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“Lettere scontrose”

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L’uomo che si è abituato alla violenza, che assiste impassibile a un assassinio sotto le sue finestre di casa (succede in ogni strada d’America e non ci vorranno molti anni perché succeda anche qui), cosa sa ancora dell’uomo?

È il ventotto di ottobre del millenovecentosessantaquattro quando sulle colonne di Tempo Giovanni Arpino, autore fra le altre cose d’impareggiabile arguzia, inaugura una nuova rubrica, che lo terrà occupato per un anno, e che adesso per la prima volta grazie alla sempre meritoria Minimum fax è pubblicata in volume, inviando lettere sgradite e gradite – cinquantadue, come le settimane in dodici mesi – a donne e uomini alla ribalta della cronaca: nella fattispecie Amintore Fanfani, Monica Vitti, Vittorio Gassman, Aldo Moro, Charlie Chaplin, Brigitte Bardot, Vittoria De Amicis, Ezio Pascutti, Giovanni Malagodi, Claudia Cardinale, Federico Fellini, Giuseppe Saragat, Tommaso Landolfi, Sophia Loren, cui chiede delle tasse (questione per cui la diva da Oscar finirà addirittura in galera), Mariano Rumor (il primo presidente del consiglio gay?), che chissà se legge ancora Dante, domanda Arpino, Liz Taylor, Concetto Lo Bello, Alberto Sordi, il presidente svizzero, Ludwig Van Moos, Mario Nardone, Maria Callas, Totò, l’unico che replicò, con una missiva incantevole, Georges Simenon, Dino De Laurentiis, Donato Pafundi, Jeanne Moreau, Jean-Paul Sartre, Geraldine Chaplin, Maria Bellonci, Evgenij Evtushenko, i Beatles, Helenio Herrera, Ursula Andress, Edmondo Fabbri, Nino Manfredi, Paolo Monelli, Virna Lisi, Ugo La Malfa, Charles De Gaulle, Jacqueline Kennedy, Hans Hofmeyer, giudice del secondo processo di Auschwitz, Jacques Tati, Achille Corona, Juliette Gréco, Scott Carpenter, un generico studente italiano che si trova a far le spese di una scuola tragicamente malridotta e dunque sventuratamente attualissima, Dario Fo, detto burattino senza fili, la farfalla caduta Françoise Sagan, Frank Sinatra, Omar Sivori e Guido Piovene. Così viene alla luce Lettere scontrose: un gioiello splendente. Postfazione di Bruno Quaranta.

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“Domingo il favoloso”

0x300.pngdi Gabriele Ottaviani

L’uomo dal camice nero sollevò disgustato lo sguardo dalla pagina…

Domingo il favoloso, Giovanni Arpino, Minimum fax, postfazione di Darwin Pastorin. Torino, città mistica e misteriosa, bella e altera, vivace e sobria, è la protagonista di quest’opera di una delle più abili e sottovalutate penne della tradizione letteraria italiana, nella quale si inserisce come voce fuori dal coro, non dissonante ma parodica: è questo il secondo, riuscitissimo, episodio della trilogia del fantastico di Arpino, che, come Calvino, Savinio, Malerba, Flaiano e molti altri, celebra, ma con innata originalità, l’incanto nel disincanto, raccontando di un personaggio indimenticabile, scaleno, sbilenco, irregolare sin nei tratti somatici e caratteriali, disposto a difendere a ogni costo la sua unicità dall’omologazione. Imprescindibile.

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“L’ombra delle colline”

51Vo0BScGjL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Speriamo che anche questi partigiani siano degli straccioni sfaticati come noi…

L’ombra delle colline, Giovanni Arpino, Lindau. Stefano va da Roma, in cui vive, per una breve vacanza in Piemonte. Compie dunque un viaggio fisico. Ma il percorso è duplice, perché quello che Arpino racconta nel romanzo che, nell’anno in cui concorrevano anche altre prestigiose firme come Benedetti, Bernari, Bevilacqua, Bonanni, Fonzi, Frassineti, Lajolo, Leonetti, Marangolo, Milani, Ottieri, Palumbo, Pasinetti, Rosselli, Terra e Villa, gli consentì di aggiudicarsi, con centoventinove voti, il premio Strega, è anche evidentemente spirituale e mentale, concerne le origini, la prima giovinezza, le emozioni, i ricordi, il passato, che per sua natura è trascorso ma mai completamente dimenticato, senza tracce: modernissimo e intenso, è il bilancio di una vita e l’esame di una coscienza, lucido e disilluso, di un’intera generazione che non ha saputo raggiungere tutti gli obiettivi che si prefiggeva di ottenere. Da leggere e rileggere.

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“Sei stato felice, Giovanni”

51HseTXKQHL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ciao Giovanna che non porti rossetto, che raccogli marinai, che non hai voluto salire fino a questo letto, che scrivi biglietti postali celesti alla sorella di Sassari, che mi hai rammendato la camicia, che mi sei debitrice di duecento lire, che mi hai regalato due, no, tre “nazionali”, ciao, cara amore va’ all’inferno puttana prima che mi innamori.

Sei stato felice, Giovanni, Giovanni Arpino, Minimum fax. Postfazione di Gianni Mura. Giovanni Arpino, che si è laureato in lettere con una tesi su Esenin e ha fatto conoscere in Italia Osvaldo Soriano, e non si può non essergliene grati, è uno dei più importanti nomi della letteratura italiana e non solo (è stato anche un grandissimo giornalista, finanche sportivo: per lui il racconto efficace di una partita di calcio era il più arduo possibile…). Non sono in molti ad aver vinto, tra l’altro, sia lo Strega che il Campiello. Lui ci è riuscito. A lui si deve nei fatti anche l’Oscar ad Al Pacino, che, come Julianne Moore e tanti altri attori formidabili, ha avuto il riconoscimento di una vita per il film peggiore che ha fatto, ossia l’abbastanza inguardabile rifacimento di Profumo di donna, che nasce però proprio da un’opera di Arpino, senza la quale, con ogni probabilità, l’ambita statuetta sarebbe rimasta un miraggio. Sei stato felice, Giovanni è l’esordio di questo narratore impeccabile che qui, giovanissimo, in venti giorni, andando avanti con un paio di uova fritte mandate giù in due bocconi in latteria, in una pensione genovese certo non delle più lussuose, dà vita a un mondo marginale ma impregnato di autenticità, narrato senza infingimenti, ricco di citazioni e suggestioni, in primo luogo della grande letteratura americana, ma al tempo spesso originale. Da leggere e rileggere.

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“La suora giovane”

41sOSxTsbSL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per un lungo minuto non credetti possibile aver raggiunto il portone di Serena così presto. Aprii con precauzione, salii le scale sentendomi martellare le tempie. Era là, dietro lo spiraglio, seduta, le mani congiunte sul petto. Gettai il cappotto sulla ringhiera. «Scusami, scusami» mi scapparono le parole: «Sono un verme, niente. Ho così bisogno di te, non sono niente senza di te. Dimmi che è tutto vero, ti prego. Io non sono forte come credi, sono un poveruomo…» «Sta’ buono, buono…» «No, no, lasciami parlare. Non ho mai il coraggio di parlare. Non dirmi di star buono. Tu credi che io sia forte, sia un uomo. Invece ho una faccia di stoppa, che tutti prendono per vera. Ma non sono così. Dentro sono pieno di paure. Mi nascondo sempre, non ho nessun coraggio. Tu credi di poterti appoggiare a me, invece sono io che ho bisogno del tuo aiuto… Morirei, morirei…» Mi guardava, aveva nascosto le mani. «Vuoi che moriamo insieme?» disse. Rimasi zitto, ansante. «Allora sta’ buono, ti porto la sedia». Quando fummo seduti mi porse la lettera per il padre.

La suora giovane, Giovanni Arpino, Ponte alle grazie. Eugenio Montale, premio Nobel nel millenovecentosettantacinque per la sua caratteristica forma poetica che, con grande sensibilità, ha interpretato i valori umani nella prospettiva di una vita senza alcuna illusione, ne ha parlato come di un racconto lungo che ha tutta l’aria di essere un capolavoro nel suo genere. E chi siamo noi per dare torto a uno dei più insigni letterati della storia? Anzi, sì. Gli diamo torto. Perché non è un capolavoro nel suo genere. È un capolavoro e basta. Punto. Stop. Fine. Non c’è bisogno di complementi di limitazione, è una prova straordinaria in senso assoluto. Perché è scritto con una precisione chirurgica. Perché sembra un film in cui il montaggio non sbaglia una virgola. Perché è una perfetta sintesi di ciò che si trova a vivere l’individuo contemporaneo, stretto come vaso di coccio tra vasi di ferro nella morsa tra essere e dover essere. Antonio ha quarant’anni. È un impiegato. È una brava persona. Non eccelle in nulla. Ha una fidanzata ma del fuoco che forse un tempo li ha uniti non è rimasta nemmeno l’ombra della cenere. Ha dei colleghi riprovevoli. E un giorno attendendo il tram incontra una suora. Giovane. Carina. E rapido è il volo dell’ossessione… Magistrale.

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