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“Il bianco si lava a novanta”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Stanotte ho portato la mamma in ospedale» dice papà una domenica, è tutto pallido. «Oggi laveremo e stireremo da soli». Quella domenica la biancheria si asciuga velocemente, c’è vento ed è già giugno, perciò il pomeriggio posso già stirare. «Persino il bucato ha stirato da sola» dice papà quando alle cinque veniamo a farti visita. «Sei brava, amore» dici. «Presto sarò a casa, dobbiamo ancora andare a prendere il tuo vestito per il ballo del diploma. E le scarpe». Non so perché non vuoi dirmi del fratellino.

Il bianco si lava a novanta, Bronja Žakelj, Bottega Errante Edizioni. Traduzione di Michele Obit. La Slovenia è terra di gran fascino, incastonata tra l’Europa asburgica e quella slava, con un piccolo affaccio sull’Adriatico selvaggio che le attribuisce un’ulteriore influenza, quella mediterranea: crocevia di genti, è l’alveo delle radici di Boris Pahor, e ricorda finanche con dei manifesti sull’autostrada il suo più grande autore, Ivan Cankar, nato a Vrhnika e morto nella bella Lubiana, vissuto tra il milleottocentosettantasei e il millenovecentodiciotto. È da qui che arriva questo nuovo intenso romanzo, vero e proprio caso editoriale in patria – dove nessuno, si sa, è profeta, e quindi il riconoscimento vale ancor di più – già arrivato alla settima edizione e vincitore del premio Kresnik, che con voce stentorea, nitida e lirica, mai pretenziosa, sempre brillante, disarmante, candida, ironica, emozionante, affronta i grandi temi dell’esistenza, le mille declinazioni dell’amore, la paura, il coraggio, la malattia, la perdita, che tutto cambia, sconquassa e rimette in ordine, la ricerca della verità. Da leggere.

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“Gli occhi di Firenze”

4147MMzDBKL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mannaggia, caro editore. Con questa storia mi hai costretto a una doccia di malinconia. Vedi cosa può smuovere una giornata a piedi nella mia città. Nemmeno mi fossi inoltrato dentro una mia personale riduzione dell’Ulisse di Joyce: una sola giornata per un vagabondaggio che ignoro dove condurrà. Tortuosi giri di passi e parole che alla fine sembra abbraccino tutto. Confronto, ne convengo, che solo ad accennarlo mi ricopre di ridicolo. Però per una circostanza almeno posso reputarmi la brutta copia di Leopold Bloom, l’Odisseo irlandese alle prese con tradimenti e discutibili orizzonti. Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e volatili… È con queste parole che Joyce ce lo introduce. E non ho dubbi, qualcosa ho dimostrato anch’io, dal trippaio di Sant’Ambrogio. Vedi, caro editore, a non esserci parlati meglio prima? Sull’Ulisse ci si poteva marciare. Magari rimandando questa mia camminata, visto che mancano solo pochi giorni al 16 giugno: sgoccioli di primavera per un Bloomsday festeggiato anche qui, mica solo a Dublino.

Gli occhi di Firenze, Paolo Ciampi, Bottega Errante, illustrazioni di Elisabetta Damiani. È tra i luoghi più celebri al mondo, compare in miliardi di immagini, pressoché ovunque nel globo, con buona probabilità, quasi chiunque ne ha un’idea: eppure, naturalmente, è molto altro rispetto alla superficie, con buona pace di Hegel, che sosteneva che non vi fosse nulla di più profondo di essa. Del resto ciò che conta è la percezione che si ha delle cose, e ognuno ha la propria, si fa la sua opinione stando a quel che vede: perché non esistono realtà assolute, incontrovertibili, a parte, forse, quelle scientifiche, in base perlomeno allo stato attuale della conoscenza, sempre ampliabile e perfettibile, ma sguardi. E quello di Paolo Ciampi, acuto e a fuoco, indaga la città del giglio con amore, passione e competenza, proponendone un ritratto bello, istruttivo, piacevole, suggestivo, sinestetico.

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“La ragazza del Bar Centrale”

416av8mTEQL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Eccola, la punta del trapano sul nervo. La sento distintamente continuare a ruotare su se stessa, e ho perfino nelle orecchie quel sibilo che fa sudare le tempie. «Sono venuto a Roggia proprio per quello, Silvia!». «Per quello cosa?!!». «Qui non cambia mai niente, hai capito? Qui è tutto uguale dal primo momento in cui ci ho messo piede, ed è la cosa più bella che potesse capitarmi, dopo trent’anni di fango buttato giù col mestolo e dopo la fine che ha fatto la mia carriera in polizia. Perciò la mia squadra di calcio, e ti ricorderei che è la MIA squadra di calcio, non deve fare eccezione. Boscato, Cico, Bartoli, Magrin, Cava…». Non mi lascia finire di recitare la formazione. Prima che arrivi al numero sei, Silvia solleva il braccio destro e ruotandolo all’indietro lascia andare uno schiaffone che mi gira la testa dall’altra parte. «Mi hanno rubato in casa, capisci?!! Sono entrati qui dentro, hanno frugato nella mia roba, e mi hanno portato via ventimila euro! È questo il posto dove non cambia mai niente? È questo?!!». Ho la guancia sinistra in fiamme. Non mi capitava da quando avevo quindici anni e rispondevo a papà in un modo che non gli andava a genio. E Silvia mi sta guardando come se non vedesse l’ora che io protesti per darmi il resto. Allora sollevo le coperte, faccio scivolare le gambe fuori dal letto ed esco dalla stanza. Quando ho recuperato i vestiti e sono sceso dalle scale, faccio per chiudermi la porta alle spalle, ma prima attendo qualche secondo per sentire se Silvia ha cambiato idea. Dalla casa, però, solo silenzio.

La ragazza del Bar Centrale, Alessandro Toso, Bottega Errante. Frizzante e con una prosa finissima come solo il perlage di certi meravigliosi nettari che fanno splendida mostra di sé negli scaffali delle enoteche di maggior prestigio, e non a caso infatti l’ambientazione è fra le colline del Prosecco, orgoglio della tradizione vitivinicola nostrana e vessillo dell’agroalimentare italiano nel mondo, La ragazza del bar centrale si muove con souplesse e originalità nel sentiero che anche autori come Malvaldi e Vitali hanno contribuito a edificare e racconta la storia di Stefano che, costretto da un grave infortunio sul lavoro a lasciare il suo impiego nella Stradale, decide di ritirarsi in un luogo ameno e quieto, dove frequenta anche la titolare del bar principale del paese. Ma… Delizioso e imperdibile.

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“La veglia di Ljuba”

LA VEGLIA DI LJUBA_COPERTINA 130x200 FRONTE DEF light (1)di Gabriele Ottaviani

Il rettore poi, durante l’ultimo anno di liceo, si era messo in testa che Luciano avrebbe dovuto farsi prete. Così l’intero corpo docenti cominciò un’opera di persuasione ossessiva, pressante e costante, ai limiti della violenza psicologica. Ogni occasione era adatta per ricordargli che il seminario sarebbe stato un’ottima strada da seguire per il futuro. Un buon percorso di umiltà e di disciplina che non avrebbe potuto fare altro che giovare a tanta giovanile intemperanza. E che un’intelligenza vivace messa a servizio della Chiesa trova il modo di brillare a maggiore gloria di Dio. Don Gioseffi, invasato dal Verbo, visto che quel ragazzo testardo non cedeva a tanti amorevoli consigli, prese a perseguitarlo con durezza durante le lezioni, convinto che alla fine avrebbe ceduto. Lo interrogava ogni giorno, gli imponeva molti più esercizi aggiuntivi e compiti da consegnare improrogabilmente per il giorno successivo. Per Luciano non era un problema. Anzi, per Pio Cattolico, come avevano preso a chiamarlo scherzosamente i compagni, giocando sulla stranezza di quella situazione ormai divenuta paradossale, diventava una sfida gustosa. E dunque Pio Cattolico, che tale rimase fino al conseguimento della maturità classica per tutti coloro che frequentavano il don Bosco di Pordenone, resisteva opponendo al rigore stupido e cieco dei preti le sue colorite stravaganze. E affinché la sua protesta fosse plateale e pubblicamente conclamata, decise di radersi soltanto metà faccia fino alla conclusione del corso di studi. Un po’ come avevano fatto i cetnici serbi, durante la guerra.

La veglia di Ljuba, Angelo Floramo, Bottega Errante Edizioni. Lungo il confine, vero e proprio crocevia, nonché naturalmente luogo di conflitto e contatto, di genti e destini, fra Italia e Jugoslavia, e quel che ora ne resta, nel corso del cosiddetto secolo breve si sono verificati accadimenti estremamente significativi – ma con ogni probabilità troppo poco noti – dal punto di vista politico, umano, culturale, sociale, economico, etico, etnico, morale: Floramo, docente, medievista, saggista, consulente scientifico della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, prende per mano il lettore e lo conduce nei meandri della vita di un uomo, un padre, un esule, e in quelli della Storia. Appassionante, emozionante, intenso, da leggere e non perdere.

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“Il popolo del diluvio”

412b4seBAlL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La mia assennatezza mi disturba, non mi dà pace, e poi per il lavoro sono troppo colto, overqualified, le mie conoscenze su argomenti elevati sono inutilizzabili, con le mani non so fare nulla, sarebbe forse meglio se seguissi un corso per magazziniere, per occuparmi dei libri appena giunti… Vivo a dispetto della mia idea di dignità. Nessuno ridurrà la mia intera vita a un girovagare da uno sportello all’altro, la vita inizia oltre le “fondamentali necessità umane”, il vivacchiare da poveracci e le bazzeccole quotidiane, vi prego, chiedetemi qualcosa di serio, e vi dirò la mia, smettetela di sminuirmi, di stancarmi con stupidaggini, conosco anch’io divinità e regnanti, come altre questioni, anche internazionali. Io annoterò grandi pensieri, e che a dar conto delle proprie disgrazie e miserie siano gli scribacchini che non sanno fare meglio. Io non mi vendo a un vil prezzo, che loro svendano quel che vogliono, case, appartamenti, le loro abilità, l’orgoglio, non me. Quando oggi l’impiegata mi ha chiesto il mio status, le ho detto che il mio status è extra-ordinario, ho annunciato che finalmente è stato ritrovato lo sconosciuto re di Spagna, che non aveva dove andare se non in fuga. Quel re sono io, in persona! La mia regalità è in me, il mio scettro risplende. L’impiegata mi ha guardato sbigottita, ha spalancato la bocca, ha iniziato a tremare, e la capisco, la poveretta non aveva mai visto un re, ha chiesto intimorita, con voce fioca, se potevo compilare il modulo o se doveva chiamare aiuto, se non potevo bastava che firmassi, sarebbe stato sufficiente.

Il popolo del diluvio – Il viaggiatore. Il racconto. Il ritorno. In luogo di un epilogo, la felicità, Predrag Finci, Bottega Errante Edizioni, traduzione di Alice Parmeggiani. Filosofo, scrittore, saggista, professore ordinario di estetica fino al millenovecentonovantatré, anno d’inizio del suo esilio a Londra, presso l’università di Sarajevo, è uno dei più importanti intellettuali di origine balcanica e non solo: la sua prosa, intensa e appassionante, intima e vibrante, lirica e insieme scabra, qui valica il confine dell’accademismo e si concentra su un’esperienza concreta, straziante, carnale, dolorosa, una testimonianza nostalgica e fondamentale, in quanto chi dimentica ha spalancate dinnanzi a sé le desolate lande della rassegnazione all’eterno ritorno dell’uguale. C’è una corriera piena di uomini, donne e bambini che, oltre cinque lustri or sono, lascia una terra martoriata e una città cinta d’assedio in maniera tanto atroce che si sperava fosse confinata alle vestigia della storia più buia e parte verso un miraggio di pace. Ma… Da non perdere.

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“Il caos, la bomba, il caos”

IL-CAOS-LA-BOMBA-IL-CAOS_COP-DEF_lightdi Gabriele Ottaviani

Nel dimenticarmi di pranzare, ho dimenticato anche quale fosse la mia condizione. Il sole mediterraneo scaldava il corpo oltre quanto mi aspettassi, e la mente sovreccitata era in sintonia con quel calore che mi pareva penetrasse dappertutto. Le giovani donne mi sembravano tutte veneri meravigliose e una ebbrezza mi guidava nel caracollo per le vie. Avrei voluto partecipare a una festa, a un sabba, a un’orgia. Sono finito in un circolo operaio, non saprei neppure dire in quale zona della città. Solamente ricordo che la strada era tortuosa, ma proprio dove si trovava il circolo il suo andamento si placava un po’, lasciando allo sguardo un po’ di respiro. La penombra interna era arsa dalla calura, e molta gente si consolava col vino. Ho fatto lo stesso sebbene con l’alcol non fossi proprio in abitudine, lasciando che l’euforia guidasse la mia mano e le mie labbra. I bicchieri si susseguivano e pian piano si è accesa in me una vena loquace, tanto che non potevo trattenermi dal chiacchierare con chi mi capitava accanto. Se poi provavo a restare silenzioso erano gli altri a rivolgermi la parola, a spingermi a dire, mi interrogavano, volevano parlare di tutto, della giornata, delle mie origini settentrionali, della dottrina. Spesso non capivo quel che inizialmente mi dicevano, e allora placavano l’accento e rallentavano l’eloquio come se parlassero con uno straniero. Ma l’insieme era piacevole, mi sembrava d’essere l’oggetto principale delle attenzioni di tutti proprio a causa del mio esotismo, sebbene poi un barlume di ragione mi dicesse che attorno le conversazioni si srotolavano babeliche. A un certo momento mi trovo a parlare con una giovane che mi pareva bellissima…

Il caos, la bomba, il caos, Daniele Stroppolo, Bottega Errante Edizioni. Il quattro di giugno del millenovecentosettantacinque Vittorio Vallarino Gancia, figlio del titolare dell’omonima, prestigiosa e celeberrima azienda vinicola, viene sequestrato da un commando terroristico delle Brigate rosse di cui fa parte anche il capo supremo dell’organizzazione, ossia Margherita, detta Mara, Cagol, moglie di Renato Curcio. Lo scopo è ottenere, tramite il pagamento di un cospicuo riscatto, un ingente finanziamento per la lotta armata. Ma le cose non vanno come preventivato: il giorno dopo una pattuglia dei carabinieri fa irruzione nel covo, la cascina Spiotta d’Arzello, presso Acqui Terme, in provincia di Alessandria, laddove Gancia è tenuto prigioniero. Ne scaturisce un conflitto a fuoco che prevede anche l’utilizzo di bombe a mano: muoiono la Cagol e l’appuntato Giovanni D’Alfonso. Gancia ne esce incolume, due carabinieri sono invece feriti in maniera assai grave: l’episodio non è mai stato chiarito del tutto. Si sa che è però l’inizio di una nuova fase degli anni di piombo, ancora più terribile. Da qui prende le mosse, con la sua prosa lirica, intensa, avvincente, convincente e coinvolgente, mai aspra, sempre profonda, Daniele Stroppolo, che indaga l’anima, l’umanità, il male. Da non perdere.

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“I cancellati”

51s+30kTCfL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Svoltato l’angolo Zala venne colta dai dubbi, che le rallentarono il passo. Dapprima pensò che comunque non aveva dove andare, il comportamento dell’impiegata comunale le era sembrato seguire le regole di un gioco che erano chiare a tutti tranne che a lei. La donna aveva rimarcato che erano tutti uguali. “Chi siamo noi, che siamo tutti? Che siamo uguali?” si chiese Zala. Se avesse continuato a camminare avrebbe perso il contatto con l’unica persona che probabilmente conosceva la risposta, perciò tornò indietro

I cancellati, Miha Mazzini, Bottega Errante edizioni, traduzione di Michele Obit. Il ventisei di febbraio del millenovecentonovantadue era un mercoledì. Una giornata come tutte le altre, in apparenza. Ma per quasi ventiseimila persone, praticamente un’intera piccola città, non è stato così. Perché questo romanzo è ispirato a una storia vera. Quella di venticinquemilaseicentosettantuno persone a cui il governo sloveno dalla sera alla mattina ha tolto l’identità. Li ha depennati dal sistema informatico. Loro non esistevano. Quindi non avevano diritti. Non c’erano. Non erano vivi, benché in carne e ossa. Vittime di una burocrazia che si è fatta braccio armato della pulizia etnica, finanche documentaria. Imponente e importante: da leggere.

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“Il fiume sono io”

51CyPvUd7lL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Osservavo gli ampi sorrisi con i quali il mio Capo era accolto tra i capannelli degli invitati, le confidenze, gli inequivocabili segni delle sue stagionate amicizie. Come un anatroccolo che annaspa dietro alla madre, bramavo di ricevere pubblicamente una sua lode. Cosa che avrebbe potuto elargirmi ricordando chi fosse l’autore del testo per il quale di sì tante bottiglie di prosecco stavano giusto saltando i tappi per aria. Il Capo alla fine lo fece. Mi lodò davanti a questi invitati, anche se ogni volta (ma questo, all’epoca, costituì un dettaglio a cui non seppi prestare la giusta attenzione) glissava su chi fosse realmente l’autore del testo preferendo sostenere che il «Dottor Franzin» aveva «collaborato» alla sua redazione. A ogni modo furono diverse le mani importanti stringendo le quali mi affrettavo a dire: «Piacere, tanto piacere, Franzin». Tanto che alla fine, credo per una specie di osmosi, cominciai a sentire la loro importanza entrarmi nel corpo. Era una specie di gas, un gas non proprio sano, direi, vista la spossatezza che la prolungata esposizione negli anni mi ha purtroppo causato. Chimicamente parlando lo potrei definire anidride orgoglionica. E di anidride orgoglionica, credetemi, a quel grande evento se ne inalava tanta davvero. Ebbene, alla fine avevo il petto più gonfio – gonfio d’anidride orgoglionica appunto – di quanto avessi lo stomaco per via dei pasticcini di cui pure mi ero ingozzato. La sera tornai in motoscafo, seduto a poppa in quel salottino galleggiante che il Palazzo mette a disposizione dei suoi importanti inquilini. Motoscafista distinto, sedili in velluto, le note soffuse di un pianoforte attraverso le casse. Al mio fianco il mio Capo, il mio Capo a fianco del Grande Abitante Equivalente. Pensate.

Il fiume sono io, Alessandro Tasinato, Bottega Errante EdizioniMi tengo a quest’albero mutilato / Abbandonato in questa dolina / Che ha il languore / Di un circo / Prima o dopo lo spettacolo / E guardo / Il passaggio quieto / Delle nuvole sulla luna / Stamani mi sono disteso / In un’urna d’acqua / E come una reliquia / Ho riposato / L’Isonzo scorrendo / Mi levigava / Come un suo sasso / Ho tirato su / Le mie quattro ossa / E me ne sono andato / Come un acrobata / Sull’acqua / Mi sono accoccolato / Vicino ai miei panni / Sudici di guerra / E come un beduino / Mi sono chinato a ricevere / Il sole / Questo è l’Isonzo / E qui meglio / Mi sono riconosciuto / Una docile fibra / Dell’universo / Il mio supplizio / È quando / Non mi credo / In armonia / Ma quelle occulte / Mani / Che m’intridono / Mi regalano / La rara / Felicità / Ho ripassato / Le epoche / Della mia vita / Questi sono / I miei fiumi / Questo è il Serchio / Al quale hanno attinto / Duemil’anni forse / Di gente mia campagnola / E mio padre e mia madre. / Questo è il Nilo / Che mi ha visto / Nascere e crescere / E ardere d’inconsapevolezza / Nelle distese pianure / Questa è la Senna / E in quel suo torbido / Mi sono rimescolato / E mi sono conosciuto / Questi sono i miei fiumi / Contati nell’Isonzo / Questa è la mia nostalgia / Che in ognuno / Mi traspare / Ora ch’è notte / Che la mia vita mi pare / Una corolla / Di tenebre. Questi sono i fiumi per Ungaretti. Perché un fiume non è semplicmeente un corso d’acqua dolce più o meno abitato, più o meno violentato dall’umana protervia, lungo le cui sponde si agita, in maniera più o meno frenetica, la vita. Un fiume è un simbolo. Una via. Un’allegoria. Un riferimento. Una costante. Una necessità. E nel momento in cui un fiume scompare dalle carte geografiche non scompare solo un sinuoso tratto celeste da una mappa. Scompare un mondo, e tutto ciò che ne consegue, che vi è connesso e che rappresenta. Com’è possibile che un fiume scompaia? La Rabiosa (oggi Fratta – Gorzone), il fiume mortalmente inquinato dal distretto conciario di Chiampo – Arzignano e poi interessato dal cantiere dell’Autostrada Valdastico Sud, d’un tratto svanisce. La Rabiosa, con cui Nino vive in simbiosi la giovinezza, un tempo da cui la vita lo porta sempre più distante. Finché, un giorno, il dolore del ritorno e il destino non ci mettono lo zampino. E allora… Intenso, potente, pluristratificato, brillante, densissimo di spunti di riflessione: in tre parole, un ottimo romanzo.

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