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“La notte dei tempi”

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«Voglio sapere…» ricominciò Elea. Simon si voltò verso di lei. Senza giri di parole esclamò: «Ha dormito per 900.000 anni.» La donna lo guardò stupefatta. Simon riprese subito: «Le sembrerà assurdo. Anche a noi fa lo stesso effetto. Ma è la verità. L’infermiera le leggerà i rapporti della Spedizione che l’ha trovata sul fondo di un continente ghiacciato, e quelli dei laboratori, che ricorrendo a diversi metodi hanno calcolato il tempo trascorso…» Le parlava con tono distaccato, scolastico, militare, accentuato dalla voce della Traduttrice che, calma, arrivava all’orecchio sinistro di Elea. «Questa quantità di tempo non è concepibile se rapportata alla vita di un individuo, e nemmeno di una civiltà. Del mondo in cui ha vissuto non resta più niente, neanche il ricordo. È come se fosse stata catapultata all’altro capo dell’universo. Deve accettare quest’idea, accettare i fatti, accettare il mondo nel quale si è risvegliata, dove può contare su parecchie persone amiche…» Ma Elea non ascoltava più. Si era alienata. Alienata dalla voce che le giungeva all’orecchio, dal viso che le parlava, dai volti che la osservavano, dal mondo che la accoglieva. Tutto si allontanava, si offuscava, scompariva. Non restava altro che quella spaventosa certezza – poiché, di questo era certa, non le stava mentendo –, la certezza della voragine attraverso la quale era stata scagliata, lontana da tutto ciò che era stata la sua vita. Lontana da… «Paikan!» Urlando quel nome si tirò su e sedette nuda, selvaggia, fiera e scattante come un animale braccato in fuga dalla morte. Le infermiere e Simon provarono a trattenerla, ma Elea si divincolò e scese dal letto urlando: «Paikan!», e si scagliò verso la porta scartando i medici…

La notte dei tempi, René Barjavel, L’orma, traduzione di Claudia Romagnuolo e Anna Scalpelli. Giornalista, critico cinematografico, romanziere e sceneggiatore di culto, uno dei massimi narratori di fantascienza in senso assoluto, René Barjavel, morto settantaquattrenne trentacinque anni fa, torna in libreria con il suo testo più celebre, pubblicato nel millenovecentosessantotto e decisamente evocativo anche per quel che concerne le istanze simboliche del Maggio francese di quel tempo: la storia, irresistibile, è quella che si dipana con prosa ampia sotto il sole abbacinante della gelida e candida Antartide, dove una spedizione francese, s’imbatte per caso in una scoperta che ha dell’incredibile, ossia i resti, a quasi un chilometro di profondità, intrappolati nella roccia, di un’ignota civiltà, antichissima eppure eccezionalmente avanzata. Quando poi, riemergono pure due corpi ibernati…

 

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“Sfacelo”

61YxVdpV8bL._AC_UL320_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni volta che poggiava i talloni su un gradino aveva l’impressione che i muscoli volessero stracciarsi dalle ossa, le viscere colpivano come arieti contro le costole e il ventre, le ginocchia quasi cedevano sotto la massa che le schiacciava, e le membra cercavano di sfuggire al controllo della mente per riuscire a obbedire senza impedimenti alla forza che le sollecitava. Era certo che, se si fosse lasciato andare anche solo per un attimo, il suo corpo si sarebbe scisso in una miriade di biglie impazzite che sarebbero rotolate e rimbalzate senza posa, capitombolando fino al centro della Terra. François non si curava di quel che gli accadeva intorno, gli occhi e l’attenzione erano fissi sulla poltrona dove riposava l’ammalata. Percepiva la presenza di sagome confuse, udiva pianti, richiami e una moltitudine di respiri che si accavallavano. Ma ciò non gli impediva di continuare, imperterrito, a adempiere alla propria mansione di guida e freno. La corda lo opprimeva sui fianchi e lo spingeva verso il basso, tanto da costringerlo a gettare all’indietro tutto il proprio peso per proseguire. D’un tratto calpestò un oggetto cilindrico, probabilmente una bottiglia, che rotolò sotto il suo piede. Il giovane perse l’equilibrio e mancò due scalini. Rimase in piedi per miracolo ma Seita, trascinato dall’improvviso strappo della corda, travolse François, il quale scivolò a sua volta. Ruzzolarono tutti e due giù per la scalinata, e la poltrona schizzò via senza freni. François provò invano a riacciuffare le corde che gli erano passate tra le gambe. Tentò come poté di recuperare l’equilibrio, ma la poltrona era ormai lontana e, disperato, non poté far altro che seguirne la corsa impazzita in attesa dello schianto finale. Quel che udì, invece, riaccese le sue speranze: un tonfo, non troppo distante, e il grido di un uomo seguito da un’imprecazione. Spiccò un salto fino al pianerottolo successivo. Giunta alla curva del corrimano, la poltrona era ricaduta all’esterno, sulle scale, franando addosso a due uomini…

Sfacelo, René Barjavel, L’orma, traduzione di Claudia Romagnuolo e Anna Scalpelli. Ambientato in un’epoca che sembrava lontanissima nel momento in cui è stato dato per la prima volta alle stampe questo ottimo romanzo (del resto sembrava un remotissimo futuro anche il millenovecentoottantaquattro per Orwell a soli trentasei anni di distanza, e non dimentichiamo che Blade runner è ambientato nel novembre del duemiladiciannove…), ossia nel millenovecentoquarantatré, a guerra, e non è un caso, ancora in corso, eppure ci siamo quasi arrivati, racconta, con prosa immaginifica e tragicamente preconizzatrice, frutto della sopraffina vena di René Barjavel, scrittore, giornalista, dialoghista e sceneggiatore finanche per Duvivier, Verneuil, Boyer e Mastrocinque, di un’umanità che dipende totalmente dall’energia elettrica. Che però talvolta ha l’abitudine di venire a mancare senza avvisare, gettando tutti nel panico, nell’homo homini lupus, nella ricerca di un nuovo rapporto con la natura. Magnifico e profondo.

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