Teatro

“Il re di Girgenti”

zosimodi Gabriele Ottaviani

È il venti di giugno del milleseicentosettanta, poco dopo mezzogiorno, quando Filònia, nelle campagne non troppo lontane da Montelusa, sotto un sole cocente, partorisce da sola il suo bambino, un maschio, aiutata da una gallina, che le dà un uovo da bere per riprendere le forze, una capra girgentana marrone dalle corna da liocorno, il manto bellissimo e i seni grondanti latte, che la disseta, e un cane. Quel bambino si chiamerà Michele Zosimo, figlio di contadino, o meglio di viddrano, inizierà a parlare e a fare cose “da grande” molto prima di tutti gli altri, e avrà una storia tragica e bellissima, una storia in cui la miseria e il dolore della vita si mescolano alla speranza, al sogno di un cambiamento e allo spago sottile di un aquilone, che sa volare ma sa anche star fermo, come per accompagnare il suo creatore nell’ultimo viaggio. Il re di Girgenti, pubblicato da Sellerio, è uno splendido romanzo di Andrea Camilleri, uno di quelli, per così dire, che appartengono al filone “storico” della sua produzione, più nota, con ogni probabilità, per le imperdibili avventure, nate dalla sua felicissima penna, del commissario della polizia di Vigàta Salvo Montalbano: Massimo Schuster e Fabio Monti ne traggono uno spettacolo, che è andato in scena, e speriamo ci ritorni, perché cinque giorni sono troppo pochi, al Teatro Due di Roma, e che è veramente interessante, per come è allestito e costruito, perché è ben interpretato, perché musica e parole si amalgamano in una continuità armoniosa, perché è divertente, irriverente, poetico, fiabesco e intelligente. I pupi poi, le venti marionette cui danno voce – a ognuna la sua – i due attori, sono un ricordo del teatro di narrazione che avveniva nelle piazze tanti secoli fa, e al tempo stesso una reminiscenza di quello sguardo disincantato e bambino (che i francesi, e questo spettacolo è una produzione italo-transalpina, amano tanto) che è ancora capace di osservare il mondo per davvero.

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