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“La casa dei bambini perduti”

di Gabriele Ottaviani

La mascella di Biraghi s’irrigidì. A due settimane dal voto, questa vicenda poteva avere un peso e diventare decisiva: bisognava sfruttarla al meglio ed evitare che diventasse un boomerang. Non appena i tre giornalisti lo raggiunsero, Biraghi destinò loro il sorriso più accattivante che possedesse, quello che ci voleva per una nuova recita: «Non ho parole! Prego per quell’uomo appena portato via in ambulanza. Non è il momento ideale per un’intervista, ma ve la dovevo. Per cui, accomodiamoci.» Partirono i registratori, la commedia poteva cominciare.

La casa dei bambini perduti, Nicola Arcangeli, Clown Bianco. Disperato e alcolizzato dopo la scomparsa della moglie, Groff, che pure è stato, ed è tuttora, un investigatore dalle formidabili capacità, è incaricato di portare la luce della verità su un mistero che sta gettando nella paranoia, nel panico e nell’orrore l’intera comunità: il figlio di un rampante e abile giornalista che sta per sbugiardare, nel pieno di una campagna elettorale senza esclusione di colpi, il candidato che tutti danno per vittorioso, l’ex questore Biraghi che non ha affatto la coscienza immacolata come vuole far credere, scompare all’improvviso. La mamma lo accompagna a scuola, ma lui in aula non giunge mai. Quel che è ancor più tragico, angosciante e inquietante, però, è che non è che il primo di una lunga serie di fanciulli di cui si perdono le tracce. E… Travolgente, esplosivo, ottimo.

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“Senza parole”

senza paroledi Gabriele Ottaviani

Esprimono il senso di esecrare termini altrettanto ricercati come abominare e aborrire, oppure varie parole o locuzioni di uso meno elevato o più comune: condannare e detestare; sdegnare, disdegnare, avere a sdegno e disprezzare; odiare e maledire, avere in orrore e avere in odio. Forme verbali non sempre però intercambiabili. Non si adattano tutte agli stessi contesti, e non sono identiche neppure per capacità di adattamento: alcune si avvicinano di più al significato di esecrare, altre un po’ meno. Fra le prime c’è abominare, contenente in sé un altro vocabolo religioso: abominare risale infatti al latino arcaico omonimo, un composto di ab- e omen (‘presagio’, ‘pronostico’) che significò, alla lettera, respingere qualcosa in quanto annunciatore di sciagure, segnale premonitore di malaugurio. Meno vicini a esecrare sono sdegnare, disdegnare, avere a sdegno e disprezzare, perché nello sdegno (o nel disdegno) o nel disprezzo è assente il profondo turbamento provato verso cose o persone di cui si ha orrore, per la loro natura intimamente malvagia o perversa, e quasi un religioso timore: disprezziamo qualcuno non perché sia di per sé moralmente orribile, ma perché lo riteniamo indegno della nostra stima o della nostra considerazione.

Senza parole – Piccolo dizionario per salvare la nostra lingua, Massimo Arcangeli, Il Saggiatore. Adepto, afflizione, apodittico, astio, azzimato, becero, biasimare, catarsi, comminare, esiziale, facondo… La lingua italiana è una cornucopia ricchissima di preziose primizie, ma spesso ce ne avvaliamo poco e male, tanta abbondanza si sta perdendo (degli otto tempi dell’indicativo sì e no ormai forse se ne usano con una certa frequenza quattro, tanto per fare un esempio), e come in ogni contesto anche in questo caso meno diversità c’è meno bellezza riusciamo a conoscere: Massimo Arcangeli, studioso di caratura internazionale dalla spiccata indole divulgativa, se è vero com’è vero che sono apprezzabili soprattutto coloro che scelgono bene, come recita una celebre affermazione, le parole da non dire, ci insegna moltissimo in questo agile e significativo testo, una guida irrinunciabile in tempi come quelli che stiamo vivendo, sempre più brutti e abbrutiti, abietti e sciatti – e il lessico usato correntemente riflette questo stato di cose – invitandoci a scoprire e riscoprire meraviglie a disposizione per poter meglio esprimerci, comunicare e dunque vivere, di cui forse ignoravamo persino l’esistenza. Da leggere e far leggere.

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“Rimini Graffiti”

copertina Rimini Graffiti-001di Gabriele Ottaviani

Mi aveva tolto le parole di bocca. Anch’io ero curioso di sapere: quella che doveva essere una caccia all’amante era diventata un’inaspettata visita al cimitero. O era un caso, e Raffaele aveva percorso la stessa strada terminando poi il viaggio al cimitero invece che dall’amante, oppure si era accorto di noi e ci aveva sviato di proposito. La presenza di Pedro però non aveva senso, a meno che non si fossero dati appuntamento al cimitero. E se così era, a quale scopo? C’era anche un’altra possibilità: che non avessimo capito nulla. E spesso, la terza via è quella che ci mostra la strada.

Rimini Graffiti (Il valzer dei cani), Nicola Arcangeli, Clown bianco. Antonio è uno sbandato. È alcolizzato. È morto. Lo hanno trovato cadavere. È questo che Roberta dice – non poteva non farlo… – a Léonard, il suo ex marito, per telefono: perché Antonio era stato in gioventù il migliore amico di Léonard. Che del resto già si aspettava un guaio: un trillo quando la mattina non ha ancora spalancato del tutto la sua corolla di raggi solari non è mai un buon segnale, le notizie piacevoli possono sempre aspettare, sono quelle brutte che hanno l’urgenza di correre. E così il sessantatreenne che ora vive a Milano è costretto a viaggiare a ritroso nel tempo (ma anche nello spazio), sin da quando ha lasciato, dopo la traumatica separazione dei propri genitori, pressoché bambino la California per approdare a Rimini: laddove c’è un segreto che non è stato ancora svelato. I cani stanno per tornare, e… Avete presente quando si dice un giallo coi fiocchi? Ecco, è questo il caso.

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