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“Biloxi”

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Col senno di poi la notte che avevo trascorso in gabbia non era stata poi così male…

Biloxi, Mary Miller, Black coffee, traduzione di Leonardo Taiuti. Appena divorziato dalla moglie, che aveva l’abitudine di spaccare il capello in sessantaquattro, il che non rende a lungo andare molto facile la convivenza, Louis, pensionato insonne e depresso poco più che sessantenne che si crogiola in pochi ricordi felici e attende di vivere la vita sul serio non appena riceverà un’eredità, abita in un’anonima casa a Biloxi, in Mississippi, sul Golfo del Messico, e non si cura affatto di sé. L’arrivo improvviso nella sua esistenza di Layla, ce non a caso è un border collie, ossia uno di quegli eccezionali cani che mettono a posto tutto e tutti, finanche sé medesimi, perché senza far niente non sanno proprio starci, lo obbligherà però a scrollarsi di dosso quella patina fatta di birre consumate senza gusto sul divano sera dopo sera davanti alla tv continuamente accesa sul reality di turno, a cavalcare finalmente l’onda della vita, da cui prima passivamente non faceva altro che lasciarsi trascinare, osso di seppia denudato abbandonato sulla battigia dalla risacca. E… Malinconicamente delizioso.

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“Facce di colore”

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E in un attimo Fatima fu di nuovo vapore…

Facce di colore, Nafissa Thompson-Spires, Black coffee. Traduzione di Massimiliano Bonatto. La vita, spesso, è un paradosso, non è solo quella cosa che ti capita tuo malgrado mentre sei tanto impegnato in altro da non accorgerti della realtà, ma è anche quell’avventura donchisciottesca in cui tutti i tuoi convincimenti sovente sono fatti solo per finire a gambe all’aria, abbattuti da un soffio di vento come castelli di carte edificati in maniera malsicura, scheletriti mulini a vento che ti paiono giganti. In questa icastica raccolta di racconti, che sembrano vignette o sceneggiature vividissime, i protagonisti sono alle prese con le numerose declinazioni dello straniamento che ha origine dalla loro alterità, determinata in primo luogo dal colore della pelle, all’interno della società: giovane, ma già con una voce decisa e stentorea, Nafissa Thompson-Spires indaga, senza indulgere in retorica né rivolgere lo sguardo al passato, evitando nostalgie ed enfasi, ma conservando raffinati accenti lirici, un concetto fondamentale nel presente che tende a commettere il gravissimo e miope errore di dare per scontati, acquisiti e inalienabili i diritti civili, come se non valesse più la pena di combattere per essi, snaturato dagli abusi che gli sono stati arrecati, a partire da quelli legati al suo più stringente significato, che è diventato quello addirittura di modalità di pagamento per un lavoro svolto da un precario senza tutele, in un mondo in cui se non appari, e soprattutto se ti permetti di farlo senza seguire i canoni imposti dalla massa, non esisti, ossia quello della visibilità. Quanto è visibile, oggi, un cittadino nero nell’America che è stata persino capace di eleggere, ormai molti anni fa, un presidente afroamericano, ma che al tempo stesso sovente vede donne e uomini dalla pelle scura protagonisti della cronaca nel ruolo di vittime di discriminazione e violenza? Facce di colore è una fotografia perfettamente a fuoco, un affresco storico, sociale e culturale imperdibile.

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“L’altro bambino”

CopBC_BAMBINO_piatto okdi Gabriele Ottaviani

A volte però pensava di non volerla, questa nuova vita. Avrebbe preferito essere morta. Per lei i morti continuavano a condurre un’esistenza non diversa da quella che avevano patito in precedenza, ma più scialba e meno piena, precaria. Era giunta a quella conclusione sulla morte dopo abbondante riflessione, ma non ne aveva ricavato alcun conforto. Bevve un sorso con preoccupazione. Fino a poco tempo prima non aveva mai bevuto tanto. Qualcosa a quattordici anni, e al massimo una decina di cocktail nell’arco dell’anno precedente. A quattordici anni, in una giornata di pioggia estiva, aveva bevuto quasi un litro di gin in una piscina cadente insieme a un ragazzo dai capelli rossi. Indossava un grazioso costume da bagno a scacchi e un pullover. Su una parete della piscina qualcuno aveva inciso le parole palle pulciose. Dopo aver bevuto, il ragazzo dai capelli rossi le si era sdraiato sopra completamente vestito. Al risveglio, Pearl non era sicura di essere stata introdotta alla sessualità. Aveva imboccato la via di casa e si era fatta un bagno bollente. Nulla le procurava dolore. A lungo si era trattenuta sotto il getto dell’acqua calda. Era convinta di essere incinta. Quando poi aveva scoperto di non esserlo si era messa in testa di essere sterile. Ci aveva creduto fino a poco tempo prima. Adesso sapeva di non essere sterile. Adesso aveva un bambino. Gliel’aveva dato Walker.

L’altro bambino, Joy Williams, Black coffee. Introduzione di Karen Russell. Traduzione di Sara Reggiani. Quarantuno anni fa Joy Williams, nata a Chelmsford, Massachusetts, e residente fra Tucson, Arizona, e Laramie, nello stato del Wyoming tanto caro alla formidabile Annie Proulx, considerata una delle più grandi scrittrici americane viventi da autori quali Don DeLillo, Donald Barthelme, Raymond Carver e Jay McInerney, non esattamente quattro imbrattacarte da strapazzo o influencer prezzolati, insomma, autrice di un poker di romanzi e altrettante antologie di short stories, di una raccolta di saggi e finanche di una guida turistica niente affatto convenzionale delle Florida Keys, è in rampa di lancio, i suoi racconti fanno splendida mostra di sé sulle colonne delle riviste più prestigiose e i suoi romanzi vengono pubblicati e premiati: finché sul New York Times non compare, del tutto incomprensibilmente, irragionevolmente e inspiegabilmente, perché tutto si può dire di questo libro tranne proprio che sia ermetico (oscuro forse in certi passaggi, profetico quasi come un culto misterico, non centrato su una trama dallo sviluppo classico e lineare, bensì sulle suggestioni che coinvolgono e sconvolgono l’animo della protagonista, ma senza dubbio chiarissimo nel tessere corrispondenze con le corde più intime della sensibilità), anzi, come invece venne sostenuto, una recensione che stronca L’altro bambino e che blocca a lungo la carriera, poi oggetto di una rivalutazione fortissima, di questa formidabile voce narrativa, che nel frangente specifico fa tuffare il lettore nell’oceano di fragilità credibilissime e in cui è facile immedesimarsi di Pearl, che incontriamo per la prima volta mentre sorseggia un gin tonic col neonato nell’incavo del braccio, preda del male di vivere che tutto corrode. Ma… Impeccabile e imprescindibile.

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“Notti in bianco”

71p5TP1q5sL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La morte di Wilson non fu l’ultimo dei nostri problemi. Venne fuori che il medico era un impostore. Come capita spesso e volentieri quando le voci corrono, il ranger aveva mal interpretato la sua storia. Il medico non era affatto un medico, bensì un pittore che negli anni Settanta aveva frequentato l’istituto d’arte nel Rhode Island. Deluso da New York, aveva assistito alla rovina del proprio matrimonio con una giovane prostituta e aveva perso tutto l’amore per la città. Una sera, di ritorno dal parco dove era andato a comprare un po’ di fumo, aveva conosciuto la cameriera di un diner. La ragazza aveva mollato infermieristica e aveva una mezza idea di tornare a lavorare nel suo adorato teatro. Quella sera il pittore l’aveva convinta che il suo posto fosse invece accanto a lui in campagna. L’aveva fatta trasferire sul monte Fay, lontano dai critici d’arte e dai clienti, a condurre una vita più semplice soffocando le rispettive delusioni. Il medico dipingeva paesaggi marini e fattorie. Vendeva i quadri alle banche e agli ospedali del posto. La sera in cui era andata a trovare Wilson prima che morisse, Callie ne aveva visto uno appeso all’ingresso del pronto soccorso, un dipinto a olio che raffigurava una solitaria barca a vela in una baia. Questo valeva il nostro medico, una barca pidocchiosa nel braccio della morte di un ospedale di infima categoria. Il che spiegava i fagiani e le gravidanze della moglie. Era un artista e un perdigiorno che passava le giornate a scopare, e quando non scopava era fuori a dipingere gli uccelli. In città la notizia della sua caduta gettò tutti in confusione. Le speranze che avevamo riposto nel suo buon nome erano andate in frantumi. E non finì lì. Una giovane contadina aveva rubato il cuore di Cash.

Notti in bianco, Annie De Witt, Black coffee, traduzione di Leonardo Taiuti. America profonda, rurale, hilbilly, estate del millenovecentonovanta: nasce Windows, scoppia la guerra del golfo, nelle praterie i cavalli cadono come mosche, vittime di un morbo che non ha nome né spiegazione. Jean non conosce altro che il fazzoletto di terra che abita da sempre, ha tredici anni, un gran desiderio e al tempo stesso una straziante paura di crescere: abbandonata di fatto dalla madre, trova un baluardo fisico e metaforico nell’amicizia con un ragazzo in balia della sua solitudine, ma… Intenso, avvincente, emozionante, epico, un Bildungsroman dai toni fiabeschi gravido di spunti, livelli di lettura, chiavi d’interpretazione: suggestivo, impeccabile, imprescindibile.

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“Il giusto peso”

51GCZoHMCUL._SX340_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le torte non ribattevano mai…

Il giusto peso – Un memoir americano, Kiese Laymon, Black coffee, traduzione di Leonardo Taiuti. Siamo tutti il frutto dell’albero della nostra storia, e ognuno è diverso. Per il terreno in cui hanno attecchito le sue radici. Per le cure che ha ricevuto. Per il clima e le intemperie alle quali è stato esposto. E nel caso dell’esistenza umana gli avversi numi sono le paure, gli inganni, i sotterfugi, le bugie, le violenze, i sensi di colpa, le inadeguatezze, gli inevitabili e inevitabilmente dolorosi fallimenti, le mancanze, le ingiustizie, le prove non superate. Ma ciò che non uccide, si sa, rinforza, e al di sopra di tutto c’è l’amore. Con profondissima onestà un uomo si rivolge a sua madre, che ha fatto del suo meglio, e dunque, come tutti, ha fatto danni, e racconta di sé, dipanando la matassa delle rimembranze, e di una nazione, di un’intera generazione, di utopie irrealizzate e promesse non mantenute. Da leggere.

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“Via dal mare”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se mia madre è morta oggi, non si saprà fino a domani, di questo sono quasi certo. Come minimo, domani. Perché si sappia oggi, qualcuno che non sia suo figlio dovrebbe di punto in bianco pensare, nel cuore della notte, di andare a suonare alla sua porta, e non vedendosi aprire, sentirsi in dovere di chiamare il padrone di casa e guadagnare l’accesso al suo appartamento. Tralasciando l’improbabilità della cosa, che mi sembra alta, ci vorrebbe del tempo. Il mattino potrebbe sorprendere questa persona prima che sia riuscita a mettersi in contatto con il padrone di casa, il quale potrebbe avere il telefono staccato. E se anche fosse raggiungibile, dubito che si presenterebbe di corsa, chiavi in mano, facendo sì che mia madre venga trovata oggi.

Via dal mare, Ben Marcus, Black coffee, traduzione di Sara Reggiani. Basterebbe il fatto di essere considerato da Karen Russell uno degli scrittori più cari al cuore per non avere dubbi sul fatto che non si possa non ritenere eccellente Ben Marcus. Né, tantomeno, la sua prosa geniale (si pensi semplicemente che il racconto che dà il titolo alla raccolta è in realtà un’unica frase, da leggere in apnea, specchio perfetto della vicenda raccontata, quella di un uomo che precipita nel vortice della follia). In questa antologia di quindici racconti l’autore dell’Alfabeto di fuoco torna nuovamente a indagare con un acume che ha pochi termini di paragone a livello globale la fragilità umana, la vulnerabilità, le illusioni pie, peregrine, rassicuranti, necessarie, l’amore, il tradimento, la morte, la paura, le paure. Di crescere. Di essere felici. Di assumersi le proprie responsabilità. Di diventare consapevoli. Impeccabile e imperdibile.

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“Lingua nera”

71jWYf+IRRL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ricordo di aver posato la lettera in preda a una sorta di panico. Come mi capitava spesso mentre lavoravo, temevo che mi stessero osservando. Avevo colleghi ficcanaso che mi chiedevano di frequente che cosa stessi facendo, su cosa fossi al lavoro, che compito stessi svolgendo al momento. Sapevo che se gli avessi mostrato la lettera, il mio capo avrebbe reagito con disgusto e me l’avrebbe fatta buttare via. Magari mi sbagliavo, ma sentivo che non l’avrebbero trovata di alcuna importanza. Probabilmente il loro principale cruccio sarebbe stato capire come avesse fatto quel detenuto a trovarci. Non riuscivo a decidere che cosa fare, quindi mi misi la lettera in borsa e quella sera la portai a casa con me.

Lingua nera, Rita Bullwinkel, Black coffee, traduzione di Leonardo Taiuti. Fossero tutti così gli esordi, il mondo della letteratura sarebbe il giardino delle Esperidi, e invece talvolta tocca affondare tra sabbie mobili e rovi: qui, invece, anche quando l’indagine si sposta dal piano del reale a quello del surreale, dell’abietto, dello squallido, del grottesco, dell’ossessione, soprattutto quella generata dalla mente, dalla ragione che, quando cede il passo al sonno, si sa, dà sovente vita a mostri abominevoli, ci si trova di fronte alla promessa della bellezza, che emerge come la luce di un faro dall’oscurità più buia quando, attraversando il travaglio del desiderio, gli uomini e le donne protagonisti di questi racconti dalla voce nuova, originale, stentorea, fresca, matura, canora, corale e caleidoscopica scendono a patti con le proprie imperfezioni per immergersi in quelle degli altri e costruire il futuro. I corpi sono oggetti, gli oggetti corpi, amore e disamore si avviluppano e alimentano, affondano le radici nello stesso fertile ma sdrucciolevole terreno, si scaldano al fuoco della medesima passione: sensazionale.

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“Freeman’s – Potere”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Quando lasci un pompelmo sul piano della cucina per un paio di settimane, le membrane e le fibre che gli danno la sua bella forma arrotondata poco a poco si lasciano andare. La forza di gravità si insinua all’interno dell’agrume, e la sua parte inferiore inizia a cedere senza sosta. Si allarga e prende la forma piatta del ripiano, mentre la parte superiore si assottiglia. La testa di Primitivo Doblado aveva proprio quella forma lì: un pompelmo sconfitto. Primi, come lo chiamavano tutti, era una presenza fissa nei campi di aglio bruciati dal sole delle fattorie Gyrich. Nessuno sapeva come ci fosse arrivato, o come il vecchio bastardo riuscisse a farsi assumere per raccogliere l’aglio ogni santa estate, quando lavoratori migliori, più giovani, più costanti e più sobri di lui venivano lasciati a casa. In mancanza di una spiegazione logica, c’era chi attribuiva la sua buona sorte a forze oscure. «Da dove gli viene la fortuna di farsi prendere ogni anno? Te lo dico io» sbraitava mia nonna Tiburcia. «Nel portafoglio quell’ubriacone maledetto conserva un ciuffo di peli del culo di Satana. Ha dalla sua la fortuna del Nemico. Stagli lontano, hijo». Il caldo di Hollister sul finire dell’estate era un drago che ci terrorizzava e contro cui imprecavamo quotidianamente: ci piombava addosso a metà mattina e aleggiava su di noi, pesante e inesorabile, fino a sera. Per via dell’afa, la giornata lavorativa iniziava presto. Alle sei eravamo pronti, ognuno con la sua divisa. Gli uomini indossavano cappelli di paglia o da baseball, e camicie a maniche lunghe che tiravano giù quando gli avambracci iniziavano a bruciare, verso le dieci o le undici. Le donne si coprivano di più. Portavano camicie a maniche lunghe e guanti di cotone. Molte di quelle più giovani, che ci tenevano a proteggere la pelle, preferivano indossare una specie di velo da lavoro che le copriva dalle spalle in su: una fascia che andava dalle sopracciglia alla testa; una seconda, in stile bandito, sul naso e sulle guance; e una terza a proteggere la nuca. Alcune ne indossavano una quarta…

Freeman’s – Potere, Black Coffee, a cura di John Freeman. Logora chi non ce l’ha, si sa, e per esso molti sono pronti alle peggiori nefandezze: è il potere, ciò che governa il mondo, caleidoscopica febbre che ha più forme di Proteo, e il tema del nuovo numero di questa elegantissima rivista letteraria, intessuta con tale pregio da sembrare un’armonica antologia, un romanzo essa stessa, che declina l’argomento attraverso le sensibilità artistiche di alcuni fra i massimi scrittori in senso assoluto del nostro tempo, nelle riuscite traduzioni italiane di Massimiliano Bonatto (Rowe, Mitchell, Nishi), Marina Calvaresi (Anam, Kurniawan, Louis), Mario Alberto Galasso (Chang, Gowrinathan, Im, Lopez), Umberto Manuini (Shafak, Yi), Francesca Pellas (Cortez, Forna, Smith) e Leonardo Taiuti (Alvarez, Biss, Hemon, Hilsman e Russell, Keret). La traduzione delle poesie di Atwood, Fagan, Landau e Okri è di Damiano Abeni. Da non perdere per nessuna ragione.

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“Boy erased”

Piatto_bc_BoyErased_B-704x1030di Gabriele Ottaviani

«E in chiesa ci vai?» domandò David. Il semestre era iniziato da un paio di mesi e ancora ci conoscevamo a malapena. Dopo la nostra chiacchierata notturna sull’evoluzione avevo ritenuto necessario mantenere le distanze, sebbene di tanto in tanto ci incontrassimo in uno dei dormitori e talvolta andassimo a correre insieme. Era seduto nella sala comune, con i pantaloncini rossi calanti che quasi toccavano terra. Di solito andava a correre molto presto la mattina, poi restava seduto per ore a guardare i talk show col sudore che gli si asciugava addosso e il respiro che lentamente si placava. Bevve un sorso d’acqua da una bottiglia con lo stemma del college, poi si asciugò la bocca con il dorso della mano. «Ci vado» dissi, alzando gli occhi da una copia di Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij. «Ogni tanto». Era una bugia. Dopo due mesi ancora non avevo preso parte neanche a una funzione. Quando mia madre telefonava, mi inventavo delle balle su quanto fossero tutti molto gentili nella chiesa battista locale, sulle cene cui prendevo parte, sui maccheroni al formaggio, i fagiolini e il pollo arrosto che mangiavamo dopo la messa domenicale. A David non dicevo niente. Ogni notte, in camera, fissavo le costellazioni sul soffitto a buccia d’arancia e immaginavo che Dio mi guardasse, che stesse decidendo che farne dei miei pensieri peccaminosi, quelli in cui immaginavo di sgattaiolare giù per la scala antincendio fino al dormitorio di David, fino al suo letto, di rannicchiarmi dietro di lui e sfregargli l’erezione tra le chiappe dando inizio a qualcosa che non poteva più essere cancellato. Mi leccai il dito per girare pagina e cambiai posizione sulla sedia accanto alla finestra. Come l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, anch’io non lasciavo quasi mai la mia stanza o la sala del dormitorio di David, a meno che non fosse assolutamente necessario. Andavo e tornavo dai corsi senza incrociare lo sguardo dei miei compagni, perché temevo che anche il più piccolo scambio presagisse qualcosa di sinistro. Le ragazze, per le quali prima che perdessi peso non esistevo neanche, ora bisbigliavano tra loro al mio passaggio, mi lanciavano occhiate furtive. Pur sapendo che molto probabilmente cercavano solo di farsi notare, non potevo fare a meno di pensare che si stessero sussurrando il mio segreto, che riuscissero chissà come a vedere la parte più nascosta di me. Per scoraggiare qualsiasi approccio mi mettevo sempre la maglietta di Kid A dei Radiohead, un intrico di righe puntute bianche e nere che ricordavano un inquietante Kilimangiaro, e stavo bene attento a non mostrare mai divertimento o sorpresa, soltanto un cipiglio introverso. Se non avessi parlato, se non mi fossi fatto notare, allora forse sarei riuscito a sfuggire anche al sauronesco occhio di Dio.

Boy erased – Vite cancellate, Garrard Conley, Black coffee, traduzione di Leonardo Taiuti. Non c’è nessuna vergogna a essere quel che si è, purché non si sia delle persone malvagie. Ma non tutti la pensano così. Anzi. Spesso vogliono imporre a qualcun altro ciò che va bene per loro stessi, ritenendo che sia la cosa giusta da fare. E lo è. Senza dubbio. Sempre che l’obiettivo sia rovinare l’esistenza a chi si sostiene di amare. Perché chi ama non giudica. Altrimenti non è amore. E non è facile essere il figlio di un pastore battista nonché profondamente integrato nella vita della comunità e soprattutto della chiesa nella piccola città natia dell’Arkansas, America profonda, cento per cento Bible belt, e al tempo steso accettare il fatto di essere gay. Non perché ci sia nulla di male nell’esserlo, evidentemente. Né nell’avere una chiesa e una famiglia, com’è ovvio. Però come si fa a non lasciarsi devastare dal dolore e a trovare la forza del perdono quando chi ti ha messo al mondo ti dice che o ti fai curare – pleonastico a dirsi, l’omosessualità non è affatto una malattia – o perderai tutto, e sarai inqualificabile reietto? Garrad Conley spiega come ha fatto lui. In un libro splendido e importante, che ha ispirato un film con Nicole Kidman. Da non perdere assolutamente (né l’uno né l’altro).

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“Rockaway Beach”

51XgEzhqIJL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Da grande voglio essere come te… capricciosa.

Rockaway Beach, Jill Eisenstadt, Black coffee. Traduzione di Leonardo Taiuti. Si può andare dappertutto, ma non si lascia mai casa. Perché casa è dentro di te. Per chi è adolescente a cavallo del duemila questo concetto non può che ricordare quello espresso nel miglior teen drama che si sia mai immaginato, quell’One Tree Hill che ha emozionato milioni di persone in tutto il mondo, ma in realtà si tratta di una verità che non conosce tempo: sono gli anni Ottanta del Novecento quando Peg, Alex, Chowderhead e Timmy trascorrono le proprie giornate sulla spiaggia costruendo castelli di sogni. Ma poi un elemento del gruppo lascia l’arenile per uno dei più prestigiosi college del New England, e mentre va alla scoperta del mondo, rendendosi conto che benché abbia sempre pensato di essere stravagante è in realtà molto più normale di tanti altri, per chi resta le cose cambiano, e può capitare di lasciarsi andare al rimpianto. Però… Magnifico, memorabile, imprescindibile.

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