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“Indonesia ecc.”

INDONESIA-ECC-webdi Gabriele Ottaviani

I tragitti in pullman da Medan e intorno ad Aceh mi avevano sorpreso non solo perché si passava tra una selva di manifesti che proponevano ex ribelli per la carica di governatore. Nel primo viaggio da Medan fino a Langsa avevo comprato un biglietto per un pullman di linea con un orario di partenza prefissato, di per sé un concetto bizzarro – nell’Indonesia orientale l’orario di partenza ufficiale corrisponde a «non appena il pullman è sufficientemente pieno». Eppure eravamo partiti da Medan all’ora stabilita, e io me ne stavo comodamente seduta nel posto assegnato. Usciti dalla stazione dei bus, dopo nemmeno un chilometro l’autista fren  bruscamente per caricare dei tizi che si sbracciavano sul ciglio della strada. E poi altri, e altri ancora. A ogni fermata imprevista e brusca l’assistente dell’autista issava dalla portiera posteriore il nuovo passeggero, mentre un amico trasferiva a bordo sacchi di riso e ceste piene di polli. Una delle prime aggiunte alla lista dei passeggeri mi sorrise. «Mi scusi, le dispiace se…» Distolsi velocemente lo sguardo, ma era troppo tardi. Adesso eravamo in tre a occupare due posti. Qualche chilometro e qualche decina di fermate più tardi, dopo altri sorrisi e altri «mi scusi tanto», i nuovi arrivati si tenevano in equilibrio tra il bordo del sedile e pile di sacchi di cemento.

Elizabeth Pisani, Indonesia ecc. – Viaggio nella nazione improbabile, Add editore (traduzione dall’inglese di Gioia Guerzoni). Tutto e il contrario di tutto. Già l’Asia di per sé è il continente che probabilmente più di ogni altro sfugge alle definizioni, figuriamoci l’Indonesia. Dove i social network sono presi letteralmente d’assalto ma ci sono milioni di persone che vivono molto ben al di sotto della soglia di povertà, senza nemmeno l’energia elettrica in casa (e viene da chiedersi come possano avere costantemente attivi un profilo su Facebook e/o un account su Twitter, Instagram et similia se poi non hanno l’opportunità di ricaricare a casa il telefono cellulare, tanto per dire…). Dove i gruppi etnici e le lingue sono centinaia, migliaia le isole, milioni i turisti. Il viaggio della Pisani trasmette verità attraverso la pagina, la prosa è piacevole, l’intento divulgativo messo a fuoco e centrato: una guida venata di romanzo. E viceversa. Come sempre di gran pregio la veste grafica.

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“Il gioco della bottiglia”

il gioco della bottigliadi Gabriele Ottaviani

Ho 18 anni e sono la figlia perfetta: studente modello, ballerina di talento, ogni estate in Inghilterra, il mio promesso sposo è un bravissimo ragazzo, i nostri genitori sono amici, le nostre madri sono più fidanzate di noi due, glielo dico spesso per riderci su ed è la verità. Alla maturità prendo 100 e lode, voglio diventare medico e tutti approvano. Faccio il test d’ingresso alla facoltà in scioltezza ma non sono ammessa. È un crash imprevisto che fa crollare il castello. In un solo colpo. Lascio il mio ragazzo e inizio ad andare fuori ogni sera con le mie ex compagne di liceo più scatenate. Siamo quattro ragazze single e un solo mantra: usciamo e ci ubriachiamo. Senza un cocktail in mano non parliamo neanche tra di noi, ma dal primo bicchiere scatta la serata. L’alcol è il mio schermo per entrare in relazione con il mondo. A differenza dei nostri amici maschi, io e le mie amiche abbiamo più paura di stare male, ma pensiamo che è necessario bere per sciogliersi. Me ne faccio tanto, non da coma etilico, ogni sera però sono grandi mischioni: un paio di aperitivi, vino a cena, cocktail e shottini che salgono prima. Altrimenti come faccio a fare la gattamorta e dire a un ragazzo che mi piace? Non sono in grado di sostenere un rifiuto…

Alessandra Di Pietro, Il gioco della bottiglia – Alcol e adolescenti, quello che non sappiamo, Add editore. L’abuso di alcol è un problema. È una banalità tale che sembra assurdo persino dirlo. Il problema è che invece su questi temi il silenzio si macchia di correità. Perché la situazione è certo seria, e va denunciata. Molti giovani (non solo loro, ci mancherebbe) hanno purtroppo, per vari motivi, che possono sembrare futili ma che evidentemente così futili non sono, se succede quel che succede, problemi con l’alcol, che, se consumato in eccesso, fa male. È ovvio. Non solo. Può creare problemi anche a chi il vizio del bere non ce l’ha. Se per esempio si trova a essere investito da una persona che guida in stato di alterazione alcolica. Ricette perfette? Soluzioni impeccabili? Non ve ne sono. Anzi. Su questi argomenti spesso pare che si navighi un po’ tutti a vista. Chi ha un problema e non sa come affrontarlo, e chi dovrebbe risolverlo, ma non ha idee né strumenti. Pene più severe? Proibizioni? Divieti? Servono davvero? O forse è meglio educare, ragionare, mettersi in discussione, fermarsi a riflettere, al di là del qualunquismo? Il libro di Alessandra Di Pietro, ben scritto, è importante per questo. Perché ritrae una realtà. Che non si può far finta di non vedere. E poi perché non dà risposte. Ma fa qualcosa di molto più costruttivo. Pone domande.

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“Myanmar – Dove la Cina incontra l’India”

myanmardi Gabriele Ottaviani

Con il cessate il fuoco, alcuni capi delle minoranze etniche ribelli speravano in un compromesso. In passato molti di loro hanno sostenuto la causa dell’indipendenza dalla Birmania; ora dicono di volere soltanto un «sistema federale» di governo, uguali diritti per tutti i cittadini e un certo livello di autonomia locale. Ma il «federalismo» è una soluzione che i generali al potere non accetteranno mai. Per loro è sinonimo di vulnerabilità, una formula che potrebbe portare alla disgregazione del Paese. «Con un sistema federale il Paese si sfalderebbe nell’arco di dieci anni. Guardi la carta geografica. Siamo un Paese piccolo. Perché dovremmo rimanere divisi in centinaia di piccoli pezzi? Molti Paesi hanno costruito l’unità con la forza. Solo così possiamo sopravvivere o ci faremo mangiare dai cinesi. Ci biasimino pure gli stranieri, ma sono degli ipocriti. Hanno fatto la stessa cosa anche loro.» Così mi dice un colonnello dell’esercito da poco in pensione, un uomo dalla faccia scura e coriacea, e dalle mani grandi. Indossa una camicia azzurra e un vecchio longyi, ma riesco a immaginarlo senza sforzo in tuta mimetica, mentre guida i suoi uomini per le montagne. Secondo lui, non sarà il riconoscimento delle differenze etniche a mettere fine alla guerra civile, bensì un processo di assimilazione. Strade e ferrovia collegheranno meglio il Paese, e gli scambi commerciali e un sistema scolastico unitario finiranno per indebolire inevitabilmente le differenze locali. Da un certo punto di vista, la strategia adottata dall’esercito birmano nei confronti dei suoi oppositori è l’esatto contrario di quella che i governi occidentali hanno adottato con il regime. Gli occidentali hanno fatto ricorso agli embarghi e all’isolamento diplomatico, sperando che i generali birmani, sentendosi esclusi, finissero per cedere. Ma non è successo. I generali si sono comportati in modo ben diverso: hanno onorato i nemici di un tempo, definendoli «capi delle etnie nazionali»; li hanno portati nelle grandi città, hanno creato in loro nuovi desideri e hanno permesso che si arricchissero; hanno promosso i legami d’affari, anche quelli illeciti. Sapevano che così avrebbero fiaccato la forza delle organizzazioni combattenti. Nel 2010, infatti, l’esercito birmano si è trovato in una posizione più salda di quella che aveva all’inizio del cessate il fuoco. La nuova costituzione conferisce alcuni poteri ai governi locali, ognuno dei quali avrà un’assemblea legislativa semieletta. Non sarà un sistema federale e l’autorità concreta dei governi locali resterà fortemente circoscritta, ma si tratta pur sempre di una piccola concessione ai capi delle minoranze etniche che hanno combattuto per l’autodeterminazione. Il governo militare ha anche proposto agli ex ribelli un accordo sul loro futuro come forza armata: riorganizzate i vostri uomini in un «Corpo di guardia di confine», noi lo comanderemo e alla fine ricadrà sotto la nostra autorità. In altre parole hanno offerto loro una parziale ma non completa integrazione nell’esercito birmano. Accettare significava buoni affari e un posto nel nuovo ordine per i capi delle forze ribelli. Alcune delle milizie minori hanno accettato. Le altre no, per il momento.

Un paese in via di sviluppo, una terra di contrasti, confini, conflitti e contatti, e che ha persino cambiato nome, che ha vissuto la dittatura, il più longevo regime autarchico della contemporaneità, una vera condanna all’isolamento che ricorda l’Oriente del medioevo, mutatis mutandis, e che ora, nelle recenti elezioni libere, ha premiato con un voto plebiscitario uno dei suoi numi tutelari, Aung San Suu Kyi, per decenni agli arresti domiciliari solo perché a capo dell’opposizione al regime illiberale che governava da lustri. Una nazione di struggente bellezza, incastonata fra Bangladesh, India, Cina, Laos e Thailandia: ancora siamo abituati, forse, a chiamarla più che altro Birmania, come ci dice anche la toponomastica di molte delle nostre città, ma è il Myanmar (nome imposto dalla giunta militare, con l’aggiunta della vibrante alla fine per facilitare la pronuncia dell’inglese – il paese è stato colonia britannica sino al millenovecentoquarantotto – dopo il golpe di fine anni Ottanta perché etnicamente neutro), descritto in modo intenso, dettagliato e profondo, nonché con una prosa bella e sinuosa come le anse di un fiume – magnifica la copertina, semplice eppure di grandissimo impatto –, da Thant Myint-U per Add (traduzione a cura di Margherita Emo e Piernicola D’Ortona): un viaggio che vale davvero la pena di compiere.

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