Libri

“Un’ambigua leggenda”

di Gabriele Ottaviani

Fino alle soglie della seconda guerra mondiale il fascismo permise che nelle sale cinematografiche circolassero molte pellicole estere, in particolare americane…

Un’ambigua leggenda – Cinema italiano e Grande Guerra, Giaime Alonge, Il Mulino. Il cinema è un mezzo di straordinario fascino e di grande immediatezza, efficacissimo per raccontare, semplificare, divulgare, far capire: per questo è stato usato sin dalla sua nascita per la propaganda, per questo non manca di raccontare temi universali. E cosa coinvolge tutti, volenti o nolenti, più della guerra? Se il secondo conflitto mondiale è stato ed è tuttora assai analizzato, da vari punti di vista, minoritarie sono le esegesi della Grande Guerra, che ha sancito la fine non solo degli imperi centrali ma anche del concetto di stato liberale come lo si considerava in un primo momento a cavallo fra Ottocento e Novecento, grande affresco della borghesia metropolitana: questo approfondito volume colma la lacuna. Da leggere.

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“L’arte di uccidere un uomo”

di Gabriele Ottaviani

Il salotto era un insieme stridente di artigianato arabo e oggetti di fabbricazione occidentale. Lungo una parete faceva bella mostra di sé un grande televisore di marca tedesca coperto di ninnoli e suppellettili mediorientali da quattro soldi. Al centro della stanza c’erano un divano e alcune poltrone di cuoio chiaro, e un tavolino da caffè, su cui erano poggiati dei bicchieri di vetro cesellati, una teiera fumante, bottiglie di alcolici e due vassoi carichi di frutta e dolciumi. Oltre a Orlov e Jennings, Khālid aveva invitato al rinfresco anche i maggiorenti del villaggio, un manipolo di ometti loquaci che si ingozzavano di datteri e si accalcavano attorno a Rashīd ‘Alī sommergendolo di domande. L’illustre ospite rispondeva a monosillabi, ostentando un’aria remota e distratta, che evidentemente riteneva si addicesse a un capo. La platea assentiva deferente. Affondato in una delle poltrone, Orlov fumava e mangiava nervosamente pistacchi, osservando di sottecchi il gruppo di pingui signori sudaticci che circondava il suo cliente. Le loro voci erano euforiche. Nella stanza aleggiava la certezza della vittoria e la cosa non gli piaceva affatto. Era ancora troppo presto per festeggiare. Jennings stava guardando fuori dalla finestra. Al centro della piazza, i pugni ben piantati nei fianchi, il sergente Pankov sovrintendeva agli ultimi preparativi per l’attacco. Come Orlov, anche Jennings era infastidito dal protrarsi del ricevimento.

L’arte di uccidere un uomo, Giaime Alonge, Fandango. Docente di storia del cinema a Torino e visiting professor a Chicago, esperto di cinema americano, del rapporto tra cinema e storia e di cinema di animazione, Giaime Alonge scrive un romanzo fatto di guerra, di storia, politica e sopravvivenza, che narra le vicende di un ex colonnello dell’Armata Rossa, in un mondo in cui la guerra fredda non è ormai altro che un retaggio polveroso del passato, riciclatosi come mercenario per una delle tante società di sicurezza privata sorte in Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica: stavolta deve recarsi nell’Iraq ancora governato da Saddam Hussein, insieme al compagno Peter Jennings, un ufficiale inglese passato ai sovietici alla fine degli anni Settanta, al soldo di un boss della criminalità organizzata che ha ingaggiato la loro squadra per assassinare il fratello e assumere il controllo del clan, in un villaggio sperduto sulle montagne del Nord del paese. Apparentemente si tratta di una missione di routine, ma si sa, nulla è più ingannevole dell’apparenza… Ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, travolgente, intenso, intrigante.

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“Il sentimento del ferro”

sentimento ferrodi Gabriele Ottaviani

Con il crollo della monarchia dei Romanov, gli autoctoni avevano cacciato i russi e strappato le terre ai dominatori venuti dalla Germania. All’improvviso, i tedeschi del Baltico si erano risvegliati da quel loro lungo sogno feudale. Non c’era niente che attendesse Martha Kernig in Lettonia. Inoltre, nell’anno e mezzo trascorso a Neuhof, Martha aveva lavorato sodo, e non intendeva rinunciare agli utili che quella fatica cominciava a produrre. A Riga, lei e suo marito avevano gestito un negozio di coloniali. Nella nuova patria, le autorità le avevano assegnato una bottega appartenuta a una famiglia polacca. Era un emporio di paese che teneva un po’ di tutto. Il magazzino era ancora mezzo pieno. Dove fossero finiti i vecchi proprietari, Martha non se l’era chiesto. Non ne aveva avuto il tempo. Rimettere a posto la casa e il negozio, tutto da sola, dovendosi anche occupare dei figli, era stata un’impresa. Non era semplice raggiungere condizioni di vita accettabili in una regione arretrata, dove mancavano le più elementari norme igieniche. Ma le cose stavano cambiando. I Volksdeutschen portavano la civiltà a Neuhof. Erano loro i suoi clienti. I polacchi non li vedeva quasi mai, se ne stavano rintanati nei loro buchi fangosi e puzzolenti. I dirigenti del Partito erano stati espliciti in proposito. I polacchi andavano ignorati. I coloni tedeschi non erano stati mandati lì per migliorare le condizioni di vita della popolazione locale, ma per assolvere al compito storico di una razza dominante. I polacchi che non venivano evacuati, dovevano essere trasformati in manodopera docile e a buon mercato. Alcune centinaia di chilometri a ovest del Golfo di Riga, i tedeschi del Baltico continuavano a sognare il loro antico sogno. Quando ebbe finito con il bucato, Martha rientrò in casa. Elsie e Paul avevano divorato la merenda con l’appetito dei bambini abituati a vivere all’aria aperta.

È una battuta, una frase formulare, un luogo comune, un’amara, amarissima, atroce verità, perché tanti non hanno pagato per i crimini abominevoli che hanno compiuto e che qualcuno ancora si ostina incredibilmente a negare, inventando fandonie e fantasie che derubrichino quegli abomini aberranti e tristemente veri a fole complottistiche, e non hanno pagato proprio perché sono scappati in Sudamerica: si dice infatti che sono diventati tutti argentini (o danesi) i tedeschi dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto i nazisti, ovviamente. E tra l’America latina degli anni ottanta del secolo breve e il Reich hitleriano, due luoghi, due tempi e non solo, si muove, con una sorprendente omogeneità e una spiccata solidità narrativa, il romanzo di Giaime Alonge Il sentimento del ferro, edito da Fandango: assolutamente imperdibile, sconcertante pagina dopo pagina.

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