Libri

“Dubito ergo sum”

di Gabriele Ottaviani

Tutto scorre, dice Eraclito. Ma è davvero così?

Dubito ergo sum – Brevi lezioni per vivere con filosofia, Mauro Bonazzi, Solferino. Mauro Bonazzi è docente di Storia della filosofia antica all’Università di Utrecht e all’Università Statale di Milano, ha insegnato anche a Clermont-Ferrand, Bordeaux e Lille, nonché all’École Pratique des Hautes Études di Parigi, è specialista del pensiero politico antico, di Platone e del platonismo, collabora con il Corriere della Sera ed è autore di molteplici pubblicazioni: con questo nuovo volume, un saggio agile, profondo e divulgativo, attraversa il pensiero di alcuni fra i più grandi personaggi della storia della filosofia per mostrare a tutti i lettori come il dubbio, l’assenza di certezze e la curiosità siano gli elementi fondamentali di una decisiva forza propulsiva, quella che porta a ragionare, a porsi domande, a indagare, migliorarsi, cercare di capire di più di sé e del mondo che ci circonda. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“La notte, il sonno, la morte e le stelle”

di Gabriele Ottaviani

Thom abbracciandolo forte sentì le sue costole, la fragilità del suo essere…

La notte, il sonno, la morte e le stelle, Joyce Carol Oates, La nave di Teseo. Tutto ha inizio con un’esile gamba muliebre che viene percorsa con levità da un rasoio: è con quest’immagine che si apre Brothers & sisters, eccellente family drama del piccolo schermo che, ormai diversi anni fa, raccontando la storia di un clan californiano, padre repubblicano imprenditore nel settore della frutta, madre democratica irresistibilmente invadente e cinque figli adulti ma immaturi, ognuno a suo modo, narrava raggiungendo vette mai più toccate l’America sotto choc per l’infamia dell’11 settembre, e l’Occidente tutto, dunque ciascuno di noi, alle prese con la perdita delle certezze e dei riferimenti, con i segreti, la fragilità, il lutto, la memoria, i conflitti, l’identità e l’amore. Impossibile non riconoscersi, grazie anche al pregio finissimo della sceneggiatura: cambiando quel che dev’essere cambiato, la più grande scrittrice che esista sul pianeta, la cui voce è poderosa, unica, originale, inconfondibile, solenne, ammaliante, delicatissima, capace di far risuonare sempre, anche nei marosi più tempestosi dell’anima, un sontuoso, schietto e limpido canto, torna sugli scaffali con una saga lirica e densa che tocca, denuncia e sublima ciascheduno dei nervi scoperti della nostra società, in primo luogo il razzismo, strisciante, feroce, asfissiante, aberrante, volgare, abietto, letale, miserabile. Anche qui c’è un patriarca repubblicano, anche qui c’è una morte improvvisa e violenta con cui fare i conti, anche qui c’è una nuova esistenza da ricostruire per una moglie e per i figli, cinque come le dita d’una mano, diversi ma uniti, nonostante tutto, e grazie a ogni cosa: maestoso, necessario, monumentale, torrenziale, empatico, prorompente e, sotto ogni aspetto, semplicemente impeccabile. Traduzione, formidabile, di Carlo Prosperi. Splendida e simbolicamente evocativa la copertina. Assolutamente da non perdere.

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Fiorenza Pistocchi e “il tocco del piccolo angelo”

di Gabriele Ottaviani

Il tocco del piccolo angelo è il nuovo libro di Fiorenza Pistocchi: Convenzionali con gioia la intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

È un giallo/noir, un genere che mi ha sempre affascinata e che ho letto e continuo a leggere con piacere. L’esigenza di scrivere nasce proprio dalla passione per la lettura: leggere buoni libri fa venire la voglia di mettersi alla prova. Così sono nati i miei romanzi. Con un po’ di incoscienza ho presentato il primo ad alcune case editrici. Neos edizioni lo ha apprezzato e pubblicato, e da allora ha pubblicato tutte le mie opere. “Il tocco del piccolo angelo”, in particolare, nasce dall’idea di raccontare la storia di una donna che cerca la sua strada, dopo un periodo difficile della sua vita. Nel romanzo c’è anche un delitto di cui bisogna trovare il colpevole.

Chi è Linette?

Linette Rossetti è una giovane ex carcerata, appena uscita da San Vittore. Ha un passato burrascoso, fatto di droga, di spaccio e di prostituzione, ma desidera rifarsi una vita perché ha avuto una bambina, e finalmente sente di potersi mantenere sulla strada giusta. I suoi problemi nascono da un’infanzia difficile, da un’adolescenza segnata dalla morte dei genitori e da una giovinezza buttata via nel mondo della criminalità. In carcere frequenta un corso gestito da una massaggiatrice volontaria e diventa massoterapista. Scoprirà di avere qualche capacità non proprio “normale”, grazie alle sue doti di empatia e di ascolto delle persone che si affidano alle sue mani. La sua vicenda personale si intreccia con quella del giallo vero e proprio, con qualche sfumatura irrazionale.

Chi è Diego?

Diego Perego è un giovane commissario, dal carattere burbero, di poche parole, spesso sarcastico con i suoi sottoposti. Però è un bravo investigatore, e quando una donna viene trovata morta sotto un viadotto della tangenziale, si mette subito in caccia dell’assassino. Ha una situazione problematica a livello sentimentale, infatti viene lasciato dalla fidanzata, che gli rimprovera di non avere mai tempo per lei. Nervoso e alla ricerca di qualcosa che neppure lui sa, si imbatte in Linette, che in parte lo aiuterà nelle indagini, e ne viene affascinato. È vero amore? Non si sa e solo il lettore potrà scoprirlo

Milano non è solo lo sfondo delle vicende, ne è a sua volta protagonista: di che città si tratta, e com’è cambiata nel tempo?

I due protagonisti vivono a Milano, Linette a Lambrate e Diego a Crescenzago, due quartieri una volta periferici e ora sottoposti a profonde trasformazioni. Lambrate, uno dei quartieri operai e popolari della Milano di una volta, ora è diventato un polo creativo e artistico, con nuove attività, gestite soprattutto da giovani. Un quartiere ravvivato da iniziative culturali e imprenditoriali, ma in cui gli abitanti conservano ancora un rapporto personale tra loro. Crescenzago si affaccia sulle rive del canale Martesana, una zona in cui nell’Ottocento i milanesi di famiglie ricche costruivano le loro “ville di delizia”, per stare in campagna. Oggi è intensamente popolato e in via di recupero urbanistico, in alcune sue parti. In passato ha accolto l’immigrazione interna degli anni ’60, dal Sud dell’Italia. Oggi è un quartiere multietnico, con grande varietà di popolazioni che si confrontano con la vita della città, con criticità che sono ancora da risolvere. Poi c’è la Milano in cui, pur vivendo in quartieri lontani dal centro, si trovano ad agire i protagonisti: la città del Duomo, della moda, della metropolitana che porta la gente da una parte all’altra della metropoli, una città europea e internazionale, in cui può accadere di tutto. 

Qual è l’aspetto della scrittura che la affascina di più?

La scrittura è un mezzo per raccontare delle storie; storie di persone, di luoghi, di fatti. Spesso per lo scrittore è un modo per trasmettere un po’ della propria visione della vita, del proprio modo di pensare e di sentire. Per me è diventata un’esigenza: un modo per dare ordine alla mia vita e per divertirmi. Quello che mi attrae maggiormente della scrittura è la sua potenza evocativa: quando progetto una trama, quando studio quali caratteristiche dovrà avere un personaggio, io vedo la storia, i luoghi e il personaggio come se fossero vivi e presenti davanti a me. Se riesco a far vivere queste sensazioni anche a chi legge, ne ricavo grande soddisfazione. Per questo mi piace avere un dialogo intenso con i miei lettori. 

Quale messaggio spera che i suoi lettori colgano tra le pagine del romanzo?

In genere non mi prefiggo uno specifico messaggio all’inizio della scrittura di un romanzo, tuttavia, quando giungo al termine della stesura, mi accorgo che un messaggio c’è sempre. Poiché sono una persona ottimista e ho fiducia nel genere umano, il messaggio è spesso positivo. In questo romanzo credo di aver comunicato l’idea che c’è sempre speranza per tutti, che gli affetti sono i sentimenti migliori che possiamo esprimere e provare, che l’amore materno è più potente di ogni ostacolo.

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“Stirpe e vergogna”

di Gabriele Ottaviani

Mamma, ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?

Stirpe e vergogna, Michela Marzano, Rizzoli. La scoperta è casuale: lei si è sempre sentita di sinistra, ha sempre saputo di esserlo, ha sempre conosciuto la sua famiglia come il terreno fertile da cui le sue convinzioni sono germogliate attraverso la cura dell’insegnamento e dell’esempio, ha un fratello gay, che dunque il regime avrebbe marchiato con un triangolo rosa, eppure quando vede un vecchio certificato di nascita si accorge che c’è un tassello che non torna, che c’è una verità nascosta, che il senso di colpa, quella vergogna per altrui manchevolezza, quella sobbollente Fremdschämen che sentiva di avere avviluppata addosso da sempre ma non sapeva perché la opprimesse ha forse ora finalmente un nome con cui fare pace. Un nome, s’è detto: è proprio quello il problema, il tassello, l’anello, parafrasando Montale, che non tiene. Un nome, dunque. Un nome di battesimo. Non il primo, uno fra i tanti, l’ultimo, ma definito per sempre. Benito. Michela Marzano racconta del lungo processo di accettazione dell’identità delle cose rimosse, perdute, poggiate in un angolo, abbandonate, dimenticato, del dubbio, della menzogna, dell’incoerenza e dell’incoscienza, della polvere sotto ai tappeti di tante normalissime case, abitate da tante normalissime famiglie: splendido.

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“La guerra dentro”

di Gabriele Ottaviani

L’educazione sentimentale di Martha Gellhorn rivela la stessa determinazione di quella giornalistica…

La guerra dentro – Martha Gellhorn e il dovere della verità, Lilli Gruber, Rizzoli. Era bellissima, e infatti non a caso sullo schermo l’ha interpretata, in maniera come sempre impeccabile, da straordinaria professionista quale è, Nicole Kidman: Martha Gellhorn, dall’etica marmorea e dal fascino sublime che ha saputo stregare anche Ernest Hemingway, è stata forse in assoluto la prima e più grande corrispondente di guerra della storia, una narratrice formidabile e appassionata, un modello, un punto di riferimento. In questo bel volume, fluido e particolareggiato, ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, Lilli Gruber, giornalista che non ha bisogno di presentazioni, prende le mosse dalla sua vicenda per indurre il lettore non solo alla conoscenza, ma alla riflessione sulla storia e sulle cose umane.

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“L’uomo che amava i bambini”

di Gabriele Ottaviani

Naturalmente, Sam prese solo un analcolico. Sarebbe partito di lì a pochi giorni per un altro viaggio a Kuala Lumpur, un luogo che gli piaceva molto, malgrado vi soffrisse il caldo e l’umidità. Per il resto della serata le parlò della sua terra natia, della democrazia, della libertà e della facoltà del suo paese di rinnovarsi di generazione in generazione; Thomas Jefferson, che citava sempre, pareva avesse detto: «Ci dovrebbe essere una rivoluzione ogni vent’anni».

L’uomo che amava i bambini, Christina Stead, Adelphi. Traduzione di Floriana Bossi, con un’introduzione di Jonathan Franzen e un saggio di Randall Jarrell. Sorridente, affabile, affidabile, buono, apparentemente impeccabile, rassicurante: chi mai non si sentirebbe al sicuro con uno come lui? Come potrebbe Henny non sceglierlo per marito? Come potrebbe pertanto non rimanere avviluppata, invischiata, intrappolata, quando ormai è troppo tardi, impossibilitata a liberarsi, assieme ai suoi molti figli, come la mosca nella tela perfetta e inesorabile di un ragno, in una trama di ossessioni, in un gorgo che coinvolge, in modo via via sempre più macabro, un’intera comunità? Deflagrante e magnetico.

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“Nova”

di Gabriele Ottaviani

Proprio come suo marito, obbedendo a una di quelle necessarie simmetrie coniugali forgiate sulla condivisione di piccole sezioni di spazio e ampie porzioni di tempo, Barbara si svegliava ogni mattina alle sei. Aprendo gli occhi, nessuno dei due alterava la regolarità del ritmo respiratorio o l’armonia complementare dei movimenti: erano quindi reciprocamente inconsapevoli di partecipare alla puntualità euclidea di un risveglio contemporaneo. Ma se da quel momento, e per i minuti successivi, Davide pensava alla morte, Barbara si baloccava prosaicamente con la vita. Il suo primo pensiero era sempre per Tommaso. Seguivano, a giorni alterni, meditazioni su alcuni piccoli pazienti, sui genitori o i suoceri (con i quali filava d’amore e d’accordo), su una giovane sorella sentimentalmente dissennata, sugli animali di casa e sulle amiche più care. Al risveglio la sua caviglia inferiore (la sinistra, poiché dormiva prevalentemente sul quel fianco) era invariabilmente allacciata a quella di suo marito. Nessun dubbio che il gesto simboleggiasse un’inconscia attestazione di possesso, secondo Davide, che se ne sentiva lusingato. Ma Barbara aveva una teoria leggermente diversa.

Nova, Fabio Bacà, Adelphi. Dopo l’esordio fresco, bizzarro, travolgente, esilarante, profondo, denso, articolato, sorprendente, variegato, ricchissimo di livelli di lettura, riferimenti, rimandi, citazioni, giochi metaletterari e chiavi d’interpretazione, picaresco, destabilizzante, intenso, contemporaneo e folgorante, oltremodo e piacevolissimamente vivido e vivace sotto ogni aspetto di Benevolenza cosmica Bacà, dalle Marche con furore, torna in libreria con una nuova riuscitissima opera, che racconta la storia di Davide, neurochirurgo di Lucca che conduce un’esistenza per lo più anonima e lineare, almeno fin quando quel fermentante mosto che è l’animo umano non rischia di far esplodere, come una botte dalle pareti ormai male in arnese, tutta la nostra rassicurante rete di certezze abituali. Del resto, inutile prendersela con la goccia che ha fatto traboccare il vaso, quando dentro a quello stesso recipiente c’era un mare che abbiamo volutamente fatto finta di non vedere… Brillante.

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“Crossroads”

di Gabriele Ottaviani

Ti sei ubriacato in casa della donna sbagliata…

Crossroads, Jonathan Franzen, Einaudi. Torna in libreria, nella bella traduzione di Silvia Pareschi, e il gaudio non può che essere sommo, Jonathan Franzen, finissimo esegeta dei meandri del cuore, che indaga con prosa chirurgica, ironica ed empatica, la storia, peculiare, e dunque universale, perché sempiterne e comuni sono le istanze umane, in cui ciascheduno può riconoscersi, tra sogni, sensi di colpa, speranze, tensioni, paure, scaramucce, rivalità e improvvisi e improvvidi slanci, all’inizio dei travolgenti, trascinanti e rivoluzionari anni Settanta, di una perfettamente imperfetta famiglia a stelle e strisce: da non perdere.

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“Aria”

di Gabriele Ottaviani

Adesso capì che in qualche modo aveva acquistato la capacità di essere due cose in una, due Aria: una sorrideva piena di garbo alla vista del suo amato campo di melograni; l’altra era arrabbiata con l’amica. Il suo viso era come quello della Monna Lisa: pieno di elegante gentilezza e di studiato disdegno, entrambi i sentimenti trasparivano nel medesimo sguardo. Anni prima, Ramin gli aveva letto delle pagine sulla Monna Lisa, in cui si diceva che la ragione per cui tutti amavano tanto quel dipinto stava nella natura ingannevole che raffigurava, comprimendo, dentro la curva di un mezzo sorriso, l’amore e l’odio, il bene e il male. Adesso Behruz stava cominciando a vedere anche tutta la vita in questo modo.

Aria, Nazanine Hozar, Einaudi, traduzione di Laura Noulian. Behruz, umile autista dell’esercito che vive nella parte popolare e meridionale di Teheran insieme alla moglie, che esprime un’inappellabile sentenza di sciagura appena lo vede varcare nuovamente la soglia di casa, ha trovato abbandonata, e non esita a strapparla al più infame dei destini portandola via con sé per dargli tutto l’amore che può e che sa, anche se trema all’idea di non essere all’altezza e di poterle offrire poco, sotto un gelso in mezzo alla neve e all’immondizia una bambina dagli occhi cerulei, come il cielo, come l’aria di cui le dà il nome e come, secondo le superstizioni, il presagio del diavolo. Ma lui la ama già come un padre, e… Semplicemente perfetto: se esistono ancora i capolavori, eccone uno dei più pregiati.

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“Pinguini arrosto”

di Gabriele Ottaviani

Strizzò l’occhio in direzione del balcone del signor Boldrin per rassicurarlo che aveva sistemato le due zitelle. Ma quello scosse il capo. Gli era scomparso un certosino, paffuto e soffice come un neonato, giusto un paio gi giorni dopo uno scambio di opinioni con le due amazzoni, e gli era bastato…

Pinguini arrosto, Fulvio Ervas, Marcos y marcos. Una delizia esilarante e molto più ricca di profondità, livelli di lettura e chiavi d’interpretazione di quanto potrebbe sembrare a un primo sguardo, anche se in ogni modo non si può sin da subito non restare avvinti da questa pirotecnica e irresistibile tragicommedia umana che narra di miserie e sublimità, di meschinità e aspirazioni trascendenti, e in primo luogo delle indagini dell’ispettore Stucky che, rimpiangendo i tempi neghittosi in cui il massimo problema erano le liti condominiali, i prestanti bellimbusti che molestano chi corre lungo il Sile e i tacchini vittime di un incendio doloso, prendono le mosse dal ritrovamento sulle scale del tempio di Possagno il mattino di Pasqua, mentre il trevigiano è tutto uno stappare prosecco per il dì di festa, del cadavere di un prete che ha un cappellano motociclista che difende strenuamente le sorgenti di acqua minerale dalle multinazionali mentre accanto a lui una bella suora si è definitivamente liberata del velo. E non solo… Da non farsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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