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“Dimenticare nostro padre”

61-7wqJBHxL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

2’ 40” dei 3’ di recupero. Totti da centrocampo di sinistro apre sulla fascia, un lancio di venti metri, per Grosso che lascia correre il pallone oltre se stesso e Bresciano, poi lo controlla e si accentra. Prendendo Bresciano in contropiede con il sinistro sposta la palla verso la destra e l’australiano gli crolla alle spalle dopo un goffo tentativo di fermarlo. Grosso entra in area, verso la porta, Neill arriva in scivolata, lui sterza così come ha fatto prima. La palla passa, Grosso viene preso dal difensore, o cade una volta che il difensore gli è addosso, cioè inciampa involontariamente: a chi ha una maglietta azzurra o un tricolore sulle spalle non interessa cosa sia successo davvero: la verità è partigiana. L’arbitro fischia il calcio di rigore contro l’Australia. 92’ 52”. Ragazzi basta io voglio giocare nel nostro campo. Quindi cosa pensi di fare? Un’idea ce l’ho. Non fare stupidaggini, abbiamo già rischiato troppo con le albicocche. State tranquilli. Dicci cosa pensi di fare. No, ve lo faccio vedere. Sul serio, cosa vuoi fare? Non ve lo posso dire. Non fare cazzate. Ho detto che non faccio cazzate! Sembri sul punto di farne una. Madonna quanto sei peso. Non sono peso, voglio solo che la situazione non peggiori, come ti ho detto loro hanno il diritto di giocare qui. Smettila con questa cazzata. È un campo da calcio, non da cricket. E che c’entra? Nei campi da calcio si gioca a calcio, nei campi da cricket si gioca a cricket. Zanna si alzò da sotto l’albero e si avviò in mezzo al campo, passò tra di loro che non se ne interessarono granché, solo due gli diedero un’occhiata. Poi raggiunse la zona dove parcheggiavamo le biciclette, si abbassò e tornò indietro. Mentre ci raggiungeva si lanciava da una mano all’altra un sasso bianco, lisciato dalla pioggia, dalle automobili che erano passate di lì e dai copertoni delle nostre biciclette. Quando giunse da noi allungò la mano e ce lo mostrò. Noi non capimmo. Cosa vuoi fare? Sbattetemelo sulla testa. Ma tu sei matto! Sbattetemelo sulla testa, dài. Neanche per sogno. Ve lo chiedo per piacere. Tu sei scemo, ti spacchi la testa. Ma non dire cazzate, basta non sbatterlo troppo forte. Non c’è dubbio…

Dimenticare nostro padre, Francesco Bolognesi, 66thand2nd. Fino a che punto noi siamo noi? Fino a che punto noi siamo quel che siamo? Fino a che punto scegliamo liberamente di essere quel che vogliamo? E quando, come, perché accade questo? E in che misura viceversa noi siamo il frutto della terra in cui siamo cresciuti, delle tradizioni che ci sono state proposte e imposte, degli insegnamenti che abbiamo ricevuto, degli esempi in cui ci siamo imbattuti? Come si costruisce un’identità? Ed è davvero così importante distinguersi? In fondo, benché unici, insostituibili e irripetibili, non siamo anche tutti uguali, con le stesse esigenze, le medesime speranze, uguali desideri e identici terrori? Nell’afosa e puntuta – le zanzare, si sa, non lesinano in generose attenzioni – estate emiliana del duemilasei, quella del cielo azzurro sopra Berlino, gruppi di ragazzi di diverse origini si fronteggiano, assaporano l’agrodolce gusto della perdita dell’innocenza, crescono, celebrano riti di passaggio, si tuffano in una realtà il cui volto talvolta non è bello, ma non si può fare a meno di guardarlo. Francesco Bolognesi ha scritto il libro che avremmo voluto saper scrivere, e che non vedevamo l’ora di leggere.

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