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“Ad alta voce”

ad_alta_voce_600pxdi Gabriele Ottaviani

“La bambina è qui perché deve prepararsi per gli esami di ammissione alla scuola media, lei lo sa già”. La suora la tranquillizzò impegnandosi a curare personalmente la mia preparazione, essendo lei stessa maestra. Almeno per questo, mia madre andava via rassicurata. Ci staccammo solo quando la suora, con mossa energica, mi sottrasse alla stretta della mamma spingendomi verso l’uscio che portava al cortile. Incominciai subito a parlare soltanto in italiano. Pensavo: in un collegio dove studierai per diventare maestra, non puoi che parlare in italiano! Mi venne in mente Pinuccio. Anche lui, tornato da Catania, parlava in italiano con tutti; ma lui era bravo, e poi con la zia aveva avuto tanto tempo per imparare. A me nessuno aveva mai insegnato le parole dell’italiano. Inoltre, una cosa era sforzarmi di parlarlo solo a scuola con la maestra che, se sbagliavo, mi correggeva; un’altra cosa era parlare sempre e soltanto in quella lingua. Ce la mettevo tutta, ma non mi risultava facile una simultanea e perfetta traduzione dal mio abituale baucinese. Parlavo in italiano anche con le compagne di collegio, sorprese e incuriosite perché abituate a esprimersi soltanto nei loro dialetti strettissimi, con cadenze e strascichi sconosciuti. Fu faticoso per me, ma il mio sforzo mi fece guadagnare il rispetto e la considerazione di tutte. Ripresi a frequentare la quinta classe interrotta a Baucina: nuovi compagni, nuova maestra, nuovi metodi, nuovo ambiente. Ero guardata e trattata da tutti come una bambina diversa, ma ero una diversa in positivo. Mangiavo in sagrestia, da sola, e un’inserviente mi serviva il latte la mattina, la minestra a mezzogiorno e la verdura la sera.

Antonina Azoti, Ad alta voce – Il riscatto della memoria  in terra di mafia (diario vincitore del Premio Pieve Saverio Tutino 2004), Terre di mezzo. Il silenzio può essere una risorsa, un velo o una cappa. Quando è una cappa va squarciato. Senza se e senza ma. Anche se può essere difficile. Doloroso. Rischioso. Può turbare equilibri faticosamente raggiunti. Ma non si può tacere. Il quieto vivere, l’essere superiori talvolta fa precipitare dalla parte del torto. La riservatezza non ci mette nulla a diventare correità, connivenza, omertà. No, non si può tacere. Non si può nascondere la polvere sotto il tappeto, non si può lasciare che si adagi una coltre su qualcosa che invece deve rimanere sempre impresso nella memoria, stagliarsi a testimonianza dinnanzi agli occhi di tutti. No, tacere è sbagliato. E Antonina non tace, parla. Scrive, un diario bellissimo. Antonina è la figlia di Nicolò. Un sindacalista. Che si schiera con i contadini siciliani che reclamano l’attuazione della riforma agraria per l’assegnazione delle terre incolte, laddove spesso si scrive latifondo ma si legge mafia. Per questo viene ammazzato a trentasette anni. Antonina ne ha quattro. E sulla lotta del padre, su di lei e la sua famiglia Stato e concittadini fanno cadere, appunto, il silenzio. Che lei caccia via. Parla, scrive, a voce alta, a schiena dritta. Un’opera struggente la sua, ma soprattutto fondamentale. Per noi, tutti. Dal punto di vista etico, civile, morale. Per quell’inestimabile e vilipeso tesoro che si chiama dignità.

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