Condoglianze, suo padre non ce l’ha fatta”. Lui è convinto che quando hanno scelto il reparto, lui da una parte il padre da un’altra, in realtà hanno scelto chi salvare e far vivere e chi abbandonare e lasciar morire. Far vivere è bello, è gratificante, un medico è costruito su questa gratificazione, la cerca, è la sua ragion d’essere. Ma ha un costo. Per salvare uno polisintomatico che non respira devi usare una macchina costosa, se la usi per lui non puoi usarla per altri, lui ha 72 anni e se lo salvi salvi uno spicchio di vita, altri malati che han bisogno di quella macchina hanno 49 anni, 56, se salvi loro salvi un segmento di vita più lungo, salvi di più. È una questione economica. Nessun medico lo ammetterà mai, intervistati in tv girano intorno al concetto che il vecchio ha “altre patologie” e sono queste che lo uccidono, ma non è vero…

A ottant’anni se non muori t’ammazzano, Ferdinando Camon, Apogeo. Amato da Pasolini e Sartre, classe millenovecentotrentacinque, nativo di Urbana, nella campagna padovana, marito di Gabriella Imperatori e padre di Alberto, professore ordinario di procedura penale a Bologna, e Alessandro, produttore cinematografico di fama internazionale, Ferdinando Camon, anche lui giornalista di pregio come la moglie nonché scrittore celebre e dalla carriera lunga e onusta di trofei, punteggiata di numerose e prestigiose collaborazioni e tantissimi riconoscimenti, non ultimo il premio Campiello alla carriera assegnatogli quattro anni fa, è, nell’ambito della nostra letteratura novecentesca, di ampio respiro internazionale, forse per eccellenza il cantore della crisi, declinata nelle sue molte sfaccettature, per esempio quella che imbocca la strada omicida del terrorismo, quella interiore che porta all’analisi, quella che conduce allo scontro fra opposte e pressoché inconciliabili visioni del mondo, per non dire della civiltà stessa, quella che ha svuotato le campagne e ha ucciso l’universo, valoriale, economico, sociale, culturale e politico contadino: in questo caso si focalizza sulla pandemia, che giustifica la morte dal punto di vista economico. Si cura chi costa meno, chi dà meno problemi. Facendo morire, però, in questo modo, l’idea stessa della civiltà. Impeccabile, straziante, imprescindibile.

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“Un altare per la madre”

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Davanti alla chiesa si era formata una piccola folla… 

Un altare per la madre, Ferdinando Camon, Garzanti. La morte non è niente, sono solo scivolato nella stanza accanto, ricordami con il sorriso che hai sempre dedicato al pensiero di me, perché il tuo sorriso è la mia pace, non piangere se mi ami, non sono lì dove riposano le mie spoglie, sono nel vento, nelle cose più belle, sono là dove tu mi vuoi, sono sempre accanto a te: ci ripetiamo queste e molte altre frasi di simile tenore, attribuendole spesso a una bocca che non potrà più schiudersi per noi, quando dobbiamo affrontare il fatto che qualcuno che abbiamo amato, che amiamo e che con ogni probabilità non smetteremo mai di amare non ci possa più comparire dinnanzi agli occhi, non possiamo più baciarlo, abbracciarlo, toccarlo, accarezzargli le guance e i capelli, non possiamo più sentirne la voce e più abbiamo bisogno di ricordarlo più temiamo di dimenticarlo, di non riuscire a trattenerne con noi tutti i dettagli. Del resto le persone non possono far altro che andarsene, non è colpa loro, il tempo, la vita, la natura, tutto è fatto così, e sarebbe ingiusto altrimenti: questo testo solenne e tragico, ma al tempo stesso pieno di grazia e portatore di pace, rassicurante e rassicurato, assurto a quintessenza della dimensione più sublime dell’amore, definito capolavoro in tutto il mondo, finanche da Carver, che di colpi da maestro se ne intendeva eccome, essendone sovente autore, racconta la creazione di un rito di salvezza di rara tenerezza. Quando infatti in un mondo rurale muore la madre, colei che genera e dà vita, tutti gli altri, col loro lavoro, la richiamano, perché esista ancora. Perché esiste ancora. Magnifico, magnetico, monumentale, commovente sino alle lacrime, eccellente.

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“Il quinto stato”

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Il mio è un grande paese, ma le case son poche e fuori strada e non ci conosciamo l’un l’altro…

Il quinto stato, Ferdinando Camon, Garzanti. Classe millenovecentotrentacinque, nativo di Urbana, nella campagna padovana, marito di Gabriella Imperatori e padre di Alberto, professore ordinario di procedura penale a Bologna, e Alessandro, produttore cinematografico di fama internazionale, Ferdinando Camon, anche lui giornalista di pregio come la moglie nonché scrittore celebre e dalla carriera lunga e onusta di trofei, punteggiata di numerose e prestigiose collaborazioni e tantissimi riconoscimenti, non ultimo il premio Campiello alla carriera assegnatogli quattro anni fa, è, nell’ambito della nostra letteratura novecentesca, di ampio respiro internazionale, forse per eccellenza il cantore della crisi, declinata nelle sue molte sfaccettature, quella che imbocca la strada omicida del terrorismo, quella interiore che porta all’analisi, quella che conduce allo scontro fra opposte e pressoché inconciliabili visioni del mondo, per non dire della civiltà stessa, quella che ha svuotato le campagne e ha ucciso l’universo, valoriale, economico, sociale, culturale e politico contadino: in questo suo primo romanzo, che compie esattamente cinquant’anni e che fu pubblicato in Francia dopo poco tempo dall’edizione italiana, con prefazione nientedimeno che di Pier Paolo Pasolini, per l’interessamento di Sartre, è proprio il tema del mondo agreste depauperato il fulcro della narrazione, una saga epica fatta di sesso, fame, angeli e poveri diavoli, raccontata con un linguaggio deflagrante. Impeccabile e imperdibile.

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“Un altare per la madre”

NULL045274-160x241.jpgdi Gabriele Ottaviani

In quella assurdità era la nostra impotenza: tutto esisteva ancora, tranne lei.

Quando c’era tutti si può dire che chi più chi meno la ignorassero, conducessero la propria vita rapportandosi a lei senza astio, ma con gentile e amorevole indifferenza, non avendo nemmeno gli strumenti per poter realizzare la necessità di uno scarto ulteriore nella relazione, non per disinteresse o mancanza di cura ma perché quell’equilibrio stranamente foderato di pudore sembrava normale, lì dove l’esternazione del sentimento era vista come qualcosa di bizzarro ed esagerato, dando per scontato che ci fosse, che sarebbe rimasta, che ci sarebbe stata in eterno (impossibile per lei come per chiunque altro, ma nulla appare irrealizzabile quando ci si vuol credere), che avrebbe fatto sempre quello che si doveva, la cosa giusta, la migliore, per tutti, eccezion fatta, forse, proprio per sé medesima, votata com’era al sacrificio per il sorriso degli altri, che amava e comunque ancora continua ad amare, vivendo pur non essendoci più, fulcro di ogni leva, pietra d’angolo d’ogni parete. E infatti ora invece che non c’è più, che è finita sotto terra nella sua bara, portata a spalla con andatura oscillante, come quella che, stanca, lei ha sempre avuto durante tutto il corso della sua esistenza, la gara è a chi faccia più sforzi per trattenerla. Per non lasciarla andare. Via. Lontano. Laddove non c’è niente, o forse la nuova e più vera vita. Laddove non si sa. In un mondo duro, aspro, umile e povero come quello della campagna, dove si raccolgono anche coriandoli di giornale e accanto al fuoco si inventano storie partendo da un brandello smangiucchiato di foto, un universo basato su consuetudini e riti, il rito, di fondamentale importanza perché crea e alimenta il legame, questa volta è tutto per lei, per cui il bene l’hai provato ma non l’hai detto, e quindi anche se la testa ti dice di no il cuore non può fare a meno di farti chiedere a te stesso se sia bastato, se sia tutto qui, se lei l’abbia saputo. Lei, la madre. Da richiamarsi in vita per sempre, a gran voce, con un monumento e in quanto ella stessa monumento, simbolo concreto della memoria, amalgama di tutte le cose e di tutti gli amori. Scompare, muore. E muore anche il sole, con lei, sembra. Garzanti ripubblica in una splendida edizione il libro che ha vinto nel millenovecentosettantotto, sempre per la casa editrice milanese, il premio Strega. E francamente non avrebbe potuto perderlo, né quell’anno né mai. Perché è anche qualcosa di più di un semplice capolavoro scritto magnificamente. È il più straordinario, semplice, sacro, sincero, vero, vibrante, straziante, commovente, sfolgorante, intenso, tenero, dolce e bruciante atto d’amore e al tempo stesso di elaborazione del senso proprio della perdita che si sia con ogni probabilità mai visto: non ci si può staccare dalle pagine, che si susseguono davanti agli occhi come farfalle in forsennato volo, è praticamente impossibile non piangere tantissimo. Ferdinando Camon, Un altare per la madre.

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