Libri

“Fabrizio De André e i pellegrini sulla cattiva strada”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Se fosse solo una questione locale ce la risolveremmo alla nostra maniera, poche chiacchiere e via. Ma De André è stato anche un bene nazionale, conosciuto da due generazioni almeno. E al suo apice è stato anche internazionale, proprio col suo lavoro più criptico, Creuza de Mà, celebrato da gente come David Byrne. Ascoltare Creuza de Mà è davvero un’esperienza. Quel cavolo di disco è persino olfattivo. Tu senti l’odore di Genova in ogni nota, provare per credere. È gioco facile citare le influenze musicali di uno così. È come fare un’autopsia culturale per scoprire le radici di quel genio zeneise e cercare di ricreare una formula irripetibile. Ma un genio è sempre irripetibile per definizione. E comunque a noi biografi (e ai fan, a dirla tutta) tutto questo non importa. Dobbiamo sapere tutto e dobbiamo mettere giù tutto quel che sappiamo per una sola terribile ragione: l’oblio è sempre in agguato. Passare la conoscenza alle nuove generazioni è un lavoraccio ma risale all’alba dei tempi e continua tutt’ora. Quindi in un qualche modo funziona. A me tocca parlare di un principesco connubio musicale. Il periodo è quello di Canzoni (quello con la copertina rosa, per capirci), considerato come uno dei lavori minori del Nostro. Effettivamente non è uno di quei dischi a cui pensi immediatamente quando tiri in ballo il buon Faber, eppure racchiude uno dei momenti di svolta della sua carriera. Nel 1974 De André ne viene dalle stroncature pesanti di Storia di un Impiegato. Beata Italietta, sempre prodiga di elogi per i servi e sempre agra per i liberi. Adesso quel disco è considerato un classico (e come tale forse reso inoffensivo), ma all’epoca fece ribaltare dalle sedie tutti quanti…

Poeta, artista, musicista, cantautore, letterato, intellettuale, coscienza critica, sociale, cultuale, etica, politica, morale del Paese e non solo: questo è stato ed è Fabrizio De André. E non solo. In libreria per Chinaski l’opera accurata, brillante, densa, profonda, precisa, puntuale e intelligente di Sara Boero, giovane e brava scrittrice, racconta non soltanto lui, ma anche tutti coloro che, per così dire, sono stati suoi compagni d’avventura lungo i dossi, le discese ardite e le risalite di quell’impervia strada da percorrersi sempre in direzione ostinata e contraria rispetto al conformismo acritico: Fernanda Pivano, Brassens, Villon, Lee Masters, Cohen, Dylan, De Gregori, Villaggio, Mannerini… Fabrizio De André e i pellegrini sulla cattiva strada: da leggere. Per conoscere, comprendere, riflettere, migliorare, costruire un mondo migliore.

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Libri

“Il candore”

45783504_2153862261332981_675228803789750272_ndi Gabriele Ottaviani

Quando Mario si addormentava, si risvegliava subito di soprassalto, vedeva la sua cameretta e lì nella notte, solo, si accorgeva di essere cresciuto: gli avevano sempre detto tutti che non si sarebbe accorto di niente, invece, nel brivido che lo prendeva alla nuca e che lo svegliava così spesso, rintracciava tutto il suo corpo che cambiava, vent’anni come un secondo, braccia e gambe che si allungano, capelli che crescono, peli sul petto, il sesso ingrossarsi. Alle tre e mezza il silenzio è totale, sente solo il battito del suo cuore. Si sforza con gli occhi nel buio finché non vede una fioca luce… la sua porta è socchiusa ed entra (se fosse un suono sarebbe un ottavino) una luce che arriva da lontano… dalla stanza della mamma, ancora sveglia, la notte le è amica… tutti gli altri possono dormire.

Il candore, Giovanni Peli, Oedipus. Scrittore di racconti, romanzi e poesie, bibliotecario e musicista, Peli è con ogni evidenza uomo dal multiforme ingegno e dalla raffinata sensibilità, che gli consente di delineare senza retorica né ridondanze e con tratti precisi, puntuali, intensi, accurati, avvolgenti, mediante le numerose sfaccettature di una prosa alta ma mai ostica, ricca di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, profonda nell’esegesi, i vizi, le virtù, le debolezze, le fragilità, le paure e soprattutto l’innocenza, il candore nitido che sempre si annida nelle anime umane, perennemente travagliate tra dover e voler essere. Attraverso brevi capitoli che prendono le mosse dalle carte dei tarocchi che la protagonista femminile, personaggio piacevole a leggersi e a cui è facile affezionarsi, volta pagina dopo pagina, Peli mette in scena un’aggraziata e delicata commedia umana che conduce per mano il lettore nei brumosi sentieri della mutevolezza della storia e della memoria, dell’Italia del nord e non solo: da leggere.

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Libri

“Cosmogonie & cosmologie”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Interessante nella cosmogonia egizia è la precedenza della creazione del Sole rispetto al resto e il ruolo del demiurgo nella creazione di tutte le cose materiali…

Cosmogonie & cosmologie – Una breve storia, dal simbolo alla fisica, Pietro Oliva, La lepre edizioni. In astronomia la cosmologia è la scienza che ha come oggetto di studio l’universo nel suo insieme, di cui soprattutto cerca di spiegare origine ed evoluzione, in filosofia, e dal punto di vista ontologico rettifica o espunge la masnada di teorie metafisiche o religiose sulle origini del mondo, indaga la struttura materiale e le leggi che regolano l’universo concepito come un insieme ordinato. La cosmogonia, invece, si occupa dell’origine delle leggi all’origine del cosmo. In ambito greco, era strettamente legata allo studio degli dei, e scriveva così Esiodo nella sua Teogonia: Salve figlie di Zeus, datemi l’amabile canto; celebrate la sacra stirpe degli immortali, sempre viventi, che da Gaia nacquero e da Urano stellato, da Notte oscura, e quelli che nutrì il salso Mare; dite come dapprima gli dei e la terra nacquero e i fiumi e il mare infinito di gonfiore furente, e gli astri splendenti e il cielo ampio di sopra; e quelli che da loro nacquero, gli dei dispensatori di beni, e come i beni si divisero e gli onori si spartirono, e come dapprima ebbero Olimpo ricco di balzi. Questo cantatemi o Muse, che abitate le olimpie dimore, fin dal principio, e ditemi quale per primo nacque di loro. Dunque, per primo fu Caos, e poi Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo, e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade, poi Eros, il più bello fra gli immortali, che rompe le membra, e di tutti gli uomini doma nel petto il cuore e il saggio consiglio. Pietro Oliva con bella e divulgativa prosa indaga in senso diacronico, diatopico e diacritico queste discipline, dando vita a un saggio dotto, ricco e splendido sia nella forma e nell’edizione, curatissima e assai elegante, che, quel che, naturalmente, ancor più conta, nella sostanza. Da non perdere.

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“Suvecchieria”

gut-1di Valeria Zagami

Sono nata in Sicilia, una terra bellissima. È l’isola della mia infanzia, dei miei ricordi, delle prime esperienze di vita che mi hanno segnata per sempre. È la terra della lingua madre, è la terra del dialetto, ovvero di parole dalla pronuncia decisa e marcata, spesso onomatopee, cioè riproduzioni sonore di sillabe, consonanti e vocali che insieme evocano – attraverso il suono – il senso compiuto di una parola. Ad esempio, prendiamo in considerazione la parola suvecchieria. Questa parola dai suoni aspri e stridenti esprime nel suo significato un profondo senso di livore, di cattiveria e di ingiustizia umana. La suvecchieria è una forma di prepotenza perpetrata ai danni di qualcuno che in quella precisa occasione si trova a rivestire il ruolo del più debole. Si tratta di una forma di potere legittimato, attraverso un consenso che affonda le sue radici nel passato, ancorato a una mentalità di stampo patriarcale che legittima l’istituto comportamentale della prevaricazione, diffusa all’interno delle famiglie siciliane, nelle pratiche sociali, che rispecchiano perfettamente le dinamiche che nascono all’interno del primo microcosmo che conosciamo, che è appunto la famiglia. Spesso, infatti, in prima persona ho conosciuto forme di suvecchieria ai miei danni, ricordo ancora quando la sorella maggiore investita di un ruolo sociale ben definito, l’autorità familiare che investe i figli maggiori all’interno delle famiglie siciliane, si permise di dirmi chi potevo frequentare e chi no. E come me, così tanti altri vivono esperienze simili. Ma la suvecchieria siciliana rivendica una presenza così arcaica da investire ogni tipo di relazione, perché vanta un retaggio culturale di stampo mafioso e malandrino, il sostrato culturale che alimenta questa visione della realtà è ‘yu sugnu megghiu i tia e cumannu’. Di recente è accaduto che un’associazione con la quale collaboro, attiva per i diritti dei giovani e dei bambini, ricevesse in dono dei giocattoli destinati a rallegrare momenti di svago e leggerezza per i più piccoli. Il dono del tutto spontaneo, in apparenza, è stato negato nel momento in cui il benefattore ha preteso con arroganza e presunzione un ringraziamento pubblico per rendere palese il regalo compiuto, al rifiuto di questo pubblico ringraziamento i giocattoli non sono stati concessi. Secondo voi questo è un atto di suvecchieria? Di prepotenza? Per me lo è, lascio a voi il diritto e la libertà di costruire a riguardo la vostra opinione personale.

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Libri

“Ultima Esperanza”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Ho scuoiato il cervo e l’ho ridotto in una decina di porzioni che ho avvolto in foglie, facendone dei pacchetti ben legati da fibre vegetali. Ho poi scavato una buca nel terreno duro e freddo, un po’ con il coltellaccio e un po’ con le mani, in cui ho calato il mio bottino in modo che rimanga al fresco a frollare per un paio di giorni. Ho ricoperto la buca battendo per bene la terra e vi ho trascinato sopra un macigno per evitare che qualche animale lo raspi fuori. La mia dispensa è momentaneamente al sicuro, o almeno lo spero. Ho ripulito la lama del coltellaccio sporca di sangue e terra sulle mie brache non meno sudicie e mi sono sentito il nuovo Tommy Triplett. Ho arrostito un cosciotto di cervo che credo di essermi meritatamente guadagnato e ho mangiato di gusto, poiché non avevo nulla nello stomaco dalla sera precedente, ammirando il tramonto tra le montagne, finalmente soddisfatto e in pace con me stesso. Domani tornerò alla caverna del mylodon per recuperare gli attrezzi; presumo che dovrò fare un paio di viaggi perché ogni sacco pesa parecchio e il tragitto è lungo e scomodo. Poi inizierò a costruire la mia nuova casa. Devo risparmiare inchiostro, l’ultima boccetta si sta esaurendo, ma lo devo conservare per annotazioni meno futili di quelle che vado stendendo su questo mio diario privato, sebbene ciò mi faccia enorme compagnia e aiuti a scacciare malinconie e nostalgie. Avvolto nella coperta di lana che trattiene afrori di sudore e di vecchia pecora mi concedo un sonno ristoratore sotto la luce delle stelle.

Il Cile, terra fascinosa e ricca di contraddizioni e problematiche, che è stata violata e vituperata dalla protervia delle dittature militari e non solo, è, per noi che ci affacciamo sul mare nostrum e siamo un popolo di migranti, anche se ora che abbiamo assaporato il benessere ci fa comodo dimenticarcelo, dall’altra parte del globo terracqueo, e con ogni probabilità nel milleottocentosessantanove, l’anno del canale di Suez e del brevetto della celluloide, veicolo indispensabile e primigenio per quel sogno chiamato cinema, al giovane naturalista Federico Sacco che voleva esplorare la Patagonia e che lì scomparve, lasciando un diario di estremo interesse per la società geografica e per tutti noi, dev’essere parso ancora più lontano. Paolo Ferruccio Cuniberti, già semifinalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza, pubblica con la sempre meritoria Edicola, che scova e regala al pubblico sempre dei gioielli preziosi e raffinati, dà voce in prima persona al succitato Sacco raccontandone la Ultima Esperanza: un’opera complessa, completa, totale, ammaliante, attraente, brillante, intima, di selvaggia e irresistibile beltà.

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Teatro

“I fiori del latte”

i_fiori_del_latte_ph_gaetano_livigni_06 copiadi Gabriele Ottaviani

Casal di Sotto Scalo è una località campana nella quale due cugini stanno per aprire un avveniristico caseificio assolutamente ecologico per il quale hanno investito tutta la loro vita, I fiori del latte. Peccato che poco prima del fatidico giorno uno di loro rinvenga un bidone di rifiuti dall’apparenza niente affatto atossica: la coscienza comincia dunque a rimordere, inoltre… Biagio Izzo è la punta di diamante di un’ottima compagine – Mario Porfito, Angela De Matteo, Stefano Jotti, Ivan Senin e Stefano Meglio – che interpreta assai bene una commedia ben scritta da Eduardo Tartaglia e ben diretta da Giuseppe Miale di Mauro, esilarante e di chiaro impegno civile, in scena anche oggi pomeriggio al teatro Brancaccio di Roma: da non perdere. (Foto di Gaetano Livigni)

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Libri

“Il sentiero del West”

51o11-du-tl._ac_us218_di Erminio Fischetti

La carovana adesso era come avrebbe dovuto essere…

A distanza di quattro anni da Il grande cielo, primo di una saga di sei opere pubblicate fra il 1947 e il 1982 da A. B. Guthrie, non solo scrittore di romanzi western ed epici ma anche di saggi, sceneggiature (sua è la firma al mitico Il cavaliere della valle solitaria), racconti, libri per ragazzi e poesie (una bibliografia poliedrica e sempre definita però dal tema della frontiera, persino in chiave mystery: molto amata negli anni Settanta e Ottanta la serie di romanzi sullo sceriffo Chick Charleston), Mattioli 1885 propone nella collana Frontiere, ça va sans dire, il secondo titolo, Il sentiero del West (tradotto ancora una volta con molta attenzione da Nicola Manuppelli), l’opera di Guthrie più fortunata, perché premiata anche con un Pulitzer per la narrativa nel 1950.

La grande bellezza e il ritmo del libro di Guthrie stanno nella capacità di raccontare con i toni della lentezza della vita ottocentesca il vecchio West dei pionieri, la quotidianità, le insidie, gli interessi verso quel “qualcosa” che era trovare il proprio posto nel mondo – per quegli uomini non era un senso filosofico, quanto decisamente pragmatico –, foss’anche il vagabondare da un posto all’altro per tutta la vita. Il realismo diventa la chiave di lettura di questo romanzo, come lo era stato anche nel caso de Il grande cielo, ma la sua peculiarità è la capacità di infrangere il mito del sogno americano già alla sua radice, ancor prima dei romanzieri che descrivevano il Novecento, o in particolar modo gli anni Cinquanta. Sarà che il libro è stato scritto a ridosso di quel decennio, ma narra le avventure di Dick Summers, risalenti a un secolo prima, come se fosse quel momento storico: al di là delle pianure, delle carovane, potrebbe essere tranquillamente un’opera che tratteggia la figura di un pubblicitario alcolizzato e depresso che ha appena comprato un televisore. Eppure Dick è sicuramente più felice senza il progresso, in quelle immense praterie, e più va a Ovest più diventa consapevole di sé, forse proprio perché il mito lascia il posto allo spazio, non solo della sopravvivenza, ma dell’essenzialità della vita, priva di orpelli e oggetti inutili con cui da qualche altra parte, proprio a metà Ottocento, con la borghesia e la rivoluzione industriale, altri la affollavano vanamente, mentre Marx ed Engels stavano postulando la loro dottrina e scrivendo Il manifesto del Partito Comunista: era il 1848, due anni dopo l’ambientazione de Il sentiero del West, romanzo dalle molteplici letture, ma essenzialmente un libro, appunto, comunista nel senso più elevato del termine (fortunatamente non se ne accorsero all’epoca della pubblicazione, col maccartismo in piena fase autocratica), che ha reso il western molto più che un semplice genere letterario e i suoi protagonisti – eroi, antieroi, chiamateli come preferite – gli antesignani di quelli della Beat Generation ancor prima di Kerouac o di Easy Rider. Ciononostante il tema del viaggio però è sempre al centro di tutto, e la vita dei suoi protagonisti un profondo richiamo alla malinconia del tempo, di qualsiasi secolo o decennio si tratti. Da leggere.

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