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“Me’med, la bandana rossa e il fiocco di neve”

di Gabriele Ottaviani

Il mio mondo è nella mia lingua, non ho mai scritto nella lingua del Paese dove ora vivo. Per essere davvero accettato, per trasformarmi da estraneo a cittadino, la prima condizione è il passaggio alla nuova lingua. E va bene. Io ho scelto di rimanere straniero. Una volta, più di dieci anni fa, dopo che qui fu pubblicata la traduzione del mio secondo libro, in un ristorante dell’Iowa una poetessa americana mi spiegò che tutti i miei problemi si sarebbero risolti se avessi iniziato a pubblicare direttamente in inglese. Mi suggerì, con grande serietà, di fare io stesso una traduzione grezza delle mie poesie, poi ci avrebbe pensato lei a sistemarle da un punto di vista linguistico e a farle pubblicare come fossero in originale. Mi fece letteralmente questa offerta. Le risposi che non avevo problemi che richiedessero di essere risolti. Ringraziai, spiegai che mi bastava un’unica lingua nella quale scrivere e che non desideravo barattarla. Dopo la mia spiegazione, le si riempirono gli occhi di lacrime. Sinceramente parlando, ero ferito dalla sua offerta, ma il fatto che si fosse messa a piangere mi destabilizzò totalmente. Non sapevo cosa dire, perché non comprendevo le vere ragioni delle sue lacrime. Non si aspettava una simile reazione da parte mia e adesso si sentiva smascherata nella sua proposta indecente, o forse era davvero triste vedendo in me lo straniero che non si può aiutare?

Semezdin Mehmedinović, Me’med, la bandana rossa e il fiocco di neve. Traduzione di Elvira Mujčić, Bottega Errante Edizioni. Intenso, profondo, complesso, potente, ricco di chiavi d’interpretazione e livelli di lettura, connotato dall’originalità di una voce narrativa stentorea e lirica, è un tuffo nei meandri più intimi delle relazioni umane, raccontato con stile sobrio e delicato, senza retorica, un atto d’amore, di conoscenza reciproca, di consapevolezza e autodeterminazione, il viaggio di un padre e di un figlio alla ricerca di un nuovo modo per essere complici: maestoso.

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“Vento di terra”

di Gabriele Ottaviani

Un po’ di ruggine cova anche con i preti; specie da quando l’appello del papa a «fare figli» è stato rilanciato da certi pulpiti come un invito a «dare figli alla Croazia», e l’antico inno Santa Maria regina dei popoli è diventato Santa Maria regina dei croati. A Pinguente la gente lavora e tace da secoli; ma l’antico, inestricabile incrocio di queste parti fra lingua slovena, croata e latina ha anche seminato un DNA alieno agli etnocentrismi. Così i fedeli si stancano, e oggi a Pinguente e dintorni c’è un po’ meno gente che va in chiesa. A Zagabria il cardinale Kuharić ha rotto con i fanatismi di Tuđman, a Parenzo il vescovo Bogetić cerca di mediare, ma in campagna qualche parroco “falco” si è esposto troppo e ora sconta l’effetto boomerang di alcuni eccessi. «Qui succederà presto un gran casino, non per motivi etnici» dice la gente. Il problema è sociale: la povertà che aumenta; il doppio confine per andare a Trieste, viaggio che per molti pendolari è la principale fonte di reddito; e soprattutto l’arrivo di strani uomini d’affari che, dopo essersi presi le fabbriche, ora potrebbero prendersi anche le terre migliori. È il colossale affare delle privatizzazioni, gestito dall’HDZ, che vede affluire sul Quieto equivoche Mercedes targate Vukovar, BMW italiane della mafia del Brenta, Cadillac di immigrati canadesi e di affaristi americani. Persino i pastori della Ciciarìa, lassù sulle pietraie verso Rakitovec e Lanischie, sono imbestialiti. «Per secoli ci hanno lasciato in pace con la nostra miseria. Che questa gente oggi non ci rompa le scatole».

Vento di terra – Istria e Fiume: viaggio tra i Balcani e il Mediterraneo, Paolo Rumiz, Bottega Errante Edizioni. Terra di confine, conflitto, finanche linguistico tra idiomi che hanno la stessa pronuncia e il medesimo alfabeto ma ciononostante fanno a gara di primogenitura per poco più d’un biblico piatto di lenticchie, contatto, ricchissima di storia e di storie, la zona, un vero e proprio ponte naturale, sociale, economico, culturale e politico fra occidente e oriente, che si sviluppa lungo le coste della parte più settentrionale dell’Adriatico selvaggio, che qualcuno che proprio a Fiume si dilettò col compimento di una delle più celebri fra le sue imprese non vergate su carta ha definito verde come i pascoli dei monti del suo Abruzzo, luogo di pastorizia e transumanza, è uno scrigno prezioso che regala suggestioni, sorprese e scoperte: Rumiz, che coniuga lo spirito del fine esegeta a quello dell’esploratore, indaga e narra. Da leggere.

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“Metodo Srebrenica”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Viveva una nuova esistenza, aveva trovato la sua tranquillità e anche il piacere nelle piccole gioie nascoste…

Metodo Srebrenica, Ivica Đikić, Bottega Errante Edizioni. Traduzione di Silvio Ferrari. Estate. Luglio. Anno del Signore millenovecentonovantacinque. Precisamente un quarto di secolo fa, cinquant’anni esatti dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’orrore supremo, l’abominio massimo, la crudeltà gratuita, atroce e invereconda da cui l’umanità ha sempre detto di aver imparato. E ha sempre mentito. Nell’arco di tre giorni e tre notti nei Balcani agitati da fermenti nazionalisti viene pianificato lo sterminio di migliaia di persone. Inserendosi nel contesto di una narrazione che è storica, politica e biografica questo testo racconta come sia potuto accadere: tragicamente necessario. Per conoscere, comprendere, capire, riflettere ed evitare che accada ancora.

 

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“Il fiume a bordo”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Sotto le gambe del grande Cristoforo affrescato dentro al Duomo ci sorride una sirena, spirito misterioso delle acque, sapienza che si nasconde agli umani svelandosi in sussurri che per gli sciocchi sono soltanto l’indistinto ronzio delle api. Sta cantando. E la sua è una voce di vento. Un’idea mi abbacina all’improvviso, come il riverbero di questa luce, intensa, che oggi si posa sul selciato, sbadiglia assonnata sulle facciate affrescate delle case e inghiotte ogni cosa: il canto di quella sirena è lo stesso che un giorno ascoltò anche Ulisse, mentre i suoi compagni attraversavano l’incanto con le orecchie otturate dalla cera. E Molly, deformata dalla morgana della calura, è diventata quello che in realtà è sempre stata: una nave greca. Oddio, come età quasi ci siamo…

Il fiume a bordo, Alessandro Venier, Mauro Daltin, Angelo Floramo, Bottega Errante Edizioni. Lungo il corso del Tagliamento e dell’Isonzo tre uomini, a bordo di un furgone Volkswagen dall’indomito fascino ma che però ha quarant’anni e li dimostra tutti, tanto che non riesce ad andare a più di ottanta chilometri orari, e ogni quarantacinque minuti deve prendersene quindici di pausa, altrimenti rende l’anima al dio degli spinterogeni e dei carburatori, risalgono la storia, riscoprono la geografia, si tuffano nelle vite degli altri e nei meandri delle loro stesse esistenze: picaresco, divertente, ironico, dotto, limpido, chiaro, semplice, avvincente, appassionante, profondo, denso, variegato, brillantissimo, torrenziale, come del resto si addice a un corso d’acqua, che zampilla, sciaborda, s’immerge e rispunta con garruli gorgoglii dopo improvvisi tuffi, è un libro che trascende il genere, e che sarebbe davvero un peccato non leggere.

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“Capire la Bosnia ed Erzegovina”

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Ispirandosi ai Narodnik russi e al canone della letteratura serba, Princip e gli altri assassini che si erano appostati sulla riva della Miljačka a Sarajevo, avevano mandato a memoria il Gorski Vijenac, un agghiacciante epos montenegrino di autentico valore poetico che potrebbe essere letto come appello all’azione violenta rivolto agli ortodossi in tutta la regione. Essi si ispiravano anche a eventi più recenti, per esempio il tentato assassinio del governatore bosniaco Marijan Varešanin nel 1910 da parte di uno studente, Bogdan Žerajić. Sebbene Žerajić avesse mancato il suo bersaglio e fosse solo riuscito a ferirsi mortalmente, il suo esempio ispirò l’amico Vladimir Gaćinović, uno dei fondatori di Mlada Bosna o “Giovane Bosnia”, un movimento rivoluzionario che si era impregnato di patriottismo serbo o addirittura jugoslavo a scuola. Un altro membro di spicco di Mlada Bosna era lo scrittore Petar Kočić. Originario di un piccolo villaggio nei pressi di Banja Luka, scriveva per un giornale patriottico ma antiasburgico «Otadžbina», che era stato pubblicato per la prima volta il 28 giugno 1907, esattamente sette anni prima dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando. Uno dei suoi drammi, Jazavac pred sudom (“Il castoro a processo”) è una satira sulla situazione politica in Bosnia. Un agricoltore, David Štrbac, cerca di mettere sotto processo un castoro (che qui impersona gli švabe ovvero gli austriaci) perché gli divora i raccolti. Distribuita per la prima volta nel 1903, questa favola satirica ispirò una generazione a opporsi al governo di Vienna. Anche i poeti serbi bosniaci Jovan Dučić e Aleksa Šantić avevano ispirato il giovane con le loro idee sulla liberazione dall’oppressore.

Cathie Carmichael, Capire la Bosnia ed Erzegovina – Alba e tramonto del secolo breve, Bottega Errante Edizioni. Postfazione di Azra Nuhefendić. Traduzione di Piero Budinich. Chi scrive ha avuto la fortuna di visitare in più occasioni la Bosnia, in particolare Banja Luka, città dal grande fascino, che nella mente solletica le corde di una dolceamara nostalgia, e dalle molte contraddizioni, come del resto sono tutti quei territori distanti ma vicinissimi, volti segnati dalle rughe del tempo del conflitto, della speranza, di una pacificazione ancora non avvenuta rispetto a un passato articolato e complesso: il ritratto che Cathie Carmichael fa di una nazione nevralgica da ogni punto di vista, centrale sia sotto l’aspetto geografico che soprattutto storico nelle vicende del vecchio continente, è dettagliatissimo e rivelatore. Da leggere.

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“Lo sciamano delle Alpi”

alpidi Gabriele Ottaviani

Gira ancora qualche bicchiere di vino. Sto in disparte ma devo dire che questo luogo è davvero un piccolo paradiso. Il silenzio è totale. O così sembra. Ma se si affina l’orecchio si avverte qualche muggito lontano. Lo scampanare ovattato delle vacche che brucano. Lo scrosciare di un ruscello. Il passaggio della poiana. I bambini – i miei nipoti, devo farmene una ragione, sono i miei nipoti e io sono uno zio – sembrano adulti da quanto sono compiti, educati e al tempo stesso curiosi, capaci di rispondere a tono. Hanno già conquistato Gildo e Ciccia che sono, evidentemente, molto più socievoli di me. Io non riesco a liberarmi dalla faccia di Adrasto. Né dal sorriso sensuale di sua moglie. Ciccia improvvisamente si ricorda perché siamo qui, o forse non l’ha mai dimenticato e aspettava solo il momento giusto. Si avvicina ad Adrasto: «Saremmo venuti qui per parlarti. È una cosa un po’ delicata. Vorremmo farlo da soli, senza…». «Senza la mia famiglia? Non se ne parla, Ciccia, quello che riguarda me, riguarda anche loro». «Ma i ragazzi… Non vorrei fraintendessero». «Se si parla chiaro nessuno fraintende…». «Smettila, per piacere, di fare sempre il mondo o tutto nero o tutto bianco. Non è argomento da ragazzi e forse anche tua moglie… Come dire, sono cose di famiglia, Adrasto, ci ha mandato la mamma». «Sta bene?». «Sì, pensa che abbiamo cenato insieme alla Poncetta l’altra sera. Insomma, Adrasto, possiamo parlarti da solo?». «Quassù siamo soli, non c’è nessuno oltre a noi». «Va bene, sei proprio un testone. Chiamo gli altri…». «Non adesso»

Lo sciamano delle Alpi, Michele Marziani, Bottega Errante Edizioni. Inserita nella prestigiosa longlist di quest’anno di una delle più importanti rassegne letterarie italiane, il Premio Comisso, giunto alla trentanovesima edizione, la nuova prova letteraria di Michele Marziani, giornalista per lustri e lustri attento osservatore ed esegeta dei temi sociali e ambientali, nonché della cultura enogastronomica italiana e della valorizzazione dei territori, fotografo, saggista, autore di manuali di pesca amatissimi dagli appassionati e dagli esperti del settore, è un romanzo curato, profondo, raffinato, ricco di livelli di lettura, tematiche e chiavi d’interpretazione, dall’andamento ritmato, elegante, sinuoso e sorprendente, come quello d’un fiume carsico, che d’improvviso scompare alla vista inabissandosi sotto le rocce per poi, altrettanto inaspettatamente, palesarsi di nuovo, cristallino e guizzante: il nucleo è la famiglia, la linea di partenza di ognuno di noi, il sostrato, la base, la terra in cui si affondano le radici che ne suggono nutrimento, le fondamenta. Sono diversi, benché fratelli, o forse proprio soprattutto per questo, i protagonisti della storia: hanno scelto vite diverse. Un’occasione, però, li riunisce, e… Intenso e vibrante.

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“Mileva Einstein”

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È da poco che Mileva e i figli vivono in una casa di proprietà in Huttenstrasse 62. Dopo due anni trascorsi in vari ospedali Mileva si è ripresa e ora sta molto meglio. Cammina a rilento, trascina le gambe più di prima, ma comunque cammina. È riuscita persino a fare il giro di appartamenti e case finché non ha trovato questa villa in collina con una splendida vista sulla città, sul fiume e le colline circostanti. Dal suo balcone, dove trascorre molto tempo, è soprattutto il cielo a mostrarsi in tutta la sua immensità e mutevolezza. È come se si trovasse di fronte a una gigantesca tela in continuo divenire. A volte, quando si trattiene più a lungo a fissare l’orizzonte, le sembra di poter riconoscere nel cielo tutti i suoi stati d’animo, da quelli più cupi simili a nubi pesanti, fino a quelli più drammatici ed emozionanti come i tramonti purpurei del sole. L’osservare il cielo è una sua vecchia abitudine, anche se rispetto a prima il suo sguardo è diverso. A farle compagnia ci sono diversi tipi di cactus, compreso uno portatole da Albert dal Brasile alcuni anni fa. Mileva gli è affezionata, forse perché si tratta di piante che non richiedono una particolare attenzione e cura. E soprattutto perché sono munite di spine. Rispetto a prima Mileva si sente più tranquilla e sicura. Il rapporto tra lei e Albert è finalmente migliorato.

Slavenka Drakulić, Mileva Einstein – Teoria sul dolore, Bottega errante edizioni. Traduzione di Estera Miočić. Mileva Marić è stata una fisica serba, nata a Titel da una famiglia di possidenti nel milleottocentosettantacinque. Prima moglie di Albert Einstein, fra il millenovecentotré e il millenovecentodiciannove, fu inoltre la prima donna ammessa al reale ginnasio di Zagabria e ad aver studiato, non senza numerosissime difficoltà dovute ai pregiudizi di cui fu vittima proprio in primo luogo perché di sesso femminile, Fisica al Politecnico di Zurigo, città nella quale è morta nel millenovecentoquarantotto. Secondo alcuni studiosi, fra cui Evan Harris Walker, fisico e parapsicologo, Mileva Marić avrebbe partecipato alla stesura dei lavori sulla teoria della relatività. Bella, intelligente, affascinante, eppure ha rinunciato a sé stessa: perché? Il romanzo, intenso, profondo e travolgente, lo spiega, dipingendo un magnifico ritratto.

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“La vita di Isidor Katanić”

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Zeko era confuso e felice. Venne anche Filip e gli strinse forte la mano, con maldestra cordialità giovanile. Certo, già l’indomani i due lo incrociarono con un breve saluto, freddi e lontani, come gli parve. Ma per Zeko era chiaro che il suo posto era lì, in quella piccola casa sul colle, e che lì doveva trovare la soluzione a tutti i suoi interrogativi e il suo posto fra gli uomini. E veniva sempre più spesso a parlare non solo con Marija e Doroš, ma anche con i “bambini”, e ad “avvicinarsi ai bambini”, come diceva a sé stesso.

La vita di Isidor Katanić, Ivo Andrić, Bottega Errante Edizioni, traduzione di Alice Parmeggiani e postfazione di Božidar Stanišić. Anonimo impiegato che vive a Belgrado, personaggio sveviano nella più alta e articolata accezione del termine, Isidor ha avuto in sorte la triste ventura di incontrare Margita. Se ne innamora, la sposa e i suoi sogni di gloria finiscono nella polvere, come quella che appesantisce le tende di cretonne dietro cui l’Eveline joyciana vede scorrere la vita che non sa vivere: voleva essere poeta, pittore, cantante d’opera, è solo un calligrafo pieno di dubbi. Ma nella sua città occupata, fra le due guerre, spicca il volo per il suo riscatto… Il Nobel non si vince per caso, è pleonastico a dirsi: ricchissimo di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, è un testo splendido.

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“L’osteria dei passi perduti”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma a che cosa servono gli esami di maturità? Che poi oggi si chiamano con un acronimo inquietante, dalle vaghe assonanze mortifere, adatte a un’impresa di pompe funebri: “ESC”, esame di stato conclusivo. Sono e restano un baraccone scricchiolante, un rito di passaggio ormai addomesticato, soffocato da verbali, timbri e tetre liturgie burocratiche, da dare in pasto agli ispettori, se mai decidano di farti visita. Così, quando il mondo della Scuola si prepara per dismettere gli abiti della quotidianità indossando freschi sandali e maglietta leggera e già si immagina il piacere delle vacanze ormai vicine, tu, che hai avuto l’onore di essere scelto come commissario, hai davanti a te ancora un mesetto pieno da consumare nella noia più assoluta, in aule arroventate e prive di aria, correggendo pacchi sudaticci di compiti che non finiscono mai, rivolgendo agli smarriti candidati sempre le stesse domande, spremute da programmi senza fantasia, tutti uguali e stanchi, quelli che impone il nostro Ministero, che in quanto a creatività è pari a un agglomerato di calcare. Alle volte però si compie l’inatteso prodigio. Avviene di rado: la commissione giusta, una strana e inspiegabile alchimia, affinità di caratteri e una visione condivisa del mondo e delle cose; allora i giorni scappano via veloci, il lavoro è più sostenibile e anche gli studenti ne traggono indubbi benefici. Il clima, si sa, giova molto al candidato. Così capita che durante la pausa del mattino la collega siciliana, quella di Inglese, porti i cannoli farciti di ricotta e canditi…

L’osteria dei passi perduti – Storie zingare di strade e sapori, Alberto Floramo, Bottega Errante Edizioni: quarta edizione e una storia inedita in più, per un totale di quindici racconti. Friulano di sangue misto, balcanico da parte di padre, medievista per formazione, consulente culturale e scientifico della prestigiosa Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, autore con ormai all’attivo diverse pubblicazioni, Floramo ha un bellissimo stile, e fa immergere il lettore nella materia più viva dell’esistenza, declinandola in tutta la sua contraddittoria complessità: leggerlo è sempre un piacere intenso, gustoso, profondo.

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“Locanda Tagliamento”

61E2HZOZlLL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

C’è sempre un momento preciso, spesso d’improvviso, nel quale la tua mente chiama “Tagliamento”. È un richiamo ancestrale ed è impossibile non ascoltarlo, non ubbidirgli. Può accadere di mattina, di sera, a metà pomeriggio. La fortuna di essere liberi, di non aver alcun cartellino da timbrare, permette di lasciarmi trasportare da queste voci senza dover impazzire nel ricavarmi un paio di ore tutte per me, e per Lui. È l’inizio di un rito. Sale, pepe, il fedele coltellino da tasca, una bottiglia d’acqua, caffè in grani, moka e macinino sono gli ingredienti primari seguiti dall’essenziale pietra ollare dove cucinerò la carne e farò arrossire il pane. La vecchia Atala ha le ruote sempre un poco sgonfie forse per qualche microscopico foro che la pigrizia non mi fa riparare o forse perché proprio quest’ultima mi impedisce persino di cercare la pompa dell’aria per dare loro un po’ di pressione in più. Non importa, i fini copertoni tubolari, assolutamente inadatti per la grava, soffriranno di meno se non troppo duri. È una geniale scusa sufficiente per farmi partire senza rimorsi. A dire il vero potrei almeno sistemare il cambio che resta bloccato sulla penultima corona posteriore, quella prima della più piccola, dando maggior fatica alla pedalata e che mi impone di scendere anche solo alle brevi salite degli argini. Prendo il pane e prendo un po’ di carne: ultimo contatto con le persone prima di avviarmi verso le strade bianche sulla riva destra orografica del fiume.

Con racconti brillanti, raffinati, intensi, eleganti, limpidi, avvincenti, compiuti, di Luigina Battistutta, Matteo Bellotto, Devis Bonanni, Luca A. D’Agostino, Fabiana Dallavalle, Anna Dazzan, Paolo Forte, Nicolò Giraldi, Cristina Noacco, Giacomo Trevisan e la prefazione di Davide Papotti, in cui, sin dal magistrale incipit – I fiumi sono figure archetipiche dell’immaginario geografico socialmente condiviso. Depositari della risorsa liquida necessaria al sostentamento vitale, arterie di trasporto, fonti di approvvigionamento alimentare, i corsi d’acqua dolce sono una risorsa fondamentale per l’umanità. Lungo le loro sponde le comunità si sono preferenzialmente insediate nel corso della storia. Non troppo vicine (il fiume può essere assai pericoloso), ma mai troppo lontane. Ad una rispettosa distanza, in una intimità mai eccessiva. Una posizione così centrale nell’esistenza conduce inevitabilmente le società ad assegnare valori spirituali ai corsi d’acqua: basta leggere le pagine della Teogonia di Esiodo per comprendere come i fiumi (a maggior ragione nell’arida Grecia, in cui l’acqua è un bene prezioso e raro) fossero equiparati a divinità, abitati da esseri soprannaturali, dotati di un potere misterioso e insondabile. L’acqua dolce, con il suo potere detergente, non ha rappresentato soltanto il luogo di lavoro storico delle lavandaie e di tutti coloro che cercavano nell’elemento liquido la capacità di mondare le impurità, le macchie, la polvere, la sporcizia. Il potere lustrale è stato facilmente traslato in una dimensione etica e spirituale: l’acqua è diventata, nelle pratiche religiose, elemento purificatore, consacrazione di una benedizione, ingrediente per il battesimo… – si sottolinea il valore simbolico, storico, etico, economico, morale, sociale, culturale, politico, allegorico dei corsi d’acqua, la cui limitrofa presenza era, soprattutto in tempi antichi, alla stessa stregua della possibilità di arroccarsi in una posizione elevata tale da consentire la visione ampia d’insieme del panorama per difendersi dai nemici, condizione di enorme rilievo nella determinazione della scelta del luogo dove scavare le fondamenta di una nuova città, Locanda Tagliamento, di Bottega Errante Edizioni, indaga e declina in una caleidoscopica e interessante policromia la dimensione fluviale prendendo le mosse da un corso particolarmente evocativo, per ragioni pure linguistiche e belliche. In questo modo si tesse con maestria un arazzo accurato della condizione umana a partire dal suo legame con l’ambiente, non un semplice fondale, ma un vero e proprio protagonista, eroe, antieroe, antagonista e aiutante, in ossequio alle sempiterne regole della fabula. Da non perdere.

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