Cinema

“Assolo”

Assolo-clip_box1c600elletvbig.jpgdi Gabriele Ottaviani

assólo (o a sólo) s. m. [grafia unita della locuz. a solo, con radd. sint.], invar. – 

1. Composizione, o parte di essa, eseguita da un solo esecutore (vocale o strumentale), isolato da una massa corale o strumentale: eseguirecantare un a.; l’adel tenoreun adi violinodi flautodi chitarra. Si chiama anche semplicem. solo, e solo è la didascalia musicale corrispondente. 

2. fig. Azione isolata, di persona che si stacchi o emerga da un gruppo: l’adell’oratore in mezzo a un’assemblea sonnecchiantegli indimenticabili assolo di Bartali e di Coppi. Con valore di avv. (cantare assolo) o di agg. (un canto assolo) è forma rara invece della grafia divisa a solo (v. solo, n. 2 b).

Così il dizionario. E Laura Morante, alla sua opera seconda da regista, dopo Ciliegine, che comunque fu abbastanza apprezzato, durante il dipanarsi della pellicola pronuncia la definizione. Che dà il senso alla sua opera. Così come il sottotitolo, benché un po’ didascalico, che si legge nella locandina, di stampo classico, tipicamente da film corale. Si può essere felici anche fuori dal coro. Assolo è la storia di Flavia, appunto Laura Morante, che interpreta bene una parte che le si addice. Così come il resto del cast, nutrito e variegato: Gigio Alberti, Giovanni Anzaldo, Eugenia Costantini, Carolina Crescentini, Piera Degli Esposti (incantevole analista i cui occhi, come sempre, baluginano, invito all’ironia, a non prendersi troppo sul serio, gioco complice con lo spettatore che comunque non rompe mai, sarebbe un errore, la finzione dello schermo, anche se un certo impianto teatrale c’è, innegabilmente), Antonello Fassari, Angela e Donatella Finocchiaro, Emanuela Grimalda, Francesco Pannofino, Filippo Tirabassi, Edoardo Pesce, Lambert Wilson e quella simpatica canaglia di Marco Giallini. Flavia è un’insicura. Anzi no, insicura è un delicato eufemismo. Flavia è l’insicurezza. Flavia è la nevrosi. Flavia è l’inadeguatezza. E sull’inadeguatezza femminile si è scritto, letto e detto di tutto (magnifico, per dire, il monologo di Lella Costa nella sua versione della Traviata). Non è un tema originale, ma Assolo è fresco, divertente, ha un suo perché. C’è qualche incertezza e tre-quattro minuti di troppo, vero, ma ha un impianto che funziona, è equilibrato, bilanciato, curato (belle le riconoscibili musiche di Nicola Piovani, impreziosite dal talento di Fabrizio Bosso alla tromba), è una commedia, che fa ridere senza volgarità, un po’ onirica, un po’ surreale, un po’ quotidiana e per certi versi alla francese, ritmata, garbata, aggraziata. Troppa roba? No, c’è la giusta misura. Un lavoro che va e non va, rapporti che non possono nemmeno definirsi conflittuali con gli uomini e le donne della sua vita, che sembrano tutti più forti di lei, ma in realtà hanno le solite, umane, consuete debolezze, perché Flavia non riesce nemmeno a entrare in conflitto, perché è in controcanto da sé, suona lo spartito della sua vita in levare anziché in battere, un unico affetto disinteressato che le viene portato via, il desiderio di imparare a guidare, non solo un’auto, di cambiare. Si vede con piacere.

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