Libri

“Chiedimi la luna”

di Gabriele Ottaviani

Farei di tutto per te…

Chiedimi la luna, Cristiano Caccamo, HarperCollins. Figlio di un poeta e scrittore, diplomato al centro sperimentale di cinematografia, divo del piccolo e grande schermo (La vita oscena, Cenere, Puoi baciare lo sposo, Sotto il sole di Riccione, Questo è il mio paese, Il paradiso delle signore, Che Dio ci aiuti, La vita promessa), Cristiano Caccamo è decisamente kalòs kài agathòs, bello e bravo: il Darren Criss italiano si cimenta con merito e sensibilità in una prova letteraria di tutto rispetto, sensibile, delicata, dolce, appassionata e appassionante, una fiaba che parla d’amore, accettazione e mutamento. Da leggere.

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“L’anima e il castigo”

51nHfORHv8L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Si sentì figlio unico.

L’anima e il castigo, Michele Caccamo, Castelvecchi. Ispirato non troppo liberamente, anzi, a una storia vera, quella di Hermann von Reichenau, detto “lo storpio”, monaco e astronomo vissuto intorno all’anno Mille e venerato dalla Chiesa come beato, lo scritto brillante, intenso, comunque originale, ricco di livelli di lettura e di chiavi di interpretazione, dal respiro ampio e classico, che induce alla riflessione su numerosi temi e in merito a domande esistenziali di capitale importanza, che si deve alla valida penna di Michele Caccamo, racconta la storia di Ermanno, erede di un nobile casato marchiato però dalla deformità. Un’onta da nascondere, un segreto da non rivelare, un orrore da celare: la superstizione non lascia scampo al dubbio, si è certi che quella creatura, serrata in convento e strappata con la forza all’unico affetto sincero e disinteressato, quello della madre, non potrà far altro che rivelare i segni di un’anima proterva, nera, pericolosa. Le cose, però, prenderanno invece, com’è naturale, tutt’altra piega, e… Da leggere.

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“Dialogo con mia madre”

3838316-9788817089005.pngdi Gabriele Ottaviani

L’idea di scrivere un libro mi fa sorridere: da un lato sento la voglia di riempire queste pagine bianche, perché tante pagine bianche ben riempite hanno costituito nella mia vita occasione di conoscenza, riflessione, stasi, movimento, evoluzione, tempo; dall’altro ho sempre la netta sensazione di non averne mai letti abbastanza per essere autorizzato a prendere in mano una penna e volare. Quanto realmente conosciamo le persone che amiamo?

[…]

I soldi sono il frutto del lavoro e della fatica dell’uomo, e siccome sono necessari per la sopravvivenza, ognuno di noi, nonostante la stanchezza o le difficoltà, continua a lavorare. Donare il frutto del nostro lavoro a qualcuno è cosa difficile; lo si fa solo con le persone a cui hai dato la vita e che ami tanto: i figli. È una legge di natura, anche se non per tutti; lo hanno fatto mio padre e mia madre con noi e io e tuo padre lo facciamo per te e Stefania. Chi riceve questi doni prova un’immensa gratitudine, chi li dona una gioia profonda; ma se le nostre esigenze o aspettative vanno “oltre” la disponibilità del donatore, questo equilibrio tra gioia e gratitudine si rompe ed entrambe le persone coinvolte provano disagio. Capisco che tu mi dica spesso di non spendere mai più del dovuto, ma la realtà è che spendendo l’essenziale è necessaria una somma pari a uno stipendio medio di un lavoratore italiano dopo anni di lavoro e sacrifici. Quando al telefono ti chiedo un chiarimento e tu, tutt’altro che grato, ti sovrapponi, non ascolti, sottovaluti quello che ti sto dicendo o ritieni normale andartene a Ravenna a spendere in due giorni l’equivalente di “spesa” di due mesi, io ho tutto il diritto di arrabbiarmi. Quindi, da ora in poi, tutto ciò che esula dallo strettamente necessario, dovrà essere richiesto ed eventualmente accordato compatibilmente con le esigenze della famiglia. Spero quindi che tu ti renda conto che, poter frequentare l’università che hai scelto, nel posto che hai voluto, sia un privilegio e un dono concesso a cospetto della tua libertà. Sono contenta di sentirti soddisfatto della tua scelta e del percorso che hai intrapreso; mi sembra altresì corretto comunicarti queste cose e ora mi sento serena. Volere il bene dell’altro e il nostro è anche questo. Tali considerazioni sono dettate dal desiderio, in questo momento di crisi, di accompagnarvi il più possibile verso un futuro sereno. Ti voglio bene.

È giovane, bellissimo, altrettanto bravo, fa il cantautore, l’artista e il conduttore, è passato con successo per il palco di Sanremo, quello che tutti sognano ma poi rimangono costretti a salutare la lavatrice se vogliono dire per forza almeno una volta nella vita “Buonasera, Ariston!”: eppure anche lui, naturalmente, come tutti, ha avuto e ha i suoi momenti di fragilità. Ogni cielo, del resto, ogni tanto si becca qualche nuvola, è nell’ordine naturale delle cose. La gioia è compagna e contraltare del dolore, e tutte le trame di tutte le vite hanno questi stessi fili intrecciati, il tessuto delle relazioni umane che nascono e crescono grazie al dialogo. Perché non c’è niente di più importante, soprattutto per elaborare una perdita, che parlarne. Insieme. E può aiutare anche la tecnologia. Benché magari per esempio le mamme, anche se giovani e perfettamente in grado di gestirla, talvolta siano restie ad avvalersi di sms, mail, notifiche di Whatsapp e compagnia cantante: però poi lo fanno, perché nulla, si sa, le ferma dinnanzi a una dimostrazione d’amore. Dialogo con mia madre, Giovanni Caccamo, Rizzoli: un’incursione delicata e intensa nei rapporti familiari. Da leggere.

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“La musica fa crescere i pomodori”

vessicchiomusica_300dpidi Gabriele Ottaviani

Qualche anno dopo Sanremo, Zucchero mi volle con lui al Cremlino. Era la prima volta che il governo di Mosca apriva la sala rossa del Palazzo dei Congressi per un appuntamento diverso da un convegno politico del Pcus. Millenovecentonovanta, decennale della morte di John Lennon: un artista occidentale si esibiva in Russia dopo la caduta del muro di Berlino. Alla prova generale vennero in cinquemila. Scatenati. I biglietti arrivavano a costare fino a venti rubli, l’equivalente di un mese di affitto o di venti chili di carne. A Mosca cominciavano ad aprire i primi negozi di aziende provenienti dal mondo del capitalismo occidentale: i russi si preparavano a un futuro da consumatori. La tv sovietica trasmise in diretta il concerto, venduto in mondovisione a un mucchio di Paesi, Italia compresa. Io dirigevo la Vivaldi Orchestra di Mosca. Zucchero cantò Imagine in duetto con Randy Crawford. David Sancious, il tastierista del primo album di Bruce Springsteen, diede il suo apporto al piano e all’organo Hammond. Fu il mio secondo incontro con un’orchestra straniera. All’estero ero già stato quattro anni prima, in Messico, per un concerto organizzato in occasione dei campionati Mondiali di calcio nel quale ero stato coinvolto da Gianni Minà. Lo avevo conosciuto a Firenze, durante una tappa della tournée di Ornella Vanoni e Gino Paoli. Era tra gli ospiti della serata e veniva considerato un po’ come il Cupido dell’occasione, avendo avuto i due contemporaneamente in trasmissione qualche tempo prima, e fatto forse scoccare la scintilla dell’idea durante lo spettacolo. A cena venne fuori che ero di Napoli. Minà ha sempre avuto un debole per tutto ciò che la mia città produce in campo artistico, così ci trattenemmo a chiacchierare. Avevo un fresco passato da musicista cresciuto nell’industria discografica dei neomelodici. Nino D’Angelo ne era il più popolare esponente. Cominciai a raccontare a Minà come funzionasse a Napoli la macchina dei neomelodici, un meccanismo secondo cui il produttore non era il finanziatore reale dell’operazione ma un collettore di soldi, provenienti in parte dal cantante stesso e in parte da chi avrebbe potuto sfruttarne il lavoro, impresari o pseudo tali. Un po’ quello che avviene oggi nel cinema italiano.

La musica fa crescere i pomodori – Il suono, le piante e Mozart: la mia vita in ascolto dell’armonia naturale, Peppe Vessicchio con Angelo Carotenuto, Rizzoli. Ispira immediata simpatia. È persona brillante, evidentemente più che seria ma, vivaddio, niente affatto seriosa, competente, un grande professionista, amatissimo dal pubblico per quel suo aspetto da Giuseppe Verdi dei giorni nostri, per i suoi occhi buoni: sa stare allo scherzo, basti pensare a quante gliene ha combinate in due edizioni di Sanremo l’immarcescibile ed esilarante Gian Burrasca che risponde al nome di Luciana Littizzetto, che gli ha più volte professato amore folle. È il direttore dei direttori d’orchestra, almeno nell’immaginario collettivo nazionalpopolare: uno se lo vede davanti agli occhi, nel suo elegante vestito, col sorriso gentile, di fronte ai musicisti mentre qualcuno vicino a una scala adorna di ranuncoli dice con voce stentorea, che so, “di Serbelloni Mazzanti e Viendalmare, Amore fa rima con cuore, canta Eulalia Torricelli da Forlì, dirige l’orchestra…”. Sì, lui, Peppe Vessicchio. Che in questo libro dà adito a una conversazione divertentissima, un saggio pop, un’autobiografia in cui rivela quella che è anche la sua Weltanschauung in merito alla musica, non solo la spassosa aneddotica, ma un’analisi del potere realmente benefico e balsamico per l’animo e non solo che hanno le sette note. Musica, maestro!

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