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“Io sono El Diablo”

41Tk-3Ze1lL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando riaprì gli occhi vide la nuova scena.

Io sono El Diablo, Mauro Baldrati, Neroitaliano. Non si sa chi sia. Non si sa da dove venga. Non si conosce il suo passato. Si ignora il suo presente. Si sa che è l’inglese. È così che lo chiamano. Ha il volto sfregiato. Un occhio coperto da una benda nera, come la caricatura di un pirata. Dorme in un campo nomadi in cui non c’è nulla di nemmeno lontanamente regolare, macina a piedi decine e decine di chilometri ogni giorno che Cristo manda in terra, senza meta, pare. Da anni. A Bologna. Una città che sembra la periferia della Marsiglia dei polar più cupi, solo senza mare, e che non ha nulla di monumentale nel suo orizzonte: davanti al suo sguardo sghembo si squaderna il degrado più totale. E lui ne pare cantore, custode e testimone, viaggiatore in costante peregrinazione. Finché un giorno non incontra Violeta, una donna albanese in fuga. Sola come un cane. Sola come lui. E per lei lui si riappropria della sua identità, torna a essere El Diablo… Mozzafiato.

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