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“La dura legge di Baywatch”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Oggi ci sono Internet, Youporn e Pornhub, dove bastano un paio di clic e veniamo sommersi da video a luci rosse di tutti i tipi. In passato c’erano le videoteche, i sexy shop e i chioschi sorvegliati da edicolanti dallo sguardo vigile, con riviste e VHS piazzate in alto, là dove non potevamo vederle. Negli anni 90 recuperare materiale pornografico per vie ufficiali era missione quasi impossibile. Abbiamo dovuto in­ventarci delle alternative, trovare dei surrogati. Strategia numero uno (livello di difficoltà – basso): sfrut­tare i quotidiani e le riviste di cronaca rosa, disponibili un po’ ovunque e facilmente trafugabili. Abbiamo vissuto l’epoca delle grandi top model (Claudia Schiffer, Naomi Campbell, Cindy Crawford) e dei bellocci da copertina: i membri delle boyband, i nuovi talenti hollywoodiani come Brad Pitt e John­ny Depp. Non era poi così difficile trovare qualche foto in co­stume o pubblicità in intimo da strappare e raccogliere in una Wunderkammer dell’onanismo. Lo facevano anche Ben Stiller in Tutti pazzi per Mary e Jason Biggs in American Pie, e quei film sono stati girati tra il 1998 e il 1999. Un motivo ci sarà. Strategia numero due (livello di difficoltà – medio): procu­rarci un film contenente almeno una scena erotica e gustarci quei pochi secondi. Da una parte il telecomando e le dita della mano sinistra appoggiate ai tasti REW e PLAY; dall’altra una generosa porzione di fazzoletti. Qualche titolo: se Boogie Ni­ghts – L’altra Hollywood e Larry Flynt – Oltre lo scandalo (1997) hanno rappresentato per molti una prima finestra sul mondo del porno, Eyes Wide Shut (1999) è rimasto negli annali non solo per esser stato l’ultimo film girato da Stanley Kubrick, ma soprattutto per la scena di petting spinto tra Tom Cruise e (soprattutto) Nicole Kidman davanti a uno specchio. Tralasciando le pellicole erotiche di Tinto Brass (ne sono uscite cinque nel corso del decennio rivelando le forme, tra le altre, di Debora Caprioglio e Claudia Koll), doveroso citare la mitica scena dell’interrogatorio di Basic Instinct con Sharon Stone protagonista assoluta (e Michael Douglas lì a guardare). Altro nome importante del genere “thriller a sfondo sessuale” era quello di Demi Moore: in tre anni ci ha regalato le torbide vicende di sesso di Rivelazioni (ancora con Douglas, guarda un po’), Proposta indecente con Robert Redford e il discussissimo topless di Striptease (ancora ricordo il suo cachet: più di 12 milioni di dollari, all’epoca un record). Per chi è cresciuto con le serie televisive degli anni 90 bi­sogna pure annoverare Showgirls (1995) e l’irresistibile voglia di apprezzare le curve di Elizabeth Berkley che solo qualche anno prima interpretava la ragazzina acqua e sapone Jessie Spano in Bayside School. E non dimentichiamoci di Cruel Inten­tions – Prima regola non innamorarsi (1999), dove gli occhi erano tutti per l’ambigua e sensualissima Sarah Michelle Gellar (la protagonista di Buffy, l’ammazzavampiri). Bacio saffico incluso. Alla bisogna, poi, c’erano le pubblicità: lo spot del­la Campari con l’abito scucito di un’appena maggiorenne Charlize Theron (1993) o la sempre sudaticcia Megan Gale, protagonista verso la fine del decennio di torbide storie di spionaggio lungo le frontiere di un Paese non meglio identi­ficato per promuovere i primi telefonini marchiati Omnitel. Strategia numero tre (livello di difficoltà – alto): ricettare (o intercettare) materiale all’apparenza innocente, ma essen­zialmente pornografico. Sto parlando degli hentai, fumetti e cartoni animati erotici che sono stati importati e tradotti in italiano grazie alla diffusione di quella giappomania che ha infiammato la seconda metà del decennio. Si trovavano sulle bancarelle delle fiere del fumetto, con venditori (grazie al cie­lo) più complici degli edicolanti. Incassavano, imbustavano e guardavano da un’altra parte. Santi uomini. Portare merce del genere a casa era pericoloso, ma se fos­se stata intercettata dai nostri genitori avremmo comunque avuto la possibilità di giocarci la carta del «Ma è porno? Che schifo! Il venditore non me l’aveva detto, pensavo fosse un fumetto normale!». E ci voleva una bella faccia tosta, quando sulla copertina c’era una cameriera con una sesta di seno che strabordava dal reggipetto. Ma a volte funzionava. Strategia numero quattro (livello di difficoltà – altissimo): lasciarsi conquistare dagli annunci erotici intercettati sui canali locali nel cuore della notte e digitare il numero in sovraimpres­sione, salvo poi renderci conto che stavamo dilapidando l’e­redità familiare in cambio di una voce cavernosa che la tirava troppo per le lunghe. Ci voleva una bella tempra psicologica per resistere all’ansia dei giorni successivi, in attesa della bolletta del telefono che avrebbe riportato una spesa di 30 mila lire per un collegamento di quattro o cinque minuti con le isole Cayman. Strategia numero cinque (livello di difficoltà – estremo): intercettare (o ricettare) vero materiale pornografico.

Non avevamo non dico gli smartphone, ma nemmeno i cellulari. Guardavamo Friends. Non esisteva Netflix. Non c’era Amazon. Né Facebook, Twitter, Instagram e tutte le app che vi sovvengono alla mente. I poster in camera erano di Baggio, Giannini, Baresi. Il codice d’avviamento postale che tutti sapevamo a memoria era solo uno, quello di Beverly Hills. 90210. La moda era aberrante. Le canzoni pure. Non c’era Google. Non c’era Wikipedia. C’erano le cabine telefoniche. Nonostante tutto questo e molto altro però ce l’abbiamo fatta, tetragoni ai colpi di ventura (non Simona, però: non c’era nemmeno L’Isola dei famosi, all’epoca): è proprio vero, Mitridate re del Ponto insegna, ciò che non uccide rinforza. La dura legge di Baywatch. Tutto quello che avete amato negli anni ’90 (Booksalad), del giovanissimo Mattia Bertoldi, riprende la struttura di un librogame, ed è un viaggio nostalgico, irriverente, esilarante. Da non perdere.

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“Altrimenti lei muore”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Le 15:00. All’orizzonte si avvicinano le nuvole. Dopo che è stato caldo e soleggiato per giorni, ora sembra che presto pioverà. Se piovesse, pensa, se grandinasse o imperversasse una tempesta. Di certo lei non si muoverebbe da quel punto. Non importa quanto durerà, lei resterà su quella panchina in eterno. Finché non riavrà indietro sua figlia. Le 15:05. Le 15:10. Le 15:12. Lena si alza, cammina avanti e indietro davanti alla panchina, dà un calcio a qualche sassolino. Si tranquillizza pensando che alle 16:00 mancano ancora 48 minuti. Anche se l’attesa è logorante! Logorante come tutto quel che le è capitato negli ultimi tempi. Le 15:15. Squilla il cellulare. Il rumore la fa sussultare come una scarica elettrica. Fruga subito nella borsa. Portafoglio, rossetti, pastiglie per la tosse, chiavi e occhiali da sole vengono buttati a terra senza pensarci, fino a trovare il telefono. Spera, anzi prega che sia il rapitore di Emma. Un’occhiata al display. Un numero che non conosce. È come se il cuore le si fermasse un istante prima di ricominciare a scalpitare. «Pronto?» Si sforza di sembrare compassata. «Ciao, Lena» risponde una voce maschile. «Sono Martin». «Martin?» «Sì, Martin» ripete. «Ora non posso!» Lo sgrida, arrabbiandosi con se stessa per non aver memorizzato il suo numero il giorno prima. «Ti richiamo io» dice e riattacca. Rilancia in borsa il telefono frustrata. Poi si china per raccogliere gli oggetti sparpagliati per terra. Martin! Cosa vuole da lei proprio ora? Avrebbe dovuto spengere il cellulare! Però non sa se gli Schuster, se i rapitori, le telefoneranno. O se magari prima la osservano per un po’, dopo tutto dovrà aspettare lì un’ora. Forse i due vogliono assicurarsi che Lena sia sola. Prima di entrare in contatto con lei. Le 15:20. Lena si risiede sulla panca, stringe forte la borsa come fosse un salvagente.

Wiebke Lorenz, Altrimenti lei muore, Booksalad, traduzione di Elena Papaleo. Una delle più apprezzate autrici di thriller in terra tedesca torna in libreria con un nuovo romanzo, il settimo della sua produzione, che si fa sempre più solida, ampia, importante e convincente, grazie a una scrittura che oggettivamente costruisce insieme alla trama un connubio perfetto capace di mantenere alta la tensione aderendo perfettamente al genere e nello stesso momento con una spiccata propensione all’originalità. Lena è sposata. È incinta di otto mesi. C’è un incidente stradale. Il marito muore. La figlia nasce. Prende il nome di Emma. Dopo poche settimane scompare. Rapita. Deve fare quello che l’autore del sequestro le ordina. Altrimenti lei muore. E lei è sua figlia. E quella è la frase peggiore che si possa anche solo pensare di immaginare. Il mondo intorno a Lena sembra spalancarsi in una voragine nera, tutti coloro che la circondano paiono odiarla a morte, sua figlia è nelle mani di chissà chi. E lei non sa perché. Sa solo che deve andare avanti. Ma fino a che punto? Quanto può resistere? D’un tratto, poi, le si palesa dinnanzi agli occhi l’unica alternativa. La scelta… Mozzafiato.

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“Una mamma sui tacchi”

Una_mamma_sui_tacchi_di_Valeria_Angela_Conti-200x300.jpgdi Gabriele Ottaviani

«La parola “gestante” mi infastidisce». Lo interruppe lei, inviperita. La faceva sentire un contenitore. «Chissà come mai non ne sono affatto sorpreso». Ribatté lui, sempre con un sorriso ironico dipinto sul volto. L’infastidito tossicchiare di Lorenzo interruppe quel piccolo battibecco e i due si voltarono a guardarlo. «Quindi è tutto a posto?» Chiese, rivolgendosi al medico con fare sbrigativo. «Ho un appuntamento importante». Bianca lo fissò stralunata. A parte che non aveva nessun appuntamento, dal momento che avevano progettato di trascorrere il resto della serata insieme, era a dir poco sorpresa dal fatto che il marito liquidasse così in fretta quel momento che, almeno per lui, avrebbe dovuto essere così importante. Certo non si sarebbe aspettata lacrime di commozione che, anzi, probabilmente l’avrebbero fatta ridere, ma almeno un interesse più spiccato sì. Osservò attentamente i due uomini che si fronteggiavano. Erano entrambi bellissimi, su questo non c’era ombra di dubbio e, se lei non fosse stata incinta, coperta da un assurdo camice di carta monouso e innamorata persa di suo marito, probabilmente sarebbe saltata addosso a entrambi senza pensarci due volte. Si concentrò per un lungo istante su quello che provava per Lorenzo: c’erano i fermacarte, i fermacapelli, i fermaporta. Lui era il suo “fermacuore”. Perché le bastava immaginarlo tra la folla e il suo cuore si fermava, un attimo, un attimo soltanto, e poi riprendeva a battere più forte. Come quando si è sott’acqua e si trattiene il respiro, ma poi quando si riemerge si fa il respiro più lungo che c’è. Suo marito era tutto quel caleidoscopio di emozioni ingarbugliate che le ingarbugliava anche il cuore. Altro che bum bum bum del battito fetale. Sospirò. Di certo Lorenzo aveva tirato fuori la scusa dell’appuntamento perché si era scoperto geloso del bel medico e lei, quella sera, avrebbe avuto un bel da fare per convincerlo che invece non aveva alcun motivo di esserlo.

Una mamma sui tacchi, Valeria Angela Conti, Booksalad. Tecnicamente sono pantofole, carine quanto si vuole ma pur sempre pantofole, per Bianca, le scarpe senza stiletto. Qualcosa di molto simile a un’aberrazione vera e propria, qualcosa tutto sommato, pur con tutta la buona volontà, di abbastanza incomprensibile. Viceversa per lei quello che è il classico – o almeno uno dei classici – simbolo della femminilità è irrinunciabile, costi quel che costi. Solo che quando tuo marito ti confessa di volere un figlio e tu non desideri deluderlo, anche perché potrebbe sempre, sentendosi insoddisfatto, con tutto il bene, dopo un po’ volgere lo sguardo altrove (dopotutto è un essere umano anche lui, benché non porti i tacchi, appunto…) e magari incrociare, per esempio, quello di Elena, bella e seducente, le priorità, come del resto è giusto e sano che sia, cambiano. E così, tra varie peripezie, rapporti sessuali più o meno calendarizzati e acrobatici, suocere invadenti, sorelle acquisite tormentate, viaggi dall’esito imperfetto, nonché un ginecologo che pare la versione in carne e muscoli dei cartelloni pubblicitari di intimo sei per tre, Bianca vive la sua più importante avventura. Divertente.

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“Dai un morso a chi vuoi tu”

Cover_Morso_Coppola.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Ma no, non mi sembra uno geloso». «Allora? Puzza di bruciato? Di sudore? Non si lava?» «No, era più profumato di me». «E allora, che cosa può avere che non va? Oddio, no. Non dirmi che è gay e che non l’ha ancora capito». «Sandra, calmati. Non so se è gay, non credo, ma non è questo il problema». «E allora, qual è il problema?» «È… vegano». «Cosa?» «Sì, vegano. E pure celiaco». «Vegano». «Sai che significa?» «Che non mangia carne. E allora?» «Non solo carne. Nemmeno i derivati animali, come il latte e le uova». «E questa cosa a te che problemi crea?» «Be’, ieri quando siamo arrivati al bar per l’aperitivo, ho ordinato delle patatine fritte, e lui non le ha mangiate perché è vegano». «Ma le patate che c’entrano? Mica sono derivati animali!» «È quello che ho pensato pure io, e lui ha detto che le patate nei ristoranti vengono fritte nella sugna, e la sugna contiene grassi animali». «Non ci credo». «Allora ho chiesto al cameriere se le patatine erano state fritte nella sugna e lui mi ha risposto di no». «Ok, allora perché non le ha mangiate?» «Non solo non le ha mangiate, ha litigato con il cameriere e gli ha dato del bugiardo e del cospiratore contro i vegani». «Cosa?» «Sì, si è messo a urlare contro quel povero ragazzo. Che figura!» «Oddio. Magari era solo stressato, sai il lavoro… a volte capita». «Be’, sarà, ma ci ha fatto sbattere fuori». «Come?» «Esatto. Il cameriere era il figlio del proprietario del locale, e ci ha fatto buttare fuori dal padre».

(citazione tratta dal racconto di Linda Scaffidi Una carbonara di troppo)

Dai un morso a chi vuoi tu, Booksalad, a cura di Monica Coppola. Nove racconti. Nove ricette. Nove autrici. Arianna Berna, Carlotta Borasio, Valeria Angela Conti, Monica Coppola, Miriam GhezziDesy Icardi, Sarah Iles, Francesca Mogavero e Linda Scaffidi. Un unico indispensabile protagonista. L’amore. Per sé. Per gli altri. Bello. Fragile. Tenero. Disperato. Cattivo. Vero. Beffardo. Ferito. Calpestato. Negato. Dimenticato. La gola e il cuore sono legati, appartengono a una medesima dimensione, quella dell’accoglienza, della condivisione, della speranza. Una lettura veloce, facile, piacevole, per la quale l’aggettivo gustosa è decisamente appropriato.

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“Viola, vertigini e vaniglia”

violadi Gabriele Ottaviani

Con la musica ancora in testa sono a Favolandia in attesa dei focus group per testare il gradimento di Poldino. «Queste bozze non sono affatto male Viola.» Tancredi finalmente si è deciso ad analizzare con attenzione il mio lavoro. Tutto sembra andare per il meglio se non fosse che Emma non è qui con me. Dopo il concerto si è beccata un devastante virus di ceppo ignoto e ora vaga come un’anima in pena tra letto e bagno, deglutendo ettolitri di lattobacilli attivi. La sua silenziosa agonia è interrotta soltanto da coloriti sms onomatopeici con cui mi esplicita tutta la sua sofferenza. E quindi adesso dovrò cavarmela da sola. E dire che solo l’altro ieri era in forma smagliante, come una popstar illuminata dalle luci del palco. «Adesso non resta che procedere con i field-test per capire cosa ne pensano i bambini» continua Tancredi, impeccabile nel suo gessato. Sembra tornato all’antico splendore iniziale, se non fosse per quello sguardo, a tratti ancora assente. «Hai fatto un ottimo lavoro Viola» aggiunge con un tono incoraggiante. «Senti, a proposito della sera dell’aperitivo, ci tenevo a spiegarti che…» Ah ecco.

Viola, vertigini e vaniglia, Monica Coppola, Booksalad. Frizzante, semplice, normale, credibile, autentica, comune, e quindi straordinaria, l’eroina di questo romanzo. Che un giorno, inaspettatamente, ha l’occasione di poter cambiare la sua vita. Di fare quello che più le piace. Quello per cui è portata, il lavoro che sa fare, che le dà degli stimoli. E non c’è nulla di più gratificante che fare il lavoro per cui si è nati. Solo che, come sempre, la strada per il paradiso, o più modestamente per un po’ di serenità, è spinosa come e quanto un gomitolo di rovi. Avventure e disavventure ironiche e divertenti di una ragazza speciale, raccontate con grande freschezza. Da leggere.

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