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“La donna da mangiare”

di Gabriele Ottaviani

L’asse da stiro era più nel mezzo e la scacchiera era posata sopra una pila di libri, e i pezzi si fronteggiavano in file opposte. Sul letto c’erano parecchie camicie bianche appena stirate, ognuna sul suo appendiabiti. Duncan le sistemò nell’armadio prima di attaccare il ferro alla corrente. Marian si tolse il cappotto e sedette sul letto. Lui gettò la sigaretta in uno dei posacenere strapieni appoggiati a terra, aspettò che il ferro si scaldasse provandolo di tanto in tanto sull’asse, dopodiché iniziò a stirare una delle camicette, con calma e concentrazione, e prestando un’attenzione sistematica agli angoli dei colletti. Marian lo osservava in silenzio; era evidente che non voleva essere interrotto. Le pareva strano che qualcun altro stirasse le sue cose. Ainsley le aveva rivolto una strana occhiata, vedendola uscire da camera sua in cappotto e col fagotto di vestiti sottobraccio. «Dove vai con quelli?» aveva chiesto. Non erano abbastanza per la lavanderia. «Oh, sto uscendo». «Cosa devo dire se chiama Peter?» «Non chiamerà. Ma digli solo che sono fuori». A quel punto si era già fiondata giù per le scale, ansiosa di evitare spiegazioni su Duncan o anche solo di rivelarne l’esistenza. Sentiva che così facendo avrebbe turbato l’equilibrio delle forze. Al momento, però, Ainsley non aveva tempo che per una pigra curiosità, euforica com’era per il probabile successo della sua personale campagna, e per quello che aveva definito ‘una botta di fortuna’. Entrando in casa e trovandola in soggiorno con un manuale sui neonati e la prima infanzia, Marian le aveva domandato: «Allora, stamattina sei riuscita a far uscire di qui quel poveretto?»

La donna da mangiare, Margaret Atwood, Ponte alle Grazie, traduzione di Guido Calza. Icona del femminismo, narratrice finissima, intellettuale formidabile e interprete di istanze sociali e culturali fondamentali che connotano e caratterizzano ancora oggi la società contemporanea Margaret Atwood, sempre attuale anche nei suoi scritti più datati e anzi preconizzatrice di molte delle successive derive del nostro tempo così precario, rabbioso, liquido e ostile racconta in quest’opera molto intrigante e coinvolgente che induce alla riflessione e che davvero conquista la vicenda di Marian, che negli anni Sessanta del secolo breve vive a Toronto ed è fidanzata con Peter, che è un avvocato davanti al quale si prospetta una carriera sfavillante e ambiziosa. Marian è desiderosa di essere come tutte, cerca sempre di compiacere e di assecondare le richieste dell’ambiente e di coloro che la circondano finché quando non incontra qualcuno che cambia del tutto le sue prospettive, e la narrazione prende piede attraverso il suo corpo, protagonista e tema ricorrente nella prosa di Margaret Atwood, che qui – salvo calamità il testo diverrà l’anno prossimo anche una serie per il piccolo schermo – è al primo romanzo ma già palesa in pieno gli argomenti cui tiene è che riprenderà in più occasioni con una voce sempre più matura, sempre più sardonica, sempre più avversa nei confronti dell’imperante conformismo.

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“L’uovo di Barbablù”

di Gabriele Ottaviani

«Ho sentito imprecare tuo padre solo una volta» dice mia madre. Nemmeno lei impreca mai. Quando arriva a un certo punto di una storia in cui è richiesto un linguaggio colorito, dice «mannaggia ai pesci!» oppure «caspiterina». «È stato quando si è schiacciato il pollice, quando stava scavando un pozzo, per la pompa.» Questa storia, lo so, risale a prima della mia nascita, quando era su al nord dove non c’è niente sotto gli alberi e le loro chiome se non sabbia e sassi. Il pozzo era per una pompa manuale, che a sua volta era per la prima dei molti bungalow e case che i miei genitori hanno costruito insieme. Ma dato che, più avanti, ho assistito allo scavo di pozzi e all’installazione di pompe manuali, so come si fa. C’è un tubo con un’estremità appuntita, lo si batte nel terreno col maglio, e mentre penetra in fondo, si avvitano altri monconi di tubo, finché non si trova l’acqua potabile. Per evitare di rovinare la bocca del tubo all’estremità superiore, si tiene in mano un pezzo di legno tra il maglio e il tubo. O, meglio ancora, si trova qualcuno che lo tenga per te. È così che mio padre si è schiacciato il dito: stava sia tenendo il pezzo di legno che martellando. «Si è gonfiato come un ravanello» dice mia madre…

L’uovo di Barbablù, Margaret Atwood, Racconti. Scrittrice e attivista dalla voce stentorea che riesce a rendere temi sempiterni sempre nuovi, grazie a una perizia sopraffina, esaltata dalla traduzione, come in ogni occasione piena di passione e di sapienza, di Gaja Cenciarelli, Margaret Atwood indaga, per il tramite di una dozzina di storie che trascendono il genere e si ribellano a qualsivoglia mera classificazione tassonomica, il catalogo dei viventi, sì con sguardo lucido, critico e scientifico, ma anche con profonda empatia, andando a svellere le convenzioni e le sovrastrutture che impastoiano i rapporti, in particolare quelli di coppia. Sovente infatti vengono a crearsi meccanismi che per molti e contrastanti motivi fanno sì che le relazione a due sia una monade, isolata dal resto del mondo da un diaframma sottile e fragile eppure impervio, un guscio in cui è però necessario, per raggiungere la maturità, la consapevolezza, la pienezza, praticare una breccia, che permetta di vedere la luce dell’altro, il solo modo che abbiamo come esseri umani per illuminare sul serio noi stessi, superando l’incomunicabilità, l’oscurità, il mistero, la tensione latente sempre sul punto di traboccare ed esplodere, al di là degli stereotipi. Da leggere.

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“Tornare a galla”

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Come è stato che siamo diventati cattivi?

Tornare a galla, Margaret Atwood, Ponte alle grazie, traduzione di Fausta Libardi. Critica, attivista, poetessa, scrittrice, ambientalista, tra le voci più autorevoli e riconoscibili della letteratura moderna e contemporanea, intellettuale nel senso più ampio e raffinato del termine, Margaret Atwood torna sugli scaffali delle librerie italiane con un’opera la cui prima pubblicazione risale a quasi mezzo secolo fa, ma, come sempre accade con la grande narrativa, sembra, per la magnificenza del linguaggio e l’urgenza dei temi che tratta, scritta domani. Il padre, d’improvviso, scompare, e una giovane donna torna dopo tempo nella casa isolata che ha fatto da sfondo alla sua infanzia e alla sua adolescenza, e che simboleggia tutti quei demoni a stento soffocati che ombreggiano la sua anima: ma… Imprescindibile.

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“I testamenti”

71njIYfWT3L._AC_UY218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fu un’ordalia. Molto probabilmente avrai sospettato di cosa si trattava. Accadde come nel mio sogno…

I testamenti, Margaret Atwood, Ponte alle Grazie. Traduzione di Guido Calza. Nonostante sia una delle più grandi scrittrici che si conoscano, come sovente accade, era pressoché uscita fuori catalogo finché, potenza del crossing over mediatico, una serie di straordinario successo, grazie in primo luogo all’interpretazione della sempre valida Elisabeth Moss, ha acceso i riflettori su un suo ottimo romanzo di oltre trent’anni fa, distopico ma tragicamente profetico nel raccontare, attraverso l’allegoria di Gilead, laddove le donne, specie se fertili, sono private d’ogni diritto e vessate da qualsivoglia sopruso, la violenta sperequazione che vede vittima, anche se non soprattutto nelle società che si professano evolute, il genere femminile. Il clamore suscitato ha fatto sì che Margaret Atwood scrivesse, ambientandolo a tre lustri di distanza, il seguito. Eccellente. Un inno al potere generatore, e quindi sovversivo, delle donne. Da non perdere per nessuna ragione.

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“Il canto di Penelope”

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Non mi si dica più che gli dei non volevano vedermi soffrire. Sono dei provocatori.

Il canto di Penelope – Il mito del ritorno di Odisseo, Margaret Atwood, Ponte alle grazie, traduzione di Margherita Crepax. Vent’anni. Una vita. Un’attesa lunghissima. Nella propria casa che si è fatta prigione, mentre il legittimo consorte è alle prese con i dispetti degli dei ma di certo anche con accadimenti niente affatto spiacevoli. Lei è lì. Indomita. Solida. Saggia. Rassicurante. Aspetta, piena di grazia e di dignità, costretta in un ruolo nobilissimo ma asfissiante, iconico, persona e insieme personaggio che subisce in vita numerosi torti, e che poi, finalmente, piombata nell’Ade, è libera, attraverso l’ironia scintillante della prosa della Atwood, cui certo il genio non fa difetto, di parlare, di dire la sua, di raccontarsi, autodeterministicamente, senza che qualcun altro si arroghi il diritto di inculcarle pensieri non completamente suoi: e il ritratto mitico della sposa devota per antonomasia diventa dunque finanche una straordinaria allegoria della società e delle sue proterve meschinità. Da non perdere.

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“Occhio di gatto”

51DPGsIjXZL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ha un’aria disperata.

Occhio di gatto, Margaret Atwood, Ponte alle grazie, traduzione di Marco Papi. Elaine è nata e cresciuta a Toronto, fa la pittrice e ora torna nella città di cui è originaria in occasione della prima retrospettiva delle sue opere. Tutto è mutato. Tutto è rimasto inalterato. Si riaffacciano alla coscienza i motivi che l’hanno spinta ad andarsene. È, per via, di nuovo bambina, schiava della memoria, tra Proust e Noodles, immersa nell’amnios di una famiglia anticonvenzionale ma al tempo stesso crudele. Solo un amuleto la protegge: un occhio di gatto… Una delle più grandi narratrici contemporanee, un personaggio perfetto, un libro da custodire come le cose più care.

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“Fantasie di stupro”

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La stavano violando, stavano penetrando nella sua intimità contro la sua volontà. «Mettilo via» disse Morrison, più bruscamente di come in genere osasse rivolgersi a Paul. «Prendiamo il taccuino mezzo vuoto, dev’essere quello che voleva.» C’erano più o meno una decina di libri presi in biblioteca sparsi per la stanza, alcuni oltre la scadenza di consegna; geologia e storia, per la maggior parte, e un volume di Blake. Leota si offrì di restituirli. Mentre stava per chiudersi dietro il lucchetto Morrison guardò ancora una volta la stanza. Solo ora capiva perché desse l’impressione di essere un pastiche: la libreria era una copia di quella che si trovava nel salotto di Paul, le stampe e il tavolo erano quasi identici a quelli dei Jamieson. Altri dettagli evocarono vaghe immagini di oggetti intravisti nelle varie case, agli svariati ma quasi identici ricevimenti tra colleghi. La povera Louise aveva cercato di costruire se stessa sulla base delle altre persone che aveva conosciuto. Solo da lui non aveva preso niente; pensando al suo arredamento freddo, embrionale e degradato, si rese conto che non c’era nulla di interessante per lei.

Fantasie di stupro, Margaret Atwood, Racconti, traduzione di Gaja Cenciarelli. Guerra in bagno, L’uomo che veniva da Marte, Polarità, Sottovetro, La tomba del poeta famoso, Fantasie di stupro, che con ogni evidenza dà il titolo all’antologia, Gioielli per capelli, Quando succederà, Articolo di viaggio, Il quetzal splendente, Allenamento, Le vite dei poeti, Ballerine, Dare alla luce: la scrittura di Margaret Atwood (La donna da mangiare, Il racconto dell’ancella, Occhio di gatto, La donna che rubava i mariti, L’altra Grace, L’assassino cieco, L’ultimo degli uomini, Il canto di Penelope, L’anno del diluvio, L’altro inizio, Per ultimo il cuore, Disordine morale, Mattino nella casa bruciata, Negoziando con le ombre, Dare e avere, Il rude Ramiro e i ravanelli ringhiosi), critica, femminista, poetessa, attivista, romanziera, coscienza civile contro il degrado del nostro mondo, non ha bisogno di presentazioni, siamo con ogni evidenza nel gotha della letteratura a livello internazionale. La sua caleidoscopica potenza espressiva infatti si riverbera e moltiplica in questi racconti che, editi per la prima volta quarantun anni fa, in realtà sembrano narrare meglio di una fotografia scattata un attimo fa l’istante della storia del mondo che stiamo vivendo, un coacervo di ossessioni e disillusioni che non sembra lasciare adito alla possibilità di un recupero di valori reali, autentici, sinceri, profondi. Eppure c’è sempre la favilla di una speranza che illumina l’oscurità, quella di saper vedere attraverso gli occhi degli altri. Da non perdere.

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“Seme di strega”

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Ma il dramma è veramente degno di fiducia?

Seme di strega, Margaret Atwood, Rizzoli. Traduzione di Laura Pignatti. Continua l’attualizzazione di Shakespeare per mano di grandi autori della contemporaneità: stavolta l’operazione, senza dubbio di grande valore, perché un classico non termina mai di dire quel che ha da dire, si declina attraverso una riuscitissima riscrittura della Tempesta. Felix è un regista. Teatrale. Di successo. I suoi allestimenti, sensuali, brillanti, ingegnosi, intelligenti, innovativi, provocanti, provocatori, affascinanti, sono un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati. Ma il passato è nulla in confronto a ciò che progetta, una sensazionale Tempesta shakespeariana che vuole produrre a tutti i costi. In primo luogo per elaborare il dolore del lutto più atroce. Quello per cui non esiste la parola. Se sei senza genitori sei orfano, se sei senza coniuge sei vedovo, se sei senza figli resti genitore, ma non lo sei. Non sei. Non sei più. E la sua adorata Miranda è morta. E oltretutto viene tradito dal suo socio, e quindi si ritrova solo, in balia della sua solitudine. Ma… Margaret Atwood è sensazionale, riesce a rendere distopico anche il Bardo: da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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“L’altra Grace”

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Oh no, oh no, pensai. Mi sentii un peso sul cuore. Non può essere.

L’altra Grace, Margaret Atwood, Ponte alle grazie. Traduzione di Margherita Giacobino. A brevissimo sugli schermi di tutti coloro i quali sono abbonati a Netflix nella sua versione filmica – una produzione USA-Canada in sei puntate (che segue a brevissima distanza The handmaid’s tale, con Elisabeth Moss, Joseph Fiennes e Alexis Bledel, che ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico e di critica, vista la qualità della sua narrazione dai tratti ferocemente distopici e drammaticamente attuali e inquietanti che ricordano in modo assai deciso in primo luogo Orwell, ma non solo) interpretata da un nutrito cast che vede nei ruoli principali attori del calibro di Sarah Gadon (A dangerous method), Edward Holcroft (London spy), Zachary Levi (Chuck), Paul Gross (Due poliziotti a Chicago), Anna Paquin (premio Oscar per Lezioni di piano) e Rebecca Liddiard, alla sua prima vera prova importante – , ma anche sugli scaffali delle librerie per tutti gli appassionati di buona letteratura: e Margaret Atwood, in questo senso, è senza dubbio una vera e propria garanzia. Canada, milleottocentoquarantatré: un ricco possidente e la sua amante vengono uccisi. Accusata del delitto, Grace finisce in manicomio. C’è chi pensa sia una santa, chi un demonio. Del resto è la vittima perfetta. È donna. È povera. Quel mondo non la ama, non può. Ma ora ha finalmente l’opportunità di raccontare a un dottore la sua storia. La sua verità… Si legge con impressionante facilità e non si riesce a farne a meno.

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“Il racconto dell’ancella”

download (5).jpegdi Gabriele Ottaviani

In seguito avevo avuto un appartamento migliore, dove ero vissuta per i due anni occorsi a Luke per sciogliere il suo matrimonio. Pagavo l’affitto coi proventi del nuovo lavoro che avevo trovato in una biblioteca, non quella grande con gli affreschi della Morte e della Vittoria, una biblioteca più piccola. Il mio lavoro consisteva nel trasferire i libri in dischi per computer, per risparmiare spazio e ridurre le spese di magazzino. Ci divertivamo ad autodefinirci discografici e a chiamare la biblioteca discoteca. I libri, quando erano stati trasferiti, andavano al macero, ma io, ogni tanto, ne portavo qualcuno a casa. Mi piacevano al tatto e alla vista. Luke diceva che avevo la mentalità di un antiquario, ma era contento perché anche a lui piacevano le cose antiche. È strano, adesso, pensare di avere un lavoro. Lavoro. In quanti modi si usava questa parola! È un lavoro da uomo, si diceva. Oppure: guarda che bel lavoro hai fatto, quando un bambino rompeva qualche cosa o un cane sporcava il tappeto. Se un cane fa i suoi bisogni per terra bisogna picchiarlo con un giornale arrotolato, diceva mia madre. Mi ricordo di quando c’erano i giornali, ma non li ho mai usati per picchiare un cane, non ho mai avuto cani, solo gatti. Lavoro si dice job. Come Giobbe. Il libro di Giobbe. Tutte quelle donne che lavoravano… difficile immaginarle adesso, ma ce n’erano migliaia, milioni.

Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood, Ponte alle grazie. Traduzione di Camillo Pennati. Gli Stati Uniti, la terra delle opportunità, il paese delle libertà, la più grande democrazia d’occidente, non esistono più. Sono diventati un regime. Uno stato totalitario. Del resto anche il mondo non è più quello di un tempo: le radiazioni atomiche l’hanno corroso, come la ruggine fa col ferro, mangiandolo vivo, tarlo in un legno marcio. Il potere viene esercitato attraverso il controllo, in particolare del corpo. Naturalmente, di quello delle donne. La maggior parte sono schiave. Le altre, per salvarsi, devono sperare di essere ancelle. Ossia ancora capaci di procreare. Non hanno identità, non hanno più nome, prendono quello del loro padrone. Non è loro nemmeno più consentito leggere. Ma non tutte hanno perso la memoria di come fosse il mondo. Di che terra esistesse, prima… Ha trentadue anni, ma sembra scritto domani. Ha ispirato una serie tv, The Handmaid’s Tale, con Elisabeth Moss e Jospeh Fiennes, che sta facendo a dir poco scalpore. È semplicemente devastante e magnifico, da non lasciarsi sfuggire assolutamente.

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