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“Black Blues”

di Gabriele Ottaviani

Gli ho teso una mano, ed ecco il risultato…

Black Blues, Attica Locke, Bompiani, traduzione di Alessandra Padoan. Levi, nove anni, figlio di un membro della Fratellanza Ariana del Texas, in carcere per l’omicidio di un afroamericano, è sulla vecchia barca del nonno tra la lussureggiante vegetazione di una selvaggia palude quando scompare. Del caso si occupa un valido ranger, che però, avendo la pelle nera, non è certo al sicuro a Hopetown: ambientato nel duemilasedici, sembra, purtroppo, scritto domani. Romanzo lirico e tragico, vibrante, potente, travolgente, emozionante, duro e doloroso, affronta tematiche di stringente attualità e pone brucianti interrogativi.

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“Una giornata”

di Gabriele Ottaviani

Non avrei voluto darle questa spiacevole notizia, ma è bene che lei sappia cosa sta accadendo alle sue spalle…

Una giornata, Alain Elkann, Bompiani. Con Delaunay in copertina verrebbe da dire che piaccia vincere facile, e in effetti l’immagine è a dir poco meravigliosa. Ma splendida è anche la prosa, come sempre raffinata e misurata, di Elkann, che racconta ventiquattr’ore cruciali nell’esistenza di un uomo ambizioso ma annoiato e un po’ imbolsito, un direttore di museo che la cappa dell’umido maggio parigino pare opprimere più pesantemente che mai, mentre riflette sulle sue relazioni concluse, si interroga sulla sua salute e teme che il declino, da ogni punto di vista, sia prossimo. Inoltre, sessantottenne, non troppo lontano dalla pensione, parrebbe essere invece sul punto di fallire, per colpe non sue, l’ingresso all’Accademia… Elegante e intrigante.

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“Stagione di uragani”

di Gabriele Ottaviani

Lei non si sarebbe fatta infinocchiare dagli uomini, che non avrebbe mai ceduto ai loro raggiri, alle porcate che fanno alle donne per rovinarle, e la notte, quando piangeva in silenzio nel letto, pensava che dentro di lei doveva esserci davvero qualcosa di brutto, un marciume immondo che la faceva godere nel fare le cose che lei e Pepe facevano insieme, specie nei giorni in cui lui faceva il terzo turno in fabbrica e rientrava a casa al mattino, subito dopo che la madre di Norma era uscita, ed entrava in cucina e interrompeva le faccende domestiche di Norma e se la portava sul letto grande, quello dove dormivano lui e sua madre, e la spogliava nuda anche se lei non s’era ancora lavata, e la faceva sdraiare sulle lenzuola gelate, tremante di freddo ed eccitazione, e la copriva con il proprio corpo nudo e la stringeva al suo petto muscoloso e la baciava sulla bocca con una bramosia che a Norma risultava al contempo attraente e ripugnante, ma il segreto era non pensare; non pensare a niente mentre lui le stringeva i seni e glieli succhiava; non pensare a niente quando Pepe le montava sopra e con l’uccello lubrificato con la saliva allargava quel buco che lui stesso aveva aperto con le dita, quelle volte che guardavano la tele sotto le coperte. Perché prima di Pepe lì sotto non esisteva niente, solo pieghe della pelle da dove usciva il getto di orina quando si sedeva sulla tazza del gabinetto, e poi l’altro buco da dove usciva la cacca, ovviamente, ma chissà come e con quali artifici Pepe aveva fatto in modo che se ne aprisse un altro, un buco che, con il tempo e grazie alle dita callose di Pepe e alla punta della sua lingua, s’era allargato abbastanza da poter ospitare per intero il membro del patrigno, fino in fondo, diceva lui, fino al culmine, come doveva essere, come Norma si meritava, come lei stessa aveva chiesto in silenzio da anni, o no? Perché c’era pur sempre quel bacio che lei gli aveva dato, la prova che era stata lei a cominciare tutto questo; era stata lei ad aver sedotto lui, pregandolo con gli occhi; lei, che sul letto si dimenava voluttuosa e s’infilava dentro da sola il suo cazzo duro, come una disperata, come una posseduta, ansiosa di ricevere il suo getto. E infatti dentro di lei veniva quasi subito: era troppo carina, ancora così stretta, e così tenera tra le sue braccia. Ma se si vedeva fin da piccola quant’era focosa, che diamine; si capiva subito che sarebbe diventata una macchina da scopate, per la maniera in cui muoveva le chiappette camminando, e il modo di guardarlo, e per come gli stava sempre attaccata, non lo mollava mai, e lo sbirciava quando faceva i suoi esercizi o quando si spogliava per fare la doccia, con quel sorrisetto malizioso che non era da bambina ma da donna sensuale, una donna che sarebbe stata sua, prima o poi sarebbe stata sua, anche se prima avrebbe dovuto prepararla, non è vero? Educandola, insegnandole, abituarla poco alla volta per non farle male; lui non era un animale, anzi; lui le dava soltanto ciò che lei chiedeva; una carezza piacevole, una toccatina, un massaggino su quelle tettine che cominciavano a gonfiarsi grazie al contatto quotidiano con le sue dita, quei capezzoli che diventano succulenti già dopo qualche bella succhiatina, e il triangolino fra le gambe che si bagna ben benino a forza di sfregare nel punto giusto, l’ostrichina che a lui piace tanto succhiare, finché arriva il momento in cui l’uccello entra da solo e non fa male, anzi: è Norma stessa che lo chiede, è il suo corpo che lo reclama. Perché se non fossi tu a chiedermelo, Norma, il mio cazzo non entrerebbe tutto dentro, lo vedi? Se non ti piacesse quello che ti faccio, non saresti così bagnata. E mentre il patrigno le diceva tutto questo all’orecchio, Norma si mordeva le labbra e concentrava tutte le sue forze per tenere il ritmo forsennato del bacino, perché più si agitava e prima Pepe veniva e allora lei poteva accoccolarsi nell’incavo della sua ascella mentre lui l’abbracciava e la cullava e la baciava sulla fronte e a quel punto l’uccello gli si rizzava di nuovo. Era il momento che Norma aspettava: quando poteva chiudere gli occhi e incollare il suo corpo nudo a quello di Pepe e dimenticare…

Stagione di uragani, Fernanda Melchor, Bompiani, traduzione di Pino Cacucci. La Matosa è nel mezzo del niente, in Messico, là dove la vita è scabra come una zolla riarsa, là dove la violenza e la morte ti si incastrano in gola come polvere fino a farti lacrimare e soffocare, là dove comunque non cessa di tentare di germogliare la speranza, là dove la realtà disturbante incontra la sensualità torbida della magia: Fernanda Melchor dipinge con l’intensità di un quadro di Frida Kahlo una commedia umana detonante. Impeccabile, imperdibile, imprescindibile.

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“La notte si avvicina”

di Gabriele Ottaviani

Perché dovrebbe uccidersi, infine?

La notte si avvicina, Loredana Lipperini, Bompiani. Conduttrice radiofonica, critica, giornalista, scrittrice, intellettuale, fra le prime storiche voci di Radio Radicale, Loredana Lipperini dà alle stampe un romanzo intenso e coinvolgente, gravido d’emozione e privo di retorica, iniziato a scrivere anni fa a Lampedusa, terra di confine, conflitto e contatto, ben prima che adesso tutti noi corressimo il rischio di diventare isole senza più abbracci: declinando al femminile in una polifonia policroma di voci il tema della malattia, in tutte le sfumature immaginabili, l’autrice regala al lettore l’esperienza simbolica e straniante assieme dell’agnizione di una recuperata consapevolezza. Da leggere.

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“Come si fa”

di Gabriele Ottaviani

Una patata non attraversa l’atmosfera, un’automobile forse in piccola parte, la Rupe dei Re sì…

Come si fa – Consigli scientifici assurdi per problemi comuni della vita quotidiana, Randall Munroe, Bompiani, traduzione di Daniele A. Gewurz. La scienza è dappertutto, un broccolo romanesco, in fondo, non è che un frattale che ripete un gran numero di volte l’omotetia che lo contraddistingue, disegnando nello spazio una figura bellissima: divulgarla, però, non è facile, anche perché spesso non si può prescindere dal tecnico, che ha un suo lessico specifico e complesso, e poiché sovente, a scuola, manca persino la carta igienica, figuriamoci se possono esserci dei laboratori degni di questo nome. Randall – che non è l’ottimo protagonista dell’ottimo This Is Us – Munroe scrive pertanto un testo necessario, sorprendente, istruttivo e divertente. Da non farsi scappare, per tutti.

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“Casa Lampedusa”

di Gabriele Ottaviani

Accadde la settimana della disfatta di Caporetto…

Casa Lampedusa, Steven Price, Bompiani, traduzione di Piernicola D’Ortona e Maristella Notaristefano. Gennaio, mattina, Palermo, la seconda guerra mondiale è finita da poco, le ferite che ha inferto sul corpo della città ancora sanguinano: a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fortissimo tabagista, viene diagnosticato un grave enfisema, e mentre si reca a incontrare suo cugino d’un tratto ha la consapevolezza che il tempo, dittatore feroce che tutto erode, gioca contro di lui. Non farà in tempo a vedere pubblicato il suo capolavoro, solo a vederlo rifiutato da vari, decisamente poco lungimiranti, editori: questo, però, è il racconto dei suoi ultimi, intensissimi, malinconici anni. Sublime come una regia di Visconti o i costumi di Piero Tosi.

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“Charcoal Joe”

di Gabriele Ottaviani

Si sedettero l’uno di fronte all’altro e misero i gomiti in posizione. Poi unirono le mani e si sfidarono con lo sguardo…

Charcoal Joe – Un’indagine di Easy Rawlins, Walter Mosley, Bompiani, traduzione di Fabrizio Coppola. Siamo a maggio, ma non è quello di Parigi, benché l’anno sia lo stesso, il millenovecentosessantotto, né quello selvaggio di Albinati che ha dato alle stampe l’immersiva esperienza di dodici mesi da insegnante dietro le sbarre, bensì nella calda stagione in boccio losangelina, nella quale un veterano riesce finalmente, dopo anni come detective privato, ad aprire la propria agenzia investigativa, e si trova subito alle prese con un caso spinosissimo, poiché un vecchio amico gli chiede di incontrare un detenuto convinto dell’innocenza del figlio di una persona a lui cara, un giovane e brillante laureato in fisica trovato sul luogo di un duplice omicidio. Si dà il caso che le vittime siano bianche, l’accusato sia nero, il detective pure, le tensioni razziali siano esplosive e il detenuto sia noto a tutti come Charcoal Joe… Brillante, intrigante, ben scritto, ben caratterizzato, ben congegnato: da leggere, rileggere  e far leggere.

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“Nella quiete del tempo”

di Gabriele Ottaviani

L’Annegato era mosso dalla curiosità…

Nella quiete del tempo, Olga Tokarczuk, Bompiani. Traduzione di Raffaella Belletti. La Collina dei Maggiolini è una delle alture che caratterizzano il panorama di Prawiek, luogo al tempo stesso fuori da tutto e al centro dell’universo, protetto da quattro arcangeli, percorso dai fiumi Bianca e Nera e connotato dal procedere lento e neghittoso di attività rituali, l’ambiente in cui si dipanano le vicende di una comunità in cui ogni dettaglio è la rappresentazione simbolica di una tipologia di viventi: la commedia umana messa in scena con sapienza dal premio Nobel del duemiladiciotto è un vivido e sapido affresco della condizione esistenziale. Lieve e sublime.

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“M – L’uomo della provvidenza”

di Gabriele Ottaviani

A petto di quel corpo denudato, nessun argomento è più lecito, nessun ragionamento, nessuna obiezione, nessuna giustizia, legge, giurisprudenza, nessun appello alla divina provvidenza, alla umana pietà, alla clemenza. Al popolo non resta che adorare. Adorare quel corpo, o straziarlo. Quel corpo è un evento, crea da sé la propria drammaturgia, divide il tempo in un prima e in un dopo. I contadini, maschi e femmine, congregati a centinaia attorno a quel torso nudo, pur avendo tutti un corpo, e in ragione di ciò, sono entusiasti, riluttanti, sgomenti. Da questo momento in avanti, lo presentono oscuramente, il potere irradierà da quel corpo, da quel corpo e da nessuna altra fonte, sino alla dedizione fervente, o alla carneficina. L’uomo che fu Benito Mussolini, e che adesso è una particola sacra del suo stesso corpo – ventre, torace, spalle, braccia, mani, schiena –, preparandosi a trebbiare il grano in un qualche agro romano, a separare la granella dalla paglia e dalla pula in mezzo a una folla di lavoratori della terra, li fa suoi, li possiede e ne è posseduto, si stende su di loro, con atto di copula sessuale e di gesto medicamentoso, pelle contro pelle, corpo su corpo, al tempo stesso penetrazione ed escrescenza, fallo eretto e tessuto cicatriziale ipertrofico a rimarginare le ferite aperte della nazione. La mietitura è compiuta. La gloria, il suo splendore, sono una qualità della luce. La falcidia delle spighe, mischiando simboli di vita e di morte in un unico emblema, è già avvenuta. La battaglia del grano – questa la promessa formulata da quel corpo nudo – si combatterà su di un campo da cui sarà bandito ogni inganno, ogni oscurità, ogni equivoco, su cui saranno dimenticati i secoli di solitudine, d’angoscia, d’inconcludenza, le ere glaciali del nostro scontento, le epopee della miseria, le apocalissi svuotate di ogni rivelazione. Ora inizia un’altra età degli eroi…

M – L’uomo della provvidenza, Antonio Scurati, Bompiani. Di questi tempi ci sono dei mentecatti che parlano di dittatura sanitaria perché viene chiesto a ognuno di proteggere sé e gli altri dalla pandemia mettendo sul viso una mascherina, cosa che per inciso, per molti, è un gran vantaggio. Scurati ci riporta al tempo della dittatura vera, quella per cui se non eri d’accordo potevi essere purgato, mandato al confino o fatto secco: il vincitore del premio Strega continua la sua esegesi della figura di Benito Mussolini con la seconda puntata del romanzo d’Italia, paese fascista bramoso di rivalsa in cerca d’un uomo forte che risolva i problemi al posto suo, con una prosa ampia, solida, maiuscola e magnetica, ricca di livelli di lettura, suggestioni, citazioni, riferimenti, chiavi d’interpretazione.

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“Favola del castello senza tempo”

di Gabriele Ottaviani

“Bene,” disse. “Che devo fare?” La voce rispose: “Quello che io non ho saputo: entrare, parlare coi prigionieri e incoraggiarli all’evasione.” “Guidami,” fece Dino spavaldamente. Atropo s’involò per il bosco, precedendo il ragazzo e incitandolo senza dargli modo di riprendere lena un momento. Finalmente giunsero a un luogo aperto, da cui si poteva vedere sorgere, sulla linea orientale dell’orizzonte, la sagoma d’un immenso edificio d’oro. “Rivelami a questo punto le tre parole,” supplicò Dino, e Atropo: “Cugnu, Cutugnu, Bacalanzìcula,” disse, e si volse indietro, riparò fra le chiome degli alberi; non senza prima averlo da lontano ammonito: “Grida il mio nome, se avrai bisogno. Ti udrò dovunque tu sia.” Cammina cammina, Dino giunse alla porta della gran torre, dove la mole d’un gigantesco guardiano ingombrava tutto lo spazio fra stipite e stipite.

Favola del castello senza tempo, Gesualdo Bufalino, Bompiani, illustrazioni di Lucia Scuderi. Personaggio unico scoperto da Leonardo Sciascia e dalla geniale Elvira Sellerio, cui per galanteria non seppe né volle dire di no quando gli chiese un manoscritto da pubblicare, inimitabile, inconfondibile, stranissimo e bizzarro, magnetico e intrigante, colto eppure capace di essere popolare nonostante, o forse proprio per, la fatica del suo scrivere, che riproduce il peregrinare dell’essere umano in cerca, inesausto, del suo posto nel mondo, Gesualdo Bufalino, che ha descritto come nessun altro mai la fragilità parlando d’un cuore di carta velina, che sanguina per niente, come la pelle dei vecchi, qui, tra Kafka, Borges e Buzzati dà vita a una fiaba nera allegorica adatta a tutti, la storia di Dino che inseguendo una farfalla che porta un teschio sul dorso si addentra nel fitto d’una selva e… Imperdibile.

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