Libri

“Prima dell’alba”

download (4).jpgdi Gabriele Ottaviani

  • Quindi mi state dicendo che il generale è morto cadendo dal treno?
  • Certo che no…

Prima dell’alba, Paolo Malaguti, Neri Pozza. Firenze. Millenovecentotrentuno. Ventisette di febbraio. San Leandro. Ore sei e trenta del mattino. È un venerdì. Ottaviano Malossi è un ispettore. È giovane. È nato sul finire del secolo decimonono. È sposato. Dorme. Il telefono trilla. Lo desta di soprassalto. È atteso alla stazione dagli agenti della Ferroviaria. C’è un morto. Un personaggio molto più che illustre. Lo attende dunque un’indagine, la più classica delle gatte da pelare. Niente affatto canonici, però, saranno i risvolti dell’investigazione, che lo porteranno finanche indietro nel tempo, perché è vero che il passato può anche non interessare più, perché è in fondo un posto dove si è già stati, ma è altrettanto reale il fatto che non passi mai davvero del tutto, non sia mai finito, completo, compiuto… Paolo Malaguti scrive una storia fluida, elegante e avvincente caratterizzata da una ricostruzione accuratissima e convincente. Da non perdere.

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Libri

“La natura della grazia”

download (3).jpgdi Gabriele Ottaviani

Di nuovo Redstone mi scrutò in viso con gli occhi neri, e in essi comparve finalmente qualcosa che compresi e che ancora oggi mi induce a vergognarmi.

Crescere significa progredire nella vita. E quindi contemplare l’esperienza della morte, che ne è la sua naturale conclusione, il contrario ineludibile, inestricabilmente connesso. Quando la nera signora dalla lunga falce, la giusta livella di ogni sperequazione, arriva, nella lunga estate calda del millenovecentosessantuno a New Bremen, in Minnesota, a fare, non invitata, visita a una comunità chiusa e come irretita dal dolore della malinconia, dalla pena della nostalgia per una serenità che appare perduta, resa opaca dalla polverosa coltre del quieto vivere, del tirare a campare, tutto muta. Frank ha tredici anni, e sembra Wil Wheaton in Stand by me, è figlio di un pastore e di una donna bellissima e attorno a lui tutto sembra essere sul punto di esplodere o soffocare. Ha voglia di vivere, capire, conoscere, avventurarsi e, tra un incontro e l’altro, farà la conoscenza dell’inatteso… Caratterizzato magnificamente in ogni dettaglio, è da non perdere. La natura della grazia, William Kent Krueger, Neri Pozza, traduzione di Alessandro Zabini.

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Libri

“I rifugiati”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

C’è un motivo, se tutti i santi diventano martiri. Non c’è nessuno che riesca a sopportarli.

I rifugiati, Viet Thanh Nguyen, Neri Pozza, traduzione di Luca Briasco. Spesso il male di vivere l’umanità ha incontrato. E Viet Thanh Nguyen lo racconta. Con una prosa magistrale, lirica, straziante , semplicemente perfetta da ogni punto di vista. Donne dagli occhi neri, L’altro uomo, Anni di guerra, Il trapianto, Se solo mi volessi, Gli americani, Qualcun altro oltre te, La terra del padre: non sono otto racconti. Sono otto sceneggiature, otto cortometraggi, otto affreschi dalle tinte brillantissime sulla tragedia della transizione tra un paese ricco in cui si cerca accoglienza e una patria disgraziata che si è abbandonata lasciandole in pegno tutto ciò che è la propria identità. Liem arriva a San Francisco e quando capisce cosa significhi che due uomini siano una coppia in senso romantico non sa più chi è, e sperimenta il sesso, inizialmente con goffaggine, mentre gli giungono struggenti missive da casa. Una donna, invece, si rifugia in alienanti soapopera per sfuggire all’alienazione della vita vera. Mentre poi un uomo deve affrontare un’insufficienza epatica autoimmune, un’enigmatica creatura, la signora Hoa, si introduce nella vita di una famiglia e la sconvolge, incarnando di fronte alla cassa di un negozio i fantasmi della guerra, e un nero dell’Alabama avverte tutto lo straniamento dell’essere in Vietnam… Sensazionale.

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Libri

“La rivolta delle élite”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Esiste ancora qualcosa che la nostra cultura cerca di nascondere?

Il malessere della democrazia, l’acuirsi delle divisioni sociali, il declino del discorso democratico, la notte oscura dell’anima, la ribellione di oligarchie che sanno solo consumare e vedono il mondo come un posto in cui intrattenersi come spensierati vacanzieri e che quindi hanno piegato il sistema politico, economico e sociale ai loro vizi, la conversazione, le arti civiche, la politica razziale, il disastro della scuola pubblica, la religione della cultura, la discussione come arte perduta, il secolarismo, l’abolizione della vergogna: sembra scritto domani questo libro. E in Italia. Invece è di fatto il testamento di uno storico delle idee morto nel millenovecentonovantaquattro. La rivolta delle élite – Il tradimento della democrazia, di Christopher Lasch, Neri Pozza, traduzione di Carlo Oliva, è un testo fondamentale scritto con piglio da romanzo d’azione indispensabile per capire quale potrà essere il destino della nostra società. E quali potranno essere le strategie per renderlo migliore. Historia, del resto, magistra vitae est.

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Libri

“Il venditore di metafore”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Il carro di Matoforu si era fatto di giorno in giorno più pesante, carico com’era di parole, di destini segnati o spappolati dalla memoria, scritti con l’inchiostro indelebile della sua voce.

Il venditore di metafore, Salvatore Niffoi, Giunti. Le parole sono importanti. Sono immateriali, d’inchiostro e di fiato. Eppure al tempo stesso sono pietre. Armi, sempre cariche, puntate verso il prossimo. O in direzione di sé medesimi. Le storie sono importanti. Ma è ancor più fondamentale raccontarle. Perché quando sono tramandate continuano a esistere. Se nessuno le conosce, invece, non mettono radici. E quindi non possono dare frutto. Salvatore Niffoi è un narratore per il quale l’aggettivo straordinario appare persino poca e banale cosa rispetto alla policromia della sua voce e alla raffinatezza del suo talento: se tutto è finzione allora niente lo è. E dunque forse è il caso di smettere di pensare troppo, e lasciarsi andare. Magnifica allegoria del senso della vita, si legge vibrando di passione.

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dialettologia, le parole della domenica

Boia cu molla – 2

download.jpgdi Giuseppe Mario Tripodi

«Brusciàmuli sti cani malati!»

Il popolo del ‘Boia cu molla’ voleva brusciari la federazione comunista anche se ‘u capicollu’, rectius ‘u capulocu’, a Catanzaro nci l’era datu u cuvernu ch’era fattu di democristiani, ‘socialisteddhi d’u cori i Gesu’, scassacazziani, cioè socialdemocratici saragattiani, e carchi repubblicanu.

A L’Aquila, A-cu-la cruci, nci l’eranu brusciata a federazioni.

Ma a Riggiu i comunisti, figghi di gran buttana, non mollavanu mancu iddhi. Rinserrati a via Castello n. 4, trasìvanu e nescìvanu in continuazioni.

Non si sapiva si nc’eranu deci crischiani o dui, vinti o centu.

Dormivanu puru ddhà intra. Pot’essiri chi nc’era puru carchi malandrinazzu latitanti.

Na vota i migni, cioè i carabinieri, ne avevano arrestato uno che dormiva dentro una sezione comunista!

Venivanu puru i fora Riggiu mi fannu a guardia a Via Castellu n. 4. Forsi èranu armati.

Tra tanti pacci voliti chi non c’era carcunu c’a tuffa.

  • Ndavimu a stari accorti no mi succedi carchi patatrac! –raccomandavano i più prudenti della città impazzita.
  • O jàmu c’u bazzuka e u lanciafiamme e i mmazzamu a tutti o, sinnò, ajmu a iri ch’i peri i chiumbu!

I Boia-cu-molla, insomma, stavano accorti.

Non sapivanu chi pisci pigghiari.

Ma puru i cumpagni non s’a passavanu megghiu!

I boiachimollisti ogni tantu armavanu ravogghia: si riunivano ‘o Casteddhu, o arret’o muru ru liceu all’iniziu ra strata chi finiva propiu ravanti a federazioni: parravanu ntra iddhi, guardavano, ogni tantu jettàvanu ddu buci o sparavanu na bumbetta.

Gli assediati avevano le sentinelle davanti al portone; bastava che il rigghiòcculu d’i boiacumolla facesse qualche movimento sospetto che subito lanciavano allarmi che spesso si rivelavano eccessivi.

Come avveniva dappertutto anche in tempo di pace, erano divisi per correnti: amendoliani, pajettiani, ingraiani.

Tutti spaccavano il prospero nei comitati federali e, tutti, oltre che contro il nemico, erano l’un contro l’altro armati.

Ma ora non si poteva coglionare come nella riunioni; ci voleva qualcuno che assumesse le direzioni delle operazioni belliche:

La scelta cadde su un compagno cinquantenne che da lungo tempo reggeva la cassa del partito nella provincia ed era funzionario retribuito, male ma retribuito, nonché amendoliano.

Lo chiamavano ‘u Capurali’ perché quando c’erano lotte, all’Omeca, tra  i braccianti, tra le gelsominaie, non si tirava mai indietro e se la polizia esagerava sapeva organizzare anche il contrattacco.

Una volta a San Gregorio, la polizia difendeva una fabbrica di trasformazione degli agrumi, aveva condotto gli operai su una collinetta da dove, all’accenno di carica, avevano sfabbricato un muro a secco e ai migni li avevano fatti ritirare a botte di mazzacani, che erano sassi pesanti ognuno una mezza chilata.

E dopo, la sassaiola aveva fatto retrocedere la Celere arrivata apposta da Vibo, il prode Capurali aveva guidato il ripiegamento del manipolo di braccianti attraverso i bergamotteti riportandoli, dopo una marcia lunga due ore e più attraverso gli agrumeti di Arangea, Cannavò e Spiritu Ssantu , alla federazione comunista per tenere un’assemblea.

Dunque di fronte al pericolo si fece una riunione per decidere chi dovesse guidare la resistenza al nemico.

Oltre al Capurali si candidò, per via delle posizioni barricadere che la sua corrente aveva dentro il partito, un colto sostenitore di Pietro Ingrao: era o non era l’avanguardia più adatta a dirigere la resistenza a quel terribile assedio?

Alla fine il comando dello Stato Maggiore, ma l’ingraiano se la segnò a dito opponendo una sorda resistenza ad ogni disposizione dell’incaricato, fu affidato, çavasensdir, per meriti acquisiti e per disciplina consolidata, ‘o Capurali.

Una mattina agostana, non si respirava per il caldo, un nutrito gruppo di Boiacumolla, l’afa doveva averli eccitati più del solito, si adunarono dietro al muro del ‘Campanella’.

Erano più rumorosi del solito, gridavano e cantavano ‘Faccetta nera’ a tutto spiano, suonavano con uno scordatissimo trombone una carica che non decollava, inveivano contro i comunisti canimalati.

I difensori presenti nel fortino Castello si allertarono e allertarono;  scesero a dare manforte alcuni difensori della Camera del Lavoro, non tutti perché non volevano sguarnire quell’altro santuario odiato e ancora inviolato.

Il Capurali aveva disposto due squadre di dieci persone, muratori e forestali armate di marruggi di piccone, all’ingresso e a metà delle  scale; un’altra ancora, formata da braccianti della Piana,  era sistemata dentro i locali minacciati, pronta ad intervenire in soccorso dei due presidi più esposti ove questi si fossero trovati in condizione di soccombenza.

Fuori dalla porta si erano schierati un gruppo di comunistacci poco allenati all’uso delle clava: studenti, professori, alcuni professionisti, qualche funzionario.

Persone che facevano numero ma che, in caso di pugna, dovevano lasciare il posto agli opliti del lavoro e, eventualmente, aggredire alle spalle il nemico ove fosse penetrato nel sacro recinto.

 E lui, il Capurali in persona, anziché dormire sogni tranquilli come aveva fatto il principe di Condé dopo aver disposto le armate alla vigilia della battaglia di Rocroi, si era messo in mezzo alla marmaglia esterna, in faccia al nemico e ciancicando nervosamente una punta di trincetto che fuoriusciva dal taschino della sua giacca e che avrebbe dovuto ‘singare nt’o bonu’ i primi boiachimolla che gli fossero capitati a tiro.

  • VENITI CURNUTI! – gridava per farsi sentire dal nemico e per rincuorare gli altri assediati – Veniti, chi v’u tagghiu u coddhuzzu!

Attorno a lui andavano e venivano una dozzina di manincalliti proletari che avrebbero dovuto supportarlo contro le eventuali  prime linee dei contrapposti ‘ruttanculi’.

Tutto sembrava andare per il meglio quando, nel campo degli assediati, si materializzò ‘Ate tremenda di Saturno figlia’.

L’ingraiano, che aveva ceduto al Capurali nella corsa per il Comando dell’VIII Armata e che ora soggiornava all’esterno tra quelli che dovevano fare solo numero, cominciò a dire che bisognava chiudere il portone e organizzare la resistenza appena dietro.

  • Fatti i cazzi tuoi! – tuonò il Capurali – Sinnò vatindi p’a casa!
  • Pirchì m’aju a fari i cazzi mei? – interrogò l’escluso che evidentemente voleva interporre qualcosa, nello specifico le robuste ante del grosso portone, tra il suo corpo e i manganelli degli assalitori.

E cercò di convincere anche gli altri circostanti disarmati delle loro comuni ragioni.

  • Fatevi i cazzi vostri c’u portuni av’a restari apertu! – urlò lo stratega ad una sottocommissione dei disarmati che cercavano di rappresentare collettivamente le ragioni proprie individuate con sagacia dall’ingraiano, – e sinnò itavìndi tutti p’a casa, chi ora nci scassastevu u cazzu!
  • Pirchì av’a restari apertu u purtuni? – interrogò un altro dei dissidenti.
  • Pirchì sinnò si pensanu chi ndi cacàmu sutta e si ncarognìscimu cchiù assai.
  • E poi, si si nvicinanu troppu, basta na buttigghia i benzina e bruscianu tuttu.
  • E nui facimu a fini d’i surici nta suricara!
  • E ndi fannu murziddha a tutti!
  • Nui non l’aìmu a fari partiri!
  • E si partunu, l’aìmu a firmari prima mi tràsinu intra
  • Pirciò iti e curcativi, c’u vostru è sonnu! – soggiunse ultimativo lo startega.

Nella corrente favorevole alla chiusura militavano i più pusillanimi  difensori che, incuranti del vantaggio strategico oltre che psicologico che la ritirata al primo piano avrebbe dato agli avversari, intendevano solo ritardare di qualche tempo, poco o grande che fosse, l’impatto con qualche nerocamiciato ceffone.

La dialettica disputazione si avviò alla soluzione quando uno dei sostenitori della ritirata strategica, leninisticamente un passo indietro per farne poi due avanti, aveva sciolto una delle robuste ante del portone dal fermaglio che la teneva attaccata al muro ed aveva cominciato a chiuderla.

Il Caporale l’aveva fronteggiato intimandogli di fermarsi e, dopo qualche schermaglia, gli aveva rifilato una testata in faccia facendolo ruzzolare per terra.

Poi, come il grande capo Abraracourcix davanti alla palizzata del villaggio armoricano, si era schierato con gli altri della sua opinione davanti al portone della federazione, e i dissenzienti, come capitava a tutti i dissidenti dentro i partiti comunisti, si erano dovuti accodare secondo le regole del centralismo democratico.

I fascisti accennarono a qualche sortita.

Mandavanu avanti i figghiolazzi pe’ tastari u puzzu, i capuzzuni restavanu arretu pi vidiri chi succedi, ma le truppe scelte ripiegarono sotto il marruggiu dei difensori e senza che il Capurali mettesse mano al trincetto.

Sicché quel manipolo di coraggiosi, imbeceriti per il capicollo perduto, dopo due cariche sfortunate avevano dovuto ripiegare,  con le fila sparpagliate da diverse ferite lacero contuse.

E il tempio rimase integro ancora una  volta…

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Cinema

“L’uomo di neve”

l-uomo-di-neve-con-michael-fassbender-trailer-italiano-ufficiale-1200x630di Gabriele Ottaviani

L’uomo di neve. Dall’omonimo, noto e buon romanzo di Jo Nesbø, per la regia di Tomas Alfredson (sostituto della “prima scelta”, rimasta nella pellicola col ruolo di produttore esecutivo, un certo Martin Scorsese…). Con Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, James D’Arcy, Toby Jones, Val Kilmer, J. K. Simmons, Chloë Sevigny, Jamie Clayton e soprattutto, nel ruolo del protagonista Harry Hole, detective alcolizzato che indaga su un assassino che decapita le proprie vittime, Michael Fassbender, garanzia di fascino e talento. In sala da oggi, dodici di ottobre, è un classico thriller coi fiocchi nelle gelide atmosfere del profondo nord. Da non perdere.

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