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“Tewje il lattaio”

di Gabriele Ottaviani

Io non sono un ragazzo di diciotto anni, io non cerco la mia mamma, e io so bene chi siete voi…

Tewje il lattaio, Sholem Aleichem, Bollati Boringhieri. Traduzione di Lina Lattes. Tre Oscar, due Golden Globe e un David di Donatello: questi sono solo alcuni dei premi che a livello internazionale nel millenovecentosettantadue si aggiudicò Il violinista sul tetto, il film di Norman Jewison con Topol tratto da un celeberrimo musical di Broadway a sua volta ispirato da questo romanzo pubblicato per la prima volta nel milleottocentonovantaquattro: nel villaggio di Anatevka, un tipico shtetl dell’Ucraina all’epoca ancora parte integrante dell’impero russo, un povero lattaio ebreo è alle prese con il matrimonio di tre delle sue cinque figlie, e… Maestosa allegoria della condizione umana, si legge in un baleno ma si annida nel cuore per sempre. Poetico e delicatissimo.

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“L’agente segreto”

di Gabriele Ottaviani

I morti sono avulsi, sono come estratti dalla nostra dimensione…

L’agente segreto, Andrea Ferrari, Bollati Boringhieri. Indiscutibilmente bello sin dalla copertina, lieve ma assai profondo, fruibile, leggibile, affascinante, adatto a tutti e dal ritmo irrefrenabile, piacevole e gustoso, fresco e gradevole come l’acqua per chi ha sete, appagante e compiuto, questo raffinato volume racconta la storia di un uomo, un agente segreto non più giovanissimo e dall’aria stropicciata e disillusa, cui viene dato l’ordine di attendere, in un piccolo albergo sulla costa sufficientemente male in arnese, al di là delle apparenze, e popolato dalla più varia umanità, che non manca di stimolare la sua curiosità, una lettera contenente le istruzioni relative alla missione da compiere. Ma… Una delizia.

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“L’istante largo”

sara-fruner-listante-largo-9788833934464-355x540di Gabriele Ottaviani

Non ho tempo di pensare oltre…

L’istante largo, Sara Fruner, Bollati Boringhieri. Suggestivo sin dalla copertina, ricchissimo di citazioni, riferimenti, chiavi di lettura e livelli d’interpretazione, lo scritto di Sara Fruner indaga con rara grazia la storia di Macondo, che ha quindici anni, una vivacità intellettuale e passionale come si possiede solo a quell’età, in cui si è di continuo sugli altari e nella polvere, inflessibili giudici – i peggiori possibili – di sé, medesimi e inesperti d’ogni cosa, e un’irrefrenabile curiosità in merito alle sue radici. Un segreto, però, che la nonna, un’artista cilena anticonformista e fuori dal comune, ha promesso di rivelargli solo al compimento dei diciott’anni. Che a Macondo sembrano lontani più dell’infinito. E così, nel frattempo… Impeccabile e imperdibile, maestoso e dolcissimo. Menzione speciale per la copertina, un’opera d’arte.

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“L’incanto del pesce luna”

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Stremati dallo sforzo, i due si stringono avvicinando le teste…

L’incanto del pesce luna, Ade Zeno, Bollati Boringhieri. Nella sala del commiato del cimitero monumentale sovente vengono celebrate anche esequie laiche: in queste particolari occasioni è Gonzalo a occuparsi di ogni sorta di necessità. In una dozzina di anni passati al Tempio Crematorio ha preso parte, perlopiù presiedendoli, con estrema e riconosciuta professionalità, a migliaia di riti. Sposato con Gloria, conosciuta fra i banchi dell’università, ha una figlia amatissima. Che un brutto giorno, all’età di soli otto anni, per colpa di una misteriosa malattia cade in uno stato di coma profondo. Stavolta la morte sembra essere avvinta al destino di Gonzalo come l’edera a un muro che fa di tutto per non cedere al gravoso onere di quest’ultima: padre e figlia iniziano dunque a instaurare un dialogo diverso da quello a cui erano abituati fino a poco tempo prima, e… Allegorico, potente, deflagrante, filosofico: da leggere, rileggere, far leggere.

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“Nessuno rivede Itaca”

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Tuo nonno per me è sempre stato un mito, Greta…

Nessuno rivede Itaca, Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri. Scrittore e saggista, consulente editoriale, docente universitario e molto altro ancora, Adriano Bon, che ha scelto il nome di un personaggio di Musil come sua fittizia identità, scrive benissimo: ma questa non è certo una novità, lo sanno tutti e da anni, ne sono pienamente consapevoli i suoi lettori, che si immergono con gioia nei meandri della Milano del commissario Melis o nelle cornici storiche dei gialli che vedono come protagonista Neron Vukcic, ne sono edotti i critici. Certe verità, però, è bene che siano ribadite, perché nulla è più prezioso della memoria: che è uno dei molti, profondi e assai ben delineati temi al centro di Nessuno rivede Itaca, lettura dalla quale è arduo staccarsi, e che è un peccato termini presto. La storia, raffinata, elegante, filosofica, caleidoscopica, simbolica e ammaliante, è quella di un musicista che poco dopo il compimento del suo mezzo secolo di vita riceve in regalo una strana eredità da un amico dei suoi genitori, uno scrittore nato trent’anni prima di lui e morto da poco in circostante tragiche: una scatola di foto e cartoline e una chiavetta su cui è inciso un lungo messaggio, una vera e propria meditazione sul senso della vita. Come questo libro, formidabile.

 

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“Non è vero che non siamo stati felici”

salvatoridi Gabriele Ottaviani

Ci sono dentisti bravi a fare l’anestesia, non senti nulla, ma ce ne sono altri che hanno le zampe di un rinoceronte, eppure entrambi vogliono toglierti il dolore. Anche essere una figliola è difficile, sai mamma, a volte si vorrebbe, ma poi le zampe sono quelle che sono e si fa male. Me lo dico ogni qualvolta vedo i miei figlioli che mi guardano urlare, poveracci. Quando scandisco quelle loro sillabe perché vorrei che mi ascoltassero e invece cercano di non sentirmi, neanche. Quando dico loro di fare certe cose perché vorrei che imparassero a farle, Levatevi le scarpe, Togliete gli zaini da terra, invece eseguono soltanto per non sentirmi alzare il volume della voce. Nemmeno io vorrei ascoltarmi, li capisco. Nemo si stupiva che parlassi così spesso di te, io no. Il poco di buono che ho fatto finora l’ho fatto come mamma perché ho avuto te alle spalle e ogni giorno te ne ringrazio, sai. Non ti ho avuto al fianco come avrei voluto, durante l’era dello scarafaggio mi avresti aiutato ad aprire gli occhi, ma almeno mi sei stata alle spalle. Come va avanti il film te lo dico appena lo vedo, che forse se penso che sei curiosa di vedere cosa succede dopo, magari ce la faccio anche a vederlo fino in fondo, senza fare troppi piagnistei. Ah, il titolo lo scrivo in silenzio perché certe frasi mi fanno male quando le sento a voce alta, se accadono invece sottovoce il male riesce a fermarsi dietro ai denti e lo sento meno. Come quando arriva la puntura dell’anestesia e respiro col naso. Bisogna far succedere qualcosa altrove per distrarsi dal dolore. Sono le frasi che andavano dette prima, quelle che ormai è troppo tardi per dirle e per questo fanno male, perché se nessuno le sente rimangono incastrate dentro e dentro c’è poco spazio. Però nel momento in cui le scrivo fanno due passi fuori, anche se poi rientrano perché non ti raggiungono, ma almeno hanno preso aria nella stanza e per un attimo…

Non è vero che non siamo stati felici, Irene Salvatori, Bollati Boringhieri. Dio non poteva essere dappertutto. Per questo ha inventato le madri. Così recita un detto. Veridico, come solo i motti sanno essere. Non si smette mai di essere figli, nemmeno quando si è genitori a propria volta. Non si smette mai di essere madri, nemmeno quando i figli non ci sono più. Nemmeno quando si muore. Una madre è per sempre, altro che i diamanti, che sono solo carbonio che ha fatto carriera. Ed è proprio quando si ha prole che si ha più bisogno della mamma. Ma se il destino l’ha fatta scivolare nella stanza accanto, come dice la poesia? Come si fa? Se non si può guardarla negli occhi, come si fa a chiederle aiuto? Beh, scrivendole. La più bella lettera d’amore possibile: è questo Non è vero che non siamo stati felici, esordio maiuscolo di una scrittrice che racconta il quotidiano. Sdrucciolevole, caotico, imperfetto, umano, tenerissimo: da non perdere.

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“Binario sette”

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Se non altro sposò un buon partito…

Binario sette, Louise Doughty, Bollati Boringhieri. Traduzione di Manuela Faimali. Lisa non sa perché si trovi lì. È notte. È buio. Fa freddo. È in una stazione. È di fronte al binario sette. Quello dove sa di essere morta. Tirata sotto da un treno. Mentre è là, determinata a capire cosa stia accadendo, assiste a un altro investimento. Un incidente. O presunto tale. E comincia a ricordare. In primo luogo il fidanzato. Matthew. Un medico. È affascinante. È premuroso. È quello giusto. Tutti lo adorano. Ma… Devastante immersione nel gorgo dell’abuso, è un capolavoro mozzafiato. Geniale, terribile, sublime.

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“Molto mossi gli altri mari”

51NwoSkGctL._SX328_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Una tempesta si arrampica da sud…

Molto mossi gli altri mari, Francesco Longo, Bollati Boringhieri. Tra la mattina del trentuno di agosto e la sera del primo di settembre l’intervallo di tempo è breve assai, ma se del resto per innamorarsi basta un’ora, come dice una celeberrima canzone (anche meno, in verità, specie se in quel momento della vita sui sentimenti ci si è messa sopra non una pietra, ma direttamente tutta Stonehenge, o almeno questo è quel che ci si racconta…), il fatto che i due estremi del periodo siano prossimi fra loro non è una garanzia del fatto che in quel mentre non possa accadere alcunché di significativo, anzi. Il promontorio, selvaggio e cupo, domina la Baia di Santa Virginia, uno spazio dove, con buona pace dei gabbiani cardarelliani, sembra possibile che possano nidificare solo il rimpianto e l’attesa. Delle onde. E dell’amore. Vagheggiato, temuto, respinto, soffocato, perso, ritrovato, ruggente e sfuggente… Personaggi, situazioni e ambienti sono caratterizzati con efficacia e grazia, crescere è una impervia e illuminante scalata durante la quale ci si ferisce e ci si disinfetta con acqua e sale, la prosa è empatica e potente: da non perdere.

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“Sunfall”

81LBKZLvQ8L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era tutto troppo pazzesco per essere preso sul serio.

Sunfall, Jim Al-Khalili, Bollati Boringhieri, traduzione di Carlo Prosperi. Sembra fantascienza, ma purtroppo il rischio pare essere tragicamente reale e prossimo. E se lo dice lui, che è un fisico quantistico, tocca crederci, è evidente, e dunque prestare attenzione alle sue parole: per inciso, non è difficile farlo, anzi, è un vero e proprio piacere, visto che la sua prosa è a dir poco magnifica. È il duemilaquarantuno, la terra è fuori controllo, il campo magnetico che la protegge è debole, masse coronali in gran quantità emesse dal sole colpiranno l’atomo opaco del male di pascoliana memoria, in Nuova Zelanda un’aurora australe, che dovrebbe essere rivolta a sud, appare invece a nord, un uragano devasta un’isola delle Bahamas, i satelliti di comunicazione danno i numeri, tanto che un aereo in atterraggio, in India, si schianta, una ristretta compagine di scienziati si dà alacremente da fare, ma… Da leggere.

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“Polvere d’agosto”

71-YOsdXL7L._AC_UL436_di Gabriele Ottaviani

L’affare si ingrossa, pensò Chicco. Il giamaicano allargò le cosce.

Polvere d’agosto, Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri. Torna in libreria, con una nuova avventura, elegante sin dall’accattivante veste grafica, il commissario Norberto Melis, protagonista di una serie di fortunati – tredici, con questo – romanzi gialli (originali e al tempo classici, dalle atmosfere vagamente e neghittosamente, cambiando quel che dev’essere cambiato, scerbanenchiane, ambientati, tra il rapimento Moro e il collasso della prima repubblica, sfascio completo d’un intero sistema valoriale, non a caso a Milano, città nota eppure sempre in grado di sorprendere oltremodo), figura brillante nata dalla penna di uno scrittore e saggista di rara perizia che ricostruisce assai bene ambienti, situazioni e contesti storici e ha scelto come pseudonimo il nome di un personaggio di Musil: il muro di Berlino sta per crollare da un momento all’altro, ma nel frattempo una villa lombarda deserta e piena di simboli esoterici è il luogo di almeno un delitto, e… Ottimo.

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