Libri

“Repertorio dei pazzi della città di Palermo”

9505-3.jpgdi Gabriele Ottaviani

Uno faceva l’ortopedico, ma avrebbe voluto essere psicanalista. Da un certo momento in poi interpretò gratuitamente sogni e desideri dei pazienti giudicando dalla forma dei loro piedi. Uno era un medico ormai in pensione. Per tutta la prima parte della sua vita, fino ai sessant’anni, fu un uomo severissimo, temuto dai figli e dai fidanzati delle figlie. Poi, un giorno, la moglie si ammalò e morì. Morì molto lentamente, e lui, la notte in cui lei entrò in coma, le diede un bacio, andò nello studio, aprì il cassetto e tirò fuori la Beretta con la quale si sparò un colpo alla tempia. Forse però all’ultimo momento mosse la mano, o forse non aveva mirato bene. Insomma: il proiettile entrò e uscì senza incontrare niente di vitale. Quando riprese conoscenza i medici non nascosero che sarebbe rimasto cieco. Ma non solo: ben presto i parenti si accorsero che era diventato diverso. Nei primi giorni sembrò una stranezza quasi ordinaria, ma poi passarono i mesi e…

Repertorio dei pazzi della città di Palermo, Roberto Alajmo, Sellerio. Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune, dice il poeta: e chi, in fondo, è più diverso, altro, strano, fuori norma, singolare, anticonformista, alieno alle convenzioni, per nulla comune di un pazzo, qualcuno cui gli altri guardano con sospetto ma anche con malcelata curiosità e tenerezza, qualcuno che può giungere persino a spaventare, ma non perché sia effettivamente pericoloso, bensì perché semplicemente, nella maggior parte dei casi, ha il coraggio di essere libero davvero, di più di chi invece della libertà non sa far altro che riempirsi la bocca, ma all’atto pratico ne è invece irredimibilmente atterrito? Alajmo, la cui prosa è cangiante e bellissima come un broccato prezioso, regala al lettore una pinacoteca di ritratti e una meditazione faconda e feconda sul tempo passato e sulla malinconia che si annida come una lieve e chiara polvere negli angoli di una città amatissima nella cui terra affondano le radici della propria anima. Da leggere.

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Libri

“L’estate del ’78”

41tWo73mTsL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Bisognerebbe provare a stilare una specie di Repertorio delle Gioie Irrecuperabili. Quel genere di piaceri che non siamo in grado di cogliere sul momento, e di cui ci rendiamo conto solo qualche tempo dopo, quando ormai sono impossibili da conseguire o riprodurre. Esistono gioie che avevamo in pugno e abbiamo lasciato andare, se non gettato via, come succede con i campioncini di profumo offerti in distribuzione gratuita. Gettati via proprio perché offerti gratuitamente, immaginando che siccome niente costano, niente valgano. Ecco un piccolo elenco esemplificativo, personale ma forse neanche tanto: – Leggere senza occhiali. – Mangiare frittura a cena. – Evitare di asciugarsi i capelli dopo lo shampoo. – Peggio ancora: lasciarsi fonare dal vento, in motocicletta. – Dormire la notte intera. – Accovacciarsi sulle ginocchia. – Far l’amore con una certa persona. – Abbracciare un genitore. – Essere riconosciuti, da un genitore.

L’estate del ’78, Roberto Alajmo, Sellerio. Non ci si abitua mai alla perdita. All’abbandono. Al distacco. Perché anche se sappiamo che è impossibile, che tutto ha una fine (solo una è la clausola dell’esistenza che ci viene chiesto di controfirmare nel momento in cui piangendo ci affacciamo al mondo, del resto…), che le persone al termine del loro viaggio non possono fare altro che andarsene, che sia o meno volontario poco conta, che tutti partono sempre, Peyton Sawyer docet, che le strade si debbono per forza di cose separare, e non è detto, ma la speranza mai e poi mai si affievolisce, che ci si incontri di nuovo, in un altrove fatto solo e soltanto d’amore, ammesso e non concesso che esista, il potere dell’illusione è irresistibile. Niente è eterno. Ma sarebbe così bello se lo fosse. Così rassicurante. Così stabile, forte e potente. Perché quando una cosa è persa non la si ha più, non fa più parte di noi, della nostra vita. Ci resta solo lo sgomento, il retrogusto amaro, la delusione, la disillusione, il rammarico, il rimpianto. E ancora peggio è quando non si riesce a farsene una ragione. Perché una ragione non sembra esserci. O perché, orrore supremo, c’è e non ce ne siamo accorti, non abbiamo saputo, potuto, voluto vedere i segnali, i sintomi, i prodromi: la ferita non smette più di sanguinare, il lutto è assai arduo da elaborare, irto di rovi e impervio come una mulattiera polverosa, sdrucciolevole e riarsa. È il luglio del millenovecentosettantotto quando in una pausa dallo studio matto e disperatissimo, nel caldo di Palermo, un maturando di ritorno da un gelato con gli amici vede per l’ultima volta Elena. Sua madre. La moglie di Vittorio. Suo padre. Questo ragazzo che compirà diciannove anni il venti di dicembre diverrà drammaturgo, scrittore e giornalista. È Roberto Alajmo. Che con la tenerezza più intima e insieme la solennità della tragedia greca ci fa immergere nello strazio catartico del dolore. Commovente fino alle lacrime, emozionante, bello da far tremare.

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