Libri

“Il marito paziente”

41CKMfcJFCL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non so che fare, ho paura come i cani quando sentono il tuono.

Il marito paziente, Sergio Livio Nigri, Biblioteca dei Leoni. È una storia talmente comune che potrebbe sembrare banale quella che sotto pseudonimo racconta l’autore di questo volume semplice, brillante, agile, disincantato, limpido, facile, intenso e di rara leggibilità. Ma in realtà non lo è. Perché così come paiono ridicole le lettere gravide d’eros e dolcezza che si scambiano due amanti che l’un per l’altro provano un sentimento che allaccia e santifica insieme le loro vite a tutti coloro che da quel viluppo di passione e tenerezza sono esclusi, altrettanto ogni dolore ha la sua dignità e il suo modo d’esprimersi. Lui è un intellettuale ricco e snob. Lei è bella e più giovane. Si mettono insieme. E inizia il valzer delle corna. Ma sotto la superficie, checché ne dica Hegel, c’è molto di più profondo… Da leggere.

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Libri

“Il canto delle sirene”

51OoiaJy00L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli occhi tradivano la difficoltà di quella missione.

Il canto delle sirene – Il caso Kursk, Giacomo Coletti, Biblioteca dei Leoni. Nello stretto di Bering, ormai diciotto anni fa, il Kursk, un sottomarino nucleare russo, si inabissò per non riemergere mai più. Una tragedia dalle dimensioni ciclopiche, che si connotò anche di altri dettagli inquietanti, in quanto a partire da essa scaturì un dialogo serrato e concitato tra i servizi segreti di varie potenze internazionali. Giochi di potere, intrighi, ragion di Stato e moltissime altre tematiche, gestite e amalgamate in maniera più che appropriata, caratterizzano una narrazione interessante e coinvolgente.

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Libri

“Il pappagallo e il doge”

5141K56n7fL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Lo sapevano solo, disarmato e senza scorta.

Il pappagallo e il doge, Alberto Sinigaglia, Biblioteca dei Leoni. Venezia, Torino, Roma, Milano, Soldati, De Benedetti, Biagi, Montanelli, Spadolini, il giornalismo, la società, la vita, gli usi, i costumi, le idiosincrasie, gli aneddoti, i ricordi, le rivelazioni: sono questi, tra gli altri, i luoghi, i personaggi, i temi e gli argomenti di questo libro scritto con cura e dalla leggibilità realmente non comune che ritrae con precisione fotografica e tinte vivaci uno spaccato della storia dell’Italia e del cosiddetto secolo breve, che certo non è stato privo di sostanziali accadimenti, a cura di una firma prestigiosissima. Da leggere.

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Libri

“Non solo Putin”

download (2).jpegdi Gabriele Ottaviani

Nel gergo politico americano “conventional wisdom” o opinione corrente può significare anche distorsione storica. È distorsione storica sostenere, come si fa negli Usa, che nei negoziati sulla riunificazione della Germania non figurò l’allargamento della Nato.

Non solo Putin – Da Gorbaciov a Putin, da Reagan a Trump – I retroscena dei complicati rapporti America – Russia dagli anni ’80 ad oggi: la nuova guerra fredda, Ennio Caretto, Biblioteca dei leoni. Un uomo in canottiera e mutande stava dipanando con una mano un gomitolo di nastro perforato da telescrivente mentre con l’altra reggeva un panino imbottito. Lo riconobbi subito. Era Ennio Caretto, l’incarnazione di quel “corrispondente dall’estero” che apparteneva di diritto alla grande mitologia del giornalismo. La frase è celebre, ed è di Vittorio Zucconi, altro giornalista di indubbio spessore che qui descrive uno dei suoi più illustri colleghi. Con un’immagine che vale molto più di mille parole, e che fa capire tutto, un po’ come, cambiando quel che dev’essere cambiato, le foto di Oriana Fallaci che imperterrita batte a macchina sotto le bombe in Vietnam, tanto per dire, e tenendo per giunta in bocca una sigaretta accesa, del personaggio di cui si sta parlando. Un uomo che si è fatto espellere dall’URSS perché non rispettava la censura, per esempio. Ennio Caretto ricostruisce e racconta con piglio formidabile e asciuttezza invidiabile la storia e tutto ciò che alla base della nostra contemporaneità, per quel che concerne la politica estera e la contrapposizione tra due Weltanschauung in antitesi l’una all’altra: anche se la guerra fredda propriamente detta è finita da decenni, infatti, gli USA e la Russia da tempo sono comunque su fronti opposti, e continuano a contrastarsi reciprocamente, avvalendosi pure delle tecnologie più moderne. Tutto questo, però, non nasce dal nulla: da Reagan, un tempo falco, improvvisamente si scopre colomba, vuole il disarmo nucleare, ma poi lancia lo scudo spaziale, Gorbaciov, l’uomo della trasparenza e della perestrojka, si trova a dover affrontare un colpo di stato, Bush padre, mentre cerca di salvarlo, si va a impelagare nella guerra del golfo, e poi Clinton amplia la Nato, cosa che Putin, il delfino di Eltsin, e decisamente lontano da quell’ideale di terza via che associava l’ex governatore dell’Arkansas al laburista Blair, ancora gli rimprovera, fino a Trump e alle incognite della sua presidenza appena iniziata. Dotto e insieme divulgativo, di forte impatto e limpida impronta comunicativa, è un testo profondo e rilevante.

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Intervista, Libri

“Il castrato di Vivaldi”: intervista a Gian Domenico Mazzocato

il_castrato_di_vivaldidi Gabriele Ottaviani

Il castrato di Vivaldi, romanzo rientrato nel novero dei ventisette libri presentati all’edizione di quest’anno del Premio Strega, narra la vicenda di Angelo Sugamosto: conosciamo ora invece un po’ di più anche l’autore, Gian Domenico Mazzocato.

Com’è nata l’idea del suo romanzo?
Avevo già esplorato le potenzialità narratologiche del mondo teatrale del Settecento in un mio precedente romanzo, Il caso Pavan. Così, quando qualche anno fa incontrai un grande musicista, il maestro oboista Giuseppe Nalin il quale mi disse “ci sarebbe da raccontare la storia di un castrato”, capii che quello era il romanzo che avrei scritto. Ci ho messo più di cinque anni, un lavoro massacrante. A un certo punto, per non finire soffocato dal mio Angelo Sugamosto, ho dovuto prendermi sei mesi sabbatici e ne è uscito un romanzo, Delitto sulla collina proibita, in cui racconto un infanticidio accaduto nel profondo Veneto di inizio Novecento. In pochi minuti Nalin mi aveva affascinato e travolto. Decisivo fu quando mi disse: “Guarda che del castrato sappiamo pochissimo, praticamente neanche il nome”. Mi si dilatarono davanti gli orizzonti e gli spazi immensi della libertà di invenzione.

Cosa rappresenta la vicenda dello Zerino per lei?
Molte cose. Su tutte la ricerca del sacro, della dimensione metafisica. La religiosità giudaicocristiana si fonda sulla mano che scende dall’alto e ferma il braccio di Abramo pronto a uccidere suo figlio Isacco. Il dio della pietà vela l’obbrobrio del padre che sacrifica il figlio (del resto comune a molte culture, pensiamo ad Agamennone e a sua figlia Ifigenia). La colpa, quale non si sa, si scaricò sul simbolo eterno del capro espiatorio. E se quella mano non avesse bloccato Abramo? La bibbia, nel libro dei Giudici, racconta un episodio in cui questo mancato intervento provoca il disastro. Iefte, il Galaadita, uccide sua figlia per obbedire a un folle voto da lui stesso formulato. Sugamosto detto lo Zerino, privato da un frettoloso cerusico della possibilità di avere figli, si sente sacrificato, reietto. Nessuno ha fermato i rozzi strumenti del chirurgo. Anzi, è stata la sua famiglia votarlo al sacrificio. È la sua maledizione, un’ossessione. Ne risulta un eroe dolente, in ricerca di un riscatto.

Come mai secondo lei di rado si è parlato dei castrati, in letteratura e non solo?
C’è un romanzo breve di Balzac, Sarrasine, e c’è un romanzetto di Anna Rice, quella di Intervista col vampiro. E niente altro. Lo stesso film Farinelli voce regina nasce da una sceneggiatura originale. Penso che sia dovuto a un processo di rimozione collettiva davanti al problema di una diversità. Angelo Sugamosto ha modo di conoscere un celebre travestito del suo tempo il quale gli dice “…trovarsi dall’altra parte. Come dall’altra parte di un ricamo, di un tappeto, di un arazzo. Il loro rovescio. Se guardi sotto l’immagine nitida del ricamo, vedi fili disordinati, aggrovigliati. Ma sono, anche quei fili, un’immagine. Se li guardi con pazienza e voglia di capire ci scopri un ordine, i riferimenti alla figura che sta dall’altra parte. Comprendi che quel disordine in realtà è un ordine. La figura nitida e ben formata ha bisogno del groviglio che le sta sotto. Ne ha bisogno la qualità stessa per cui la guardiamo, perché è nitida appunto, pulita, limpida, tersa, perfettamente disegnata”.

L’immagine che lei dà del diciottesimo secolo è assolutamente vivida, leggendo ci si sente immersi nella realtà del suo protagonista: che ricerche ha svolto?
Guardi che il difficile non è ricercare e indagare. Anzi il lavoro di documentazione è un piacere, apre strade, indica svolte, non sai mai dove vai a parare. Il difficile è raccontare catturando il lettore. Leggeri ma rigorosi. Per questo ho scelto i modi del feuilleton, del romanzo di appendice che i quotidiani pubblicavano un tempo per fidelizzare il lettore, per obbligarlo a comperare anche il numero successivo. Poi è chiaro che dietro alla complessità di un romanzo come Il castrato di Vivaldi, c’è un lavoro enorme, minuzioso. Non si può prestare fianco alle critiche sul piano dell’informazione. Bisogna informarsi e poi anche chiedere riscontri e conferme ad altre fonti. Quando mi fanno questa domanda, io me la cavo con una battuta: “cominciate a leggere il romanzo dai ringraziamenti finali, vedrete chi e cosa ho scomodato”.

Che ruolo ricopre per lei la memoria? E la storia?
Ricetta semplicissima: scegliti un periodo storico da indagare, pianta i paletti del mondo che vuoi raccontare. E poi costruiscici dentro i personaggi. Senza dimenticare mai una cosa fondamentale: la scrittura è un’arte in togliere. Assomiglia al lavoro dello scultore che parte da un blocco di marmo e cerca di rivelare la statua che c’è dentro. L’essenzialità è l’altra faccia della verità. La cartina di tornasole della bontà del lavoro di scrittura ha a sua volta una formula facile: capisci che stai lavorando bene quando i tuoi personaggi cominciano a vivere per conto loro, a dirti come vogliono essere raccontati. La lezione intangibile di Pirandello.

Un altro tema importante del suo libro è la sessualità: che valore ha nella nostra società?
Un po’ ho già detto. Indubbiamente il tema dei sessi e delle loro infinite sfumature è importante nel mio romanzo. Ho voluto raccontare esperienze, dolorose e doloranti, di tanti amici. Io, etero, ho spartito mille volte l’amaro companatico della diversità con tanti amici e amiche omo. La contemporaneità, la cosiddetta opinione comune con la sua superficialità, mi feriscono ogni giorno. Io cerco di testimoniare che ogni diversità è ricchezza e che comunque riguarda sempre l’insondabile e misteriosa profondità di una persona. Non di un oggetto o di un’entità astratta. È bellezza, non fango.

Qual è l’aspetto più importante da sottolineare quando si decide di intraprendere una narrazione?
Anche qui ho già detto. Ma aggiungo: una grande disponibilità a scommettere sull’intelligenza del lettore. Allora si aprono le zone luminose del non detto, di ciò che lo scrittore lascia intuire e reinventare al suo lettore il quale a questo punto esce dalla passività e assurge a interlocutore. Un dialogo tra due libertà, quella della scrittura e quella della lettura/interpretazione. Direi che è la parte più difficile della ricetta narratologica.

Perché lei scrive?
Guardi, le darò una risposta che potrà sembrarle letteraria, perfino retorica ed enfatica. Ma è la pura verità. Per curare quella ferita che si chiama anima. Con la speranza di non guarirla mai. Perché curarsi è bello. Aggiungo sommessamente che è un privilegio: io sono uscito da una tremenda depressione curandomi da solo. Scrivendo. Il potere salvifico della parola.

Quali sono i suoi prossimi progetti?
Ancora storie da raccontare, dentro a quella che Fulvio Tomizza, recensendo il mio primo romanzo, Il delitto della contessa Onigo, definì la saga dei vinti veneti. Anche in teatro, seguendo i miei grandi maestri Ruzante e Teofilo Folengo (che non era un teatrante, come tutti sanno, ma racconta un mondo degli ultimi che è proprio il mio).

C’è un libro che avrebbe voluto scrivere? E un film (Convenzionali si occupa anche di cinema) che ha un particolare significato per lei?
Beh, è un esercizio dolce e può portare lontano. Basta dire ciò che si ama, il golfo dove si torna a buttare l’ancora per nostalgia. I romanzi di Stendhal, da me più amato di ogni altro, Germinal di Émile Zola, Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij. Poi un libro sconosciuto ai più e che io ho trovato struggente, Il navigatore di Morris West. La ricerca di un’isola che nessuna carta segna ma che “deve” esserci. Questo, devo confessare, non l’ho più ripreso in mano, temo l’impatto con un libro che ho letto da giovane, quando non ero certo lo smaliziato critico che sono oggi. E due film. Che guardo ogni volta con occhi nuovi.  Stagecoach di John Ford che noi abbiamo banalizzato in Ombre rosse. Non dimentico che ha antenati illustri, discende da Boule de suif di Guy de Maupassant. Non è un western, è il film dei film, il film perfetto. Il piccolo mondo inscatolato in una diligenza che viaggia in uno spazio assoluto, immenso e ostile. Ogni personaggio è disegnato con cura e rispetto di singole peculiarità. Ma nessuno alla fine del viaggio sarà uguale al se stesso di partenza. Riesco a perdonare a Ford perfino la rappresentazione degli Apache/mostri e il sospiro di sollievo quando si sente la tromba del Settimo Cavalleggeri. Sull’archetipo del viaggio amo tantissimo anche La traversata di Parigi di Claude Autant-Lara col suo cast stellare, da Jean Gabin a Louis de Funès, senza dimenticare quel grande caratterista che è Bourvil.

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Libri

“Il castrato di Vivaldi”

il_castrato_di_vivaldi.jpgdi Gabriele Ottaviani

La Senna scorreva morbida sotto il barcone, lo faceva dondolare piano.

Il Polesine è terra di fiume, di duro lavoro, di piene, di povertà. È lì, vicino a quella città capoluogo di provincia il cui nome, Rovigo, comincia a essere attestato solo a partire dal nono secolo, che il primo di ottobre dell’anno del Signore millesettecentoventi viene alla luce Angelo Sugamosto. È un bambino come tanti. Canta nel coro della parrocchia, centro di aggregazione ancor più importante di quanto non sarebbe altrimenti o altrove in quel contesto. La sua voce è bellissima. Il prete convince la famiglia a preservare quel dono di Dio. A farlo castrare. Sopravvive alla brutale operazione. E da lì è la fama, la gloria, la celebrità. L’oblio. Fino a quando un giorno in un mercatino dell’antiquariato il narratore dei nostri tempi non si ritrova fra le mani un quadro. E inizia una vera e propria inchiesta. Che diventa avvincente, romanzata, vibrante, credibile ricostruzione del diciottesimo secolo, esegesi della storia italiana ed europea, immersione nei meandri della sessualità, niente affatto negata ai castrati. Il castrato di Vivaldi, Gian Domenico Mazzocato, Biblioteca dei Leoni. Da leggere.

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“Fine del primo tempo”

Montanari-Fine-del-primo-tempodi Gabriele Ottaviani

È penoso vederlo spegnersi così.

Un rapporto difficile, che negli anni si è complicato sempre più. Ma poi arriva la telefonata che tutti temono, e deve correre. Al capezzale del padre che se ne sta andando. E lui, che in quanto insegnante è abituato a ripercorrere storie, cercando e spiegando connessioni e legami, rivive la vita che sta finendo. Lieve e insieme profondo, Biblioteca dei leoni pubblica un bellissimo romanzo di Federico Montanari, Fine del primo tempo, che si legge con la trepidante attesa che viene a sobbollire ogni volta fra una pagina e la successiva quando la vicenda sa toccare le corde dell’intimo. Da leggere.

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“Quaderni di un terrorista”

makecopertina.pngdi Gabriele Ottaviani

D’altronde – era il mio cervello che autonomamente persisteva a compulsare alcune possibilità – perché dovevo sapere del contenuto di questa o delle future borse che mi sarebbero state affidate? Non ero che un semplice fattorino. Alessio e Gianni volevano mettere in atto qualcosa di clamoroso sotto gli occhi di tutti? Ad esempio incatenarsi all’inferriata dell’Arcivescovado o del Palazzo di Giustizia o addirittura in Duomo? O intendevano cospargersi di benzina e darsi fuoco come Ian Palach aveva insegnato? O denudarsi di fronte alla Rinascente? Erano forse ipotesi alquanto riduttive, considerati i miei precedenti incontri con Alessio e la situazione generale del paese e della città in particolare, ero il primo a convenirne senza alcuna difficoltà, ma dal mio punto di vista e nella mia situazione la differenza tra la protesta innocua e il caso estremo di una bomba (eventualità che non mi ero nascosta fin dall’inizio, sia chiaro), non era che formale.

Il dodici di dicembre del millenovecentonovantotto è un sabato. Sono ventinove anni esatti da quando è avvenuta la strage di Piazza Fontana. Una donna riceve un diario. Lo legge, e vi inserisce anche delle sue note, indirizzate a un personaggio misterioso. È un romanzo storico? Una confessione? Una (auto)biografia? No, non proprio. O forse, meglio, non solo. È un libro che nel suo intreccio traccia il contorno dell’incontro tra la storia e la vita, e racconta una realtà, un tempo, una condizione che molti hanno vissuto, di cui tanti hanno parlato, su cui quasi nessuno sa la verità. Gli anni di piombo, il terrorismo, in particolare quello neofascista, visto da dentro, osservato con gli occhi di chi, suo malgrado, si ritrova ingranaggio non proprio del tutto inconsapevole della macchina della paura e della morte. Quaderni di un terrorista, entrato con pieno merito nella longlist dello Strega, di Giano Corte Moschin per Biblioteca dei Leoni, è un ottimo e interessante libro: scritto bene, congegnato meglio, avvince e convince, fa riflettere e a tratti persino sgomenta.

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“La città di vetro”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Quella mattina, innanzi ai suoi occhi, solo i gabbiani con il loro bianco volo parevano sfidare la mancanza di orizzonte, per atterrare sicuri sopra i pali che disegnavano sullo specchio lagunare un reticolo di vie, a perdersi chissà dove, dentro le barene.

Venezia non è una semplice città. Non ha termini di paragone con nessun altro luogo al mondo. Anzi, forse nella realtà dei fatti non è nemmeno un luogo, bensì un non-luogo, un posto che appare e scompare, si manifesta attraverso l’acqua, un organismo trasparente, che pulsa, vive, decade e seduce, si svela e si cela, quasi giocando col suo interlocutore come il gatto fa col topo, portandolo fino allo straniamento. Valter torna nella sua città natale per chiudere i conti col passato, ma ovviamente non può essere così semplice: la sua vita e il suo modo di pensare e di agire, in un breve lasso di tempo, cambieranno inevitabilmente. La città di vetro di Paolo Padula per Biblioteca dei Leoni è un romanzo breve e semplice, che si legge con facilità e fa pensare.

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“La meteora di luglio”

la meteora di lugliodi Gabriele Ottaviani

Storie diverse, come si vede. Tutte contrassegnate però da una costante: la figura del padre, almeno quello naturale che si presuppone debba essere anche il primo e più vicino maestro, quasi subito sfuma, per lasciare via libera a un cammino personalissimo che ciascuno dei quattro ebbe poi il coraggio indomito e la costanza irriducibile di portare a termine.

La meteora di luglio, pubblicato dalla Biblioteca dei Leoni, presentato da Maurizio Cucchi e Paolo Ruffilli all’edizione – davvero di alto livello – di quest’anno del Premio Strega (non è però rientrato nella short list), anche se ha qualche imperfezione per quel che concerne l’editing – i soliti stramaledetti refusi –, è un buon libro. Scritto da Adriano Lo Monaco, è un gioco di specchi tra presente e passato caratterizzato da una prosa ampia, elegante raffinata e scintillante. La storia è quella di quattro ragazzi di vent’anni che si incontrano per caso attorno allo stesso tavolo di una locanda sulla via Francigena: un tempo gli incontri per strada erano presagio di morte – si pensi soltanto al ciclo tragico di Edipo –, qui invece la vicenda è diversa. Sono comunque quattro uomini che di lì a poco si troveranno comunque di fronte a un bivio, a una scelta radicale: devono cambiare qualcosa nelle loro vite, nella fatidica estate del millecinquecentotrentacinque, durante la quale la tempesta è anche interiore. E gli uomini non sono quattro ragazzi qualunque, bensì Bernardino Telesio, Etienne Dolet, Michele Serveto e François Rabelais, l’autore dell’imperdibile Gargantua e Pantagruel: pensatori con tanti punti in comune e molte differenze, figure interessantissime per un romanzo denso e intrigante.

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