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“Rue de Berne, numero 39”

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Mbila pianse ricordando i momenti difficili del suo sfruttamento. Si ricordò per esempio dei dolorosi episodi di doppia penetrazione con dei turchi depravati, kebabbari di Rue de Berne. Pianse al pensiero di quei neri insaziabili, che per un prezzo irrisorio vendicavano le loro pulsioni sessuali inappagate da giorni. Si ricordò di quei momenti in cui aveva dovuto mettere a repentaglio la propria salute accettando le richieste ben pagate di quei padri-di-famiglia-sempre-via-per-lavoro che le chiedevano di fare un salto senza paracadute…

Rue de Berne, numero 39, Max Lobe, 66thand2nd, traduzione di Sándor Marazza. Dipita è immigrato. Di seconda generazione. È gay. È nero. È del Camerun. Cresce in Svizzera. A Ginevra. Dove tanti sono ricchi. Diversi ricchissimi. Lui è assai povero. Vive in un mondo povero. Un ghetto, quello del quartiere a luci rosse, il cui cuore pulsante è la caleidoscopica Rue de Berne, dove lui sperimenta un’alienazione molteplice, una diversità plurale, ma incontra anche tanta autentica umanità, e ora che ha tempo per meditare, dato che è rinchiuso in una cella della casa circondariale di Champ-Dollon, inizia con voce piena e schietta a raccontare la sua storia, partendo dall’inizio, dal passato, ripercorrendo tutta l’impervia strada che l’ha condotto fin lì… Maestoso.

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“Su Michael Jackson”

71ZVOX+ZfqL._AC_UL436_.jpgdi Erminio Fischetti

Non è un destino fortunato, nella famiglia Jackson, essere un anno più grandi di Michael ma privi del suo talento…

Su Michael Jackson, Margo Jefferson, 66thand2nd, traduzione di Sara Antonelli. La prefazione inedita scritta appositamente per l’edizione italiana da una delle più grandi e pluripremiate scrittrici e intellettuali degli ultimi decenni, figlia dell’alta borghesia afroamericana di Chicago, è figlia dello sbigottimento dovuto al documentario Leaving Neverland che rilancia, per il tramite della viva voce di due ragazzi ora adulti, le ombre su un talento immenso e un uomo fragilissimo di cui la stessa Jefferson è fan, quel Michael Jackson cui si imputa di aver fatto sesso con dei bambini: ulteriore arricchimento per questa asciutta e niente affatto agiografica biografia che racconta con prosa dall’eccellente tessitura l’arte, il divismo, la società, l’immaginario collettivo occidentale, la liberazione dai pregiudizi. Da leggere assolutamente.

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Che la terra ti sia lievissima, Binyavanga…

image004.jpgPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Ci ha lasciato ieri Binyavanga Wainaina, morto a Nairobi a soli 48 anni. Fondatore della rivista Kwani, autore di memorabili articoli sui luoghi comuni che caratterizzano lo sguardo sul continente africano (How to write about AfricaHow not to write about Africa) e dell’acclamato memoir Un giorno scriverò di questo posto (66thand2nd, 2013), Wainaina fu incluso nel 2014 nella lista del Time Magazine dei 40 uomini più influenti del pianeta. Quell’anno, in seguito all’approvazione di leggi restrittive sull’omosessualità in Uganda  – paese natale di sua madre – e in Nigeria, decise di rendere nota la sua omosessualità in modo indimenticabile e commovente. “I am homosexual, mum” è il capitolo mancante del suo memoir, quello in cui Binyavanga immagina di raccontare alla madre – scomparsa da poco – di essere omosessuale. Il pezzo ha suscitato reazioni in tutto il continente e travalicato i confini dell’Africa, facendo di Binyavanga uno dei più inusitati e al contempo autorevoli attivisti del mondo gay africano e mondiale. La sua intelligenza trascendeva ogni etichetta, la sua voglia di vivere era irresistibile, il suo talento letterario immenso eppure accogliente e ora incompiuto.

Qui a 66thand2nd lo amavamo tutti e poterlo pubblicare in Italia è stato un grande onore.

Soprattutto, era un uomo buono e pieno di dolcezza. Ci mancherà moltissimo.

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“Barracoon”

41gmaRgYj2L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma davanti all’altare del passato trema ancora di angoscia.

Barracoon – L’ultimo schiavo, Zora Neale Hurston, 66thand2nd. Traduzione di Sara Antonelli. Plateau è una località dell’Alabama, stato che ha una lunga storia di segregazionismo, presso la quale nel millenovecentoventisette – per poi tornarvi anche quattro anni dopo – Zora Neale Hurston si è recata per intervistare l’unico testimone ancora in vita, all’epoca, della tratta atlantica degli schiavi dall’Africa, sbarcato dalla Clotilda, l’ultima nave negriera, emblema di una pagina tragica e troppo poco conosciuta della nostra storia, sostrato di tante attuali e serie problematiche nella nostra società sempre più cattiva, rabbiosa, egoista, misera, invidiosa. De leggere e rileggere, oggi più che mai.

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“Sogni di Mevlidò”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quanto a me, continuo a osservare Mevlidò senza lasciarmi distrarre. Non mi prendo la briga di scrutare vanamente il buio. Anche se un baby-soldato è stato sorpreso a sgattaiolare dentro una casa crollata – cosa d’altronde assai strana – la visione non si è prolungata più di mezzo secondo. I baby-soldato fanno molta attenzione a non svelare i loro nascondigli. Ogni tanto ce n’è uno che riesce a dissimularsi dietro una falsa identità e a condurre tra di noi una falsa esistenza fino a che qualcuno non lo smaschera, ma gli altri preferiscono vivere e vagabondare lontano dagli sguardi, adottando le precauzioni più estreme per non farsi notare.

Sogni di Mevlidò, Antoine Volodine, 66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia. Antoine Volodine, prolificissimo anche con gli pseudonimi, racconta con la sua consueta prosa, assai potente, immaginifica, caleidoscopica e non prova del nitore del genio, la vicenda di Mevlidò, un poliziotto segretamente fedele alla causa rivoluzionaria dei terroristi bolscevichi che, in quel di Ulang-Ulan, asfissiante, futuristica, distopica metropoli che si staglia con la sua mole nel panorama di una terra che un tempo è stata la Mongolia e che ora è invece una realtà abbrutita e squallida in cui tutto è mercificato, è incaricato di assicurare alla giustizia, muovendosi tra ordine, caos e ossessioni. Maestoso.

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“Il taglio”

image002.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Ti va di scherzare, Cairo» aveva detto la madre. Lui non aveva più usato la porta davanti dal giorno del funerale di sua nonna, ormai erano anni; passava sempre dall’ingresso sul retro. Suo padre aveva aperto la porta prima ancora che ci arrivassero. Sua madre era rimasta in penombra in fondo al corridoio, con in mano un piatto di biscotti. Grace aveva allungato la mano perché suo padre la stringesse e Cairo per un attimo aveva temuto che lui non lo facesse, che non sapesse cosa fare, ma naturalmente l’aveva fatto e l’aveva invitata ad accomodarsi. «Adoro le vostre ortensie» aveva detto Grace. Suo padre aveva sorriso: le cose si stavano mettendo bene. Era una donna che diceva di adorare questo e quello con molta facilità. Le ortensie non erano male, ma forse avrebbe aiutato metterle un po’ più in ordine. Il suo vecchio non aveva smesso di lamentarsi del loro stato per tutta la settimana. Si erano accomodati in salotto. Cioè, Grace e Cairo si erano seduti. La madre era rimasta sulla soglia. Il padre era in piedi con le spalle alla parete mentre sorseggiavano il tè e mangiavano i biscotti dal piatto che la madre aveva poggiato sulla superficie lucida del tavolo sotto la finestra. La luce filtrava attraverso le tende a rete. Cairo si era alzato in maniera un po’ goffa per far sedere il padre, si era stretto contro la sua pancia mentre l’uomo si avvicinava alla poltrona.

Il taglio, Anthony Cartwright, 66thand2nd, traduzione di Riccardo Duranti. Parlando del taglio in questo contesto specifico non ci si riferisce ad altro che alla serie di canali che attraversa la regione, una terra operaia nella quale si è votato in massa perché l’algida Albione lasciasse l’Unione Europea, con tutto quel che ne sta conseguendo anche in questi giorni, e che è la contea d’origine di questo bravissimo autore che dipinge con tinte assai vivide e prosa precisa e puntuale quello che in realtà è anche un altro genere di taglio. O meglio una fessura. Una fenditura. Una cesura. Una frattura. Una spaccatura. Una faglia. Una ferita, i cui labbri però restano a contatto, l’un con l’altro: quella di una società che, perdendo la speranza, si è votata all’isolamento, ha costruito muri laddove andavano aperte finestre. Una commedia umana e un ritratto comunitario di sublime immediatezza da non perdere.

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“Come ombra che declina”

41-DlG+K2vL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il portiere dell’hotel Portugal lo guardò negli occhi mentre gli consegnava la chiave della sua camera e lui distolse lo sguardo mormorando qualcosa che forse era un saluto. Negli occhi risiede l’identità di un volto. Non appena vengono chiusi gli occhi a un morto è come se i suoi tratti fossero cancellati e chi si accosta a lui per guardarlo non lo riconosce. Nella foto del passaporto il viaggiatore canadese aveva occhiali da professore o da avvocato, li indossava anche la sera del suo arrivo in albergo, ma poi non li aveva più messi. A volte portava gli altri, quelli da sole, e quando rientrava dal bagliore accecante della strada e se li toglieva aveva gli occhi rossi. Nei suoi occhi c’era un’irregolarità difficile da spiegare, una mancanza di simmetria, così come nelle orecchie. Uno era più grande e sporgente dell’altro. Per fare pratica, il portiere si sforzava di parlargli in inglese ma l’ospite o non capiva o non sentiva bene. Annuiva, o forse muoveva soltanto la testa, con lo sguardo rivolto da un lato, gli angoli della bocca contratti come se trattenesse un dolore, e quel poco che diceva era incomprensibile, eccetto quando gli interessava sapere qualcosa: come raggiungere l’ambasciata sudafricana, quella canadese, il porto, dove trovare dei giornali in inglese. I giornali che portava sottobraccio quando rientrava in albergo accentuavano in lui l’aria da professore equivoco che aveva la prima sera, evidente sulla foto del passaporto ma sempre meno sul volto in carne e ossa, man mano che passavano i giorni; un professore fasullo che ha falsificato la sua laurea, o che è stato beccato a molestare un’alunna. Un impresario di pompe funebri dall’alito avvinazzato. Alcuni testimoni che lo avevano visto ad Atlanta il 5 aprile, la mattina presto, poco più di dodici ore dopo lo sparo, dissero che aveva l’aspetto di un assicuratore o di un predicatore.

Come ombra che declina, Antonio Muñoz Molina, 66thand2nd, traduzione di Carlo Alberto Montalto. Finalista nell’edizione del duemiladiciotto del Man Booker International Prize, valicando i generi, mescolando il tono memorialistico all’invenzione letteraria e alla meditazione sulle profondità contraddittorie dell’animo umano, sia di quelle dello scrittore che di quelle di un assassino – e non uno qualunque, ma colui che ha stroncato il sogno di Martin Luther King, James Earl Ray, Molina, accedendo a file dell’FBI recentemente divenuti di dominio pubblico, narra gli ultimi giorni di libertà di un uomo, un criminale, che a Lisbona, in attesa di un visto, che non arriverà mai, per l’Angola, allora colonia lusitana, va incontro al proprio destino: monumentale e memorabile.

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“La custodia dei cieli profondi”

415C8eH1k1L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La sera prima che Emanuele partisse per andare a studiare a Trieste, abbiamo fatto una festa. Le chiamavamo così perché da piccoli erano le nostre feste per davvero. Ci portavamo una torcia in mezzo al prato, i pop-corn che ci eravamo preparati, una Fanta, una Coca-Cola e stavamo lì a perdere tempo di gusto come solo i bambini hanno la tranquillità di fare; facendoci mangiare dalle zanzare, illuminare per un breve attimo su un pezzo di guancia – o di palpebra, o di bocca – dalle lucciole; a zittire i grilli lanciando i tappi in vari punti del prato per determinare cerchi di silenzio. Sono state sempre le nostre feste e, crescendo, la Coca-Cola è diventata birra, poi vino; abbiamo cominciato a fumare molte sigarette, a cambiare tema, tono e timbro delle storie che ci raccontavamo. Ad ascoltare musica dolorosa. Capitava spesso che dopo ore passate insieme uno dei tre, a turno, si addormentasse o se ne tornasse in casa per crollare a letto. Tante volte se n’è andata Agnese, tante volte Emanuele, tante volte io. Non credo sia stato solo il vino, la paura di perdere il vertice del triangolo che era stato insieme impedimento e collante perché se ne andava a studiare lontano. Credo che in Agnese ci fosse anche un po’ di sfida, di tristezza e di ebbrezza. In Emanuele c’era Emanuele. Ma è bastata quella volta soltanto, anche se nessuno dei tre ne ha mai fatto parola. A parte la parola Sofia.

La custodia dei cieli profondi, Raffaele Riba, 66thand2nd. Gabriele è l’erede e il custode di un satellite periferico di un piccolo pianeta che si trova ai margini della via Lattea, laddove tutto sembra assolutamente tranquillo mentre nella realtà dei fatti si tratta solo di una calma apparente e superficiale, assai agitata e tormentata da passioni nelle sue viscere: continuamente in lotta per preservare quello che possiede, e che rappresenta la sua identità, si trova costretto quotidianamente ad affrontare i demoni del distacco, della disgregazione, della dispersione, soprattutto per quel che concerne la sua famiglia. Quando la cesura più dolorosa di tutti lo ferisce, l’universo stesso sembra mutare. E… Allegorico, intenso, travolgente, emozionante.

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“I Mandible”

41hyRnKgzxL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dato che il mondo era già crollato, la tolleranza si era trasformata in disprezzo.

I Mandible – Una famiglia – 2029-2047, Lionel Shriver, 66thand2nd, traduzione di Emilia Benghi. Gli Stati Uniti intesi come superpotenza planetaria sono solo un remoto ricordo nell’anno del Signore duemilaventinove, quando il dollaro è diventato carta straccia, soppiantato dal bancor, e il primo inquilino latinoamericano alla Casa Bianca sta trascinando la nazione di Washington e Kennedy all’isolamento più totale, sotto ogni punto di vista. La crisi si fa sentire per tutti, finanche per i Mandible, che certo poveri non sono: una notte i mercati crollano, e con loro il loro intero mondo. Solo chi cadde, però, si sa, può dare altrui l’edificante spettacolo del rialzarsi: altrettanto vero, d’altro canto, è che sovente al peggio non c’è mai fine… Il mondo non è nostro, è un prestito dei nostri figli e nipoti, ma stiamo consegnando loro un vero e proprio sfacelo: finanche troppo realistica e attuale quest’angosciante distopia scritta in stato di grazia, che travolge e mozza il fiato.

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“Neve nera”

41BmGGs-mTL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il sole gettò una luce dorata sulla strada…

Neve nera, Paul Lynch, 66thand2nd, traduzione di Riccardo Michelucci. Le origini di Barnabas affondano le proprie radici nel Donegal, dove lui ritorna dopo molti anni passati al di là dell’oceano in cerca di fortuna. È il millenovecentoquarantacinque, dire che l’Irlanda sia poverissima significa addolcire in maniera iperbolica la realtà: e quando a causa di un incendio perde di fatto ogni cosa, la comunità, che lo vede come un forestiero, non fa affatto di tutto per aiutarlo, anzi. Ma… Ritratto storico e umano potentissimo e impeccabile, il nuovo romanzo di Paul Lynch conquista per la miriade di potenzialità espressive che vengono mostrate in tutta la loro scintillante policromia dinnanzi agli occhi del lettore da un autore che appare come un vero e proprio fuoriclasse. Da non perdere assolutamente.

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