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“Un milione di maledetti motivi”

Cover500 (1)di Gabriele Ottaviani

«Quindi tu sei una mia grande fan…» intervenne nella speranza di riportarla in carreggiata, dal momento che aveva il sentore che Liza potesse andare avanti a parlare per ore, se lasciata libera. Gli occhi di lei brillarono. «Esatto, esatto.» «… e volevi?» «Farle un pompino,» rispose la ragazza con noncuranza. Alejandro si strozzò. «Sei qui per farmi cosa?» Liza fece un gesto con la mano come per scacciare quell’idea. «Ma no! Mica adesso. All’epoca. Avevo una maledetta cotta per lei. Speravo tanto di incontrarla. Ci avrei provato, sa? Spu-do-ra-tamen-te. Ma poi è venuto fuori che era gay e allora… niente. Come si dice, i migliori sono impegnati o gay.» Sbuffò, ma solo un secondo dopo i suoi occhi tornarono a scintillare. «Ma poi ho letto l’intervista sua e di Mankiewicz in quel numero di Sports Monthly Illustrated e mi sono venuti gli occhi a cuoricino. Siete una così bella coppia e la vostra storia è stata così sofferta e romantica…» Alejandro cercò di digerire alla bell’e meglio ciò che aveva appena sentito. «Mmm, okay, quindi oggi sei qui solo per raccontarmi tutte queste belle cose o c’è un motivo particolare?» Il viso di Liza si fece serio. «Sono qui per propormi come sua segretaria. Per me non solo sarebbe un onore, ma andrebbe anche ad abbellire il mio curriculum. Il lavoro non mi spaventa.» «La mia segretaria?» domandò dubbioso. La squadrò dall’alto in basso, soffermandosi sulla maglietta super aderente che non nascondeva per nulla le forme di Liza. Era snella, bella, con un generoso paio di tette. Forse era più adatta a fare la cheerleader. Ma tenne quel pensiero per sé. «Senta,» riprese lei, la determinazione nello sguardo. «Non dovrebbe nemmeno pagarmi. Le chiederei solo di fornirmi delle referenze alla fine, se si reputa soddisfatto del mio lavoro.»

Un milione di maledetti motivi, Cristina Bruni, Triskell edizioni. L’autrice ci tiene, giustamente, a sottolineare una cosa in apertura del suo romanzo intenso, avvincente, avvolgente, potente, con parole schiette che si stagliano nell’esergo poco prima dell’appropriata e splendida citazione di Lady Gaga (You’re giving me a million reasons to let you go … But baby, I just need one good one to stay): Nel 2011, oltre cinquemila ex giocatori di football americano (che soffrivano di problemi neurologici e cognitivi quali demenza, depressione e Alzheimer) hanno citato in giudizio la NFL, accusandola di nascondere il legame tra i ripetuti traumi contusivi riportati nella pratica del gioco e l’insorgere di una grave malattia degenerativa al cervello, l’Encefalopatia traumatica cronica. I nomi dei giocatori citati nel presente libro – Aaron Hernandez, Junior Seau, Dave Duerson, Ray Easterling, Tyler Sash, Mike Webster – sono tutte vittime realmente esistite. Questa serie è dedicata ai giocatori che si sono tolti la vita a causa di questa patologia e alle loro famiglie. Un tema importantissimo, e decisamente scomodo, e come tutti quelli di tal genere troppo spesso condannato all’oblio dalle alte sfere dello sport professionistico, dove spesso girano cifre spropositate: il suicidio di un ex giocatore della NFL affetto da encefalopatia traumatica cronica accentua le paure di Max per il suo Alejandro, del cui infortunio che ha messo fine a una carriera prestigiosa si sente del tutto responsabile, proprio ora che, giunte finalmente le dimissioni dall’ospedale di Las Vegas, tutto sembra procedere per il meglio. Ma anche Alejandro ha delle angosce: non si sente all’altezza di Max, che è sano, e pensa che prima o poi qualcun altro potrebbe fargli venire il dubbio di star sprecando la sua unica vita. Ma… Da leggere.

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“Luce del nord”

81R+lZTAxQL._AC_UL320_ML3_di Gabriele Ottaviani

Comincio a sentire degli strain rumori, forse sono gemiti, come richieste d’aiuto…

Luce del nord, Gianluigi Bruni, Rubbettino«Il libro assolve una delle funzioni della narrativa: farci conoscere (con un romanzo) quello che sì, magari vediamo superficialmente ma non conosciamo in profondità. Nella fattispecie sappiamo dell’esistenza dei poveri e marginali. Le statistiche li contano, i Media li etichettano, appunto, come poveri e noi li vediamo di tanto in tanto e abbassiamo lo sguardo, o li giudichiamo bene o male, a seconda dei nostri umori. Ma uno scrittore come Bruni li osserva e racconta con misura e pathos le loro singole vite, li toglie dall’etichetta (di poveri e drop out) che li ha definiti e condannati, gli dà un nome, una storia, li fa muovere in un contesto, scandaglia emozioni, comportamenti, ambizioni, desideri, descrive le contingenze, le colpe i sogni. Libro coraggioso, ben scritto, montato ancora meglio, rischia di diventare il caso dell’anno, perché sovverte statistiche cliché, illumina le storie nascoste, e getta addosso a noi un po’ ombra, necessaria quest’ultima per riflettere, pensare ai tre personaggi del libro: Frank, Cristian, Eva.» Con queste parole Antonio Pascale, uno degli Amici della Domenica, lo ha proposto tra i cinquantaquattro volumi da cui poi sono stati selezionati i magnifici dodici in lizza per l’edizione di quest’anno del premio Strega, il più ambito e prestigioso riconoscimento letterario italiano: è la storia di tre paria, due uomini e una donna, che vivono ai margini della società ma che non smettono mai, nonostante abbiano tutto contro, di sperare che un giorno un barlume di felicità possa riverberarsi su di loro e regalare un attimo di pace. Da leggere.

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“ID_Leonardo”

Id_Leonardodi Gabriele Ottaviani

Macchine volanti, eh? E magari vuoi arrivare sulla Luna…

ID_Leonardo, Pierfranco Bruni, Mauro Cotone, Francesco Maria Caligiuri, Manuela Giacchetta, Antonella Perrotta, Cataldo Russo, Luigi Salerno e Mauro Santomauro, Ferrari. È forse per antonomasia IL genio, e nella ricorrenza del cinquecentennale della sua scomparsa (solo però dal mondo caduco dei vivi, perché si è guadagnato con le sue invenzioni e con le sue opere d’ingegno finissimo e multiforme l’immortalità, assurgendo a modello, punto di riferimento, mito, leggenda, pietra di paragone, stella polare irraggiungibile, ma che non si può fare a meno di osservare e anelare) Ferrari, casa editrice sempre attenta alla pluralità di voci e alla costruzione di percorsi alternativi che esplorino le potenzialità della parola e dell’arte, dà alle stampe, e si auspica che si tratti davvero solo del primo volume di una lunga serie, un libro in cui autrici e autori declinano, ognuno in base alla propria sensibilità, le caleidoscopiche suggestioni che una figura così capitale come quella di Leonardo, attuale e necessaria più che mai nei nostri tempi distratti e vacui, in cui sembra che essere colti, competenti e preparati sia divenuta una colpa vergognosa, vellica. Da non perdere.

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“18 fiori d’arancio”

Cover500di Gabriele Ottaviani

Avrebbe preferito di gran lunga mettere giù assieme a Russell le promesse del matrimonio, invece di discutere dei pregi e difetti del parto in casa. Ma, ah già, niente promesse. Avrebbero letto solo trentadue parole o giù di lì nell’ufficio del registro, e poi fine della cerimonia. Per un qualche assurdo motivo, continuava a dimenticarlo.

18 fiori d’arancio, Cristina Bruni, Triskell. Diciotto come le buche di un campo da golf sono le zagare del bouquet: eh sì, perché si parla di coppie e di unioni durature in questo romanzo, e il mondo è quello che gravita a vario titolo attorno a un esclusivo circolo di appassionati dello sport raffinato per antonomasia. Mentre Moses e Jordan però stanno imparando pian piano a lasciarsi andare e a convivere con i loro problemi, per Reggie e Russell, che sono ormai sul punto di dirsi sì per sempre, il destino ha in serbo una sorpresa destabilizzante… Piacevole a leggersi.

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“Buca in uno”

41rCBF5UQSL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli strattonò i capelli e un sibilo scappò dalla gola di Jordan. Si sentì addosso il suo respiro…

Buca in uno, Cristina Bruni, Triskell. Il torneo di Dubai è l’occasione nella quale Jordan e Moses, dopo aver preso strade diverse, si ritrovano, e intrecciano nuovamente i propri destini come se in realtà il tempo non fosse passato. Ma invece è trascorso, eccome, e ognuno deve scendere a patti con la propria coscienza, con i propri dissidi e demoni interiori, con le difficoltà, i compromessi, le irresolutezze che non hanno fatto altro che accrescersi, i problemi che uno ha perché, come se abitasse in una dimensione eschilea, le colpe dei suoi genitori ricadono su di lui, quelli che affliggono l’altro perché incapace di trovare il suo posto nel mondo e di accettare la propria natura. Però… Intenso e intrigante.

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“Quel maledetto gioco chiamato amore”

515SCLcp-WL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le settimane trascorsero rapide, così come le partite da disputare. I Rays vinsero tre match di fila e persero il quarto. Nonostante la sconfitta, la gente iniziò ad accorgersi di loro e a seguirli con sempre maggiore entusiasmo. Il nome della squadra di college football dell’Oak River Tech rimbalzò a ogni angolo della conference e più oltre, attirando l’interesse dei media. Erano diventati un fenomeno. Divenne chiaro ai ragazzi quando i giornalisti fecero a gara per intervistarli dopo i match e le loro partite, indipendentemente dall’avversario, iniziarono a essere trasmesse in televisione. Il pubblico e la stampa avevano cominciato a prendersi a cuore le vicende di questa “Cenerentola” del college football, arrivando a coniare affettuosi soprannomi per i membri della squadra, come Caterpillar per Marshall, The Flash per Zach o Pequeñito per Alejandro. D’improvviso, i Rays non erano più dei sempliciotti sconosciuti, ma dei veri contendenti al titolo. «Questo è Marshall, che mi snappa la palla. Lì c’è Zach, allineato a quindici yard dalla linea offensiva. E questo è Ermano, fingo di lanciare la palla a lui, rincretinendo la difesa. Invece la passo a Zach, che corre, corre e corre! Zach si butta su un lato ed estende il braccio fino all’end zone. Touchdown.» Alejandro parlava con le bustine monodose di lubrificante disposte sul petto nudo di Max, come se fosse stato la lavagnetta tattica. Erano nell’appartamento di Max e avevano da poco finito di fare l’amore. Dentro di sé lo chiamava così, fare l’amore e non fare sesso, anche se la loro era una relazione sessuale e basta. Non uscivano per cenare assieme o andare al cinema. Si incontravano sempre a casa di Max e il coach non gli aveva mai domandato di fermarsi, dopo. Non che Alejandro si aspettasse altro, beninteso. Il sesso con Mankiewicz era fantastico, intenso in un modo tale da lasciarlo gloriosamente annichilito ogni volta, e sapeva bene che doveva essere più che riconoscente per quello. E lo era stato. Per… due o tre incontri. Poi il pensiero di come avrebbe potuto essere trascorrere del tempo con Max al di fuori del campo da football e delle lenzuola aveva iniziato a danzare invitante davanti ai suoi occhi. Andare a guardare un bel film di azione (Max gli aveva detto di essere un amante del genere, proprio come lui), uscire per una birra o fare jogging lungo il fiume nella gola del canyon. Una relazione “vera”, non un mero incontro di carne con altra carne. Ma doveva accontentarsi. D’altronde, era già più che fortunato. Max gli accarezzò le labbra con il pollice, distraendolo dai suoi pensieri. «Sei bravo, sai, Jandro?» Lui glielo catturò per un bacio veloce. «A fare pompini?» L’uomo ridacchiò. «Certo, anche con i pompini ovviamente. Ma mi riferivo a questi.» Indicò le bustine sul suo torace. «A creare schemi di gioco offensivi. Saresti un bravo coordinatore dell’attacco.» Alejandro si puntellò su un gomito e assunse una finta aria seria. «Mi sta offrendo un lavoro come suo vice, coach?» Max gli prese il viso tra le mani e lo avvicinò a sé. Cazzo, poteva sentire addosso il suo respiro caldo. Rabbrividì. «Purtroppo non potrei pagarti! Ma penso davvero che saresti un bravo coach. Hai talento in questo. Leggere la difesa e individuare le combinazioni d’attacco ti viene naturale come bere un bicchier d’acqua.» «Invece sarò un quarterback, il più grande, quando un procuratore sportivo finalmente mi noterà e sarò ingaggiato da una famosa squadra della lega maggiore!» dichiarò con solennità. Percepì le guance accaldarsi, come accadeva sempre del resto quando parlava del suo futuro nel football.

Quel maledetto gioco chiamato amore, Cristina Bruni, Triskell. Alejandro è un ragazzo che a sedici anni non è riuscito a salvare suo padre e ancora, a distanza di tempo, se ne fa una colpa e ci soffre. Per questo fatica a realizzare il suo sogno di entrare nella NFL. Non è il solo però a trovarsi in difficoltà: anche Max, che di anni invece ne ha trentasei, vorrebbe diventare un grande coach, e invece è costretto a restarsene relegato in un angolo remoto di Arizona, nel campionato universitario, ad allenare una delle peggiori squadre della conference. Ma c’è di peggio (o di meglio, a seconda dei punti di vista): del resto l’Arizona è detto lo stato dell’amore, essendo, ultimo fra quelli contigui, entrato a far parte degli USA il quattordici di febbraio del millenovecentododici, ossia il giorno di San Valentino, la festa degli innamorati. E Max si innamora. Di Alejandro. Ricambiato. Ma Max è un uomo ferito e spaventato, soprattutto dalla possibilità di essere felice: la separazione sembra inevitabile, e pare impossibile provi rimedio. Però… Intenso, erotico, emozionante.

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“Killing Rock Revolution”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

Si risvegliò in una stanza che non aveva mai visto prima, illuminata dalla luce grigia di una tarda mattina nuvolosa.

Killing Rock Revolution, Alessandro Bruni, Paolo Emilio Persiani editore. Steve McBrown è giovane. Come il prefisso del suo cognome rivela, parte delle sue origini lo legano alla Scozia. Siamo tra il millenovecentosessantanove e il millenovecentosettantuno, Londra è la città da cui tutti passano, nella quale è nata ogni tendenza, in cui la musica non è semplicemente un costrutto di note, ma un riflesso immediato e cristallino di istanze, tensioni, pensieri, ideali. Al tempo stesso anche altre località assurgono al ruolo di simboli: l’Isola di Wight, dove si tengono concerti memorabili, e, come sempre, Parigi, o cara, laddove, tra un basco, una dolcevita attillata nera e le volume del fumo di una sigaretta accesa, la filosofia esistenzialista indaga la vita e il suo mistero. Il rock è una rivoluzione, fatta anche da personaggi scomodi. Che i servizi segreti occidentali ritengono sovversivi. Li vogliono eliminare. Steve esce di prigione,e  in breve tempo diventa un fotografo acclamatissimo. Questa è la sua storia. Alessandro Bruni dà corpo a un personaggio indimenticabile, con stile frizzante e coinvolgente. Da leggere.

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“Nato da un cane”

indexdi Gabriele Ottaviani

Così, con lo scorrere delle stagioni, Piero cresce in quell’ultimo banco accanto al termosifone. Diventa un diciottenne massiccio, che di grazioso ha il labbro imbronciato, e sorprendentemente conquista l’ultimo anno di liceo senza neanche una bocciatura, lasciandosi alle spalle, in quella sua solitaria e testarda marcia di studente, anche qualche illustre rampollo della borghesia cittadina. Forse Lucia Cambogi aveva ragione: valeva la pena di tentare. Anche Mara se n’è fatta una ragione, tanto più che dal suo punto di vista le prospettive di lavoro per Piero sono più rosee: dopo il diploma spera in un posticino nell’amministrazione del deposito di container del cognato di sua cugina. Il primo giorno di scuola di quel fatale ultimo anno, il dieci settembre del Novanta, Tommaso Talini fa il suo ingresso nella Quinta C del Liceo Scientifico di via della Bassata e nella vita di Piero. Questo Tommaso si presenta così: un ragazzo lungo ed esile, occhi chiari e tratti gentili nonostante la lanugine malcurata che gli copre le guance ed il mento ed un forte sfogo di acne sul collo, infagottato in un abbigliamento da Bronx (scarpe da basket senza lacci, pantaloni sformati, una felpa col cappuccio, l’immancabile kefiah e un cappelletto marinaro alla Corto Maltese), la biografia di Malcolm X sottobraccio. Puzza anche un po’: Piero è costretto ad accorgersene quando quello, dopo aver attraversato la classe salutando la professoressa di matematica con un sorriso strafottente, si viene a sedere proprio al suo banco, nell’unico posto libero della classe. Ma a quel leggero tanfo, a quei due o tre denti guasti, a quei capelli ammazzettati dal sudicio, Piero non fa poi molto caso, emozionato com’è da quella novità.

Nato da un cane – Il trattamento originale di Ovosodo, Paolo Virzì, Francesco Bruni, ETS. A cura di Ottavia Madeddu. Prefazione di Paolo Mereghetti. Ovosodo è un rione popolare della città che per lungo tempo è stata definita come quella comunista per eccellenza, ossia Livorno (zona depisanizzata, per citare il cartello che si legge in un fotogramma di quell’incanto di emozione che è La prima cosa bella). È un film del millenovecentonovantasette che a Venezia, nell’anno di Hana-bi di Takeshi Kitano, si è aggiudicato il Gran Premio della giuria. Diretto con mano più che sicura da Paolo Virzì, vede nel cast Edoardo Gabbriellini, Marco Cocci, Regina Orioli, le meravigliose Nicoletta Braschi e Claudia Pandolfi e tanti altri: racconta con realismo e lirismo la storia di Piero, che sin da piccolo, perduta la mamma, deve affrontare un mondo adulto che gli pare come un freddo iceberg da sciogliere col semplice tocco del suo fiato, dove i sogni fanno fatica a farsi spazio tra una ciminiera e l’altra, un percorso impervio che comunque vale la pena di affrontare. Ovosodo è nato qui, da questo libro, da queste pagine, che sono alta letteratura e ottimo cinema: da leggere assolutamente.

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“La notte delle falene”

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Il telefono squillava a vuoto, lui non rispondeva. Gli mandai un messaggio. Chiamami. A. Ci misi quella “A” perché il numero non era il mio e, vedendo quello del ristorante, come minimo Sandro avrebbe richiamato a casa. Se c’era la possibilità di fare una stronzata, di solito mio fratello non se la lasciava scappare. Riprovai a chiamarlo, ma niente. Continuavo a correre. Magari il Marcio non era così veloce, ma avevo ancora in mente quella sua faccia bianca da fantasma. Sandro non rispondeva. Gli lasciai un messaggio. «Ma dove cazzo sei, Sandro? Sono a piedi e c’è quel cazzo di maniaco che mi segue. Vedi di rispondere che sennò mi tocca chiamare a casa e se viene lui lo ammazza e non voglio parlare con lui di questa cosa. Sandro dai richiamami. Io sto arrivando alla strada vicino al curvone.» Continuai a correre, senza voltarmi. Non so quanto andai avanti, perché quel tempo sembrava interminabile. Quando mi resi conto di essere quasi arrivata alla strada, mi voltai e il Marcio non c’era più. Avrei potuto richiamare Sandro e dirgli di lasciar perdere, ma la paura non era ancora passata e l’idea di vedere arrivare l’auto di mio fratello non mi dispiaceva. Mi avvicinai alla strada, riprendendo fiato. Quando i fari dell’auto spuntarono da dietro la curva, mi sporsi sulla strada per farmi vedere. I fari rallentarono. L’auto si fermò. Ma non era quella di Sandro. Tutto avvenne in pochi minuti. È strano, ma l’ultima cosa che ricordo è un pensiero. Un appartamento che non è mai esistito. Sono lì dentro, con una tazza di tè, un vecchio divano con un libro appoggiato sopra, il mio stereo con i cd impilati per terra, una finestra con il vetro appannato.

Riccardo Bruni, La notte delle falene, Amazon Publishing. Alice è morta. Ammazzata. In una notte d’estate. Una di quelle in cui le falene mettono in scena la loro dolente danza intorno alla luce che le attrae e le uccide. Era molestata da un uomo. Morto anche lui. Per vendetta. Sono passati tanti anni. Dieci. Non sembrano poi così tanti a dire il vero, non sono un secolo, ma al tempo stesso sono una vita. È una cesura netta col passato quella che tutti gli interpreti della storia, gli attori sul palcoscenico della tragedia di Alice, hanno cercato di affrontare, elaborare, determinare. Ma non si scappa dal passato. Che sì, è passato, ma non finito. Alice è morta, ma non tace. Vuole raccontare, e raccontarsi. Enrico la amava, e ritorna. Tornano tutti, e fanno i conti. Il mistero è ancora tutto da risolvere. Un thriller? Sì, ma non solo. Niente affatto. Il genere come sempre è una riduzione: è narrativa tout court, senza confini. Un libro solido, strutturato, compiuto, avvincente, ben scritto, fluido, originale, che colpisce. Da leggere.

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