Libri

“La guerra verticale”

41p0vB1Za7Ldi Gabriele Ottaviani

In quello stesso giugno, il bersagliere emiliano Giulio Mazzera era di servizio nella valle del Chiese, fra Condino e Storo (Trentino occidentale): anch’egli lì da «liberatore», anch’egli ammirato di quegli «altissimi monti con bellissimi panorami»; ma, ancor più, forse perché contadino, dal paesaggio vegetale, «ricco di prati da fieno, campi di frumento, melica, patate, fagioli, belle vigne e filari di viti e di gelsi nei piani, noci e interi boschi di castagne nei fianchi dei monti»; e ancora «altri frutti: ciliegi, meli, peri, ecc. ecc. I boschi di castagne che fiancheggiano la valle e i boschi di pini che vanno fino nelle cime – annotò sul diario – sono tutti piantati in mezzo a pietre, sassi e macigni immensi che in tanti punti salgono a picco per centinaia di metri». Poi il suo sguardo fu attratto dalle «baite, che son tutte case rustiche costruite di sassi e calce sino al primo piano, il resto in legno. Il piano terreno è di stalle, a volte il primo piano forma un locale solo non so per che uso e il secondo resta come un solaio aperto. Il tutto è coperto di tegole, in certune in lastre di pietra. Ogni due o trecento metri vi sono fontane con vasche: qui le acque abbondano e sono buonissime».

La guerra verticale, Diego Leoni, Einaudi. La cosiddetta grande guerra, il primo conflitto mondiale, il massacro che ha di fatto dato il via al secolo breve, così come è stato definito il Novecento, che ha sancito la cesura fra il vecchio mondo e quello moderno e contemporaneo, in cui sono cambiati costumi, usanze, regimi politici e strutture sociali, è stata per lo più, come è noto, una logorante e alienante guerra di posizione e di trincea, combattuta in chilometri e chilometri di cunicoli scavati nella nuda terra, spesso, in particolare su certi fronti, come quello alpino, su impervi crinali di montagna, dove la miglior arma, con ogni probabilità, era il docile, operoso e affidabile mulo cui, per soma, erano consegnati gli essenziali approvvigionamenti. Diego Leoni, sottolineando anche come in verità inizialmente chi teorizzò la guerra di montagna avesse, ignorando l’effettiva complessità della situazione, idee – che divennero sconsiderata pioggia sui soldati mandati allo sbaraglio – destinate in maniera sistematica sin da subito a non trovare affatto riscontro nella realtà oggettiva dei fatti e dei luoghi, realizza con acribia e puntualità una ricostruzione storica limpidamente narrativa e divulgativa che induce il lettore non solo a una profonda riflessione sul passato ma anche sull’eredità che questo ha lasciato fino ai giorni nostri.

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Libri

“Il tuo nome è una promessa”

51ZFGISs5FL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Una sera Rebecca gli aveva raccontato di una sua collega. Una ragazza svedese arrivata da poco, Britta. Sì, l’aveva vista anche lui a qualche cena, tipica bellezza nordica, certo che la ricordava. Il fidanzato, quello con un cognome greco, no non era greco, la sua famiglia era greca, il padre forse, la madre era macedone, ecco, Stavros si chiamava, veniva ad aspettarla ogni giorno, a volte perfino a pranzo, Rebecca aveva anche pranzato con loro, vicino all’ufficio. Si amavano cosí tanto che si baciavano ovunque, per strada, uscendo dal ristorante, entrando in macchina. Una mattina Britta era arrivata con gli occhi gonfi e rossi. E mentre raccontava piangeva a calde lacrime tanto che Rebecca non riusciva a capire cosa fosse accaduto. L’aveva portata al bar e aveva cercato di calmarla. Stavros l’aveva lasciata. Tempo prima, prima di conoscere Stavros, Britta aveva dato una festa. Alle prime ore dell’alba, quando tutti erano andati via, si era trovata in casa con due ragazzi. Non sapeva i loro nomi, non li conosceva. Avevano chiesto di rimanere quelle due ore che li separavano dal nuovo giorno. Lei ricordava solo che si erano infilati tutti e tre nel suo letto. Qualche ora dopo si erano alzati, avevano fatto colazione e si erano salutati con allegria. Non li aveva piú visti. Mentre era con Stavros a una mostra, aveva incrociato uno di loro. L’aveva salutato di slancio.

Il tuo nome è una promessa, Anilda Ibrahimi, Einaudi. Rebecca lavora per un’organizzazione internazionale. Le propongono di andare a Tirana, la capitale dell’Albania. Accetta. Ha bisogno di partire, di andare lontano. Lontano da un matrimonio che si sta consumando come una candela accesa che gocciola inesorabilmente cera disgustosamente deforme. Vicino alla verità sulla storia della sua famiglia. La storia di sua madre Esther, e di sua zia Abigail. Sono due sorelle ebree. E al tempo della Germania nazista il re d’Albania, Zog, salvava gli ebrei. Annodando i fili della storia con l’iniziale maiuscola a quelli di vicende personali connotate con delicata e avvolgente empatia, il romanzo di Anilda Ibrahimi testimonia, con accenti lirici che evidenziano l’universalità dei temi e la possibilità di riconoscervisi, il potere della memoria e l’influenza che la consapevolezza delle proprie radici determina in merito a ciò che siamo e saremo.

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Libri

“Il giro del miele”

41NlJj0z2aL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Prendeva la sua Panda, la mattina molto presto, e andava, lentissimo e un poco contromano, a funghi intorno al paese: vedevi quando te li portava che era stato lí vicino, perché erano neri di querceto, o di castagneto sporco, con il gambo lungo e il bianco dei fili d’erba sulla testa. Te li portava stesi bene in una cesta, in un letto di felci. Non poteva piú andare sui greppi e nei fossi dove saliva con Davide bambino per pescare. Non andava oltre i confini comunali. Guidava male anche perché faticava a stringere il volante. La Giuliana lo lasciava andare, ma era in apprensione. Perciò, mentre faceva il giro della posta, passava anche dai luoghi dove immaginava che a una cert’ora, se tutto era tranquillo, avrebbe potuto trovare parcheggiata la macchina di suo padre, luoghi che in tutto erano cinque: i Querceti, lo stradello di Pignone, Sassatella, il castagneto alle Caselle, e un posto sopra il fiume – in quel caso, Uliano lasciava la macchina appena dopo il ponte, giusto per nasconderla alla strada, di modo che nessun rivale indovinasse.

Il giro del miele, Sandro Campani, Einaudi. Davide è nato e cresciuto in un piccolo borgo dell’Appennino. Lavora, consegna il miele a domicilio. È innamorato, ma la sorte non gli sorride: perde ogni cosa a cui tiene, e l’unico abbraccio che sembra dargli un po’ di conforto è quello dell’alcol, che si trasforma in una Pandora curiosa che fa uscire dal suo animo quel male e quella violenza, rivolta in primo luogo, naturalmente, in fondo verso sé medesimo, che Davide non è abituato nemmeno a gestire, controllare o reprimere, non sapendo neppure di esserne in possesso. C’è in verità però un altro abbraccio che si propone di riscaldare il cuore avvizzito di Davide, c’è una mano tesa verso di lui: quella di Giampiero, che proprio di mani buone ormai ne ha una sola, visto che l’altra è rimasta offesa in un incidente sul lavoro. Non è più giovane, è stato l’aiutante del padre di Davide, faceva il falegname, è sposato con Ida, buona, forte, amatissima. Non hanno figli. Dove riversare dunque tutto quell’amore talmente profondo da non riuscire a trovare uno sbocco per gridare, se non su Davide? Non c’è un dettaglio che non sia meno che perfetto, cesellato, dipinto vivissimamente in questo romanzo che ha personaggi di rara bellezza: emozionante e dirompente, si legge in un baleno, è da non perdere.

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Cinema, Intervista

Bagnini, bagnanti e…

Screenshot (91)di Gabriele Ottaviani

Bagnini & bagnanti è un film di Fabio Paleari e Luca Legnani: sentiamo le loro parole per Convenzionali.

Perché scegliere, tra i tanti protagonisti di un certo immaginario collettivo, proprio il bagnino?

Perché mai nessuno aveva girato un doc sui bagnini! Perché li abbiamo sempre amati ed invidiati. Noi siamo ragazzi di città dal fisico tisico e l’estate si stava troppo spesso al palo a vedere gli altri limonare. Ad un certo punto abbiamo detto basta e abbiamo voluto studiare i loro segreti!

Che cos’è oggi la vera trasgressione?

La trasgressione esiste solo negli occhi di chi la vede: se dovessi azzardare una risposta personale probabilmente ti direi corteggiare una ragazza per un anno intero e pensare solo a lei. Fare sesso in vacanza non è più una vera trasgressione, è proprio un must, impossibile non farlo (o almeno non provarci).

Partendo dalle risposte alle domande date dai vari bagnini, molto diversi fra loro, in primo luogo per età, come pare essere cambiata l’Italia nel corso degli anni?

Dal documentario emerge molto chiaramente che il maschio italico si è sgretolato, disorientato, non ha più veri obbiettivi. Questo vale sulle spiagge come nel lavoro e nella politica, mi sembra non siamo piu’ in grado di mettere in campo personalità forti.

Cosa rappresenta l’estate?

Fabio: l’estate rappresenta la gioia di vivere.

Luca: l’estate è un’illusione.

Prossimi progetti?

Io (Fabio) sono alle battute finale per terminare un documentario su Allen Ginsberg girato nel 1996, Luca sta producendo un paio di film di Cosimo Alemà e altre coproduzioni. E poi abbiamo un altro documentario insieme: una storia nata dopo l’anteprima di Bagnini al Biografilm Festival di Bologna: i nostri film iniziano sempre dopo un altro film.

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Intervista, Libri

Denudarsi scrivendo

4121Q67OSBL._SY346_di Gabriele Ottaviani

Clessidra è un libro avvincente e convincente: ci parla di questo e altro l’autore, Gianfranco Spinazzi.

Quale esigenza l’ha condotta a scrivere Clessidra?

L’esigenza che mi ha spinto a scrivere “Clessidra” è stato il tentativo di interpretare un tema noto come la Firenze medicea e le figure mitiche di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, integrandole coll’invenzione di una duplice storia d’amore, artistica e di ambiente. Ciò che ho tentato di fare è una sorta di panoramica narrativa che legasse fatti, notizie, personaggi storici alla fascinazione illimitata dello spettatore. Nel caso di Leonardo da Vinci, come sottrarsi all’eccesso di immaginare che egli abbia inventato pure ciò che è stato scoperto secoli dopo? Ho voluto insomma farmi inventore anch’io. Perché non approfittare dei ventitré anni anagrafici che separano le età di Leonardo e Michelangelo e fare dell’uno l’amante dell’altro? Il piccolo uomo è debitore verso i geni pure dell’opportunità concessagli di fantasticare (ed esagerare) sul loro conto. Detto questo, non mi sono precluso una certa dissacrazione, una blanda irriverenza, implicitamente riferita alla figura dello storico d’arte assetato di sensazionalità storiografiche. Direi che l’esigenza prima è stata quella di giocare con la Storia, il tempo e le sue simmetrie e i suoi rovesciamenti. Di qui il titolo “Clessidra”.

Cosa rappresentano l’arte e il tempo per lei?

Torniamo al tempo. Si dice “l’arte del suo tempo” per riferirsi al  all’evoluzione storica, in realtà l’arte è il tempo rappresentato, insieme allo spazio. Che si tratti di uno sgabuzzino o di un salone, di una pozzanghera o di un oceano, di un angolo di stradina o di un deserto, c’è sempre un tempo di percorso e un tempo di permanenza. L’arte è planimetrica e prospettica, occupa lo spazio per il tempo che ritiene necessario e predispone il tempo futuro. La letteratura è l’arte più esplicita in questo senso, e il lettore oltre al tempo narrato dispone del tempo dell’attenzione e dell’associazione. Non si va mai fuori tempo leggendo. Il rapporto dell’arte con il tempo è libero e illimitato. Le pagine di un libro scandiscono il tempo come il metronomo, e ogni lettore è libero di sentirsi orchestrale o maestro orchestratore. Il bravo lettore è anche autore. Il tempo sta all’arte come la libertà sta all’uomo.

Qual è il mistero più imperscrutabile della vita?

Domanda difficile, quasi impossibile. Lecita, comunque, vista l’inerenza dell’impossibilità. Cosa non si può scrutare? Forse il pensiero quando fugge dalla memoria nel momento stesso in cui sta nascendo. Imperscrutabile è la simultaneità della perdita di ciò che per una frazione di tempo e orgoglio è parso come guadagno. Ricordo che un giorno di molti anni fa, in una via di Mestre (se si trattava di Venezia sarebbe andato diversamente?) ebbi un’idea fulminante per un romanzo, persa dopo un solo passo. Non l’ho mai più recuperata. Un battito di ciglia, paragonato da qualcuno all’inganno dell’infinito, ci separa da ciò che non possiamo trattenere. Serve portare nelle tasche un taccuino? Il tempo di infilare la mano, estrarre foglio e penna può essere fatale. Dovremmo poter disporre di un meccanismo interno che automaticamente fermi il pensiero e l’entusiasmo. Dovremmo soprattutto accontentarci del “mistero”, lasciarlo libero di rimanere tale. Ma come accettare l’imperscrutabilità con cui il bene si può trasformare in male?

Qual è il ruolo dello scrittore nella società?

Penso che uno scrittore nell’odierna società abbia più ruoli. Tento di dire che per “ruolo” si intende comunemente quello “politico”, diretto o indiretto che sia, come è avvenuto negli anni 50 e 60. Non mi sembra che attualmente la società in cui viviamo lasci molto spazio a una attribuzione simile. Forse ci sono ancora degli scrittori, specie sudamericani e anche nordamericani, la cui opera è implicitamente “politica”, ma non credo che la cosa possa assumere un peso trainante e formativo. Un “ruolo” appunto. Gli scrittori che “insistono a parlare in nome del popolo” rischiano di apparire crepuscolari. Credo anche che il ruolo di “esperto”(spettante più al giornalista che allo scrittore) sia esautorato dalla mediatica, spesso pirotecnica, figura di chi scrive. Nutro il dubbio che l’imprenditorialità di cui molti scrittori devono farsi carico per sopravvivere nuocia alla qualità degli scritti. Forse è la mia a essere una posizione crepuscolare e anacronistica. Resta il fatto che mi è difficile pensare al carisma dello scrittore, il che è un bene, ma pure alla professionalità e alla disinvoltura con cui si sfornano romanzi e scritti in generale. Tutto ciò non mi pare costituisca indice di valore letterario. Parlo come lettore. Non c’è disprezzo in ciò che dico (forse invidia), ma non so resistere ad accomunare gli scrittori (non tutti) ai cantanti e agli attori che salgono su un palco. Si tratta di un rilievo puramente fenomenologico, nient’altro. È il nostro tempo e tale deve rimanere, quando capita di leggere un bel libro ci si dimentica di ogni altro aspetto negativo o solo critico. Sono convinto che ci siano ancora degli scrittori capaci di soddisfare la buona lettura.

A cosa serve la letteratura?

La questione implica la domanda precedente. Se dovessi rispondere solo per me, direi che senza la letteratura la mia vita avrebbe poco senso, ma ciò esula da una considerazione generale. I piani comunque convergono: il gusto immediato della buona lettura e quello centellinato e prospettico della speculazione intellettuale. Un insieme intellettivo ed emozionale che implica la circolarità tra libro e vita (come molti amo Borges) e fa affiorare aspetti che altrimenti scopriremmo o tarderemmo a scoprire. È una funzione illuminante. Se si leggono certe sinossi di romanzi, vien da dire, “è la solita zuppa”; i temi sono sempre gli stessi, l’uomo, la donna, l’amore, l’odio, la guerra, la morte, la vita… Poi passiamo a leggere il romanzo e scopriamo di quante sfaccettature e sorprese è fatta la “solita zuppa”. Ecco a cosa serve la letteratura: scoprire sulla terra l’altra faccia della luna.

Qual è l’aspetto più importante da tenere presente quando si scrive? Ed esistono cose che non si devono assolutamente fare?

Uno scrittore può fare di tutto. Il tema della libertà dell’arte non si discosta, a ogni artista spettano tutti i temi e i modi della rappresentazione. Lo scrittore, più di ogni altro artista, ha dalla sua la letteralità dell’espressione, la parola ha un senso diretto (se non si vuole emulare il Finnegans Wake di Joyce): se è scritto che la madre ha ucciso il figlio, o se la marmellata di more è acida, questo vuol dire. Poi naturalmente c’è il contesto. Lafcadio Wluiti, in Sotterranei del Vaticano, uccide senza motivo il compagno di treno, gesto orribile, ma poi Gide contestualizza e intreccia il romanzesco, il lettore non ha alcun dubbio che si tratta di finzione e libera espressione. L’importante per chi si accinge alla stesura di un romanzo o racconto, o poesia, è sentirsi libero e capire che la propria libertà d’artista non è effetto di forzatura ma di un “qualcosa” di sincero e giustificato, per usare questo termine (Virginia Woolf parlava direttamente di “verità”). Un motore interno che serve da guida allo scrittore, impedendogli di essere imitatore, di pensare preventivamente al successo e alla tiratura. Libertà dì espressione è pure libertà dai mercati e dai giudizi. Lo scrittore che scrive “per piacere” difficilmente piace. È noto che lo scrittore non possa sempre controllare oltre che la qualità di ciò che scrive, il senso che i lettori trarranno da quanto di lui leggono. Lo scrittore deve tenersi lontano dai calcoli, predisporsi alla sorpresa che i suoi scritti possano produrre in lui stesso, liberarsi con le parole non incatenarsi ad esse. Secondo me quel che non si deve assolutamente fare nello scrivere, è sentirsi troppo sicuri. Esperti, ottimisti, fiduciosi, pure veloci, bravi, ma mai troppo disinvolti e illusoriamente infallibili.

Ci sono argomenti tabù per uno scrittore?

Domanda che include inevitabilmente come risposta l’individualità dello scrittore. Dal canto mio, mai scriverei di disgrazie familiari, o  situazioni di disagio e infelicità in cui si trovano o si sono trovati amici e familiari. Potrei astrarre il tema generale dalle disgrazie capitate ad amici e parenti, cogliere il tono delle casistiche umane, mai attenermi alla particolarità circostanziata del vissuto sofferto da altri esseri umani a me vicini. Mi ha spaventato la recente intervista rilasciata da una nota scrittrice nel corso della quale dichiarava che mentre il marito moriva lei al suo capezzale prendeva appunti. Per me, tutto ciò rappresenta uno scandalo “etico”, se vogliamo chiamarlo così. Ho già vari motivi per provare oltre al piacere di scrivere pure il pudore (scrivere è un po’ denudarsi), non potrei mai aggiungere la funzionale sofferenza di chi mi è legato anche da semplice conoscenza. Gioie e dolori in tutti noi non sono così originali, gioiamo e soffriamo più o meno per le stesse cose, non occorre prendere specifici appunti al capezzale dei sofferenti. Il tratto autobiografico, quasi indispensabile nella stesura dei romanzi, va contenuto quando non riguarda solo il nostro cronico io.

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Libri

“Clessidra”

4121Q67OSBL._SY346_.jpgdi Erminio Fischetti

Gli occhi di Lisa dovevano avere colore e carattere. Due presenze  inscindibili. Quale colore, quale carattere?  Doveva cercare di ricordare senza inganni e presunzioni di magia. Scordare la vanità e dedicarsi a lei. Procedere per velature, tanti piccoli strati semiliquidi per imprimere levigatezza e trasparenza al colore. Il volto di una ragazza non accusa ruvidezze, esige delicatezza. Ma com’erano in realtà le sopracciglia? Folte, leggere? Nel dipinto avrebbero dovuto ammorbidirsi, non dovevano costituire soluzioni di continuità, piuttosto armonizzarsi all’incarnato del volto. Una linea sottile, ecco, giusto per delimitare le arcate sopraccigliari, senza per questo formare quell’Area Celsi di cui parlava già Ippocrate. Lisa era la perfezione della salute. Esperto di anatomie maschili, Michelangelo sapeva che le arcate sopraccigliari sono molto più prominenti negli uomini. Sarebbe bastato scurire appena il gonfiore che torniva le palpebre. Vincere l’imbarazzo per quanto gli era stato spiegato da Leo: non c’è parte del corpo la cui pelle somigli a quella delle palpebre, se non la pelle del pene. Ma già era uno scherzo, tra ragazzi, la giovinezza che non fuggiva via, contrariamente a quanto aveva scritto il Magnifico (il monello Leonardo raccontava di un viaggio sulla luna e sull’uso dei seleniti di portare appesi alle cinture grossi falli in bronzo alla stregua della spada che pende dal fianco degli spadaccini). Leo le palpebre gliele baciava con intenzione, chiara l’allusione, non voleva perdere nulla dell’amato. Nulla che non fosse reale e simbolico allo stesso tempo. Diceva d’essere un’ape lavoratrice e che lui, il ragazzo, era l’alveare, la casa, e l’esatto contrario di quanto detto da Plutarco riguardo le api che puntano i loro pungiglioni contro chi è schiavo dei piaceri del sesso. E ora il ragazzo pensava al proprio pene in mano a Lisa, senza che alcuna schiavitù imprigionasse l’intenzione, solo la libertà delle farfalle nel bosco. Le mani di Lisa! Tutto a suo tempo.

Clessidra, Gianfranco Spinazzi, Tragopano. Gianfranco Spinazzi è un autore veneziano che ormai da quarant’anni si dedica alla narrativa, con evidente e continuo desiderio di esplorare la realtà: la nuova sfida che propone prima di tutto a sé stesso ma anche al lettore è tracciata nelle pagine dense e fluide di questo romanzo breve che indugia molto su tematiche umane e anche erotiche, contemporanee ma allo stesso tempo ambientate in tempi lontani. Mescolando abilmente livelli, temi, toni, generi, tempi e spazi, nonché la libertà d’artista dello scrittore con un sostrato storico ben identificato e caratterizzato in modo dettagliato, racconta la vicenda di un uomo che, orfano di madre, è anche velatamente – neppure troppo, in realtà – accusato di esserne il responsabile della morte. Un uomo e un grande, grandissimo, geniale artista, Michelangelo Buonarroti. Che accede alla bottega di un maestro straordinario, Leonardo. Che, più grande di lui, è adombrato dai medesimi sospetti. I due divengono amanti, in un contesto che certo non vede l’omosessualità di buon occhio. Nel frattempo, un giorno arriva in bottega una donna ansiosa di essere ritratta com’è in quel momento, bella e soprattutto giovane. Lisa. Monna Lisa. E Michelangelo – si badi bene al nome – accetta…

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Libri

“Marciapiede con vista”

download (12)di Gabriele Ottaviani

L’autobus ritarda,

sei nel luogo dove stare.

Guarda la zanzara,

chiedile un parere,

ragiona sui lampioni

con i pipistrelli.

Marciapiede con vista, Filippo Strumia, Einaudi. L’ossimoro è già nel titolo della raccolta. La vista si ha dall’alto, non da qualcosa che corre parallelo e adiacente alla strada, adeso ad essa. Che prospettiva si può avere dal basso? Un’immagine altra, ecco la risposta, l’altrove che è della poesia, che si impone la missione di penetrare l’incognito e raccontarlo con linguaggio nuovo, tanto più chiaro tanto più appare oscuro a una prima lettura, proprio perché sovverte ogni convenzione. Strumia guarda il mondo come di solito non si fa, perché è suo dovere di cantore di quel che di norma non ha voce: alternativo anche nella forma e nella metrica rispetto al consueto (la gran parte dei suoi versi hanno sillabe pari, il che è anomalo per una lingua piana come l’italiano e non tronca come per esempio il francese), lancia al lettore la sfida. Abbandonare per la via nuova la via vecchia, lasciarsi andare, cambiare prospettiva, arricchirsi.

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