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“Pavarotti ed io”

cover_sitodi Gabriele Ottaviani

«Io allora ti chiamerò Tino», mi annunciò risoluto, con quel sorriso largo e brillante che a me e a tutto il mondo è rimasto come il ricordo più immediato ed indelebile di lui, come lo svolazzo di un autografo. Abbreviando il mio cognome e ignorando il nome, mi affibbiò un epiteto che è il diminutivo di Concetto, un sinonimo in italiano di “idea” che non mi fu per niente sgradito perché conforme al mio spirito di iniziativa. In seguito Pavarotti non mi ha mai chiamato Edwin ma neppure Tino, se non in determinate occasioni, quando eravamo in ufficio o a distanza. Ha sempre preferito l’epiteto ancor più italiano di “Ciccio” che comunque rivolgeva a chiunque ammettesse nella sua sfera di confidenza, donne incluse. Ciccio fu infatti il nomignolo che usò la prima volta che mi vide e che tradussi alla meno peggio nel peruviano “Gordito”, cicciottello, anche se grassoccio proprio non ero. E Ciccio mi avrebbe chiamato ogniqualvolta fossimo stati da soli. Ho finito perciò per preferire questo nome addirittura al mio. Ma ancorché portassi un nome europeo, due anni prima di entrare nel team di Pavarotti stavo per finire invece nello staff di un principe thailandese e diventare asiatico. Era il 1993. Ero già alle dipendenze come cameriere dell’Hotel Las Américas, un fiammante cinque stelle meta del jet set internazionale, e fui incaricato di coordinare il servizio di assistenza del reale della Thailandia che arrivò con un seguito di ben cinquanta persone. Al termine del soggiorno il principe in persona mi propose di far parte del suo servizio, cosa che avrebbe significato lasciare il Perù, il mio lavoro, i miei genitori, gli amici e soprattutto mio figlio Carlitos di tre anni che, pur vivendo con la madre, vedevo spesso ed era il mio affetto più grande.

Pavarotti ed io – Vita di Big Luciano raccontata dal suo assistente personale, Edwin Tinoco, Aliberti. L’immagine che ha sempre dato finché era in vita e che ancora adesso ne connota per lo più globalmente il ricordo è quella in generale di un uomo grande, grosso e buono, dotato di una voce strepitosa, gaudente, mai altezzoso, generoso, simpatico. Elisa, altra voce magnifica, ha per esempio raccontato in un’intervista che al primo incontro la accolse, conquistandola immediatamente più di quanto già non lo fosse per ammirazione – e del resto non poteva essere altrimenti –, nel giardino della sua magione con un sorriso da orecchio a orecchio mentre comodamente seduto a un tavolo con una mano si cibava di scaglie di parmigiano e con l’altra di succosi acini d’uva. Un quadretto di indubbia goduria, non c’è che dire, ritratto grazioso di un grande artista, che rivive oggi, oltre che nelle sue opere, ancora udibili attraverso i più vari supporti, anche nel disegno affettuoso che ne fa il suo più fidato collaboratore: un racconto piacevolissimo a leggersi, semplice, chiaro, lieve.

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“Mio padre Enzo”

cover_ferrari_sitodi Gabriele Ottaviani

  • Non a caso sarà lui, Enzo Ferrari, a osare l’inosabile, paragonando Gilles Villeneuve al leggendario Nivola.
  • Sì e questo spiega molte cose, spiega anche perché mio padre non riuscisse ad arrabbiarsi con gli eccessi di Gilles, con le sue esuberanze che a volte passavano il segno. Ma al confronto con Nuvolari saremmo arrivati dopo, molto dopo. Prima, ci furono le amarezze.
  • Nel 1977 Villeneuve debutta nel mondiale con la Rossa e non sono rose e fiori.
  • No, era inesperto e si vedeva. Inoltre non è che i suoi colleghi, i piloti di altre scuderie, lo aiutassero a inserirsi nell’ambiente, lo avvertivano un po’ come un corpo estraneo, un alieno. Ci fu anche un tremendo incidente in Giappone, Gilles aveva appena cominciato con noi: in gara entrò in collisione con la macchina di Ronnie Peterson e la Ferrari decollò, precipitando tra la folla. Ci furono dei morti. Una bruttissima vicenda.
  • In quel momento vi sfiorò il timore di aver clamorosamente sbagliato la scelta dell’uomo?
  • Sì, lo ammetto: io, mio padre e i nostri collaboratori fummo molto turbati dal disastro. Da fuori arrivavano pressioni molto forti. C’era chi sosteneva che Ferrari si era ormai rincoglionito e che bene avrebbe fatto a riconoscere l’errore, licenziando in tronco lo sconosciuto canadese.
  • Suo padre valutò l’ipotesi?
  • Non pubblicamente. Il dubbio gli era venuto, era impossibile non averlo. Ma lui era un uomo tenace, non accettava l’idea del passo indietro, non era nel suo stile pentirsi e chiedere scusa. E poi, ripeto, da Forghieri in giù c’erano persone che avevano visto del buono, nel modo in cui Gilles viveva l’automobilismo.
  • Decideste di tenere duro.
  • Sì, ci tenemmo Villeneuve per il 1978, in coppia con il confermato Reutemann. Con il senno di poi, fu una decisione felice.

Mio padre Enzo – Dialoghi su un grande italiano del Novecento, Piero Ferrari con Leo Turrini, Aliberti. È stata senza ombra di dubbio una delle figure più importanti, discusse, ammirate e invidiate della storia non solo dell’imprenditoria italiana, ma anche, se non per certi versi soprattutto, dello sport. In particolare, ovviamente, dell’automobilismo, visto che i bolidi che portano il suo nome sono oggetto di un autentico culto da parte degli appassionati o anche dei semplici esteti, che rivedono nelle carrozzerie filanti dei vari modelli il riverbero della bellezza, connubio di natura e ingegno, e che paragonano il rombo del motore a un vero e proprio canto polifonico. Il ritratto che si fa di Enzo Ferrari, di cui certo non è questa la prima biografia, in questo volume è assolutamente privo di retorica e agiografia, e nonostante sia condotto con empatia, partecipazione, affetto, per non dire amore, quello di un figlio per colui che è stato il suo genitore, è asciutto, attento, curato, preciso, appassionante. Da non perdere.

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“Non perdiamoci di vista”

Biagidi Gabriele Ottaviani

Enzo Biagi e Luchino Visconti di Modrone, conte di Lonate Pozzolo, si conobbero durante la guerra. Nel 1942 Visconti stava girando il suo primo film Ossessione nel ferrarese, sul Po. Insieme a Giuseppe De Santis, sceneggiatore e aiuto regista, andarono a Bologna per cercare una copia del romanzo di James Cain Il postino suona sempre due volte a cui il film si ispirava. Il regista lo aveva letto in Francia quando faceva l’aiuto di Jean Renoir. Ossessione è considerato una delle cento pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese, ed è il film che ha dato vita al Neorealismo. De Santis chiamò l’amico Biagi, giornalista a «Il Resto del Carlino», per avere un aiuto; nulla da fare: nella città non esisteva una copia del libro. De Santis e Biagi erano coetanei, Visconti più grande (classe 1906, nato a Milano), in comune avevano non solo la passione per il cinema, ma anche l’antifascismo. Biagi amava moltissimo il cinema francese, in particolare La grande illusione di Renoir con un suo mito: Jean Gabin; rimase così affascinato dai racconti di Visconti che aveva vissuto a Parigi, nella casa di Renoir. Un giorno, in una cameretta abbandonata, scoprì una piccola tela di cui nessuno si era accorto: due bagnanti, splendide, dipinte dal grande pittore PierreAuguste, padre del regista. Visconti, ridendo, disse: «Potevo portarmela via, nessuno se ne sarebbe accorto». Alla fine della guerra e dopo quattordici mesi da partigiano sull’Appennino Tosco-Emiliano, Biagi tornò a lavorare al vecchio giornale, che nel frattempo aveva cambiato nome: «Giornale dell’Emilia», come critico cinematografico. Scrisse, usando termini molto positivi, del secondo film di Visconti La terra trema, tratto da I Malavoglia di Giovanni Verga. Il regista milanese, già molto popolare per aver realizzato nel ’54 Senso con la fidanzata d’Italia Alida Valli, e nel ’57 Le notti bianche, con protagonista Marcello Mastroianni, premiato a Venezia con il Leone d’Argento, nel 1960 uscì con Rocco e i suoi fratelli, la tragica storia di una famiglia che dalla Basilicata si trasferisce a Milano alla ricerca di lavoro. Il film provocò molte polemiche a causa di alcune scene crude e violente, e per la posizione politica del regista (soprannominato il Conte rosso), che dalla sua collaborazione con la Resistenza (nel 1944 fu arrestato dai nazifascisti e salvato dall’attrice María Denis, allora molto popolare, dalla fucilazione) era molto vicino al Partito comunista. La critica si divise. Uno dei pochi che lo difese fu Biagi: «Non esageriamo: Visconti può essere di certo discusso, ma è di sicuro un artista. Merita rispetto, e non credo che le sue sequenze siano più truculente di quelle del film, faccio un esempio, dall’invogliante titolo Il mulino che macina cadaveri di donne, che la pubblicità annunciava con queste serene e distensive parole: “Se il vento soffia dal Nord macinate cadaveri e avrete crusca di sangue e farina d’ossa”. E nessuno ha protestato per questi esperimenti di bassa macelleria». Quando il film uscì nelle sale anche il pubblico si divise, ci fu chi gridò allo scandalo: «È una vergogna, mentre l’Italia sta mostrando un miracolo economico, questi film neorealisti ci diffamano all’estero» e chi, rivolgendosi alla Procura generale di Milano, chiese l’intervento della censura. Biagi raccontò che i contrasti e le opposizioni cominciarono in fase di lavoro. Il presidente della Provincia di Milano, Adrio Casati, proibì alla troupe di girare all’Idroscalo l’episodio del delitto. Scrisse ironicamente il giornalista: «L’avvocato Casati non protegge soltanto il paesaggio, come vuole la Costituzione, gli alberi, le acque, le rocce, le albe e i tramonti, le nebbie e le cartacce unte, ma difende anche la moralità del luogo pubblico, che deve essere solo testimone di casti idilli e di fanciulleschi giochi». Visconti, per ultimare il film, dovette spostare le riprese dalle parti di Anzio. Le polemiche fecero diventare il lungometraggio un grande successo al botteghino: l’incasso giornaliero raddoppiò, i cinema vennero presi d’assalto con spettatori costretti a stare in fila per ore. Tre anni dopo arrivò la consacrazione internazionale di Visconti, grazie a uno dei suoi capolavori: Il Gattopardo, vincitore a Cannes della Palma d’Oro. L’intervista di Biagi a Visconti fu realizzata per il «Corriere della sera», fu il loro secondo incontro che avvenne poco prima della morte del regista: il 17 marzo 1976. Visconti era stato colpito qualche anno prima da ictus cerebrale. Biagi ricordò così il loro incontro: «Luchino Visconti vuole vivere, e questo, per lui, significa lavorare, pensare, leggere, muoversi, fare progetti. Sta seduto su una poltrona accanto al caminetto. Nella stanza ci sono tanti fiori: rose tenui, bocche di leone. Sulle tende di lino candido esplodono delle azalee: le ha disegnate il sarto Valentino. La malattia lo ha reso ancora più acuto, più sensibile. Due sole fotografie in cornici d’argento: Helmut Berger, la faccia perfetta, intensa, e Marlene Dietrich, con un sorriso autunnale, e una dedica: “Io ti penso”».

[…]

Visconti, chi è fascista?

È la gente chiusa a qualunque apertura di libertà, vorrebbero che tornassimo indietro di quarant’anni. Hanno delle formule, e tutto dovrebbe girargli attorno. Quando feci La caduta degli dei mi domandarono perché ero andato a cercare soggetto e ambienti in Germania. Dissi che il nazismo era un dramma e il fascismo spesso commedia, e anche melodramma buffo, io volevo fare una tragedia, ero partito addirittura da un Macbeth moderno: tanti morti e tanti massacri, dove li avrei trovati, se non fra i tedeschi?                                                                                                                                    

Quali sono le miserie verso le quali è più disposto ad avere comprensione? Hanno scritto che detesta l’avidità e l’arroganza delle mezze calzette.                          

Esatto. E soprattutto l’ipocrisia, la falsità, e poi la mediocrità, non per disprezzo, ma perché non sento di poter avere un rapporto.                                                                                       

Ha dei nemici?

Credo parecchi. Pensavo moltissimi, ma quando sono stato malato ho scoperto anche molti amici, che mi hanno circondato di affetto…

Non perdiamoci di vista – Un racconto attraverso le interviste che hanno segnato un’epoca, Enzo Biagi e Loris Mazzetti, Aliberti. Roberto Saviano, Michele Sindona, Enrico Mattei, Pier Paolo Pasolini, Enzo Tortora, Tina Anselmi, Sandro Pertini, Walter Reder, Herbert Kappler, Albert Kesserling, Johann “Hans” Peter Baur, Maria José di Savoia, Primo Levi, Carlo Azeglio Ciampi, Indro Montanelli, Giorgio Strehler, Günter Grass, Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Luchino Visconti, Mu’ammar Gheddafi, Mehmet Ali Agca, Malcolm X, Nilde Iotti, Enrico Berlinguer, Dario Fo, Yasser Arafat, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Gian Maria Volonté, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Patrizio Peci, Silvio Berlusconi, Gianni Agnelli, Enzo Ferrari, Bill Gates, Rita Levi-Montalcini, Umberto Veronesi, Luciano Liggio, Giovanni Falcone, Rudolph Giuliani, Giuseppe Fava, Salvatore Lima, Tommaso Buscetta, Raffaele Cutolo, Leonardo Sciascia, Cassius Clay, Margaret Thatcher, Gabriel García Márquez, Eugenio Montale, Giuseppe Prezzolini, Eduardo de Filippo, Roberto Rossellini, Woody Allen, Luciano Pavarotti, Joe Cannon e Carlo Maria Martini. E poi sé medesimo. Nel senso che tra i protagonisti del Novecento da lui intervistati c’è anche lui stesso. Enzo Biagi. Intervistato però ovviamente da qualcun altro, nella fattispecie il fidatissimo Loris Mazzetti. Sono passati anni dalla sua scomparsa, ma non finisce di mancare. Un maestro di giornalismo di cui ora è possibile rivivere in un’edizione monumentale e curatissima, davvero bella, le pagine più interessanti, colloqui straordinari, brillanti, intelligenti, dialoghi veri, al servizio del pubblico, molto più che semplicemente in linea con i tempi, addirittura nella maggior parte delle occasioni preconizzatori di molti degli eventi che poi, nel bene e nel male, hanno caratterizzato, caratterizzano e con ogni probabilità caratterizzeranno, a meno che la nostra società non si decida finalmente a impegnarsi a risolvere le storture che ne costituiscono una frazione assai significativa, il nostro quotidiano vivere. Da non perdere.

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“Maritè non morde”

9d1b71d2ef77c8aed64e9da13c87b967_w250_h_mw_mh_cs_cx_cydi Gabriele Ottaviani

Avevo dormito poco e male. Mi sentivo in colpa per non essere andata da mio padre da molti giorni. Forse stavo semplicemente assecondando l’istinto premuroso di una fi glia che ha vissuto un rapporto simbiotico con il padre. Forse. Fatto sta che entrando a casa dai miei, ebbi una istintiva sensazione di negatività. Il badante che si prendeva cura di lui «Non ha voluto mangiare nulla», mi disse. «Ci ho provato con molta pazienza. Neppure un cucchiaio di latte. Oggi il signor Emilio proprio non vuole». «Perché trema?» mi voltai furibonda verso mia madre. Non aveva mai tremato, dagli occhi uscivano lente lacrime di sofferenza. Corsi a stringergli le mani. Con un fazzoletto gli asciugai gli occhi. «Ha la febbre» rispose mia madre «abbiamo chiamato il medico». Poi mi fece cenno con la testa di seguirla nella stanza accanto. Anche mia madre aveva un aspetto spaventoso. Gli occhi sgranati e cerchiati. A voce bassa mi raccontava lo stato di salute di mio padre, mostrando una paura contagiosa. Avevo già capito tutto, ma mi era difficile ammetterlo. La situazione era grave. Erano appena sette giorni che non lo vedevo ma non avrei mai pensato che in così poco tempo le cose fossero precipitate a tal punto.

Maritè non morde, Veronica Tranfaglia, Aliberti. Ogni cellula umana ha quarantasei cromosomi. Di norma. Ma, si sa, ogni regola ha le sue eccezioni. E una possibile variante di eccezionalità è quella che caratterizza Maritè. Veronica aveva già altre due figlie e una vita pressoché in nulla dissimile da quella della maggior parte delle altre persone a lei circostanti. Poi un giorno nasce Maritè. Una bambina che ha delle difficoltà. Una bambina che non ha sovrastrutture. Una bambina che emette luminosità attraverso il suo candore. Una bambina che gli altri guardano. Chi con compatimento, chi con tenerezza, chi con rispetto, chi con idiozia. Una bambina che ha la sindrome di Down. Una bambina che fa capire alla sua mamma semplicemente essendo così come è che alla sua vita pressoché in nulla dissimile da quella di tutti gli altri mancava qualcosa. Una storia vera, un libro che fa bene all’anima e che rimette nel giusto ordine le priorità della vita.

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“Il cattivo infinito”

ISIS_bigdi Gabriele Ottaviani

Seppe molto, l’essenziale. E ne fece incetta. Era sbalordito, interdetto, ma arreso all’evidenza che la via intermedia dell’amore fosse negata e restasse solo, nelle derive dell’intolleranza, in quel retropalco dell’azione civile e civica che è la dialettica sociale, l’odio. Che restassero le armi com’era sempre stato – estorte agli arsenali di Saddam – e che suscitassero in lui, malgrado il suo inesausto vitalismo, l’equivoca attrazione della morte. I loro nomi: fucili d’assalto Akm, mitragliatrici Pk, lanciarazzi Rpg-7, missili anticarro, Stinger, cannoni antiaerei, obici, carri armati, autoblindo, aerei da trasporto, elicotteri.

Il cattivo infinito – Capire Isis, Marco Alloni, Aliberti. Il sedicente stato islamico è una realtà nel nostro mondo martoriato dai venti di guerra e dilaniato da feroci giochi di potere. Una realtà tragica, impregnata di morte. Il terrorismo è da tempo un pensiero fisso, una costante, con cui l’Occidente non può non fare i conti. Non si può parlare di emergenza, poiché questa per definizione ha un carattere di eccezionalità che evidentemente non collima con la durata del fenomeno, importante, e che ha una decisa influenza nella vita di tutti, nella stessa quotidianità, nelle scelte, nei giudizi e soprattutto nei pregiudizi che lo alimentano, ma certo è una questione aperta, di vitale importanza, che va risolta, per il bene e la sicurezza di tutti. Ma come nasce il terrorismo? Cosa lo genera? E soprattutto esistono delle responsabilità, delle connivenze, delle correità, delle zone d’ombra che si allungano a lambire anche chi ne è vittima? A chi vende le armi l’Occidente? Di chi si è avvalso per combattere i nemici al tempo della guerra fredda? Il libro di Alloni vibra di passione e indignazione, è un’esegesi profondissima, accuratissima, scomoda, che fa riflettere, pensare, capire, pone delle domande, destabilizza, appassiona e sgomenta, foraggia discussione, dibattito, dialogo, impegno. Da leggere.

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“L’amore sgarbato”

amoresgarbato_bigdi Gabriele Ottaviani

 

Chiederà informazioni alla madre, lei è lo snodo dei pettegolezzi del quartiere. Se una cosa non la sa, la viene a sapere in breve tempo. Parcheggia l’auto sotto casa. Il padre è al lavoro, le sorelle per i fatti loro. Spegne il motore, sta per aprire la portiera ma decide di fumare una sigaretta prima di rientrare. Oggi il pisello gli dà più fastidio del solito. Ha anche chiamato il medico, che gli ha detto: «È normale. Con l’arrivo del primo freddo succede». A lui sembra di avere un peperoncino moscio nelle mutande. Ma la cosa che più lo angoscia sono le palle. Se le tocca continuamente per accertarsi che siano della solita, regolare dimensione. Anche ora, mentre sta in macchina, avverte l’impellente necessità di fare un’ispezione. Comincia a frugolare dentro ai boxer… cazzo… non trova quello che cerca: «Mi è sparita una palla… non la sento. Oddio» esclama ad alta voce. Suda, è tutto rosso, percepisce una pesantezza tra lo stomaco e il petto, ora non riesce più a respirare, gli gira la testa. Ha un dolore ma non capisce dove, come se avesse ingoiato un mattone. Panico, paura, non lo sa. Deve immediatamente andare in bagno, verificare… Quando entra in casa, la prima cosa che fa è chiamare la madre. Non c’è… ti pareva. Spalanca la porta del bagno, entra e, senza nemmeno richiuderla, si abbassa jeans e boxer… la palla è al suo posto. La madre lo trova seduto sulla tazza con la testa tra le mani: «Mi era sparita la palla! Quella puttana mi ha rovinato la vita… così non va… così non va». La madre di Erzo, oltre a non conoscere le regole di base del vivere civile, ignora la diplomazia e soprattutto è maestra nel gettare benzina sul fuoco, fregandosene altamente del ritorno di fiamma. «La pagherà, stanne certo. Nessuno può mettere le mani addosso ai miei figli senza pagarla cara».

 

L’amore sgarbato, Elena Venditti, prefazione di Federica Sciarelli, Aliberti. Se è sgarbato non è amore. Perchè l’amore si nutre di tenerezza, di gentilezza, di cura. L’amore si preoccupa dell’alto prima che di sè, l’amore è disposto e dispone al sacrificio, all’abnegazione. L’amore non è annullamento, è comunione, commistione, condivisione. È fare di due io noi. Se è sgarbato non è amore. Se non sa essere dolce, se si alimenta di prevaricazione, se anziché lasciare libero incatena, se non è una scelta continua, quotidiana, giorno per giorno, istante per istante, se non è tremante di paura per la perdita ma pronto ad accettare il rischio per la felicità e il bene, l’altrui prima che il proprio egoistico tornaconto, non è amore. È un’altra cosa. Esiste, ma non è amore. Non si può in alcun modo considerare come tale. Se non ami prima i difetti dei pregi non è amore. Sono capaci tutti a volersi bene quando le cose vanno bene, è quando la strada si fa in salita che si vede chi resta, chi ti spinge verso la vetta, chi ti tiene la mano, chi ti allevia il peso dalle spalle, chi ti sostiene nell’incertezza, chi ti porge una coperta quando fa più freddo. La violenza non è mai amore. Si può soffrire e grondare di rabbia, ma non è amore. È un inganno, non lo si può mai scambiare per tale. Sono tre donne Nina, Nicola e Rita. Abbracciate da un legame che non va nemmeno spiegato, che c’è, che non ha bisogno di parole. Una di loro si imbatte nella persona, meglio, nell’individuo sbagliato. Le altre combattono per lei. E non si fermano daventi a nulla. Lo ha insegnato al mondo già Leopardi con la sua Ginestra quanto conti per noi animali sociali la solidarietà: spes ultima manet. Vibrante, da non perdere.

 

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“Non lo saprà nessuno”

vallonedi Gabriele Ottaviani

«Ti prego» ho detto, «chiariamo io e te, da sole». Lei ha accennato un sorrisetto sicuro, poi ha fatto schioccare la lingua contro il palato qualche volta per dire di no. Avrei voluto buttarmi per terra, inginocchiarmi, pregarla di non credere a niente di ciò che le veniva detto. L’ho vista perdere per un secondo la compostezza mantenuta fino a quel momento. «Sei una stronza» ha detto, si è voltata a guardare Federico, poi, di nuovo me. «Ci hai anche provato con lui» ha urlato con gli occhi lucidi. Credo che tutte le persone presenti in quella piazza, che passeggiavano lungo il porto, o che erano uscite solo a comprare il giornale, abbiano sentito il suo grido e si siano voltate. Ma per me non esistevano. Nessuna delle cose create nel mondo per me, in quel momento, esisteva. Ho detto che era stato lui a provarci con me e poi ho guardato Federico. Si è tirato gli occhiali da sole sulla testa mentre Lisa lo fissava, quasi suggerendogli le parole. «Non l’ho mai fatto» ha detto. A quel punto ho guardato verso Bruno e Marianna. «Non si dicono le bugie» ha aggiunto Bruno, Marianna ha solo annuito guardando altrove. Io ho guardato di nuovo Lisa. «Sei una bugiarda» ha gridato lei, «una sporca bugiarda». Quella frase, mi ha sconfitta, mi sono tornati alla mente i miei tagli sul viso e la punizione che mi era stata inflitta. E da quel momento in poi ho dimenticato tutte le cose che Bruno, Marianna e Federico mi avevano detto fin lì, e ho ricordato solo quella. L’unica che mi sembrava vera. Ero una maledetta bugiarda. «Ho fatto quindici ore di treno solo per farti una sorpresa» ho detto. Tra tutte le cose che avrei potuto dire, non so perché abbia fatto uscire dalla mia bocca proprio quella. Forse mi sembrava l’unica che tutti sapevano fosse successa davvero, forse perché volevo sottolineare quanto tenessi a Lisa perché mi sembrava che se lo fosse dimenticato. «Non mi importa di quello che hai fatto» ha urlato, «su quante cose mi hai mentito, su quante cose mi hai mentito?» «Nessuna, non ti ho mai mentito». Lisa ha guardato un attimo per terra ma è tornata subito su di me. «Non voglio vederti mai più» ha detto. Ho sentito gli occhi diventare lucidi, i piedi sprofondare nel terreno. Ho avuto la certezza che sarei morta.

Non lo saprà nessuno, Anna Francesca Vallone, Aliberti. Bianca e Lisa. Sono due ragazze. Due adolescenti. Una più piccola, l’altra più grande. Si conoscono. Come tanti. Come tante. Come a tutti e tutte, in fondo, forse, è più di qualche volta capitato. In vacanza. Quando si è più liberi. E magari anche più sinceri: di certo, comunque, salvo casi eccezionali e niente affatto auspicabili, più spensierati. Diventano amiche. Ma il cambio di stagione non muta il rapporto. Che anzi si rafforza. Dura. Diviene qualcosa di più. Fisico. Viscerale. Sanguigno. Fuoco che vibra sotto la pelle e accende i lombi, per parafrasare Saffo. Sono giovani. Delicate. Fragili. Sensibili. Disperate. Bianca non ha un orizzonte cui rivolgersi, Lisa conosce la violenza. L’equilibrio che le unisce è solido e insieme sottile. Entrambe ci si aggrappano. Inevitabile che il tutto divenga instabile. Inevitabile che tanti silenzi spezzino la catena. Inevitabile il percorso di riconciliazione. E di autodeterminazione. Crudo, spietato, bellissimo tanto da far male e scritto in stato di grazia, è un romanzo travolgente molto più che ben realizzato sotto ogni punto di vista.

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“Come un pugno”

15032784_10211192463465877_5443201148003659810_ndi Gabriele Ottaviani

Mi chiamo Mark Scannagatti e sono nato l’11 luglio al sessantottesimo minuto della finale di Coppa del Mondo del 1982, durante il gol di Marco Tardelli. In sala parto era stato portato una vecchio televisore in bianco e nero e a mio padre piaceva ricordare le urla di dolore di mia madre che si fondevano con quelle di gioia di Tardelli e con il mio pianto. All’anagrafe sono registrato come Marco, anche se qui in America mi hanno sempre chiamato Mark. Fu papà a decidere il nome, ignorando il fatto che mamma preferisse chiamarmi Nick. Sono nato in Italia, a Torino, anche se le mie origini paterne sono pugliesi. I miei nonni si trasferirono al Nord nel Secondo Dopoguerra. Mio nonno lavorò per tanti anni alla Fiat come operaio. Per arrotondare le entrate mensili, aggiustava qualsiasi cosa, che si trattasse di una serranda o di un frigorifero, a lui non importava, la riparava e basta. Nei mesi estivi trascorrevo le vacanze in Italia insieme ai nonni. Con loro stavo bene, ero felice. Sono state le uniche persone della famiglia a donarmi affetto sincero, senza chiedere nulla in cambio. Non c’erano tante occasioni per vedersi ma mi coccolavano come un re. La morte di mio nonno fu il primo colpo basso che la vita mi aveva riservato. Se ne andò senza dire nulla, senza lamentarsi, corroso da un male incurabile. Piansi molto all’epoca e capita ancora, ogni volta che ripenso al suo volto rugoso, a quelle mani enormi che sembravano di legno e al sorriso ge nuino che lo rendeva inconfondibile. Mia madre, invece, era americana, di Los Angeles. I genitori non accettarono mai la scelta della figlia di sposarsi con un pugile italiano e si dileguarono in fretta, come una nuvola di polvere. Scoprii questi particolari poco più che adolescente. Prima di allora pensavo fossero dei demoni perché mio padre, quando si parlava di loro, diceva che potevano bruciare all’Inferno. In realtà i due vecchi erano vivi, peccato che io non lo fossi per loro. Ci trasferimmo a Los Angeles quando avevo due anni, sia perché mio padre era già diventato una leggenda vivente della boxe, sia perché mia madre odiava l’Italia e gli italiani. Non sopportava i toni sguaiati, il cibo, il disordine, le usanze ancora legate al passato. Con la lingua italiana aveva un pessimo rapporto, faticava a comprenderla ma non si sforzava nemmeno di farlo. Era una di quelle donne californiane incapaci di vivere al di fuori di cliché prestabiliti, legate a uno stucchevole modo di apparire, sempre bionde e abbronzate, con seni rifatti e unghie laccate e perfette. A papà piaceva scopare in giro per il mondo e questa cosa, a lungo andare, non andò più a genio a mamma. Litigavano spesso, accusandosi di essere rispettivamente un italiano schifoso e una puttana californiana. Fra grida e insulti si lanciavano piatti, bicchieri e qualunque oggetto fosse a portata di mano. Avevamo denaro a sufficienza per ricomprare cose nuove e permetterci una donna di servizio che ripulisse le tracce di quell’amore fallito, continuando a far credere a chiunque che fossimo una famiglia perfetta.

Beve l’ennesima birra della giornata. Solo qui è al sesto boccale. Tanto non può pagare quindi una in più o una in meno non fa la benché minima differenza. Due donne ormai non più giovani si arrischiano a lanciare neanche troppo velate profferte, ma adesso per Mark è prioritario cercare di evitare il pugno in faccia del padrone del pub. Impresa vana come voler svuotare il mare con un cucchiaino. O meglio ancora con un colino di quelli per il tè. Ma lui tenta lo stesso. E tentare in questo caso nuoce. Nel frattempo, prima di essere costretto a provare l’ebbrezza di somigliare, almeno per metà faccia, a un panda, ha ricevuto una telefonata: l’incontro di pugilato del secolo, anzi, del millennio si farà. Per questo corre in redazione. Corre talmente tanto che arriva nella sede del Los Angeles Daily News, al 21221 di Oxnard Street, quattro ore dopo l’orario stabilito. Lo attende Joe Fishes. La versione afroamericana di Danny DeVito. Si siede, si accende una sigaretta e ascolta quel che Joe ha da dirgli: e Joe vuole dirgli che esige che scriva per lui, a nome suo, il più bel romanzo sulla boxe che sia mai esistito. Mark non comparirà in nessun modo. La gloria? Che se la scordi. Cinquemila dollari di anticipo, diecimila a consegna avvenuta. Joe vuole vincere il PEN. Mark accetta, non senza dimostrare un po’ di dignità. Che perde subito la notte stessa spendendo oltre la metà dei soldi appena ricevuti in alcol e prostitute (e in particolare la seconda voce nella colonna delle uscite del suo anoressico bilancio pare effettivamente addirittura la meno giustificabile, visto che sembra essere stropicciato, tendente al generale fallimento – a partire dal suo matrimonio – e alcolizzato quanto si vuole, ma comunque abbastanza piacente per potersela ancora cavare gratis, a maggior ragione oltretutto perché ha una burrosa dirimpettaia, Linda, che per vibrante e disinteressata passione si dedica quotidianamente e più volte al giorno con eccezionale maestria al sesso orale…), ma dato che, come dice lui, la cosa bella di essere cattolico è che puoi sempre ricominciare daccapo, subito dopo va in chiesa a confessarsi. Mio Dio, mi pento e mi dolgo, con tutto quel che ne consegue, è del resto un detersivo per la coscienza di efficacia antimacchia comprovata da millenni, con buona pace dell’ossigeno attivo. E quindi ora è pronto per iniziare a scrivere. Forse… Imbevuto come una spugna di scintillante e intelligente ironia, caratterizzato fin nel dettaglio – non solo per quel che concerne i riusciti personaggi, che sovente si scambiano dialoghi di rara credibilità ed efficacia – in un modo che è classico, rimandando alla migliore tradizione dell’hard-boiled, e insieme assolutamente contemporaneo, travolgentemente fluido e dal ritmo sorprendente, come un assolo di batteria, come un film dal montaggio fatto bene (viene in mente Come un tuono di Cianfrance, per esempio…) pieno di riferimenti, citazioni, livelli e chiavi di lettura che a più riprese consentono e favoriscono, in un ambito o in un altro, a seconda dei casi, mutatis mutandis, l’immedesimazione nelle varie rocambolesche situazioni, e soprattutto in più di un’occasione francamente esilarante, questo romanzo è semplicemente da non perdere. Come un pugno, Claudio Marinaccio, Aliberti.

 

 

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Libri

“Merenda da Hadelman”

download.jpegdi Gabriele Ottaviani

«E dopo? Che cosa mi chiederà? Di chiamarle un taxi?» Mi lasciò la mano. Avrei potuto prendere e correre via a quel punto. Invece tolsi la chiave e aprii la porta, come se mi avesse ipnotizzato. O avessi paura. Non sono un codardo, ma quell’uomo mi metteva i brividi. «Le darò il suo latte» dissi «basta che se ne vada in fretta.» «Le ho già detto che ho molta fretta» disse l’Esecutore entrando nel locale. Gli versai il latte. Usai un lungo e stretto bicchiere di vetro per rendergli scomoda la vita. Ma nemmeno questo parve turbarlo. Ci infilò il nasaccio e bevve. Mentre lo fissavo, provai l’istinto di chiedergli se fosse davvero lui il famoso Esecutore e di farmi dire, una volta per tutte, cosa volesse. Ma era come se temessi di fare esplodere un ordigno. A metà bicchiere mi chiese se avessi un foglio e una biro. Glieli passai e lo vidi scarabocchiare qualcosa. Si premette il foglio sotto il gomito e continuò a bere. Pareva impiegarci più tempo del solito e si guardava attorno. «Le cose stanno andando bene ultimamente» disse. «Il locale è sempre affollato. Ha un bel cagnolino e un’ottima assistente. Anzi, oggi le assistenti erano due.» Tremai pensando a Consuelo e a tutte le cose che Bilco mi aveva detto su Occhio e Vilaro.

Merenda da Hadelman, Nicola Manuppelli, Aliberti. Apri il libro e cominci a leggere. E poi dopo un po’ l’autore nomina per la prima volta esplicitamente Milano, la metropoli scerbanenchiana per antonomasia, ma non solo. E tu ci fai caso. Capisci che non sei in America, come ti eri ritrovato a dare praticamente del tutto per scontato sin dall’inizio. Perché l’atmosfera che subito si viene a creare, che emerge dalle pagine e ti avvince fin dalle prime battute, ti porta a credere di trovarti nei meandri un po’ atri, popolati da personaggi stropicciati dalla vita, di un inedito di Chandler. D’altronde a quella fonte, ossia la letteratura a stelle e strisce, spesso e volentieri nel corso della sua carriera ha attinto l’acqua per mezzo della quale si è dissetato Nicola Manuppelli, classe millenovecentosettantasette, che è uno scrittore e un traduttore tra i più validi in senso assoluto, in particolare per quel che concerne la versione in italiano di autori, appunto, di lingua di matrice anglosassone, americani e irlandesi. Ha pubblicato racconti brevi e lunghi in varie antologie, lavorato come giornalista e autore per varie riviste, collabora con diversi magazine e case editrici e da anni dirige corsi di letteratura americana e scrittura creativa. Ha portato per la prima volta in Italia i lavori di molti importanti letterati, tra cui Andre Dubus, il che è in pratica la firma sul contratto che stabilisce inequivocabilmente il fatto che si sia guadagnato un posto in paradiso. La storia che decide di raccontare in questo romanzo che ha ritmo e taglio cinematografico e che si legge con estrema piacevolezza e altrettanta rapidità, data la costruzione solida di un impianto che anche nelle sequenze in cui la scena cede il passo all’ellissi, all’analisi e alla pausa mantiene un ritmo di rara efficacia, è quella di personaggi ben caratterizzati che vivono lungo il crinale tra luce e ombra, e cercano il loro posto nel mondo. Spoiler vietati come e più che mai, è da leggere assolutamente.

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Libri

“Nel calore del tuo corpo”

nel calore del tuo corpo.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il suo cowboy dominatore l’avrebbe finalmente presa.

Silvia Carbone e Michela Marrucci, Nel calore del tuo corpo, Aliberti. Di rado ci si amalgama così bene, quando si è in due a scrivere la stessa cosa. Qui però è successo: d’altro canto non è la prima volta che le due autrici collaborano, si vede che c’è una bella intesa. Non si avvertono stacchi, scarti, frizioni, attriti inconsulti nel fluire convincente della prosa di questo romanzo che certamente può essere definito erotico, dato che al centro mette il sesso, e sin dalla copertina, con un evidente richiamo, un messaggio diretto, un rimando a una passione carnale, fisica, travolgente, che si esplica per lo più attraverso torridi amplessi. Swami vive un’esistenza normale, per non dire perfetta, a Boston, e il viaggio per Hardin, una località abbastanza sperduta del Montana, non è niente di più che una formalità: il nonno è morto, lei ha ereditato un ranch, va, lo vende, prende i soldi e torna. Non sa che lì c’è Riley. Un mandriano. Affascinante? Decisamente riduttivo considerarlo così…

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