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“Assaporare l’oscurità”

cobver5050di Gabriele Ottaviani

Dal suo punto d’osservazione, Akito aveva una perfetta visuale sull’eccitazione crescente dell’altro uomo. Come se si stesse avvicinando a un animale feroce, si mosse lentamente, comunicando con chiarezza le proprie intenzioni. Se Lyandros non lo voleva, avrebbe avuto tutto il tempo per ritirarsi. Sfiorandogli la coscia, solleticato sul palmo dai suoi peli ruvidi, avanzò verso l’alto. Il peso del grosso sesso gli pulsò nella mano quando la chiuse attorno alla sua asta. Il vampiro gemette, spostando in avanti i fianchi. Gli caddero le braccia lungo i fianchi, e serrò i pugni.

Assaporare l’oscurità, Tibby Armstrong, Triskell, traduzione di Valentina Chioma. Akito è per metà uomo. E per metà vampiro. Ha un solo obiettivo nella vita, essere un eroe. La sua audacia però gli costa cara, e finisce isolato da tutti, tanto che decide di compiere un gesto estremo. Che però non ha le conseguenze previste, dato che riprende conoscenza: almeno, a quel che gli sembra. Infatti, tuttavia, al suo capezzale c’è qualcuno che solo lui è in grado di vedere, il mentore che ha sempre cercato, l’amante che ha sempre bramato, un vampiro alto, vestito di pelle, moro, che gli fa strada in un mondo fatto d’ombra, e non solo… Potente, esplicito, intrigante, sensuale.

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“Abbandonare l’oscurità”

81c3A7ojkdL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Pompò il membro di Benjamin più velocemente. Al cacciatore l’aria fu brevemente negata. Soffocò un grido costernato. Poi il treno merci dell’orgasmo spinse con forza, apparentemente spuntato dal nulla. Sollevò i fianchi e urlò il suo rilascio. Il vampiro non si fermò finché non ebbe spremuto fino all’ultima goccia il corpo tremante di Benjamin. «E ancora.» Tzadkiel sussurrò l’ultima parola con minaccia, e un lungo bacio alla carotide. Dal petto di Benjamin uscivano respiri irregolari. I tremori lo dilaniarono, scosse secondarie di un piacere troppo intenso per essere soddisfatto con un solo terremoto. Tzadkiel lo liberò e si spostò indietro. Benjamin piegò le dita a pugno, resistendo alla voglia di fermare la fuga del vampiro quando sgusciò via dalla stanza.

Abbandonare l’oscurità, Tibby Armstrong, Triskell, traduzione di Daniela Righi. Benjamin è un cacciatore. Di quel tipo è stata la sua formazione, sin dalla nascita. Da sempre, o quasi, è cieco. La sua famiglia è stata sterminata da un vampiro. Il suo volto sfigurato, deturpato da cicatrici. Ha un fisico agile, riccioli biondi da putto, e vuole giustizia. Vuole vendetta. Ha un dono. Una seconda vista, che non può aiutarlo, però, quando trova l’uomo che gli dice di essere un altro cacciatore, che gli fa provare repulsione e attrazione, che… Tzadkiel è il signore della guerra, e si rivolge proprio a Benjamin per riprendersi ciò che è suo. Benjamin, cui ha distrutto l’esistenza. Benjamin, che brama di possedere… Intenso, esplicito, avvincente.

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“Acting out”

51kq+lcNOqL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sdraiato su di un’amaca, Jeremy fissò alcune foto di lui e Kit sul set di No Apologies comparse su una rivista. La première era di lì a poche settimane e il calendario di produzione di Alle Armi era terribilmente indietro. Sarebbe riuscito a terminare le riprese in tempo per passare qualche giorno con Kit, prima di essere costretto a partecipare al vortice di apparizioni previste per entrambi i film? Cercò di non chiederselo. Si sentivano una volta la settimana, di solito sabato (per Kit) e domenica (per lui), poiché erano divisi dalla linea internazionale del cambio di data. Lui chiamava utilizzando il telefono satellitare nel trailer della produzione. Ore sei del mattino in Vietnam. Ore nove di sera in California. La domenica nessuno entrava nella roulotte prima delle otto, quindi avevano qualche ora per parlare. Solo che non parlavano mai per più di dieci o quindici minuti. L’eco dava fastidio a entrambi e Kit suonava sempre stanco. Distante. Con il sudore che gli colava lungo il collo, attraverso la zanzariera Jeremy lanciò un’occhiataccia al sole che faceva capolino fra gli alberi. Era stufo del rumore degli spari, dell’odore del fumo e del sapore di fango che sentiva in bocca. Voleva tornare a casa. Voltò pagina e vide una foto a colori di Kit e Amber, allo Sky Bar. Si alzò improvvisamente a sedere. L’amaca si ribaltò a causa del movimento improvviso e Jeremy si ritrovò con la faccia nella polvere. Raccolse la rivista in fretta e furia, al posto del battito del proprio cuore sentiva dei tamburi di guerra. Oltrepassò di corsa le tende e le roulotte e raggiunse l’ufficio di produzione. Spalancò la porta e per la prima volta in vita sua fece la diva: «Fuori. Devo fare una telefonata.» I tecnici del suono e dell’editing lo guardarono a bocca spalancata, poi però spinsero indietro le sedie e obbedirono. Jeremy digrignava i denti mentre attendeva la connessione satellitare. Il telefono squillò tre volte, poi Kit rispose.

Acting out, Tibby Armstrong, Triskell, traduzione di Chiara Fazzi. Jeremy è dichiaratamente gay e vuole sfondare nel mondo del cinema: finalmente a Hollywood la sua occasione pare essere arrivata. Con lui come protagonista nella sorta di Bildungsroman filmico a tematica omosessuale diretto da uno dei cineasti maggiormente sulla cresta dell’onda, nonostante non si contino i casi di chi per uno scandalo sessuale di natura per nulla etero o semplicemente per essere venuto allo scoperto (il coming out, con tutti i travagli che lo contraddistinguono, strettamente intessuti però col necessario senso di liberazione che d’altro canto lo connota, è infatti ben altra cosa rispetto all’outing: va ribadito, anche se pare assurdo doverlo fare, perché molti, ancora, nel duemiladiciotto che sta finalmente per andarsene e non tornare mai più, riescono per pressappochismo e ignoranza a fare confusione) si è visto la carriera bruciata e la vita distrutta proprio in quell’ambiente che non solo dovrebbe essere accogliente e d’ampie vedute ma che è forse anche percentualmente più ricco di altri di gay, per giunta c’è Kit, l’ex enfant prodige del luccicante ma infido e ipocrita show business ora pressoché caduto nel dimenticatoio. Sembrerebbero esserci tutte le premesse perché le cose, dopo qualche iniziale riserva, procedano a gonfie vele, ma… Scorrevolissimo e piacevole a leggersi.

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“Amore, sesso e altre questioni di politica estera”

sesso-amore-a-altre-questioni-light-672x1024di Gabriele Ottaviani

Il mio sogno si era avverato. Ma evidentemente, come un bambino che la mattina del proprio compleanno scarta senza gioia il regalo per cui ha rotto l’anima tutto l’anno, mi ero immaginato quel momento senza tenere conto della realtà materiale. Volevo perdermi nella passione, e invece dovevo di nuovo pisciare. Il mio pisello rimbalzò sulla sua coscia, un corpo contundente che poi prese a dare colpetti in cerca della fessura giusta e, non riuscendo a trovare alcun appiglio, come un ramo in tensione, schizzò su e ricadde sulla sua pancia. Penny era vogliosa ma passiva, non faceva il minimo sforzo per darmi una mano. Lasciava a me la risoluzione dei problemi tecnici, limitandosi ad aspettare che arrivassero le cose buone. Mi sentii come un disgraziato che, sotto la pioggia, si sbatte per riuscire ad agganciare bene i morsetti alla batteria e far ripartire il motore, mentre il proprietario dell’altra macchina si autoassolve da ogni responsabilità, aspettando al calduccio.

Jesse Armstrong, Amore, sesso e altre questioni di politica estera, traduzione di Giacomo Cuva, Fazi. È in assoluto uno dei migliori commediografi in circolazione, non solo sull’isola che ha scelto di abbandonare l’Europa verso nuove avventure e diversi orizzonti, ma a livello generale, per non dire direttamente globale. Esordisce con questo libro nella letteratura propriamente detta, ammesso che questa definizione possa essere utilizzata, visto che il teatro è, oltre ad azione scenica, anch’esso genere letterario a tutti gli effetti. Ed è un esordio con i fiocchi, davvero. Scintillante sin dall’inizio, zampilla intelligenza con la portata di una delle più poderose cascate che possano venire alla mente. Londra, salotto chic che di più non si può. Casa di Penny. C’è anche Andrew. Fa il muratore. A Manchester. E nemmeno in centro. Andrew desidera Penny. È la donna della sua vita. Capace di tutto, basti pensare a quello che stanno per fare. È il millenovecentonovantaquattro, e loro vogliono andare con un furgoncino insieme ad altri giovani amici e idealisti in Bosnia a fermare la guerra con la forza del loro spettacolo teatrale… Profondissimo, mai pesante, irriverente, esilarante.

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