Libri

“Nero ananas”

415YVHTTZ5L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La politica inizia ad aggrovigliarsi su sé stessa. A voltare le spalle al mondo che c’è fuori, credendo di andargli incontro.

Nero ananas, Valerio Aiolli, Voland. La motivazione con cui Luca Formenton, editore di lunga e splendente tradizione familiare, allievo di Cesare Segre e Maria Corti nonché fondatore di Diario insieme a Enrico Deaglio, propone questo eccellente romanzo allo Strega – lido che l’autore di Nero ananas ha già frequentato nel millenovecentonovantanove con Io e mio fratello, storia raccontata con arguzia naif da un bambino di cinque anni che descrive il mondo che gli si squaderna dinnanzi in tutte le sue policrome contraddizioni – di quest’anno è la seguente: Nero Ananas di Valerio Aiolli ricostruisce gli eventi drammatici che hanno segnato la storia d’Italia nei cinque anni che vanno dalla strage di piazza Fontana del12 dicembre 1969 alla strage della Questura di Milano del 17 maggio 1973, ricostruendone i fatti attraverso un racconto polifonico e orizzontale, e un ritmo cronologico che accompagna il lettore, giorno per giorno, mese per mese, allo straziante epilogo di via Fatebenefratelli. Verosimiglianza e realtà si confondono in quest’opera, che ha il merito di essere riuscita in un’impresa senza dubbio difficile: restituire quel periodo della nostra coscienza culturale e storica senza cedere alla pura mediazione della cronaca, ma mettendo in scena una narrazione corale, universale – a volte intimamente vertiginosa –, e capace di raccogliere in queste pagine una moltitudine policroma di voci, spesso antagoniste tra loro. Storie e ricordi dal colore familiare si mescolano infatti, in Ananas nero, a quelle di personaggi, come il Dottore, Falstaff, Zio Otto, il Samurai e il Pio, dietro ai quali si possono facilmente riconoscere i protagonisti di quegli anni – senza mai però risultare specchi di se stessi, ma incarnando profondamente lo spirito, contraddittorio ed elusivo, del loro tempo. Così, accanto a estremisti di destra che si incontrano e tramano di nascosto, anarchici in cerca di riscatto e agenti dei servizi segreti che osservano tutto nell’ombra, compaiono vite quotidiane, famiglie che si riuniscono intorno alla tv per capire cosa stia succedendo, parenti scomparsi e storie di amore e di odio consumate nell’intimità di biografie minori. Per farlo, Aiolli si affida a una scala di colori stilistica di assoluta qualità, che permette all’autore di muoversi tra i differenti timbri espressivi cogliendone i particolari e le sfumature, pur mantenendo nell’insieme una tonalità letteraria ordinata e coerente. Più del regesto storico (che ad ogni modo viene accolto tra le righe e meticolosamente affrontato nella sezione che chiude il volume, Futuro anteriore), ciò che interessa ad Aiolli è il gesto invisibile, l’incontro nascosto, il combattimento interiore di chi ha vissuto sulla propria pelle i fatti drammatici, e l’esplosione sentimentale che ha fatto da eco a quella degli ordigni terroristici. Fin dalle prime pagine, è sempre presente la sensazione che il rumore cieco della bomba in piazza Fontana abbia causato molti più danni di quanti, già tragicamente ingenti, la scena poteva restituire: ha sgretolato l’innocenza di un paese, ha aperto una voragine nelle coscienze di cui è impossibile valutare la profondità e l’estensione, e segnato senza possibilità di ritorno gli anni a venire, quelli della “strategia della tensione”. Uno dei principali meriti di Aiolli, in questa suo romanzo, è allora quello di aver riportato a galla non solo il ricordo o la memoria delle tragedie, ma il fiato, le parole, il dolore, gli epitaffi di coloro che, protagonisti, vittime o semplicemente lontani spettatori, hanno vissuto sul limitare di quel precipizio, grigio e nebbioso, chiamato Italia. Ed è difficile non essere completamente d’accordo con un’esegesi tanto profonda, accurata ed efficace: Valerio Aiolli, autore di romanzi, monologhi teatrali e racconti, anima di numerosi corsi di scrittura creativa e passeggiate letterarie per diverse associazioni culturali, a lungo membro dell’Osvaldo Soriano Football Club, la nazionale di calcio degli scrittori che prende il nome da un grandissimo autore e cantore dello sport e dei suoi simbolici significati, con una prosa di ampio respiro che ricorda quella del miglior Auster intreccia sapientemente le vicende di alcuni personaggi le cui storie sono messe in relazione da quella con l’iniziale maiuscola, nella quale si riverbera il crogiuolo di contraddizioni e menzogne che con la metodicità di un perverso effetto domino avvelena la nostra società, sempre più proterva, melliflua, cattiva, rabbiosa, invidiosa. Ottimo.

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Libri

“Lo stesso vento”

aiolli_copertina_specchio-300di Gabriele Ottaviani

Adesso vuole solo far presto.

Valerio Aiolli, Lo stesso vento, Voland. Le parole sono importanti, è noto e risaputo. Ma lo sono anche le cose, perché fanno parte della nostra vita, la connotano, la colorano, la determinano, sono i nostri riferimenti, la decorano e la definiscono. Le nostre case sono piene delle nostre cose, che non sono semplicemente oggetti di consumo, ma spesso ricordi, legami col passato, con la famiglia, con le radici, con quello che siamo stati e che ci ha permesso, volenti o nolenti, di diventare quello che siamo diventati. E proprio attraverso un oggetto in apparenza piuttosto semplice, come un ventilatore, in realtà si dipana una vicenda che valica i confini dei generi e racconta l’Italia, la storia e la vita dei protagonisti, caratterizzati con rare precisione e credibilità, con grazia, asciuttezza e profondità. Tutto ha inizio nel millenovecentoquaranta, a Firenze. Fausto e Adriana si amano. Sognano che una volta che la guerra sia finita possano sposarsi, e trasferirsi all’estero, in Germania. Lei ha sedici anni, il suo background, per così dire, è quello di una semplice famiglia piccolo-borghese, come tante. Fausto, invece, è apprendista operaio. Lavora in una fabbrica. Una fabbrica che produce ventilatori. Ed è proprio un ventilatore quello che una sera lui regala alla sua amata. Che è evidente si aspettasse qualcosa d’altro, e sarebbe stato strano il contrario, in tutta onestà. Ma trascorso il primo momento di smarrimento quell’oggetto entra a pieno titolo a far parte della quotidianità della coppia, e non solo. Diviene simbolo della vita insieme. Di molte vite, perché passa di mano in mano, ed è il filo di lana dipanato dalla matassa arzigogolata, come lo sono, di norma, i rapporti fra le persone, che lega, proprio come fa un gomitolo, e il tessuto in una trama, una narrazione solida che affronta senza retorica la guerra, le rivendicazioni civili, la caduta del muro di Berlino e altri eventi ancora, intorno ai quali turbina sempre il medesimo vento, quello della storia che, come il cielo, è per tutti lo stesso.

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