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“La confessione”

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Dopo la morte dei miei nonni, era sembrato ridicolo a me e a mio padre festeggiare il Natale, mangiare il tacchino – un volatile enorme e asciuttissimo che ci saremmo dovuti trascinare, in due, fino a gennaio inoltrato – o addirittura preoccuparci dell’albero. Io ero sempre contenta quando era tutto finito e tornavamo alla vita normale. Negli ultimi cinque anni avevo passato il Natale a casa dei genitori di Joe e non mi era mai piaciuto veramente. Papà era stato invitato varie volte, ma aveva sempre declinato l’invito chiedendomi invece di andare in Francia. Non l’avevo mai fatto. Il Natale si avvicinava, ma il nostro appartamento non ne recava alcun segno. Joe passava molto tempo fuori, trovandosi con gli amici del tempo della scuola o dell’università, e io stavo parecchio da Connie, fermandomi spesso almeno fino alle dieci di sera. Tenevo il Natale fuori dalla porta, così fui colta di sorpresa quando andai da Connie una mattina di metà dicembre e vidi un abete, folto, verde e privo di addobbi, nel bovindo del salotto. “Lo hanno appena consegnato,” disse. “Lo addobberesti per me?”

La confessione, Jessie Burton, La nave di Teseo, traduzione di Elena Malanga. Semplicemente sensazionale sin dalla copertina, il romanzo di una delle voci narrative in assoluto più degne di considerazione, per numerosi e vari motivi, a livello internazionale, racconta in modo che avviluppa, avvince e convince, in maniera commovente, divertente, profonda, ruvida e sensuale, amalgamando ogni sapore, la vicenda, fondata sul concetto di ricerca, identità e agnizione, e che si dipana nel corso dei decenni ma si apre nell’anno del Signore millenovecentoottanta, nella Londra già abbondantemente thatcheriana, ormai ai nostri giorni, alla stessa stregua di quanto è stato in passato il proverbialmente ipocrita impero vittoriano, termine di paragone, modello di riferimento, cartina al tornasole, chiave di lettura e sfondo storico ideale per raccontare gli stravolgimenti della contemporaneità traslandola in una dimensione altra proposta come corrispondente per il parallelo stridore che contraddistingue l’attrito tra vizi privati e pubbliche virtù (del resto è espediente classico: per Manzoni Renzo e Lucia sono due villici seicenteschi…), di Elise, ventenne che fa la maschera a teatro e che in un giorno d’inverno incontra Constance Holden, Connie, scrittrice di successo, e dunque dall’ego ipertrofico. Le due si innamorano, ed è subito ossessione. Ma… Imprescindibile e impeccabile.

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“Il gioco di Louise”

51n0rzkU5xL._SX317_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Louise desidera moltissimo averlo accanto a sé. Averlo dentro di sé. Vuole che la stringa e le impedisca di tremare e ascolti i suoi singhiozzi e i suoi peccati, e capisca tutto ciò che ha fatto e lasciato incompiuto, e forse allora ci sarà qualcuno che la conosce fino in fondo e la ama ugualmente.

Il gioco di Louise, Tara Isabella Burton, Einaudi, traduzione di Federica Oddera. Quando ci si sente soli, fragili, tristi, frustrati, trascurati, dimenticati, sfruttati, precari, infelici, dati per scontati e considerati perdenti e falliti anche vedere la storia su Instagram – quindici secondi che non esistono che per ventiquattr’ore, all’atto pratico… – di qualcuno che sembra non avere un problema nemmeno inventandoselo, persino se si tratta di una persona cui si vuol bene (e si sa, è del resto raro che l’affetto sia sinceramente ricambiato), può far male come una coltellata. Louise è una di queste persone, una di coloro che soffrono: non ha nulla. È la donna senza qualità, almeno agli occhi degli altri. Lavinia invece è l’opposto. Per caso s’incontrano. Incredibilmente diventano subito amiche per la pelle. La seconda introduce la prima nel suo mondo, il jet-set della Grande Mela. Ma c’è qualcosa di malato tra di loro. E quando Louise sembra essere destinata a precipitare nuovamente nel suo cono d’ombra, la sua reazione sarà… Folgorante.

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“La musa”

9788893441292_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’assenza del padre aveva permesso a Olive di vedere Isaac più facilmente. I due si incontravano più volte alla settimana, di solito a casa di lui, quando Teresa era a lavorare alla finca e Sarah stava facendo il riposino pomeridiano. Dopo ogni incontro, Olive poteva rievocare quasi fisicamente, per giorni, quello che accadeva fra loro: ciò che provava quando Isaac la penetrava, la sensazione incredibile di accoglierlo dentro di sé, mentre lui spingeva più a fondo. Conosceva anche lo stato di assoluta beatitudine che il compagno assaporava, identico a quello che si impossessava di lei. Eppure non era mai sazia. Il suo appetito sembrava irrefrenabile – e ciò costituiva un’autentica rivelazione. Era contentissima di poter rievocare quei momenti ogni volta che voleva. Aveva la sensazione che Isaac la rendesse migliore, che la aiutasse a divenire la donna che doveva essere. E poi, la sera, si chiudeva nella sua stanza e dipingeva. Stava diventando sempre più sicura di sé, e cominciava a reputare Isaac la chiave di quel cambiamento. Lui era fondamentale per la sua evoluzione come pittrice – qualcosa che Teresa non avrebbe mai potuto capire. Olive non la sopportava più, con quella sua aria sofferente, quello sguardo sempre corrucciato: dalla ragazza promanava un’energia opposta rispetto a quella del fratello. Gli ulivi, disposti ordinatamente sulle colline, iniziavano a rinverdire. Sulla strada, gli aranci erano fioriti: Olive coglieva le zagare e si inebriava con il loro intenso sentore di primavera. Ogni cosa era fresca, perfetta. Il mondo intero lo era. Cos’avrebbe dipinto adesso? Cos’avrebbe fatto? Tutto era possibile. Era diventata la Olive Schloss che avrebbe sempre dovuto essere. Quando arrivò a casa di Isaac, il giovane stava leggendo una lettera accanto alla stufa a legna. Gli si avvicinò per dargli un bacio, ma lui la bloccò, mostrandole il foglio. “Cos’è? Cosa succede?” “È di Peggy Guggenheim. Leggila.” La ragazza, sconcertata, prese la lettera, si sedette al tavolo e la lesse.

La musa, Jessie Burton, La nave di Teseo, traduzione di Elena Malanga. Il razzismo non muore mai, è un male sempre presente, contro il quale non si può abbassare la guardia, in nessun caso, in nessun luogo, in nessun tempo. Il fascismo spagnolo ha fatto un mare di vittime, che però di rado vengono ricordate come sarebbe doveroso che invece si facesse. Perché la memoria è patrimonio indispensabile, perché chi non ricorda rivive. Spesso la questione femminile è relegata al livello pressappoco di un mero slogan, di un vessillo senza simboli da sbandierare nella migliore occasione solo per fare bella figura, quando invece è un problema drammatico della nostra società da tempo immemorabile. L’arte, poi, è la bellezza, salvifica per antonomasia, soprattutto dalla solitudine da cui non si può in ogni modo mai del tutto riuscire a sfuggire. E con buona pace della scuola filosofica di Francoforte, se ne può ancora parlare, ancora può, per non dire che deve, essere pienamente celebrata. A cosa serve la scrittura? Anche a trovare la propria libertà, verrebbe da ribadire leggendo questo romanzo sorprendente e bellissimo, denso, potente, curato, appassionato. Odelle è a Londra. Da cinque anni. È di Trinidad. Fa la dattilografa in una galleria d’arte. Dove un giorno arriva un ragazzo che porta con sé un quadro che appartiene da tempo alla sua famiglia. Ma quando la tela viene vista tutti rimangono sconvolti. Perché? facciamo un passo indietro, fino al millenovecentotrentasei… Da non perdere.

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