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“Briciole dai piccioni”

51EB0QClbuL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dopo alcune ore mi picchiano in testa.

Briciole dai piccioni, Alessandro Turati, Neo. È già il titolo a raccontare del rovesciamento di tutte le classiche prospettive, a darci un’idea del fatto che il protagonista della storia non fa le cose come si deve, come ci si aspetterebbe che facesse, come la società e le convenzioni esigono che faccia: di norma sono gli umani a lanciare briciole ai piccioni cosicché se ne possano cibare, infatti. Del resto però l’esistenza stessa di Alessio è tutto fuorché canonica: o forse sì, in fondo. Banalmente prevedibile. Perché chi a una certa età non ha ancora raggiunto la maturità, non è ancora cresciuto sul serio, difficilmente riuscirà, potrà, avrà la voglia e/o gli strumenti e le capacità per farlo in seguito. Quando ormai è troppo tardi. Scivola lungo una china che si fa via via più ripida. E più esilarante. La sua famiglia è una gabbia di matti, a scuola scalda il banco, gli amici sono dei mentecatti, sia detto pur con bonomia, il cui encefalo è più microscopico della realtà di provincia in cui risiedono, o almeno così pare, dati i loro comportamenti il più delle volte inqualificabili, la droga una compagnia noiosa, il sesso un apostrofo grigio topo tra le parole “l’inadeguatezza” e il lavoro alienante come poco altro. Eppure… Che sia questo diventare grandi nella mercificata e mercificante società occidentale, un piano inclinato verso l’abulia? Forse, però… Una dark comedy coi fiocchi: imperdibile.

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