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“Cose che succedono la notte”

di Gabriele Ottaviani

La stanza era buia e la moglie dormiva stesa sopra la trapunta. Non aveva tirato le tende e la scura luce invernale proveniente dall’esterno permetteva di vedere. Per un po’ lui rimase al centro della stanza a guardare la donna. Perché pensava sempre che fingesse di dormire? Perché era un modo per allontanarlo, per tagliarlo fuori. Una volta, non molto dopo che si erano sposati, lui aveva sognato di aspettare un bambino: lo sentiva crescergli dentro, stranamente non nella pancia, ma più su, nel petto, nei polmoni. E il giorno dopo lei gli aveva detto di essere incinta e lui aveva avuto la certezza che se lo fossero comunicato nel sonno. Dunque, in quel periodo, il sonno li aveva uniti invece di separarli. Quella era stata la prima e la più dolorosa delle varie gravidanze interrotte, l’unica che lui era riuscito misteriosamente a intuire. Tirò le tende, si svestì e si stese accanto alla moglie. Le si avvicinò il più possibile senza toccarla.

Cose che succedono la notte, Peter Cameron, Adelphi, traduzione di Giuseppina Oneto. Lei è malata, molto, e insieme al marito giungono di notte dopo un lunghissimo viaggio in una stazione desolata nel mezzo del nulla ricoperta da una coltre di neve che incessante cade e silente, silenziosa e silenziante ammanta ogni cosa, ma non placa i turbamenti dell’animo, i tremiti di corpi bramosi di un calore che né la biancheria termica di seta né i termosifoni sbuffanti e rumorosi di un albergo che rassomiglia assai di più a una corte dei miracoli popolata di personaggi stravaganti, uomini d’affari sessualmente ambigui e donne che millantano gloriosi passati, possono donare loro. Sono lì per incontrare finalmente quello che diventerà loro figlio, e che li attende in orfanotrofio: almeno, questo è quello che credono. Perché forse hanno bisogno di tutto tranne che di un figlio. Del resto, le persone spariscono, sempre ammesso che ci siano mai state, la vita è orrenda, infame, come e più del tempo, e viviamo in un’epoca buia in cui nessuno riesce a trovare la propria strada, spesso sono le cose e le persone in cui abbiamo sperato di più a riservarci le delusioni peggiori, procediamo a tentoni, come i ciechi, somigliamo a quegli animaletti sotterranei che scavano la terra fredda e umida nella speranza di trovare una radice commestibile: così scrive Cameron, e la parola chiave, in fondo, è proprio speranza. Come quella che tutti i romanzi valgano un decimo di questo, che è un capolavoro splendente, formidabile, irresistibile, indimenticabile.

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“L’orso”

51vZXfH+GxL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

A papà non piace stare lontano da noi, ma l’avevamo dimenticato.

L’orso, Claire Cameron, SEM. Traduzione di Alessandra Osti. Opeongo è un lago. In Canada. Al centro c’è un’isola verdeggiante. Bates. Un nome che non evoca suggestioni felicissime, soprattutto agli appassionati della settima arte. E chissà che davvero non abbia ragione il motto divenuto proverbiale dopo essere passato per il duecentosessantanovesimo verso di un’opera plautina, ossia quello che dice che nel nome c’è il destino. Perché a Bates sta campeggiando un’allegra famigliola. Anna ha cinque anni. Ha un fratellino più piccolo. Una mamma e un papà. Si fa sera. D’un tratto le urla. Un orso ha attaccato gli adulti. E i bambini… Perfetto sin dalla copertina sotto ogni punto di vista possibile e immaginabile, è l’esempio di come la letteratura dev’essere: dà corpo all’anima e alla sua impervia natura.

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“L’ultima dei Neanderthal”

417dRP+HjCL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

  • Ti interessa di più di quella Neanderthal che di me.
  • È tutta la vita che lavoro per questo.
  • Beh, anch’io.

L’ultima dei Neanderthal, Claire Cameron, SEM. A distanza di millenni due donne, incredibile ma vero, appaiono inestricabilmente legate. Connesse proprio in quanto tali, in quanto donne, con una certa dose, forse, di patrimonio genetico in comune, come recenti studi, che hanno ispirato l’autrice del romanzo, hanno rivelato. Ma soprattutto in quanto entrambe consapevoli dell’esperienza della maternità, da intendersi nelle sue mille, caleidoscopiche e contraddittorie sfaccettature. Una è Girl, una Neanderthal, che deve trovare un compagno per accoppiarsi, salvare la specie, riprodursi. L’altra è Rosamund, un’archeologa che, nonostante il pancione, vuole portare assolutamente a termine la campagna di scavo a cui si è dedicata negli ultimi tempi con tutta l’anima. Una donna forte, tenace, con dei principi. Come Girl. E, come Girl, ama immensamente la vita. E si trova a dover passare attraverso la sua personale glaciazione, resistendo alle intemperie. Costruito in maniera sorprendente e molto più che intelligente, si legge in un baleno, conquista e fa riflettere.

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