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“La figlia perfetta”

figliaperfettaannetylerdi Erminio Fischetti

Aprì il cassetto della scrivania, dove sperava di trovare posto per le dichiarazioni dei redditi, e lo trovò ingombro di materiale medico. Risaliva agli inizi della malattia di Connie, immaginò. In seguito il materiale, così come la malattia, si era diffuso ovunque e aveva invaso tutta la loro vita.

La figlia perfetta, come tutti i romanzi di Anne Tyler, non tradisce il mood della sua autrice, e anche questo libro si incasella perfettamente nel meccanismo del racconto di storie private e familiari. Qui si racconta ancor di più, non una famiglia, ma due famiglie, c’è l’intreccio di due nuclei che si incontrano e si conoscono il 15 agosto del 1997. Queste due famiglie si trovano insieme nell’aeroporto di Baltimora, la città dove vivono e dove stanno aspettando il cambiamento della loro vita. I Donaldson e gli Yazdan stanno aspettando che arrivino le loro figlie, dalla Corea, adottate. Attendono che l’aereo atterri e doni loro il sogno della loro vita. L’aereo ritarda e tutti cominciano a vociferare, a chiacchierare. Da un lato ci sono i Donaldson, numerosi, con la telecamera e i cappelli da baseball, tante chiacchiere, tanta attesa, invadono gli spazi altrui, sono estremamente americani. Dall’altro lato ci sono gli Yazdan: lui, Sami, lei, Ziba, la mamma di lui, Maryam. Silenziosi. Maryam è arrivata negli USA negli anni Cinquanta a seguito dei problemi politici del suo paese. Ha sposato un medico, anche lui nativo iraniano. Ora è vedova, ha un lavoro part-time e passa la sua vita ad essere educata, corretta, rigorosamente ben vestita, silenziosa, quasi sfuggente. Non sembra mai sentirsi totalmente a suo agio. Sono sempre in punta di piedi, come degli ospiti nel proprio Paese, il Paese di cui sono cittadini. I Donaldson invece sono i classici americani, Brad e Bitsy. Bitsy vuole essere assolutamente politicamente corretta e quindi invita gli Yazdam a casa loro per una festa perché questo potrà aiutare la sua bambina a condividere il fatto di essere stata adottata, come quella degli Yazdam, e le proprie origini. Le feste cominciano a moltiplicarsi, in particolare quella dell’Arrivo, in cui le due famiglie festeggiano a turno, il 15 agosto di ogni anno, l’arrivo della propria figlia adottata. Cominciano a frequentarsi, a vedersi periodicamente. I Donaldson vogliono essere fedeli al nome coreano datole alla nascita, Jin-Ho, non vogliono nemmeno tagliarle i capelli in modo occidentale per rispettare le tradizioni della sua cultura d’origine. Per loro integrarsi non è mai stato necessario e ostentano il rispetto per le culture altrui. Gli Yazdan, invece, fanno diventare Suki Susan. Bitsy ha due genitori, Connie e Dave. Connie è malata di cancro, e Maryam sembra l’unica ad accorgersene durante queste feste, capisce che sta poco bene, o meglio capisce che Connie non ha voglia di festeggiare, è esausta. Lei ci è già passata con il marito, malato di tumore e prematuramente venuto a mancare quando suo figlio Sami era appena quattordicenne. Connie a un certo punto muore. E Dave si avvicina a Maryam, che però lo rifiuta, almeno inizialmente… Questo splendido libro racconta di due fasi molto diverse della vita: l’infanzia e la maturità, la famiglia e la solitudine. Racconta le differenze, gli imbarazzi del politicamente corretto, l’affetto e l’amore, racconta di un’America che cambia, di famiglie multirazziali. E in fondo i libri di Anne Tyler partono sempre da fattori e situazioni umane da lei conosciuti, i rapporti fra le persone e questo in particolare sembra appena appena autobiografico. Lei un pochino, da quello che scrivono i giornali e dalle sue note biografiche, somiglia a Maryam, discreta e sfuggente, elegante e sobria come la sua scrittura, vedova di un medico iraniano prematuramente scomparso. Un libro intenso, venato dei suoi tocchi di lievità malinconica e drammatica, ironica e solare. La verità però è una: è che non ci sono parole per descrivere la prosa di Anne Tyler. I suoi romanzi sono talmente belli, delicati, meravigliosi e commoventi che ogni recensione, ogni espressione appare superba. E riduttiva. Semplicemente, bisogna leggerli. Punto. La figlia perfetta, titolo italiano di Digging in America, finalista all’Orange Prize for Fiction e nella longlist dell’International Dublin Literary Award, è semplicemente stupendo. Edizioni Guanda, traduzione a cura di Laura Pignatti.

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“Una ragazza intrattabile”

3803228-9788817087766di Erminio Fischetti

A volte Kate trovava sorprendente che le chiacchiere delle donne nella sala insegnanti somigliassero così tanto a quelle delle bambine del Gruppo 4.

L’operazione Shakespeare riscritto da grandi autori trova ampi consensi a livello internazionale tanto che Hogarth Press, la casa editrice fondata nel 1917 da Virginia e Leonard Woolf, ha deciso di adattare in chiave contemporanea le più importanti opere del Bardo – che in Italia escono per Rizzoli – affidandole agli autori più prestigiosi degli ultimi anni, autori premiati, autori che hanno vinto Pulitzer, autori importanti, autori per lo più inglesi o americani: Margaret Atwood (La tempesta), Tracy Chevalier (Otello), Howard Jacobson (Il mercante di Venezia, ovvero Il mio nome è Shylock), Jo Nesbø (Macbeth), Jeanette Winterson (Il racconto d’inverno) e, ultima ma non ultima, la strordinaria Anne Tyler con La bisbetica domata, che qui diventa Una ragazza intrattabile (traduzione di Laura Pignatti). Ognuno di questi autori ha adattato il testo in base alle proprie corde e in base anche alla propria tradizione narrativa, e Anne Tyler non è stata avulsa da questo concetto, perché la riscrittura della Bisbetica domata dà vita alla storia di una ragazza figlia di un padre ingombrante, uno scienziato, una giovane donna che ha lasciato l’università perché non trovava, essendo per l’appunto “bisbetica”, assolutamente convincente la spiegazione della fotosintesi che l’insegnante era riuscito a darle, e quindi finisce a insegnare in una scuola per l’infanzia dove è adorata dagli alunni per la sua spontaneità e soprattutto per il suo intelligentissimo modo di rapportarsi ai bambini, trattandoli come adulti, e non con quel tipico atteggiamento accondiscendente che rivolgono loro i più grandi. La storia “originale” è nota a tutti, è quella di una donna che arriva a ventinove anni senza riuscire a trovare, a causa del suo carattere, un pretendente, che qui invece incontra nel protagonista maschile, che la Tyler chiama Pëtr, scienziato immigrato assistente del padre. Un genio, a sentir lui: a cui sta per scadere il permesso di soggiorno, e quindi il padre della ragazza intrattabile, che poi non lo è affatto, vuole che lo sposi. Lei vive col padre, ne è la serva, e bisbetica, appunto, non lo è per niente, forse solo se portata all’esasperazione. Dunque la storia di questa ragazza che ha rinunciato a tante cose ricorda quella, per citare un altro autore, Henry James, della Catherine Sloper di Washington Square, la figlia un po’ dimessa che non riesce a trovare marito e il padre vuole sistemare (la situazione è lì però diversa): in questa condizione Anne Tyler ritrova la dolcezza della sua narrativa. Certo è una operazione su commissione, e quindi l’autrice ha dovuto compiere delle forzature, tra l’altro partendo da un’opera che non è proprio quella che più si adatta al vivere contemporaneo, e la questione del matrimonio per convenienza è un po’ difficile da rendere credibile nel contesto degli smartphone, ma lei ci riesce, ed è un libro assolutamente piacevole, fresco, leggero, che si legge bene. I due protagonisti della storia sono i più fedeli a Shakespeare e al tempo stesso alla sensibilità e alla tradizione narrativa di Anne Tyler, una scrittrice sempre legata alla descrizione di personaggi quotidiani, di tutti i giorni, che sembrano non dir mai nulla ma in realtà dicono tutto. Il classico mood malinconico qui è un po’ in tono minore rispetto al solito perché si tratta di una commedia, e l’accento è posto sull’aspetto più ludico della narrazione, che è una storia sopra le righe, con personaggi che comunque sono ben costruiti, come la sorella adolescente che vuole essere vegetariana – ma mangia la carne di nascosto – per seguire la moda del ragazzo che le piace, il classico fricchettone inconcludente che dopo il liceo non ha fatto nulla e che soffre, dice la madre, di quella malattia giapponese per cui i ragazzi si chiudono nella loro camera appena conseguito il diploma a non fare assolutamente niente. E anche quello del padre della protagonista, un egoista, un personaggio assolutamente privo di qualsiasi valore empatico, che pensa solo al suo tornaconto, che chiede alla figlia di sposare quest’uomo fondamentalmente perché se no perderebbe il miglior assistente che abbia mai avuto, è un ritratto assolutamente compiuto. Si crea pertanto tutta una seria di situazioni che possono risultare anacronistiche a un primo sguardo, ma che in realtà non lo sono, e viceversa sono care alla Tyler: per esempio torna il tema dell’immigrazione, dello straniero in terra americana, che lei stessa conosce perfettamente, essendo vedova di un medico iraniano e che ha trattato nello splendido La figlia perfetta. Paradossalmente possiamo quindi trovare in Shakespeare, a dimostrazione che un classico davvero non finisce mai di dire quel che ha da dire, degli aspetti autobiografici della Tyler, la cui ottica è quella di Kate Di Battista, che sposa un uomo straniero che vive nella sua città, Baltimora, la città della Tyler, e ci sono rimandi alla sua storia letteraria personale persino nella copertina di Rizzoli, quel blu che va venire alla mente Una spola di filo blu, di Guanda. E anche un po’ la noia di questi personaggi, che sembrano tutti uguali, rappresenta però in realtà lo spleen che è parte comunque importante della straordinaria quotidianità di ognuno di noi.

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“Una spola di filo blu”

una spola di filo bludi Gabriele Ottaviani

Se soltanto non si fosse sentita così tagliata fuori, così estranea, così inutile.

Rendere la quotidianità straordinaria. È questo che riesce sempre ad Anne Tyler. E Una spola di filo blu (Guanda) non fa eccezione, anzi, se possibile in questo romanzo la caratteristica principale dello stile della scrittrice viene accentuata, sublimata, levigata, rafforzata, impreziosita. La protagonista è quella che si potrebbe tranquillamente definire con una sintesi che non va troppo per il sottile, ma certo efficace, una grande famiglia. Una di quelle che capita oramai di vedere più che altro soltanto in qualche film per la televisione, anzi, nemmeno lì. Nelle pubblicità. Nelle quali questi nuclei sembrano essere atomici nel vero senso della parola, ossia sprizzare luce da ogni poro e non conoscere le liti, i silenzi, le preoccupazioni: tutto passa, niente di brutto, nessuna nube esiste nel cielo che sormonta il soffitto della casa, tutto va bene davanti al tavolo della colazione imbandito ogni volta come se fosse una festa, con fiori freschi e stoviglie scintillanti. È una vera e propria saga quella della Tyler, un insieme di individui legati da affetto che sembrano muoversi come gli ingranaggi di un orologio ben revisionato. Eppure ognuno di loro ha i propri segreti. La vita vera è più complicata – e affascinante – delle favole: la Tyler lo sa. E ce lo ricorda. E ce lo racconta. Con affetto e un duplice sorriso, uno tenero, l’altro ironico.

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