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“La fabbrica di Pinocchio”

cover-bonannidi Gabriele Ottaviani

La caduta è il gran finale della commedia pinocchiesca, che ha il suo inizio nel lungo monologo in apertura del capitolo. Se non si capisce questo, se non si tengono assieme i due atti della stessa rappresentazione e si considera invece l’incontro col Serpente come il principio di una nuova avventura, non è possibile comprendere appieno il significato dell’episodio. Proprio questa arbitraria separazione, infatti, ha impedito anche ai più attenti lettori e commentatori di Pinocchio di capire fino in fondo la funzione del Serpente. Riprendiamo allora la vicenda dal suo cominciamento, che non a caso costituisce anche l’apertura del capitolo in cui si svolge tutta la vicenda…

La fabbrica di Pinocchio – Dalla fiaba all’illustrazione, l’immaginario di Collodi, Veronica Bonanni, Donzelli. Simbolo, emblema, quintessenza, icona, rappresentazione metaforica e allegorica di un’intera società, con i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi vizi e le sue virtù, la sua dote di malizia e quella di ingenuità, Pinocchio, catartico come un eroe tragico, è decisamente non solo un burattino che si fa fanciullo nato dall’amore e dalla solitudine di un umile artigiano, e che va alla ricerca del proprio posto in un mondo pieno di insidie, raccontate, descritte, palesate, cosicché si conoscano e possano essere evitate: è molto di più. Il pezzo di legno che è stato anche protagonista per lo zio Walt è solo la punta dell’iceberg di una produzione ampia e varia, dai molteplici livelli di lettura e dalle numerose chiavi d’interpretazione, quella di un autore raffinato come Collodi, di cui Veronica Bonanni ci restituisce un ritratto brillante e vivido.

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“L’adultera”

ADULTERA_laydi Erminio Fischetti

Fuori c’era il Duomo proprio come se l’aspettava, librato e sfumato nei vapori notturni. Dall’ingresso di Galleria, nonostante le luci e il variopinto lampeggiare al neon per la piazza, quella nebbiolina si isolava bianca e pura, un elemento a sé. Le era apparso così per tutto l’inverno. Di giorno, da vicino, trovava il Duomo massiccio e pesante, come calcato in uno stampo. Allora andava dietro all’odore. Conosceva certi angoli umidi sotto le pareti a picco, che a camminarci guardando in terra i ciottoli muschiosi, tra lo sterco biancastro impastato di piumette e coi piccioni alle gambe, dava l’idea di un sagrato campagnolo. Odore di campagna. Inconsciamente alzò la mano nel segno della croce, come usava dalle sue parti passando davanti alle chiese. Rimase a metà, si fermò alla bocca. Stava masticando senza accorgersene, era amaro e tolse lo stecco buttandolo via.

L’adultera (Elliot) è uno dei più noti romanzi di Laudomia Bonanni. Scrittrice dalle molteplici risorse che nel 1964 pubblicò questa breve opera che racchiude in sé tutte le contraddizioni della piccola classe borghese che stava assaporando, dopo anni di povertà e di miseria, i primi vantaggi di quel boom economico di cui si è a lungo parlato. Moltissimi elementi di questa storia, la cui protagonista Linda, come avverrà anche con il più tardivo Bambino di pietra, costruisce il ritratto già all’epoca di una condizione femminile insoddisfatta all’interno di una classe sociale come quella descritta che difficilmente aveva prima di allora raccontato in questi termini delle donne. In questo ritratto vengono mescolati la donna alla città, o meglio a due città fra loro molto diverse: Milano e Napoli. Sono gli anni della migrazione interna, della industrializzazione massiccia del Nord e dell’abbandono del Sud, sono gli anni in cui viene alla luce e si consolida il talento di scrittrici rimaste per lo più in ombra negli anni del fascismo: Alba de Cèspedes, Fausta Cialente, Fiora Vincenti, Lea Quaretti, Laura De Falco, Natalia Ginzburg, Anna Banti, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, Livia De Stefani, Lalla Romano, più avanti Rosetta Loy, Francesca Sanvitale, Gina Lagorio. Sono anni nei quali si costruisce, in tutti i sensi, tanto. Si costruiscono le case come ricorderanno Zavattini e De Sica con il film Il tetto, ma sono anche gli anni dell’introspezione psicologica, del dolore intimo, che è entrato a buon diritto come elemento del racconto dopo quello fisico e della morte del romanzo sulla Resistenza che aveva colmato l’urgenza degli anni successivi al conflitto. In centoventi pagine Laudomia Bonanni mette in scena la nostra Italia con una scrittura molto moderna, ricca, fluida e meravigliosa. Narra della sua attualità, lei perfetta elzevirista, oltre che maestra elementare e assistente sociale. Nata nel 1907 e morta nel 2002 il Novecento l’ha cavalcato tutto, come donna e come scrittrice, attraverso una produzione ricca e interessante della quale finora troppo poco la critica e il mondo dell’editoria ha contribuito a recuperare.

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