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“Il fantasma dei fatti”

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Era di lunedì, san Bruno. Il mio onomastico. La notte non ci avevo chiuso occhio, su quel camion. Non era il primo in cui mi imbattevo: quando scrivevo il mio romanzo sugli anni di piombo, avevo lavorato sulla storia dei cinque anarchici di Reggio Calabria che il 26 settembre 1970 avevano preso l’autostrada per andare a Roma; portavano ai loro compagni le prove sulla responsabilità del neofascismo locale nel presunto incidente al treno Freccia del Sud a Gioia Tauro. Altro che incidente: era stato un attentato e aveva provocato sei morti. A quell’appuntamento a Roma, i cinque ragazzi non erano mai riusciti ad arrivare perché, tra Ferentino e Anagni, un camion aveva improvvisamente tagliato la strada alla loro Mini Minor, uccidendoli tutti. Poi, molto tempo dopo, si era scoperto che quel camion era guidato da due dipendenti di Junio Valerio Borghese, il principe fascista al centro di tutte le trame nere di quegli anni. Poteva essere successo qualcosa di simile a Mario Tchou? La famiglia dell’ingegnere italo-cinese negava decisamente quella possibilità, e anzi aveva minacciato velatamente querele a chi la sosteneva. Era vero: non esisteva nessun elemento concreto che potesse dimostrare che non si era trattato di un incidente. E tuttavia, nel corso degli anni erano stati in molti a congetturare l’esistenza di un complotto per uccidere Mario Tchou. Ma chi poteva avere interesse a metterlo brutalmente fuori gioco? Gira e rigira, tornavano sempre in campo gli Stati Uniti…

Il fantasma dei fatti, Bruno Arpaia, Guanda. Tom il Greco, al secolo Thomas Karamessines, ha servito per tutta la vita la Cia: a capo della sezione di Roma negli anni in cui l’Italia, dopo il boom, si avviava ad amplissime falcate verso il declino, morto, nelle a dir poco torbide circostanze note a tutti, Mattei, e con lui la possibilità di un antagonismo tricolore allo strapotere delle sette sorelle a stelle e strisce in ambito petrolifero, condannati Ippolito e Marotta, passato a miglior vita, un anno dopo Olivetti, Mario Tchou, e con lui di fatto il settore dell’informatica nel nostro Paese, il Greco è un uomo d’azione e d’intelletto, che custodisce non pochi segreti. Di cui gli sconosciuti che quando meno se lo aspetta gli bussano alla porta desiderano chiedergli conto. E… Scrittore, traduttore e giornalista, esperto di letteratura spagnola e latinoamericana, Arpaia, muovendosi con l’abilità d’un funambolo fra la storia e la fiction, indaga l’animo umano, la società e il concetto di verità in ogni suo meandro: da non perdere per nessun motivo.

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“Qualcosa, là fuori”

Arpaia_Qualcosa, là fuori-k8WB-U43180143148937M0-140x180@Corriere-Web-Sezionidi Gabriele Ottaviani

La notte, la speranza, la paura, quando ripartirono. La notte, la fatica, la paura, quando ci fu da attraversare un’altra zona piena di acquitrini. La notte, la stanchezza, la speranza, quando una falce di luna paludosa s’inerpicò nel cielo e nubi sfilacciate e lente le passarono davanti come l’inchiostro sciolto nell’acqua di un bicchiere. La notte, la sorpresa, la paura, quando si accorsero, grazie a quella luce, che lì non c’erano soltanto i campi degli schiavi, ma che in quel lembo estremo di ciò che rimaneva dell’Europa c’era anche gente che sopravviveva in capannoni industriali abbandonati, in tende di fortuna, in desolate case di cartone, in tetri accampamenti grandi come paesi, sempre più fitti via via che ci si avvicinava al mare.

Qualcosa, là fuori. Bruno Arpaia. Guanda. Il mondo è devastato. Dai cambiamenti climatici e dalla corruzione. L’Europa è il deserto. Come la vita di Livio, il protagonista, anziano professore di neuroscienze. Uno dei migranti ambientali che tenta di raggiungere la Scandinavia, l’estremo nord, l’ambiente ora più favorevole all’esistenza. E alla resistenza. Mentre cammina, in mezzo a ciò che fu fertile, e ora non lo è più, ricorda. Tutto quello che ha perso. Tutte quelle promesse che non sono state mantenute. Tragicamente attuale, doloroso, potente, visionario, straniante, bellissimo.

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