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“La nuova destra in Europa”

NuovaDestra_Copertinadi Gabriele Ottaviani

Con Dugin quindi, la Nuova destra in Europa – quella metapolitica, ovviamente – fa un salto di qualità, trovando un faro geopolitico, un modello statuale, e non tanto nei populismi al potere qua e là – che si barcamenano fra anime liberali e anime antiliberali – ma nella Federazione Russa. Ed è qui la differenza basilare fra de Benoist e Dugin: la metodologia. La Nouvelle droite francese ha da sempre incentrato la sua azione sulla prospettiva metapolitica. “Abbiamo sempre situato la nostra azione sul piano metapolitico o transpolitico, culturale e teorico allo stesso tempo; e questa è una vocazione alla quale non sapremmo rinunciare” spiegava de Benoist negli anni ’80, riconoscendo in Gramsci la qualifica di “teorico dell’egemonia culturale”: “Gramsci ha dimostrato che la conquista del potere politico passa attraverso la conquista del potere culturale”. Una prospettiva di lunghissimo corso – visto che inizia nel ‘68 – che verte nella costruzione di un contropotere culturale a quello imperante, da scardinare gradualmente – ieri marxista e positivista, oggi liberale, entrambi imbevuti di un economicismo radicale – senza entrare concretamente nell’arena politica e non prendendo posizione a favore di alcun partito, essendo i partiti strumenti ormai superati. Adesso dominano i mezzi di comunicazione, i giornali e le principali emittenti televisive e radiofoniche o addirittura intere piattaforme network, che non sono neutrali ma esprimono interessi di poteri economici più o meno velati, i quali stanno trasformando il mondo in un campo di battaglie ideologiche; dunque, se i media fanno una martellante campagna culturale in senso neoliberale ed economicista, è qui che bisogna intraprendere la battaglia delle idee per mezzo di un nuovo atteggiamento intellettuale.

La Nuova destra in Europa – Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist, Matteo Luca Andriola, Paginauno. Il malcontento è sempre più diffuso. Sentendosi come corridori costretti a forsennati sforzi per restare nello stesso punto e non ruzzolare rovinosamente all’indietro, persa ormai del tutto ogni speranza di avanzamento e miglioramento, i popoli si affidano, anche perché dimentichi della storia, e dunque condannati alla ripetizione, al mito dell’uomo forte, che identifica un capro espiatorio a cui dare la colpa delle proprie manchevolezze: ecco il motivo per cui, anche se forse amplificato dalla grancassa mediatica, comunque avanza senza remore il populismo. In questo testo denso, ampio, dotto, ricco e divulgativo Andriola realizza un’esegesi importante. Da leggere.

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