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“Figli mancati”

figli mancatidi Gabriele Ottaviani

«La vedo proprio male per te, adesso che hai rovinato la figlia di un giudice!», gli aveva soffiato addosso avvicinandosi minaccioso. Poi si era allontanato di scatto, assalito dall’ondata di miasma che rilasciava, carogna putrescente. Ma continuava a provocarlo a distanza: «Cos’è? Metti le mani addosso anche alla ragazzina qui?». E lo aveva inchiodato con un’occhiataccia di quelle che inceneriscono. Nonostante lo avesse proferito ad alta voce, Locasciullo non aveva sentito. Un peso in meno per il povero Pg, già in sovraccarico emotivo. Ma la ragazza sì, lei aveva sentito bene. Quella frase buttata lì dal poliziotto era stata un ceffone. Bianca aveva oscillato come un pendolo sulle gambe rigide. Quelle parole… «mani addosso»… «anche»… – sudore freddo – «mani addosso»… «anche». Anche. Anche. Le ravanavano nel cervello come tarli. Dunque non era la prima volta?! Quello che era accaduto la settimana prima non era un episodio isolato? Non era stato un incidente addebitabile alla stanchezza, al freddo, al nervosismo, alla febbre, come aveva creduto che fosse? Max scottava come un termosifone, quella volta. Batteva i denti e tremava in modo convulso. Erano giorni che non mangiavano e che andavano avanti solo a birra. Lei lo aveva giustificato. Lo sa che gli uomini sopportano meno delle donne. Sua madre, la psicologa, diceva che non si poteva fare nulla. Gli uomini sono così. Una differenza biologica, dovuta al fatto che i maschi non partoriscono, perciò la natura non li ha dotati di una soglia del dolore alta come quella delle donne. Max era avvilito e dispiaciuto. Non lo aveva mai visto così mortificato. Sembrava sorpreso lui stesso del suo comportamento. Tutto contrito, le aveva detto che non gli era mai accaduto prima di perdere il controllo. Che non sarebbe accaduto mai più. Poteva starne certa. Mai. Glielo aveva assicurato. Ripetuto, giurato e spergiurato. Le aveva chiesto perdono in un modo talmente remissivo, con quella faccia tenera da cane bastonato, le orecchie basse, gli occhi liquidi, che era difficile non commuoversi. Non voleva perderla, miagolava. Lui la amava. Glielo aveva rivelato con voce spezzata, quasi una confessione. Non glielo aveva mai detto prima. Bianca gli aveva creduto.

Figli mancati, Claudia Provenzano, Armando Curcio editore. I nostri figli non sono i nostri figli, si sa, sono i figli della vita, e non ci appartengono. Del resto nessuna persona è proprietà di nessun’altra, anzi. E al tempo stesso non esiste una ricetta per essere figli e/o genitori perfetti, ogni storia è a sé: le vicende che compongono questo libro, e che Claudia Provenzano narra con tatto ed empatia, raccontano di ragazzi che si trovano dinnanzi all’universo di scoperte e opposte tensioni che corrisponde all’adolescenza senza avere, almeno in principio, strumenti adeguati per affrontarne sviluppi e conseguenze. Al tempo stesso, però, il percorso di crescita che intraprendono, particolare e universale assieme, in quanto comuni a tutti, al netto delle situazioni esistenziali contingenti dissimili, sono le istanze, sancisce una significativa presa di coscienza. Intenso, consapevole, ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, ben caratterizzato e profondo: da leggere.

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