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“Rivoluzione globotica”

327a8bacover28588di Gabriele Ottaviani

Come gli operai edili, anche gli addetti alla sicurezza tendono a essere robusti fisicamente e ad avere un’istruzione che non va oltre il diploma di scuola media superiore. Anche i loro posti di lavoro sono a rischio. Avere vicino un vigilante è molto utile nel caso accada qualcosa di spiacevole; il compito degli addetti alla sicurezza è principalmente quello di essere presenti e di essere pronti a reagire. Ma proprio la loro presenza rende meno probabile che accada qualcosa di brutto. Questo paradosso ne ha incoraggiato l’automazione.

Rivoluzione globotica – Globalizzazione, robotica e futuro del lavoro, Richard Baldwin, Il Mulino. Traduzione di Nanni Negro. Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti, si diceva quando nacque l’informatica, questa era la promessa: in realtà però il padrone ha visto che un robot non gli costa granché e non accampa diritti sindacali e ha pensato di bene di metterlo al posto dell’uomo, con il costo onerosissimo a livello sociale, politico, economico, culturale e morale che tutti noi, anche chi non ha mai visto un film di Ken Loach, conosciamo bene. Che fare, dunque? Questo volume lo spiega: perché la tecnologia è prima di tutto una grande opportunità di benessere condiviso.

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“La prossima volta il fuoco”

La prossima volta il fuoco - copertinadi Gabriele Ottaviani

Quando, come da noi, un popolo comincia a diffidare delle proprie reazioni, quando, come è successo a noi, perde la gioia, è certo che qualcosa di brutto e di sinistro lo attende. È proprio questa incertezza dei bianchi e delle bianche americane, questa incapacità di rinnovarsi alla fonte della loro stessa vita, che rende la discussione, per non dire la spiegazione, di qualsiasi mistero (vale a dire, della realtà) così estremamente difficile. A chi diffida di sé viene meno un termine di confronto con la realtà, perché questo possiamo esserlo solo noi stessi; tra sé e la realtà costui non fa altro che interporre un labirinto di atteggiamenti mentali. I quali, poi, anche se il soggetto ne è di solito inconsapevole (ed è inconsapevole di tante cose!), sono atteggiamenti storici e collettivi. Non hanno a che vedere con il presente, non più che con il singolo individuo. Per questo, dunque, l’ignoranza dei bianchi per le cose dei neri rivela esattamente e inesorabilmente, l’ignoranza per le proprie cose.

La prossima volta il fuoco – Due lettere, James Baldwin, Fandango, traduzione di Attilio Veraldi rivista e aggiornata da Valentina Niccolì. James Baldwin è morto, sessantatreenne, da trentatré anni, ma è più vivo che mai. E soprattutto ne abbiamo più bisogno che mai, in questo mondo che ha letteralmente perso la bussola, e che insegue solo la crudeltà: leggere le sue parole fa lo stesso effetto dell’acqua per chi ha sete, una necessità inderogabile. Ha scritto di quest’opera, violenta denuncia contro il razzismo nella società a stelle e strisce, il celeberrimo critico del New York Times e non solo Frederick Wilcox Dupee, scomparso a settantacinque anni ancora da compiere nel millenovecentosettantanove, che non può dirsi che il punto di vista di Baldwin sia quello generico di un negro qualunque, ma piuttosto di un negro altamente qualificato a parlare e a esprimersi, per di più, con eleganza di forma e in una prosa contraddistinta da chiarezza e concisione. Nei suoi crudeli paradossi sulla vita dei negri, sui loro rapporti con gli ebrei e sui fallimenti dei cristiani, Baldwin non ha eguali. Perché ci riporta ad una realtà ‘fastidiosa’, una realtà che noi bianchi ogni giorno cerchiamo di dimenticare. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“Un altro mondo”

71PUrGhaZtL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Aveva detto a Vivaldo: “Amore, non mi sentirei tranquilla a tornare tardi la sera, e anche di giorno. Non conosci quella gente come la conosco io perché a te non t’hanno mai trattato come trattano me. Quei bavosi, se ti pescano sola ad aspettare la metropolitana, o persino mentre sali le scale di casa tua, non ci pensano su due volte a sbottonarsi i pantaloni e a chiederti di fargli un pompino. Proprio così. Sta’ a sentire, una volta, un paio di anni fa, di domenica sono andata da quelle parti con Rufus, in Mott Street mi pare, per una tarda colazione da certa gente. Dei bianchi. Bene, ci siamo affacciati alla finestra per veder passare un corteo nuziale, e alcuni della zona ci hanno visto. Pochi minuti dopo tre di loro, bianchi, sai cosa hanno fatto?, sono saliti in casa dei nostri amici armati uno di un coltello, l’altro di una pistola e il terzo di uno sfollagente e ci hanno cacciato via. Hanno detto”, e aveva riso, “che rovinavamo il buon nome del quartiere”. Poi lo aveva scrutato per qualche momento. “È vero”, aveva aggiunto in tono gentile. “Restiamo qui, Vivaldo, finché non possiamo permetterci qualcosa di meglio. Non è bello, ma non c’è scelta.” Così avevano provato a lasciare aperta la porta. Ma era rischioso, specie se Ida era in casa, sdraiata sul divano in pantaloncini azzurri, a esercitarsi nel canto con l’aiuto del giradischi. Il suono della macchina per scrivere di Vivaldo o della voce di Ida, o del giradischi, attirava l’attenzione di quelli che salivano e scendevano le scale, e la vista della porta aperta, nonché di Ida, accendeva la loro fantasia. La gente prendeva quella porta aperta come un invito: a fermarsi, ad ascoltare, a sbirciare, a bussare con la scusa che un vecchio amico una volta aveva abitato proprio in quell’appartamento… magari sapevano per caso che ne era stato del vecchio Tom o di Nancy, o di Joanna? O per invitarli a una festa al piano di sopra o di sotto, o per autoinvitarsi a una festa lì da loro. Una volta, completamente fuori di sé, Vivaldo aveva letteralmente scaraventato giù dal pianerottolo fin in strada a suon di botte un ragazzo che se ne stava nell’ombra infuocata del pianerottolo, le mani nelle tasche e gli occhi piantati addosso a Ida, o meglio al punto da cui, con un grido furioso e una bestemmia, lei era schizzata via. Il ragazzo non s’era tolto le mani dalle tasche, continuando a emettere un ributtante grugnito animalesco. Quando Vivaldo lo aveva poi scaraventato in strada, era caduto lussandosi una spalla. Subito dopo erano accorsi i poliziotti, e la loro immaginazione si era accesa allo stesso modo, paralizzando il loro senso del dovere civico. Da allora in poi avevano tenuto la porta non solo chiusa, ma col lucchetto. E tuttavia, certe notti d’estate, l’intera città informe e indistinguibile pareva si desse convegno lì nella stanza con loro. 

Un altro mondo, James Baldwin, Fandango, traduzione di Attilio Veraldi rivista e aggiornata da Valentina Nicolì. Ha raccontato di Harlem, cinema, afroamericani all’estero e letteratura di protesta. È stato il primo a parlare apertamente, chiaramente, senza sotterfugi, di omosessualità nella comunità nera. Il che gli ha attirato contro una tempesta di dardi avvelenati. È stato la voce di chi non ha avuto voce. Di chi, prima che lui gli desse cittadinanza e legittimità sulla pagina, non esisteva nemmeno. Ha indagato l’anima dei suoi personaggi. Passando soprattutto magistralmente attraverso i corpi. Erotici. Violenti. Potenti. Sensuali. Violati. Irresistibili come il languore di un orgasmo. Segnati dalla vita. Dal dolore. Dalle cicatrici che lasciano le speranze quando restano non avverate. Ha scritto un maestoso romanzo, in assoluto uno dei più significativi su quel tema, in merito alla maledetta eppure assai diffusa paura d’amare (e in generale della felicità, specie quando erroneamente si pensa di non meritarla), La stanza di Giovanni, è stato un esegeta finissimo di argomenti come l’eccezione rispetto alla norma, la diversità, l’alterità, l’unicità, la moltiplicazione dei punti di vista, connettendo la realtà all’immaginario, anche filmico e letterario, che spesso si illude di saperla raccontare ma non vi riesce in quanto si relaziona alla materia che vuole trattare con strumenti strutturalmente inadeguati, è il vero protagonista di I am not you negro. E di molto altro. James Baldwin, non è un’esagerazione, è una vera e propria leggenda. Fandango, meritoria, continua a pubblicarlo e ripubblicarlo: questo volume è la storia di Rufus, un batterista jazz nero di New York il cui amore per una donna bianca lo fa soffrire. Dopo giorni di vagabondaggio in una metropoli spersonalizzante che gli appare ostile, insensibile e crudele, schiacciato dall’impossibilità di sostenere il peso, il giudizio, le aspettative del mondo che lo circonda, si getta da un ponte nelle acque gelide di novembre. Ma… Imprescindibile.

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“Se la strada potesse parlare”

41eTgkVR+CL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fonny stava scendendo per la Seventh Avenue un sabato pomeriggio quando ha incontrato Daniel. Non si vedevano dai giorni di scuola. Il tempo non aveva migliorato Daniel. Era ancora grande, nero e chiassoso; a ventitré anni – è un po’ più grande di Fonny – era già a corto di facce familiari. Così si sono abbracciati in mezzo alla strada – dopo un momento di autentica sorpresa e gioia – con grandi risate e manate sulla testa e sulle spalle, di nuovo bambini, e, anche se a Fonny non piacciono i bar, si sono seduti al più vicino e hanno ordinato due birre. “Accidenti! Cosa succede?” Non so chi dei due abbia fatto la domanda o chi l’abbia fatta per primo, ma immagino le loro facce. “Perché lo chiedi a me?” “Perché, come dice l’uomo a proposito dell’Everest, sei lì.” “Dove?” “Non scherzare. Come te la passi?” “Mi rompo la schiena per l’ebreo del centro di abbigliamento, spingendo a mano un carrello su e giù per quegli ascensori.” “Come stanno i tuoi?” “Oh, mio papà è morto, tempo fa. Abito ancora allo stesso posto con mia madre. Le vene varicose le danno fastidio. Così…”, e Daniel ha guardato nella birra. “Cosa fai… voglio dire, adesso?” “In questo momento?” “Voglio dire se hai dei piani, se sei impegnato o se puoi venire con me. Voglio dire subito.” “Non sto facendo niente.” Fonny ha scolato la sua birra e ha pagato il cameriere. “Vieni. Abbiamo della birra a casa. Vieni. Ti ricordi Tish?” “Tish?” “Sì, Tish. Quella Tish magrolina. La mia ragazza.” “La Tish magrolina?” “Certo. È ancora la mia ragazza. Ci sposeremo. Vieni, voglio farti vedere la mia tana. E lei ci preparerà qualcosa da mangiare – vieni, ti ho detto che abbiamo della birra.” E, anche se non avrebbe dovuto certamente spendere soldi, spinge Daniel in un taxi e se ne vengono a Bank Street: dove io non me li aspetto. Ma Fonny è grande e allegro, felicissimo; e la verità è che riconosco Daniel dalla luce che c’è negli occhi di Fonny. Perché, non è tanto che il tempo non lo ha migliorato: ma posso vedere fino a che punto è stato vinto. Questo non perché sono perspicace, ma perché sono innamorata di Fonny. Né il terrore né l’amore rendono ciechi: l’indifferenza rende ciechi. E non potevo essere indifferente a Daniel perché mi rendevo conto, dalla faccia di Fonny, di quanto era meraviglioso per lui aver recuperato, miracolosamente, dalle acque paludose del passato, un amico. Ma significa che devo uscire a fare la spesa e così esco e li lascio soli.

Se la strada potesse parlare, James Baldwin, Fandango. Traduzione di Marina Valente. Postfazione di Joyce Carol Oates, la più grande scrittrice contemporanea al mondo. È passata di recente attraverso le sale gremite della festa del cinema di Roma la versione filmica, buona ed estremamente rispettosa del testo – d’altro canto non si va a modificare ciò che già va molto più che bene, a meno che non si sia malatissimi di hybris, ma in quel caso è bene comunque lasciar perdere, perché si tratta della colpa peggiore, la più invisa in assoluto agli dei, quella, per esempio, per intenderci, che fa appendere Prometeo a una rupe alla mercé del rostro d’un’aquila che quotidianamente gli rode il fegato – di questo romanzo del millenovecentosettantaquattro redatto da un intellettuale formidabile e di incredibile poliedricità e raffinatissima sensibilità, cantore, vate e nume tutelare di una intera generazione e non solo, incarnazione di istanze di rilevanza fondamentale ieri, oggi e sempre quale è stato James Baldwin, una vera e propria leggenda (no, non è affatto un’iperbole) che ha raccontato di Harlem, cinema, afroamericani all’estero e letteratura di protesta. È stato il primo a parlare di omosessualità nella comunità nera. Il che gli ha attirato contro una pioggia di dardi avvelenati. È stato la voce di chi non ha avuto voce. Ha indagato l’anima dei suoi personaggi. Passando attraverso i corpi. Erotici. Violenti. Potenti. Sensuali. Violati. Segnati dalla vita. Dal dolore. Dalle cicatrici che lasciano le speranze quando restano non avverate. Ha scritto un maestoso romanzo sulla paura d’amare, La stanza di Giovanni, è stato un esegeta finissimo di temi come l’eccezione rispetto alla norma, la diversità, l’alterità, l’unicità, la moltiplicazione dei punti di vista, connettendo la realtà all’immaginario, anche filmico e letterario, che spesso si illude di saperla raccontare ma non vi riesce in quanto si relaziona alla materia con strumenti inadeguati, è il vero protagonista di I am not you negro. E di molto altro. Qui la storia è quella di Tish. Che ha diciannove anni e sta con Fonny. Che viene messo in galera per un crimine orrendo. Che non ha affatto commesso. E Tish, che ha appena scoperto di essere incinta, si batte, con l’aiuto della comunità, per lui, per loro, per il loro bambino, per il loro futuro. Ma… Sontuoso.

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“Questo mondo non è più bianco”

51kESh87LRL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Harlem, almeno materialmente, è cambiata pochissimo durante la vita dei miei genitori o la mia. Oggi come allora gli edifici sono vecchi e hanno un gran bisogno di riparazioni, le strade sono affollate e sporche, e ci sono troppi esseri umani per isolato. Gli affitti sono più alti che in ogni altra zona della città di qualcosa che va dal 10 al 58 per cento; il cibo, caro dappertutto, qui è più caro e di peggiore qualità; e ora che la guerra è finita e i soldi scarseggiano, i vestiti si scelgono con cura e si comprano di rado. I negri, tradizionalmente gli ultimi a essere assunti e i primi a essere licenziati, fanno sempre più fatica a trovare un lavoro e, mentre i prezzi salgono implacabilmente, i salari scendono. In tutta Harlem oggi si prova lo stesso amaro senso di attesa con cui, nella mia infanzia, aspettavamo l’inverno: sta arrivando e sarà duro; nessuno può farci niente. Tutta Harlem è pervasa da un senso di congestione molto simile all’insistente pulsazione, claustrofobica ed esasperante, che sentiamo nella testa quando cerchiamo di respirare in una stanza troppo piccola con tutte le finestre chiuse. Eppure l’uomo bianco che attraversa Harlem a piedi molto probabilmente non la troverà né sinistra né più miserabile di qualunque altro slum.

Questo mondo non è più bianco, James Baldwin, Bompiani, traduzione di Vincenzo Mantovani. È stato il primo a parlare di omosessualità nella comunità nera. Il che gli ha attirato contro una pioggia di dardi avvelenati. È stato la voce di chi non ha avuto voce. È stato un intellettuale sensazionale, dall’incredibile raffinatezza. Ha indagato l’anima dei suoi personaggi. Passando attraverso i corpi. Erotici. Violenti. Potenti. Sensuali. Violati. Segnati dalla vita. Dal dolore. Dalle cicatrici che lasciano le speranze quando restano non avverate. Ha scritto un maestoso romanzo sulla paura d’amare, La stanza di Giovanni, è stato un esegeta finissimo di temi come l’eccezione rispetto alla norma, la diversità, l’alterità, l’unicità, la moltiplicazione dei punti di vista, connettendo la realtà all’immaginario, anche filmico e letterario, che spesso si illude di saperla raccontare ma non vi riesce in quanto si relaziona alla materia con strumenti inadeguati, è il vero protagonista di I am not you negro, è l’immenso James Baldwin, che qui parla di Harlem, cinema, afroamericani all’estero e letteratura di protesta: da leggere e rileggere.

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“La grande convergenza”

51cErNfBfJL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La delocalizzazione non è sempre la causa principale della deindustrializzazione.

La grande convergenza – Tecnologia informatica, web e nuova globalizzazione, Richard Baldwin, Il Mulino, traduzione di Nanni Negro. Il mondo contemporaneo è sempre più complicato, precario e globalizzato, è sempre più difficile entrare e rimanere nel mondo del lavoro, ricevere salari equi e mantenere una qualità della vita dignitosa. Tutto questo nonostante le migliorie tecnologiche, che riducono spesso la fatica in senso meramente fisico ma che nella realtà dei fatti altrettanto sovente sono state la giustificazione per gli speculatori per fare in modo che le macchine non agevolassero gli uomini, ma li sostituissero addirittura. E certo un robot non accampa pretese sindacali… Su questi temi però c’è anche moltissima approssimazione, una nebbia che il testo di Baldwin dipana in modo mirabile. Da leggere.

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“Stamattina stasera troppo presto”

51IIsAitoPL._SX335_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Lo guardo, adesso, mentre sta seduto tranquillo, in salotto, questo ruvido, cinico, astuto francese, e mi domando se si è accorto che l’incubo sotto cui vivevo mentre interpretavo il ruolo di Chico, era soltanto paura per il destino di Paul. Il che vuol dire che rivissi tutte le sciagure che mi avevano quasi distrutto l’esistenza; ma, pensando a Paul, mi resi conto di non volere affatto che mio figlio sentisse verso di me quel che io avevo provato verso mio padre. Era morto che avevo undici anni, eppure avevo fatto in tempo a osservare tutte le umiliazioni che aveva dovuto patire; e ne avevo avuto pietà. Ma non c’era, in quella pietà, anche una buona dose di disprezzo, per quanto doloroso e contrario perfino alla mia volontà? Infatti, come potevo conoscere sul serio quel che aveva patito? Sapevo soltanto di essere suo figlio. E per quanto mi avesse amato, qualunque cosa avesse sopportato, io, suo figlio, ero una creatura disprezzata. Anche se fosse rimasto al mondo, non avrebbe potuto far niente per impedirlo, per proteggermi. Poteva soltanto sperare di preparare anche me alle stesse umiliazioni; ma non riuscì nemmeno a far questo. È forse possibile preparare qualcuno a ricevere degli sputi in faccia, a difendersi dall’inesauribile ingegnosità che alimenta il disprezzo, la paura, di gente meschina, miserabile oltre ogni dire, per cui il più grande degli spaventi è costituito dall’identità del singolo, e la cui gioia, la cui sicurezza, dipende interamente dall’angoscia, dall’umiliazione degli altri? Ma per Paul, lo giurai, un giorno simile non sarebbe mai venuto. Avrei gettato la mia vita e il mio lavoro tra Paul e l’incubo del mondo. Avrei impedito che il mondo trattasse mio figlio come aveva trattato me e mio padre.

Stamattina stasera troppo presto, James Baldwin, Racconti, traduzione di Luigi Ballerini. È stato il primo a parlare di omosessualità nella comunità nera. Il che gli ha attirato contro una pioggia di dardi avvelenati. È stato la voce di chi non ha avuto voce. È stato un intellettuale sensazionale, dall’incredibile raffinatezza. Ha indagato l’anima dei suoi personaggi. Passando attraverso i corpi. Erotici. Violenti. Potenti. Sensuali. Violati. Segnati dalla vita. Dal dolore. Dalle cicatrici che lasciano le speranze quando restano non avverate. Stamattina stasera troppo presto è un’antologia blues che dipinge vividamente tutti i colori dell’emarginazione. Dell’alterità. Della ricerca di un posto nel mondo. Della diversità. Dell’esclusione. Della consapevolezza. Dell’identità. Senza una terra in cui affondare le proprie sofferenti radici, piagati e piegati dalla nostalgia per una felicità che hanno solo sentito nominare ma non hanno mai vissuto, e al tempo stesso mai domi, i personaggi di Baldwin sono un entusiasmante dono di vita.

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“La stanza di Giovanni”

download (7).jpgdi Gabriele Ottaviani

Lentamente mi trascinò con sé su quel letto. Ogni singola parte di me urlava no!, ma tutto il resto di me disse a bassa voce sì.

Teoricamente ha una donna. Ma gli è già capitato di andare a letto con un uomo. E così mentre lei è in Spagna per la più classica delle pause di riflessione lui da New York, dove apparentemente conduce un’esistenza regolare, rispettabile e tranquilla, si trasferisce a Parigi per cercare di essere veramente quel che vuole essere e incontra, il giorno in cui lo cacciano per morosità dal suo alloggio, Giovanni. Che sembra già rassomigliare terribilmente a un bellissimo fiore sul punto di appassire, per colpe proprie e responsabilità di Jacques, del suo whisky, delle sue orge, della sua idea di giardino dell’Eden che non tollera di non poter abitare per sempre. Ha una luce tutta sua. È impertinente. È irresistibile. L’attrazione è fatale. Non può non sedurlo, dicendogli di essere più carino del suo portinaio e della sua carta da parati. Dicendogli che gli sorriderà quando si sveglierà, la mattina. David entra in quella stanza disordinata come un letto dopo il sesso, in cui la vita, dice, sembra svolgersi sotto la superficie del mare, e tutte le stropicciature della sua anima lo fanno sentire finalmente davvero a casa, e al tempo stesso disperato, come una cosa morta nel deserto, mentre il sangue sul fondo del cuore gli ribolle. Con postfazione del grande Colm Tóibin, giunge in libreria per Fandango, tradotto da Alessandro Clericuzio, uno dei più bei e maestosi romanzi che si ricordino sulla paura di amare, scritto da uno dei più grandi della storia del Novecento. Drammaturgo, romanziere, saggista, di Harlem, nero, ostracizzato anche dagli stessi neri perché ha parlato di omosessualità: James Baldwin. La stanza di Giovanni. Banalmente un miracolo.

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“Congo Square”

51TCQ5-U6aL._SX381_BO1,204,203,200_ (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

I dannati della terra non scelgono di estinguersi. Scelgono, al contrario, di moltiplicarsi…

Congo Square, James Baldwin, Playground. Traduzione di Sara Antonelli. È stato uno scrittore formidabile. La sua voce stentorea non ha mai cessato per un attimo lungo tutta la sua esistenza di levarsi in difesa dei diritti, contro ogni sopruso, sempre chiara e limpida, senza ambiguità, avversando con fierezza e orgoglio tutte le discriminazioni. Ha dato vita a commedie, racconti, romanzi, poesie, saggi: Congo Square è una scintillante e viscerale esegesi profondamente autobiografica in cui tutti i temi ricorrenti nell’opera dell’autore da cui trae spunto lo splendido documentario I am not your negro sono presenti. Ossia l’eccezione rispetto alla norma, la diversità, l’alterità, l’unicità, la moltiplicazione dei punti di vista, connettendo la realtà all’immaginario, anche filmico e letterario, che spesso si illude di saperla raccontare ma non vi riesce in quanto si relaziona alla materia con strumenti inadeguati. Folgorante, potente, semplice, preciso, puntuale, brillante, divulgativo, profondo, mai cattedratico, artificioso o retorico.

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