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“Acting out”

51kq+lcNOqL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sdraiato su di un’amaca, Jeremy fissò alcune foto di lui e Kit sul set di No Apologies comparse su una rivista. La première era di lì a poche settimane e il calendario di produzione di Alle Armi era terribilmente indietro. Sarebbe riuscito a terminare le riprese in tempo per passare qualche giorno con Kit, prima di essere costretto a partecipare al vortice di apparizioni previste per entrambi i film? Cercò di non chiederselo. Si sentivano una volta la settimana, di solito sabato (per Kit) e domenica (per lui), poiché erano divisi dalla linea internazionale del cambio di data. Lui chiamava utilizzando il telefono satellitare nel trailer della produzione. Ore sei del mattino in Vietnam. Ore nove di sera in California. La domenica nessuno entrava nella roulotte prima delle otto, quindi avevano qualche ora per parlare. Solo che non parlavano mai per più di dieci o quindici minuti. L’eco dava fastidio a entrambi e Kit suonava sempre stanco. Distante. Con il sudore che gli colava lungo il collo, attraverso la zanzariera Jeremy lanciò un’occhiataccia al sole che faceva capolino fra gli alberi. Era stufo del rumore degli spari, dell’odore del fumo e del sapore di fango che sentiva in bocca. Voleva tornare a casa. Voltò pagina e vide una foto a colori di Kit e Amber, allo Sky Bar. Si alzò improvvisamente a sedere. L’amaca si ribaltò a causa del movimento improvviso e Jeremy si ritrovò con la faccia nella polvere. Raccolse la rivista in fretta e furia, al posto del battito del proprio cuore sentiva dei tamburi di guerra. Oltrepassò di corsa le tende e le roulotte e raggiunse l’ufficio di produzione. Spalancò la porta e per la prima volta in vita sua fece la diva: «Fuori. Devo fare una telefonata.» I tecnici del suono e dell’editing lo guardarono a bocca spalancata, poi però spinsero indietro le sedie e obbedirono. Jeremy digrignava i denti mentre attendeva la connessione satellitare. Il telefono squillò tre volte, poi Kit rispose.

Acting out, Tibby Armstrong, Triskell, traduzione di Chiara Fazzi. Jeremy è dichiaratamente gay e vuole sfondare nel mondo del cinema: finalmente a Hollywood la sua occasione pare essere arrivata. Con lui come protagonista nella sorta di Bildungsroman filmico a tematica omosessuale diretto da uno dei cineasti maggiormente sulla cresta dell’onda, nonostante non si contino i casi di chi per uno scandalo sessuale di natura per nulla etero o semplicemente per essere venuto allo scoperto (il coming out, con tutti i travagli che lo contraddistinguono, strettamente intessuti però col necessario senso di liberazione che d’altro canto lo connota, è infatti ben altra cosa rispetto all’outing: va ribadito, anche se pare assurdo doverlo fare, perché molti, ancora, nel duemiladiciotto che sta finalmente per andarsene e non tornare mai più, riescono per pressappochismo e ignoranza a fare confusione) si è visto la carriera bruciata e la vita distrutta proprio in quell’ambiente che non solo dovrebbe essere accogliente e d’ampie vedute ma che è forse anche percentualmente più ricco di altri di gay, per giunta c’è Kit, l’ex enfant prodige del luccicante ma infido e ipocrita show business ora pressoché caduto nel dimenticatoio. Sembrerebbero esserci tutte le premesse perché le cose, dopo qualche iniziale riserva, procedano a gonfie vele, ma… Scorrevolissimo e piacevole a leggersi.

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