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“La Nuova Inquisizione – Redde rationem”

91yptr7KTPL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il forte rumore attira l’attenzione di uno degli occupanti della casa e una voce irritata giunge da un’altra stanza: «Che cazzo combini, Emiliano! Vuoi distruggere il mobilio, per caso?». Emiliano, colpito prima alla testa da Alex con il calcio del Bushmaster e poi trafitto al cuore dalla lama al titanio del Fox Stealth di Cyrus, giace però a terra privo di vita e non è assolutamente in grado di parlare. Preoccupato dal silenzio del compagno, Moreno s’infila frettolosamente i pantaloni e, impugnando la sua Walther PK380, si affaccia cauto nell’altra stanza. Gli è però fatale l’attimo di troppo che perde rimanendo inebetito di fronte al corpo lordo di sangue di Emiliano. Quando riesce a scuotersi, una silenziosa freccia da 22 pollici scoccata dalla Barnett di Cyrus gli trapassa il collo, recidendogli la carotide. L’urlo di rabbia che stava per lanciare gli si strozza in gola e il rosso fiotto spumoso che gli fuoriesce dalla bocca lo trasforma in un incomprensibile gorgoglio. Intanto che l’uomo si contorce negli ultimi sussulti di vita, Alex e Carlo lo scavalcano senza esitazione e, protetti da Cyrus che tiene sotto controllo la porta d’ingresso, si lanciano all’interno della stanza dalla quale Moreno è appena uscito. Fatti pochi passi, si bloccano di fronte alla scheletrica figura di un ometto basso, in mutande e canottiera, con i pochi capelli grigi scarmigliati, che suda vistosamente impugnando con la destra tremolante una Glock 39, che sembra pesargli più di un macigno. Carlo, compresa al volo la situazione, si rivolge a quell’essere terrorizzato con tono tranquillizzante: «Stai calmo e non ti succederà nulla di male. Appoggia lentamente la pistola su quella sedia accanto a te e poi stenditi a terra con le gambe allargate e le mani incrociate sopra la testa. Non fare gesti inconsulti e puoi stare certo che vivrai ancora a lungo».

La Nuova Inquisizione – Redde rationem, Carlo Legaluppi, Alter ego. L’indagine non sembra niente di particolare in apparenza, c’è da scoprire per quale motivo due bimbi, con ogni probabilità in fuga da un brefotrofio losangelino, siano morti. La causa dovrebbe essere un incidente stradale, accadimento tragicamente comune, purtroppo. Nel frattempo però da tutt’altra parte, addirittura in un altro continente, in Europa, in Italia, a Milano, un ex capitano, nonostante non avesse alcuna intenzione di averci nulla a che fare, è costretto a prendere parte alle investigazioni concernenti la misteriosa sparizione di un suo ex interesse amoroso, Melissa. Ma non è che la punta dell’iceberg… Ben scritto, ben congegnato, ad alta tensione. Da leggere.

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Intervista, Libri

“Il sentiero dei figli orfani”: intervista a Giovanni Capurso

piatto_CAPURSO-250x393di Gabriele Ottaviani

Giovanni Capurso ha scritto il bellissimo Il sentiero dei figli orfani: Convenzionali lo intervista felicemente per voi.

Da dove nasce questo romanzo?

Questo romanzo nasce per spiegare come la realtà è molto più complessa di quello che pensiamo. Non è a nostra disposizione. Talvolta implica la necessità dell’assurdo. E i giovani devono capirlo a loro spese, come accade a Savino, il protagonista di questo romanzo.

Che luogo è la Basilicata?

Per me è un luogo magico, ancestrale. Di essa mi ha sempre attratto il suo essere senza tempo, quasi incorrotta dal degrado della società postmoderna. Pensiamo ad Aliano al centro di paesaggi lunari, i calanchi, o San Fele dove è ambientata la storia di questo romanzo fatto di corsi d’acqua che s’intersecano tra di loro. Nel romanzo queste ambientazioni e l’amore per questa terra ho cercato di farle emergere tutte.

Daria Bignardi ha raccontato che quando ha pubblicato il suo Non vi lascerò orfani – chiara citazione biblica – molti inizialmente hanno avuto come un moto di pena per quel titolo, per quella parola così forte, che spaventa, orfani: a lei che effetto fa questo lemma di tanto grande impatto emotivo?

Sì, effettivamente il tema dell’“essere orfani” può generare un moto di pena, ma credo possa diventare anche un invito ad entrare nello “spirito della complessità” come dice Milan Kundera. In particolare, il lemma orfani indica la sofferenza di chi è costretto ad andar via dalla propria terra d’origine per costruirsi un’identità altrove.

Lei insegna filosofia: dove possiamo trovarla nella società d’oggi?

Come nel mio romanzo, credo, la filosofia serve ad andare oltre la superficialità, per condurre le persone, e in questo caso i lettori, a una riflessione più profonda, anche etica.

L’adolescenza è il tempo della speranza o della disperazione?

Direi che ci sono entrambe le componenti. Pertanto direi del “conflitto”. In generale i giovani tendono a vedere le cose in maniera dualistica, sono portati a rapidi slanci emotivi, sia in senso positivo che negativo. Nel protagonista del romanzo, Savino, tale aspetto emerge chiaramente.

Perché scrive?

In altre occasioni ho scritto più per un potenziale lettore come si può scrivere un thriller o un giallo. Questo romanzo invece l’ho scritto più per un bisogno personale: avevo qualcosa da dire a me stesso. In tal senso tutti i personaggi che ho creato sono parti di me come in un puzzle, non nel senso biografico, ma come proiezioni del mio io, a partire dal protagonista Savino.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Da bambino rimanevo incollato ad alcuni film del genere fantastico: Peter Pan, La storia infinita e Il Mago di Oz. Questa componente fanciullesca e sognatrice mi è rimasta, anche se per un professore di filosofia forse fa un po’ ridere.

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“Il sentiero dei figli orfani”

piatto_CAPURSO-250x393.jpgdi Gabriele Ottaviani

Con Aldo dovevo condividere una camera non troppo grande e alcuni spazi al suo interno come la scrivania e l’armadio. I nostri litigi erano più che altro dei duelli a distanza o dei singolari giochi d’astuzia. Anche quella volta, nonostante l’invito a moderarsi, volle sottolineare la mia sbadataggine, perché lasciavo le mie cose sparse dappertutto e quella mattina avevo dimenticato il vasetto della cioccolata aperto. Risentito, me ne tornai in camera e scoprii che aveva appallottolato e cestinato i due poster degli indiani che tappezzavano la parete sopra il mio letto, mentre il gagliardetto della Juventus era rimasto intatto al suo posto solo perché era tifoso degli stessi colori. Cercai di controllare il respiro, di far sbollire la rabbia. Sì, era il momento giusto per regolare i conti, ma non feci in tempo a esibire le mie rimostranze perché sentimmo il suono di un clacson rimbalzare in casa. Spostai la tenda e sbirciai: una macchina scura, smaltata, era ferma sul ciglio della strada. Un uomo ben vestito, brizzolato, con camicia e pantaloni dal taglio classico, scese e abbracciò mio padre. «La faccia non è proprio cambiata» disse. «Tu, piuttosto, sei rimasto tale e quale. Non hai messo neanche i capelli bianchi». «Per quelli non ti preoccupare, ora ci arrivo… e le rughe, non le vedi? Mi sono fatto vecchio». Il finestrino dalla parte del passeggero si abbassò. «Come stai, signora?» si udì dall’abitacolo. Mia madre agganciò le mani al vetro, si abbassò e scambiò dei baci affettuosi con la donna nell’auto. Dopo di che quest’ultima uscì assieme alla figlia.

Il sentiero dei figli orfani, Giovanni Capurso, Alter ego. Suggestivo sin dalla copertina, il romanzo suadente e trascinante del giornalista, scrittore e docente di filosofia Giovanni Capurso attraversa il selvaggio territorio di un’adolescenza scabra e brulla come terra riarsa, succosa come il frutto selvatico e saporito di un albero dai rami tortuosi, per il tramite di Savino, figlio d’un padre malinconico e una madre serafica, nipote d’uno zio bizzarro, sempre in lite – ma sono scaramucce – più che altro – col fratello e bramoso d’avventura e scorribande con l’amico Anguilla, che, in una lunga estate calda ma al tempo stesso misteriosa, ancestrale e oscura come una polla d’acqua, stagnante pur sotto la luce splendente, si affaccia alla vita inerpicandosi per i viottoli acciottolati e attorcigliati di San Fele, il suo paese, nel bel mezzo della Basilicata, finché… Da non perdere.

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“L’energia del vuoto”

81nUYo7opCL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando si sono rivisti qualche giorno dopo, Emanuele ha manifestato il suo disappunto mostrandosi dapprima indifferente, di un’indifferenza costruita e posticcia, e poi lasciando sfociare la rabbia. Hanno discusso. Sono volate male parole e Laura, sconvolta dal senso di sconfitta che durante quell’incontro l’ha colta, lo ha aggredito colpendolo con uno schiaffo rabbioso. Quel vivace chiarimento si è concluso con un rapporto intenso e animale, sincopato. Una battaglia dura tra contendenti di pari valore eppure in grado di allungare le umane ruvidezze fino ad acquietarle. Quel contatto cosciente, voluto, è stata la dimostrazione inattaccabile della natura di quella relazione. La prova dell’esistenza della coppia. Clandestina, acerba, ma pur sempre coppia. Da quella sera sono passate due settimane. Laura adesso sta lasciando Roma per recarsi a Napoli. Deve redimere una faida durissima scoppiata tra il direttorio del partito, a cui presta il suo servizio in quel momento, e la direzione regionale. Uscire da Roma all’alba, attraversare i campi verdi che incorniciano il primo tratto di autostrada la rasserena. Quel paesaggio non le ricorda l’infanzia. La morfologia del territorio è eccessivamente movimentata per ricordarle il paesaggio padano in cui è cresciuta, tuttavia le è familiare. Il tratto di autostrada le risveglia l’immagine di un viaggio smarrito nel tempo. Un viaggio fatto da bambina insieme al padre. Non aveva nemmeno dieci anni quando partirono di notte dal freddo e nebbioso nord per attraversare l’Italia e raggiungere proprio Napoli. L’ingegnere Carlo Alberto Vesentin non aveva l’abitudine di passare molto tempo con lei. Dedito alle buone maniere, manteneva con la figlia un atteggiamento distaccato e formale. Eppure quella volta, chissà perché, le aveva chiesto di accompagnarlo.

L’energia del vuoto, Roberto Bragalone, Alter Ego. Potente, intenso, emozionante, vibrante, senza un attimo d’arresto, una battuta a vuoto, una smagliatura, una pausa, un’incongruenza, caratterizzato con cura certosina fin nel più minuto dettaglio sia per quel che concerne gli ambienti che i personaggi e le situazioni, intrigante, avvincente e avvolgente, coinvolgente e convincente, travolgente e trascinante, il romanzo che avviluppa da subito l’attenzione del lettore e la stringe a sé sempre più forte racconta la storia di Stefano, un Marlowe dei nostri tempi, cambiando quel che si deve, un ispettore dal volto stropicciato ma al tempo stesso davvero umano, che deve indagare in merito alla morte di Emauele, un cameriere che viene ritrovato cadavere al terzo miglio dell’Appia, tra le vestigia erose dal tempo del circo di Massenzio. Tutto farebbe pensare a una morte naturale. Tutto, o quasi. E infatti… Da non perdere.

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“La morte viene dal passato”

51s0pfF9vkL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Piano piano Doyle riprende lucidità e, trovandosi di fronte la faccia di Alex, racconta: «Qualcuno mi ha aggredito e tramortito mentre ispezionavo il piano superiore… Quando mi sono ripreso, la testa mi girava come la giostra del luna park ed ero legato e rinchiuso in una stanza… Per fortuna non avevano stretto bene le corde e, raschiandomi i polsi a sangue, sono riuscito a liberarmi… Nonostante la morsa di dolore che mi serrava il cervello, mi sono calato da una finestra… Volevo dare l’allarme via radio, visto che mi hanno preso il cellulare, ma devo essere svenuto di nuovo. Meno male che è arrivato lei, altrimenti chissà cosa avrebbe potuto accadermi se si fossero accorti della mia fuga… Mi aiuti, la prego, devo avvisare subito i miei colleghi!». Alex lo sostiene per consentirgli di rialzarsi e gli passa il microfono della radio dell’auto. Dopo qualche istante la Centrale Operativa risponde alla chiamata, assicurando l’arrivo degli agenti in pochissimi minuti. Solo a questo punto l’Ispettore si rilassa e, ormai ritornato del tutto in sé, si guarda intorno indicando una delle figure sedute a terra vicino all’auto: «Se la memoria non m’inganna, quello è il suo amico Fox. Nelle foto del fascicolo era più giovane e sicuramente in condizioni migliori, ma i lineamenti del viso mi sembrano proprio i suoi». «Non si sbaglia affatto Finn, è proprio lui. Un po’ malconcio, ma vivo. Non può immaginare in quali terribili condizioni fosse tenuto prigioniero». E descrive succintamente all’Ispettore lo stato in cui aveva trovato Fox e la macabra tortura psicologica alla quale era stato sottoposto per giorni, avendo sempre sotto gli occhi i quattro barattoli di vetro nei quali galleggiavano i poveri resti dei suoi ex compagni, nonché i due contenitori vuoti con il suo nome e quello di Alex. «Accidenti! Per fortuna è arrivato in tempo per salvarlo. Sono felice di essermi sbagliato sospettando di lui, a differenza del Sergente Walsh, che le ha sempre dato ragione… Piuttosto, dov’è Margareth? Con tutto questo trambusto l’ho completamente dimenticata!».

La morte viene dal passato – Nubi scarlatte, Carlo Legaluppi, Alter ego. Ulster ed Eire, Belfast e Dublino, due nazioni, due città, due capitali, due visioni del mondo e della storia contro, opposte, conflittuali: eppure c’è una nitida e mortifera scia di sangue che le unisce, le connette, le cuce assieme, a filo doppio, al di là di tutto. Quattro uomini sono stati trovati uccisi, quattro cadaveri impossibilitati per natura oramai a parlare ma senza dubbio eloquentissimi, poiché qualcosa li accomuna, ed è proprio da quel dato che prende le mosse l’indagine. L’inatteso, però, è sempre dietro l’angolo, e… Intenso, avvincente, coinvolgente, convincente, trascende il genere, intriga e affascina: un’opera da maestro.

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“Le congiunzioni della distanza”

417O4vTpDgL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non sapevo come mi fossi sentita quel giorno, ma sapevo benissimo dire cosa provassi in quel momento. Qualcosa mi vibrò nel petto, e dopo una vita di cose che all’improvviso mi sembrarono inutili, capii che anche i cuori tremano. Mi piacevano gli occhi con i quali mi guardava, leggermente socchiusi e abbassati a incrociare i miei, in una traiettoria obliqua farcita di tenerezza. Non sono mai stata quel tipo di donna che attraeva facilmente un uomo. Ed era vero anche il contrario: non mi lasciavo catturare spesso dalla virilità. Ma quando accadeva, accadeva subito. Con Davide, per esempio, era stato così. Era stata passione alla prima stretta di mano. Ma Roberto, solo lui, aveva il privilegio del doppio inizio: mi stava regalando per la seconda volta l’emozione del primo sguardo. E allora lo baciai. Un attimo prima aveva una camicia, dei pantaloni. Ma ora c’era solo il suo corpo, come una terra promessa. Vedevo il suo sangue tra le vene trasparenti e poi iniziai a sentire le sue mani dappertutto. In quel pomeriggio il mondo riuscì a stare tutto dentro una parentesi. Come sott’acqua. Un’immersione nell’ignoto. Le carezze sogni liquidi, i baci un’apnea. Ecco, di quella sospensione potevo innamorarmi. Roberto frugò tra le mie gambe, poi venne su a stringermi contro il suo petto e una sensazione di calore intenso si irradiò al centro del seno. Lo allontanai da me di qualche centimetro, con un leggero senso di colpa per aver interrotto quella meraviglia, ma solo il tempo per prendere fiato e consapevolezza, per accorgermi che stavolta era tutto vero, che eravamo lì, in quell’istante, mentre mi regalava un sorriso timido e stupito, accompagnato da un tenerissimo gemito di disapprovazione. Poi sprofondai di nuovo nella tenebra dei suoi occhi chiusi, finché il mio sguardo insinuante non lo costrinse ad aprirli; e allora mi persi senza più ritorno nei colori di un’iride che era tempesta, poi estate, poi sogno, terrore e meraviglia, infine sonno candido. Era tutto. E lo abbracciai, mentre dormiva.

Le congiunzioni della distanza, Mimma Leone, Alter ego. Si perde nei riverberi acquosi della laguna di Venezia su cui si affaccia il balcone presso il quale si trova lo sguardo di Ginevra, antropologa dotata d’indubbio fascino e al tempo stesso piena di fragilità, debolezze, inadeguatezze, insicurezze, problemi irrisolti, nel presente e nel passato, il tempo dei ricordi e della sua formazione, dei sedimenti che l’hanno resa, sovrapponendosi l’uno all’altro, la roccia che è: testimonianza ne sono le lettere dell’amica d’infanzia, Anna, che ha vissuto con lei nel Salento delle radici gli anni Settanta del secolo breve. Anna che un giorno, Ginevra viene a sapere, scompare: non c’è dunque alternativa. Deve affrontare le tempeste della sua nostalgia: avvolgente, coinvolgente, complesso ma mai complicato, articolato, suadente. Da leggere.

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“Di nessuno”

41HFxyosYTL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Elisa, il problema è serio. Tu hai un marito e due figli. E un amante. Per quanto vuoi andare avanti? Se Flavio ti scopre? Ti porterà via tutto. I bambini. E la tua bella casa. E questa libreria, perfino questa è sua. Devi lasciare Alessandro». Elisa la osserva. Sa che ha ragione. Sono mesi che si tormenta. E che tenta di lasciarlo. E che poi non lo fa. «Io non lo so se voglio lasciarlo» dice Elisa per la prima volta. E sorride e abbassa la testa. E poi aggiunge: «No, non voglio lasciarlo» e questa frase definitiva le suona in testa ancora e ancora. E assume la forma di una certezza. E guarda Diana che annuisce. E che dice: «Allora devi dirlo a Flavio». «Ma perché?». Elisa si alza dalla sedia e aggiunge: «Non voglio rinunciare neanche a lui. Né alla nostra vita tranquilla». «Non si può avere tutto dalla vita, Elisa». Elisa alza un sopracciglio e le spalle, e sorride: «No? E chi lo dice?». «E se Flavio ti scopre?». «Non è così intelligente». «Ma tu cosa vuoi?». «Quello che vogliamo tutti. Un po’ di felicità». «Quindi continuerai così fino a quando?». «Fino a quando mi va».

Di nessuno, Simona Mangiapelo, Alter ego. Che cos’è la felicità? Con ogni probabilità non esiste una risposta sempre valida. Ognuno, forse, ha la sua. Per Elisa la felicità sta nel mandare all’aria tutto quello che ha costruito in nome di una passione che non ha mai provato prima. Per lo meno così crede. Perché la sua placida quotidianità le è diventata stretta, intollerabile. Ma al tempo stesso rassicurante, come tutte le consuetudini che ci definiscono. E quindi ha bisogno di un’evasione per andare avanti. Non c’è però nulla di innocente nell’uomo che come un fuoco sotto la pelle la fa avvampare al solo pensiero, e non mancherà molto perché lo scopra. Inattesa, d’altro canto, è la sua reazione… Vibrante e appassionante sin dalla riuscitissima copertina, credibile e straziante, violento e potentissimo.

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“L’uccello padulo”

41iLvgFShML._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Va così, che passi anni interi a dire e fare sempre le stesse cose, credi che la tua vita abbia un senso ma in realtà non sei sicuro neanche del motivo per cui ti alzi dal letto la mattina. Eoni interi ti sfrecciano davanti al naso con la velocità di una manciata di secondi. Lunghi anni passati a spendere capitali in cazzate, sniffare coca a più non posso, ingurgitare qualsiasi cosa ti venga messa davanti, baciare culi, leccare fighe e scoparti chiunque abbia voglia, in qualsiasi luogo e momento, di aprire le gambe per te. Tiri avanti le tue giornate come se fosse sempre lo stesso film ripetuto all’infinito, una pellicola deprimente in cui cambiano alcune comparse, a volte le location sono differenti, ma i dialoghi, le motivazioni dei personaggi e la morale di fondo sono sempre gli stessi. Poi accade qualcosa, conosci qualcuno, entri in un giro nuovo, e all’improvviso capisci che la vita, come la conoscevi tu, non era altro che una farsa, una prova generale di quello che ti aspettava subito fuori dalla tua zona comfort. Ho passato gli ultimi quattro giorni girando in lungo e in largo come una trottola impazzita. Ho venduto i miei Rolex per una discreta somma, aperto un libretto di risparmio a mio nome alla posta e versato i soldi, parlato con il padrone di casa e opzionato l’affitto di due appartamenti; per gli altri ci sarà da aspettare ancora un po’ ma mi è sembrato molto ben disposto. Ho visto Anima ogni giorno, e insieme a lei ho tirato giù conti, previsioni e programmi di spesa, e ho passato i pochi momenti liberi che avevo cercando di immaginare quale potesse essere il ruolo preciso di ognuno di noi all’interno della compagine. Ho conosciuto anche Robertino, il figlio di Anima, un bimbo bello e vivace con la pelle scura, gli occhi neri e un’esplosione di ricci in testa. Abbiamo trascorso la domenica pomeriggio ai giardinetti qui vicino e lui si è divertito tantissimo a farsi spingere sull’altalena da me. A un certo punto, per un attimo soltanto, ho creduto che Anima volesse baciarmi. Le nostre teste si sono trovate così vicine da farmi annusare il profumo dei suoi capelli senza dovermi sforzare. Lei è rimasta lì per qualche secondo, ma quando le mie labbra hanno iniziato a schiudersi si è tirata indietro tornando alla realtà, e a suo figlio che stava litigando con un bambino più grande di lui. È durato pochissimo, ma perlomeno è un inizio. O almeno così mi piace pensare. Ho progettato insieme ad Alfio un sistema di telecamere a circuito chiuso per poter controllare chi entra ed esce dal palazzo, comprato una batteria di pentole nuova fiammante che ha fatto gemere di piacere Ines e spiegato centomila volte a Gloria Pompatù che no, non possiamo appendere la sua foto su dei manifesti per pubblicizzare la nuova attività. Il bello è che, durante tutto questo tempo, non ho fatto altro che divertirmi come un matto. Il mio vecchio mondo sembra essere quasi scomparso, sbiadito all’orizzonte come un ricordo che va sempre più allontanandosi nella mia mente. Ho ricevuto solo un sms da Demetra, in cui mi chiedeva che fine avessi fatto e se avessi notizie di Skizzo, ma non ho neanche risposto. Ho capito che, quando fai qualcosa in cui credi davvero e che ti piace, non importa quante ore dedichi, quante telefonate, giri, appuntamenti e colloqui devi fare per stare dietro al tuo progetto, comunque non sei mai stanco. La fatica si rigenera da sola e diventa energia pura, quando sei concentrato su qualcosa che ti appartiene, che ti identifica. Anche adesso che sono le sei del pomeriggio e sono in piedi da quasi dodici ore, rientro in casa con una tale voglia di fare che non riesco a stare fermo.

Ventiquattro anni, figlio di una contessa e di un architetto di fama mondiale, vive ai Parioli in una costruzione che lui e la famiglia chiamano il Palazzo, per distinguerla dalla Villa di Porto Cervo, dallo Chalet di Saint Moritz e dall’Appartamento di Miami, solo, seminudo, senza un soldo in tasca, strafatto, abbandonato sul ciglio della strada, dalle parti di via Cristoforo Colombo, dopo l’ennesimo rave – finito male e anzitempo perché di fatto mentre si stava sollazzando con una fanciulla ben felice di farsi penetrare da dietro uno dei suoi sodali ha avuto la brillante idea di litigare con uno spacciatore – perché se l’è fatta addosso nella macchina di uno dei suoi due più cari amici, o presunti tali, Billo, al secolo Gianandrea Ludovisi, il più ricco, viziato, vizioso, nobile, affascinante e coraggioso di tutta la sua cerchia altolocata e ricchissima per cui la spesa per un’automobile equivale a quella per una t-shirt in saldo, si presenta ai lettori con una monumentale erezione in corso che lo fa definire da Madame Sophie – la trans che difende dall’aggressione di due uomini e che poi lo soccorrerà generosamente a sua volta, portandolo a casa sua, a riposare su lenzuola di cotone egiziano (probabilmente era egiziano solo il venditore) di fronte al quadro di Audrey Hepburn e al cospetto di Madame Gloria Pompatù (nomen omen, avrebbe detto Plauto), all’anagrafe Ciro – con l’epiteto che dà il titolo a questo esilarante, travolgente e irresistibile libro di Giovanni Lucchese, che scrive benissimo e ha intelligenza e ironia da vendere e da appendere, come si suol dire: L’uccello padulo, edito da Alter ego. Variopinto come e più del costume d’Arlecchino, è una geniale, corale, superba, raffinata e precisissima allegoria dei nostri tempi ipocriti, precari, bugiardi, vacui, moralisti e protervi, e non solo. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Forno Inferno”

51AA-gPJu6L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Satanello era una specie di fuoco fatuo, una fiammella bianca che ardeva costante, come la bocca della canna di una saldatrice. «Stia fermo qui… brucia l’uomo a tre metri di distanza» disse il frate. «Ma allora non si potrà mai mangiare». «Non lo so, magari in futuro inventeranno un modo…». «Stupefacente» disse Tinca. Uscirono e si tolsero le tute, poi andarono nuovamente nell’orto. Tinca si coprì gli occhi per pararsi dai raggi del sole, che ormai splendeva alto nel cielo. «Sa dirmi altro sul professor Lucifero, Saturnino?». «Shhh, silenzio!» esclamò all’improvviso il frate. Si irrigidì, guardando fisso davanti a sé. Anche Tinca lo fece e notò che alla base del muricciolo di confine, su cui era abbarbicato un roveto costellato di rose scarlatte, si ergeva un enorme serpente, con la testa grande come un pugno. Aveva il corpo grasso, repellente e coperto di scaglie bianche e nere. Estrofletteva la sua lingua biforcuta, emettendo dei sibili acutissimi. «Una vipera, e della specie più pericolosa» disse Saturnino. «Una vipera cornuta!». Aveva, infatti, piccole escrescenze sopra gli occhi, simili a due corna. Era eretta, e affrontava rabbiosa un gatto nero, che tentava di graffiarla ma non ci riusciva. Fra Saturnino si avvicinò piano, brandendo la sua zappa. La sferrò deciso sul capo dell’animale, spaccandolo in due, ma la coda continuava a divincolarsi, e la testa a emettere quei fischi più forti di una pentola a pressione. «Che creatura diabolica!» sbraitò Saturnino, continuando a colpirla con la zappa, finché non ebbe fatto uno spezzatino di serpente. «Per fortuna l’ha messa fuori gioco» gli disse Tinca. «Bazzecole, non sono questi i serpenti che mi fanno paura, ben altre serpi si annidano nel cuore dell’abbazia». «Che intende dire?».

Forno Inferno, Daniele Botti, Alter ego. Il sottotitolo già dice tutto: Un giallo dallo humor rosa infiamma il quartiere Coppedè. Saverio Tinca, cooptato dalla setta che governa Roma dalla notte dei tempi, i Neri, a fare il commissario proprio nel loro quartier generale, tra le fantasiose, stravaganti e fascinose volute delle facciate del complesso di edifici della zona abitativa prossima ai Parioli, tra piazza Buenos Aires e via Tagliamento, voluta nel millenovecentoquindici dalla Società Anonima Edilizia Moderna, che affida l’appalto a Gino Coppedè, artista eclettico e maestro del liberty, venuto a mancare nel millenovecentoventisette, il martedì santo del duemilaquattordici, mentre si sta dedicando alla sua occupazione prediletta (visto anche che è stato costretto a passare quasi integralmente alla sigaretta elettronica, le Marlboro rosse gli stanno distruggendo polmoni e prostata), ossia la Settimana Enigmistica, di cui è espertissimo e assai rapido solutore, riceve in ufficio la visita della governante filippina del dottissimo e sempre corrucciato professore ebreo Ermete Lucifero, che è misteriosamente scomparso dalla sua casa, al civico quattro di via Dora. E… Divertente, brillante, ironico, intelligentissimo, molto raffinato, caratterizzato nel dettaglio, è una lettura che regala puro piacere.

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“XXL”

cover_cambi2di Gabriele Ottaviani

«Questa si chiama Akiko. E lei è Fujiko. Sono studentesse e per mantenersi fanno le cameriere» mi spiega mostrandomi vignette su vignette di queste due sempre seminude, con le mutandine bianche bene in vista, che si destreggiano fra compagni di classe con la bava alla bocca, professori equivoci e clienti dalle mani lunghe, per poi finire ogni cinquesei pagine a farsi scopare in posizioni assurde nei cessi del ristorante o della scuola. «Fichissimo» dico. Non so che altro aggiungere perché in quelle immagini c’è qualcosa che mi turba, più delle foto oscene in rete, più dei racconti di Helena, e anche più dei video di YouPorn. Così, quando Trottola rientra per ricordarci che è quasi ora di scendere per la cena – urtandomi per sbaglio con il piede mentre attraversa la stanza – non sono certo dispiaciuta di dover abbandonare quelle vignette perverse. Mi fermo un attimo a sedere sul letto e le osservo prepararsi: Em che si ingella la cresta e si fa il rigo nero sotto gli occhi, Trottola che si arrampica sugli zatteroni fischiettando Umbrella e lanciandomi qualche occhiatina ogni tanto, e Sumo che ripone il fumetto v.m.18 e tira fuori dall’armadio una felpa rosa col cappuccio adorno di orecchie da coniglio; le guardo e penso che l’atmosfera in camera è diversa. Sì, qualcosa è cambiato. Forse la stronzaggine di mamma stavolta è servita a qualcosa e magari hanno smesso di detestarmi. O più probabilmente hanno paura di Em. Chissà.

XXL, Anna Cambi, Alter Ego. Sua madre è stata una reginetta di bellezza e a quanto pare quella fascia le ha dato alla testa, tanto che la trascina, povera Silvia, che ha quattordici anni e sì, d’accordo, qualche chilo di troppo, ma non sono certo queste le tragedie della vita, in un campus estivo in mezzo al bosco fatto apposta per chi deve, in ossequio agli assurdi dettami dell’apparenza che vuole sostituirsi alla sostanza, creando solo danni, rimettersi in forma, rientrare nei ranghi, nel canone. L’immagine è tutto, e l’immagine di quel luogo è fatta di scintillante accoglienza: ma ovviamente non è quella la realtà delle cose… Potente, vibrante, disturbante, travolgente.

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