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“L’estate che sciolse ogni cosa”

download (6).jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando arrivò il momento di fare un lancio per Strillo, Grand ce la mise tutta. La loro amicizia non era più stata la stessa da quando Strillo era corso via da casa nostra a quel modo l’altro giorno. Grand tentò di rimettere le cose a posto con quel lancio. Voleva che tornasse tutto com’era prima, ma Strillo non era pronto. Ci mise tutta la sua rabbia, e la mazza rispedì indietro la palla con tale violenza che Grand fu costretto ad abbassarsi se non voleva che gli spaccasse il cranio in due. Con i capelli che gli sventolavano sulla nuca, Strillo toccò una base dopo l’altra e con una gran scivolata conquistò un home run un istante prima che la palla toccasse il guantone. Mentre la polvere smetteva di turbinare, e Strillo si rimetteva a posto gli occhiali che gli erano scivolati giù dal naso, l’allenatore e gli altri compagni di squadra si congratularono dandogli la solita pacca sul sedere. Una pacca veloce come acqua che schizza dalle dita. Una, un’altra, un’altra ancora. E anche quella di Grand, che rammentò a Strillo perché era corso via quel giorno. Lo scostò bruscamente. «Cosa diavolo fai?». «Come, scusa?». Grand si strinse il guantone al petto. «Non mi toccare, amico, dannazione. L’avete visto?», esclamò Strillo. «Mi ha toccato il culo». «Hai fatto punto». L’allenatore in pantaloncini ascellari gli si parò davanti. «Il caldo ti sta dando alla testa. Perché non te ne vai in panchina per qualche minuto? E ti versi un bel secchio di acqua ghiacciata sulla testa». «Sì, Strillo», disse un altro compagno. «Perché fai la testa di cazzo?». «Perché il cazzo non mi interessa». Gli si erano gonfiate le vene del collo tanto che sembrava che stessero per esplodere. «Hai sentito, Grand? Il cazzo non mi interessa. E non ho voglia di giocare con uno che lo vuole». Grand sembrava essere sul punto di versare l’ultima goccia di sudore e poi sciogliersi, scomparire, mentre gli altri incitavano Strillo a spiegarsi. Grand s’infilò il guantone sotto il braccio e alzò le mani come se Strillo avesse una pistola. «Dai, Stri. Mi dispiace, okay? Per favore. Smettila». Ma Strillo doveva continuare, doveva dirlo. Se non l’avesse fatto, cosa significava? Che gli era piaciuto quello che aveva provato a fare Grand? Se non urlava, se non gli scagliava addosso la sua rabbia, cos’avrebbe pensato la gente se avesse scoperto che Grand l’aveva baciato sul letto mentre di sotto c’era Anthony Perkins in TV. Sì, Strillo doveva dirlo, per il proprio bene. Fanculo, doveva aver pensato mentre puntava il dito contro Grand e dichiarava: «È frocio». Mio fratello. Mio fratello frocio? Era come vedere una fila di bandiere americane strappate lungo uno steccato bianco. Grand era stato il rosso, il bianco, il blu e il quattro luglio. Ma ora il suo mito era crollato. Lui che era così affascinante, e tutte le ragazze da bambine sognavano di sposarlo e salire su una stella. L’accusa di Strillo lasciò un’eco che continuò ad aleggiare, corposa, potente, disegnando un arco per aria come una freccia con la punta avvelenata. Fu come se il mondo intero, colto da sconcerto, si stesse assiepando sul campo da baseball della cittadina di Breathed, Ohio. Tra i compagni e l’allenatore, tante piccole cose di anni cominciarono a chiarirsi. Rapide sbirciate nello spogliatoio, abbracci prolungati, pacche sul sedere non sempre giustificate. A sufficienza per intravedervi le spire del serpente. A sufficienza per accettarle senza grazia. «Grand, credo che sarà meglio che tu vada a casa», disse l’allenatore socchiudendo gli occhi in uno sguardo ostile dietro le lenti anni Cinquanta. «Per oggi, intende?». «Grand…». «Ho il diritto di sapere se sono ancora in squadra, dannazione! Chi vi farà da lanciatore, eh? Arly?». «Non sono così male», disse il povero Arly in propria difesa. «Ho smesso di usare il sodio. Non sono più così lento». «È morto, il tuo braccio, Arly. Ogni volta che lanci è come assistere al suo funerale, cazzo. Мертвыx». «Arly andrà benissimo». Con quelle tre parole, l’allenatore tolse a Grand il monte di lancio. Non credevo di poter vedere mio fratello sconfitto. Era sempre stato così in gamba. Resistente come il linoleum. Quel giorno mi resi conto che anche il linoleum era un accessorio a effetto, ma sotto, anche lui era fragile come tutti noi. Mio fratello. Il ragazzo che credevo destinato all’eternità, e invece io sono qui e lui dov’è? Forse ancora su quel campo da baseball, per sempre. Esposto ancora, e per sempre, da quella rivelazione, ai loro passi indietro, a essere giudicato una malattia ammorbante. Inutile ricordare quante volte avessero gridato Sei grande, Bliss, nella luce dorata di una grande vittoria. Inutile ricordare che erano stati amici…

L’estate che sciolse ogni cosa, Tiffany McDaniel, Atlantide, traduzione di Lucia Olivieri. Capita nella vita che tutto cambi per un nonnulla. Un attimo, e ogni cosa non è più uguale a prima. E non lo sarà mai più. Può succedere infatti di perdere la considerazione di sé, la reputazione, la felicità, tutto quello che si è costruito per una parola, un gesto, uno sbaglio che sbaglio non è. Una voce, una calunnia, un sentimento espresso con goffaggine, un’esitazione di troppo, un dolore malcelato che si fa forza ed emerge con prepotenza e impedisce di ragionare, di riflettere, di pensare, che genera ansia e muta il comportamento, che svela segreti taciuti. Il tempo fagocita ogni cosa, e lascia orme difficili a cancellarsi. Ogni storia è storia a sé, ogni stagione della vita rappresenta un tassello di un mosaico che spesso non si riesce bene a interpretare nemmeno quando è finito. Perché esistono patenti per guidare ma non per vivere. E così, un’estate, può accadere che… Con eccezionale empatia Tiffany McDaniel dà voce alla policromia della vita in un’opera che non si può non definire con l’abusata parola che è capolavoro. Impeccabile e imprescindibile.

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“Libro dei fulmini”

download.pngdi Gabriele Ottaviani

Entrammo nel magazzino del teatro e scendemmo due rampe di scale. Una porta antipanico dava su una scalinata e poi su uno dei panorami più spettacolari di Roma sotterranea: per tutta l’ampiezza del palazzo che lo sovrasta si apre il mitreo vero e proprio. Scendemmo le scale di ferro e arrivammo al livello del vecchio interrato romano. Flavia continuava a parlare, ma ormai non la seguivo più. Guardai per terra, e tra il pavimento ricavato da vecchie lastre di marmo recuperate da altri luoghi vidi diversi tasselli sporchi di terra, probabilmente una volta parte del rivestimento originale. Feci per prenderne uno, ma la voce di Flavia mi redarguì: «Sono frammenti antichi, lasciali dove sono». Obbedii e mi infilai nella sagrestia, la piccola apertura dove veniva preparato il cibo per le cerimonie, e dove i fedeli si cambiavano d’abito, ognuno secondo il proprio grado. Il mitreo del Circo Massimo è uno dei pochi abbastanza grandi da poter contenere anche una fossa sanguinis. Il bue, animale sacro di Mitra, veniva portato al centro della stanza, e il seguace che doveva essere battezzato al culto posto nella fossa. Quando il bue veniva sgozzato, attraverso un sistema di tubature il sangue sacro defluiva al livello inferiore e l’adepto ne era ricoperto. Una volta riemerso in superficie era un uomo nuovo, diverso da prima, era un discepolo di Mitra. Mi venne in mente che poteva non essere una cosa tanto dissimile da ciò che avevo vissuto anche io nell’Aula Gotica, mentre ascoltavo la cerimonia che si svolgeva sopra la mia testa. Rabbrividii, e mi parve quasi di poter sentire il sangue caldo che mi impregnava i vestiti.

Libro dei fulmini, Matteo Trevisani, Atlantide. Che cos’è una città? Stando alla definizione del vocabolario è un centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale (il concetto di città è legato a quello di una molteplicità di funzioni di varia origine e indole, economiche, sociali, culturali, religiose, amministrative, sanitarie, ecc., riunite in un solo luogo e per tale ragione non è condizionato dal numero degli abitanti). E certo non si può dire che la spiegazione di questo specifico lemma non sia esauriente. Eppure non è esaustiva. Non comprende l’interezza della questione. Perché la città è sì un luogo, ma anche senza dubbio un non-luogo. Un riferimento dell’immaginario. Una pietra di paragone. Un posto dell’anima. Un luogo che si fa coacervo di speranze, crogiuolo di sogni, obiettivi, paure, considerazioni, rimembranze, reminiscenze. E proprio per questo spesso e volentieri capita che a descriverla siano più abili coloro che non vi sono nati. Perché riescono a mantenere la giusta distanza, che è l’aspetto più importante da tenere presente nel momento in cui ci si trova di fronte a un fenomeno da descrivere. Visti troppo da vicino i quadri impressionisti non sono capolavori, ma soltanto macchie indistinte di colore giustapposte con maggiore o minore precisione, minore o maggiore vivacità l’una di fianco all’altra. Osservare, dunque, è un’operazione che necessita di precisione e attenzione. Non si può afre a cuor leggero. Non è né guardare né vedere, è andare a fondo. Passando, inevitabilmente, per la superficie. Che non va considerata come qualcosa di infimo, anzi. Il suo pregio sta nell’essere la porta attraverso la quale si accede al mistero. Studioso di storia e di religiosità, appare evidente, con una prosa ampia, elegante, raffinata, suggestiva, materica anche quando si accosta, talvolta tra le righe, talvolta in maniera più esplicita e diretta, al trascendente, Trevisani, al suo molto più che maturo esordio da romanziere, descrive con sapienza, valicando qualsivoglia mero confine tassonomico di genere, una trama di connessioni che fanno di questo libro una continua scoperta, un’indagine approfondita delle relazioni umane e non solo. Da non perdere.

 

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