Libri

“Dove lui finisce e io comincio”

di Gabriele Ottaviani

Aveva detto ai suoi amici che ero il suo ragazzo! Non uno qualsiasi…

Dove lui finisce e io comincio, Cardeno C., Triskell. Traduzione di Barbara Cinelli. Asso del football che ha appeso la divisa sportiva al chiodo per indossarne un’altra, quella da poliziotto, Jake è l’amico coraggioso e affidabile che tutti vorrebbero, e che vorrebbe anche Nate, tanto pacato quanto Jake è impetuoso, medico dal cuore d’oro e dal genio inusitato, ma non solo come amico, benché lo siano, fraternamente, da sempre. Il problema è che Nate, gay, è convinto che Jake sia etero: e si sa, solo gli amori impossibili durano per sempre. Si dà il caso però che il suo convincimento sia sbagliato, e se dovessero finire a letto insieme da ambo le parti il desiderio sarebbe uno solo, che quell’incanto non finisse… Intenso.

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Libri

“Letteratura inglese”

di Gabriele Ottaviani

Il vantaggio di una storia letteraria scritta da un solo autore sta opinabilmente nella forte idea unitaria e coesiva che la informa, nell’adozione di un unico punto di vista, nell’applicazione coerente di alcuni parametri teorici, storiografici ed evolutivi. La mia carriera di studioso mi ha da tempo convinto della necessità di una compenetrazione sinergica delle varie teorie e ideologie del testo che dopo l’avvento della semiotica letteraria vengono designate con l’etichetta riassuntiva di “poststrutturalismo”; nonché, e soprattutto, dell’esergo per me vincolante che è il testo che detta al critico il suo approccio a seconda della sua “dominante”, e non già che una teoria assolutizzante si possa e debba applicare, in vario grado forzatamente, al testo e ai testi. Di qui l’udienza – curiosa, cauta ma non pregiudizialmente ostile – da me accordata alle proposte avanzate dai più recenti indirizzi critici – materialismo, psicanalisi nelle sue varie diramazioni, decostruzionismo, femminismo, gender, neo-storicismo ecc. – che hanno radicalmente innovato il modo di leggere le opere letterarie. È perciò che le mie discussioni partono quasi sempre da, o convergono verso, la storia delle interpretazioni e la ricezione storica di uno scrittore o scrittrice, e le integrano legandoli al loro tempo (o in caso dissociandoli)…

Letteratura inglese – Un profilo storico, Franco Marucci, Carocci. Le saghe arturiane, Langland e Gower, Chaucer, i poeti chauceriani, il dramma e la prosa nel Quattrocento, Caxton e Malory, Moro e le precettistiche del gentleman, Wyatt, Surrey e altri poeti cinquecenteschi, Sidney e Spenser, Donne, la poesia fino ai primi del Seicento, il teatro elisabettiano, Marlowe, Marston e Chapman, Jonson, Shakespeare, Webster, Middleton e Tourneur, Dekker e Beaumont-Fletcher, Massinger e Ford, Thomas Heywood e Shirley, gli albori della prosa narrativa, i poeti spenseriani, la lirica carolina, la poesia metafisica di George Herbert e Crashaw, Vaughan e Traherne, Marvell, il tramonto del concettismo, i predicatori e la Authorized Version, la poesia femminile seicentesca, Milton, Dryden, il teatro di fine Seicento, Rochester e Butler, la stagione dei diaristi, dei filosofi e dei saggisti, Bunyan, gli esordi del femminismo, l’augustanesimo, Pope, Prior e Gay, Defoe, Swift, Addison e Steele, il deismo, Thomson, Young, gli antipopiani e Lady Winchilsea, Goldsmith, Richardson e Fielding, Smollett e Sterne, Gray, William Collins e Churchill, Johnson e Boswell, Gibbon, Burke e altri prosatori ed epistolografi, il romanzo gotico, Ossian e le Reliques of Ancient English Poetry, i preromantici, il “risveglio scozzese”, Burney e Austen, Edgeworth, Galt e altri narratori, Paine, Godwin e Wollstonecraft, Burns, Blake, Wordsworth e Coleridge, Shelley e Keats, Byron, Walter Scott, Mary Shelley e Polidori, i romantici cosiddetti minori, le poetesse di questo periodo, i poeti umoristi, il saggismo coevo, così come il teatro, la prosa e la poesia della prima età vittoriana, il trio dei formatori, Macaulay e Mill, Ruskin, Darwin e il darwinismo, Barrett Browning, Tennyson, Fitzgerald, Browning, Clough e Matthew Arnold, Patmore e i Rossetti, il preraffaellismo poetico e pittorico, la stagione del nonsense  e gli spasmodici, l’imitatissimo e inimitabile immenso Dickens, Thackeray, Trollope, il romanzo femminile, Gaskell, le sorelle Brontë, la divisione fra “muscolari” e sensazionalisti, Reade, Wilkie Collins e Le Fanu, George Eliot e Meredith, i poeti apocalittici e i romanzieri teologici, Hardy, Gissing e George Moore, Stevenson e l’esotismo, Pater e l’estetismo, Morris e Swinburne, Hopkins e la sua cerchia, Wilde e il decadentismo inglese, il controestetismo e la poesia giocosa e femminile, Yeats, Synge e il Rinascimento celtico, la letteratura coloniale, Shaw e Barrie e il teatro di fine Ottocento, gli autori definiti, felicemente, come interstiziali, quindi Wells, Arnold Bennett e Galsworthy, Forster e Maugham, Chesterton e i nuovi apologeti del cattolicesimo, mentre nel frattempo si assiste a vari tentativi di far rivivere l’estetismo e si affaccia all’orizzonte, nell’epoca della grande guerra, la poesia georgiana, Housman e Graves, le proposte e le correnti prima, durante e dopo il modernismo, il tempo entre-deux-guerres e oltre, tra imagismo e vorticismo, S. Eliot e seguaci, David Herbert Lawrence, Joyce e discepoli, Mansfield, Woolf, Bloomsbury e Compton-Burnett, i poeti e i romanzieri della Seconda guerra mondiale, Auden e i trentisti, Orwell, Caudwell e Thomas Edward Lawrence, Huxley e il romanzo di idee, Waugh e Graham Greene, Snow e Powell, Cary, Lowry e Durrell, Bowen, Henry Green, Hartley e romanzieri minori, Dylan Thomas, surrealisti e neoapocalittici, il Movement “and after”, da Larkin a Betjeman, Ted Hughes e Hill, le letterature regionali, i contemporanei, il teatro da O’Casey a Coward, Beckett, gli “arrabbiati”, Pinter e Wesker, Arden e Bond, Angus Wilson e Golding, Rhys, Murdoch e Spark, Lessing, Fowles, Burgess e Julian Barnes, Carter, Rushdie, Kureishi e Ishiguro, McEwan, Graham Swift e Martin Amis, Heaney e altri irlandesi, i romanzieri e i poeti dell’ultimo venticinquennio, la scena teatrale contemporanea e molto, molto, molto, molto altro ancora: insomma, in breve, tutto quello che avreste voluto sapere dal punto di vista letterario, sociale, storico, culturale, economico, politico e non solo di una delle produzioni più ampie e vaste, tanto da essere determinante per la formazione di un vero e proprio canone nell’immaginario collettivo della gran parte del globo, visto anche che di fatto l’inglese è ormai da tempo una sorta di koiné transazionale, nell’affresco – non un libro, non un manuale, un vero e proprio viaggio, una passeggiata nel giardino delle Esperidi – dotto, minuzioso e divulgativo di uno dei più celebri critici, saggisti, traduttori, autori, docenti ed esperti italiani. Da leggere: per imparare e riflettere.

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Libri

“I ragazzi di Cota Street”

di Gabriele Ottaviani

Non vide altro che un vortice di pensieri disperati…

I ragazzi di Cota Street, Melissa Anne Peterson, Jimenez, traduzione di Gianluca Testani. Splendido sin dalla copertina, il volume di Melissa Anne Peterson, cresciuta in una comunità di tagliaboschi nello stato di Washington, all’esordio con la dimensione narrativa del romanzo dopo aver pubblicato su varie riviste diversi suoi testi, dedita per anni al lavoro in centri di recupero delle specie a rischio di estinzione, è un’opera lirica e bruciante insieme, che racconta con toni potenti e vividi l’alienazione della crescita in un mondo in cui la modernità e la tradizione danno vita a un attrito fragoroso, a una cesura insanabile, a un impatto stridente, in cui la povertà, il degrado e la violenza, fisica e psicologica, travolgono un gruppo di adolescenti e la comunità di cui fanno parte, sedotta e violata dalle false promesse di un progresso materiale che non è vero benessere, mentre gli individui, naturalmente, non possono che bramare pace e serenità, nella ricerca del proprio posto nel mondo. Magnetico, magnifico, irresistibile anche dal punto di vista linguistico: ottimo.

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“Charcoal Joe”

di Gabriele Ottaviani

Si sedettero l’uno di fronte all’altro e misero i gomiti in posizione. Poi unirono le mani e si sfidarono con lo sguardo…

Charcoal Joe – Un’indagine di Easy Rawlins, Walter Mosley, Bompiani, traduzione di Fabrizio Coppola. Siamo a maggio, ma non è quello di Parigi, benché l’anno sia lo stesso, il millenovecentosessantotto, né quello selvaggio di Albinati che ha dato alle stampe l’immersiva esperienza di dodici mesi da insegnante dietro le sbarre, bensì nella calda stagione in boccio losangelina, nella quale un veterano riesce finalmente, dopo anni come detective privato, ad aprire la propria agenzia investigativa, e si trova subito alle prese con un caso spinosissimo, poiché un vecchio amico gli chiede di incontrare un detenuto convinto dell’innocenza del figlio di una persona a lui cara, un giovane e brillante laureato in fisica trovato sul luogo di un duplice omicidio. Si dà il caso che le vittime siano bianche, l’accusato sia nero, il detective pure, le tensioni razziali siano esplosive e il detenuto sia noto a tutti come Charcoal Joe… Brillante, intrigante, ben scritto, ben caratterizzato, ben congegnato: da leggere, rileggere  e far leggere.

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Libri

“Nella quiete del tempo”

di Gabriele Ottaviani

L’Annegato era mosso dalla curiosità…

Nella quiete del tempo, Olga Tokarczuk, Bompiani. Traduzione di Raffaella Belletti. La Collina dei Maggiolini è una delle alture che caratterizzano il panorama di Prawiek, luogo al tempo stesso fuori da tutto e al centro dell’universo, protetto da quattro arcangeli, percorso dai fiumi Bianca e Nera e connotato dal procedere lento e neghittoso di attività rituali, l’ambiente in cui si dipanano le vicende di una comunità in cui ogni dettaglio è la rappresentazione simbolica di una tipologia di viventi: la commedia umana messa in scena con sapienza dal premio Nobel del duemiladiciotto è un vivido e sapido affresco della condizione esistenziale. Lieve e sublime.

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Libri

“M – L’uomo della provvidenza”

di Gabriele Ottaviani

A petto di quel corpo denudato, nessun argomento è più lecito, nessun ragionamento, nessuna obiezione, nessuna giustizia, legge, giurisprudenza, nessun appello alla divina provvidenza, alla umana pietà, alla clemenza. Al popolo non resta che adorare. Adorare quel corpo, o straziarlo. Quel corpo è un evento, crea da sé la propria drammaturgia, divide il tempo in un prima e in un dopo. I contadini, maschi e femmine, congregati a centinaia attorno a quel torso nudo, pur avendo tutti un corpo, e in ragione di ciò, sono entusiasti, riluttanti, sgomenti. Da questo momento in avanti, lo presentono oscuramente, il potere irradierà da quel corpo, da quel corpo e da nessuna altra fonte, sino alla dedizione fervente, o alla carneficina. L’uomo che fu Benito Mussolini, e che adesso è una particola sacra del suo stesso corpo – ventre, torace, spalle, braccia, mani, schiena –, preparandosi a trebbiare il grano in un qualche agro romano, a separare la granella dalla paglia e dalla pula in mezzo a una folla di lavoratori della terra, li fa suoi, li possiede e ne è posseduto, si stende su di loro, con atto di copula sessuale e di gesto medicamentoso, pelle contro pelle, corpo su corpo, al tempo stesso penetrazione ed escrescenza, fallo eretto e tessuto cicatriziale ipertrofico a rimarginare le ferite aperte della nazione. La mietitura è compiuta. La gloria, il suo splendore, sono una qualità della luce. La falcidia delle spighe, mischiando simboli di vita e di morte in un unico emblema, è già avvenuta. La battaglia del grano – questa la promessa formulata da quel corpo nudo – si combatterà su di un campo da cui sarà bandito ogni inganno, ogni oscurità, ogni equivoco, su cui saranno dimenticati i secoli di solitudine, d’angoscia, d’inconcludenza, le ere glaciali del nostro scontento, le epopee della miseria, le apocalissi svuotate di ogni rivelazione. Ora inizia un’altra età degli eroi…

M – L’uomo della provvidenza, Antonio Scurati, Bompiani. Di questi tempi ci sono dei mentecatti che parlano di dittatura sanitaria perché viene chiesto a ognuno di proteggere sé e gli altri dalla pandemia mettendo sul viso una mascherina, cosa che per inciso, per molti, è un gran vantaggio. Scurati ci riporta al tempo della dittatura vera, quella per cui se non eri d’accordo potevi essere purgato, mandato al confino o fatto secco: il vincitore del premio Strega continua la sua esegesi della figura di Benito Mussolini con la seconda puntata del romanzo d’Italia, paese fascista bramoso di rivalsa in cerca d’un uomo forte che risolva i problemi al posto suo, con una prosa ampia, solida, maiuscola e magnetica, ricca di livelli di lettura, suggestioni, citazioni, riferimenti, chiavi d’interpretazione.

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Libri

“Favola del castello senza tempo”

di Gabriele Ottaviani

“Bene,” disse. “Che devo fare?” La voce rispose: “Quello che io non ho saputo: entrare, parlare coi prigionieri e incoraggiarli all’evasione.” “Guidami,” fece Dino spavaldamente. Atropo s’involò per il bosco, precedendo il ragazzo e incitandolo senza dargli modo di riprendere lena un momento. Finalmente giunsero a un luogo aperto, da cui si poteva vedere sorgere, sulla linea orientale dell’orizzonte, la sagoma d’un immenso edificio d’oro. “Rivelami a questo punto le tre parole,” supplicò Dino, e Atropo: “Cugnu, Cutugnu, Bacalanzìcula,” disse, e si volse indietro, riparò fra le chiome degli alberi; non senza prima averlo da lontano ammonito: “Grida il mio nome, se avrai bisogno. Ti udrò dovunque tu sia.” Cammina cammina, Dino giunse alla porta della gran torre, dove la mole d’un gigantesco guardiano ingombrava tutto lo spazio fra stipite e stipite.

Favola del castello senza tempo, Gesualdo Bufalino, Bompiani, illustrazioni di Lucia Scuderi. Personaggio unico scoperto da Leonardo Sciascia e dalla geniale Elvira Sellerio, cui per galanteria non seppe né volle dire di no quando gli chiese un manoscritto da pubblicare, inimitabile, inconfondibile, stranissimo e bizzarro, magnetico e intrigante, colto eppure capace di essere popolare nonostante, o forse proprio per, la fatica del suo scrivere, che riproduce il peregrinare dell’essere umano in cerca, inesausto, del suo posto nel mondo, Gesualdo Bufalino, che ha descritto come nessun altro mai la fragilità parlando d’un cuore di carta velina, che sanguina per niente, come la pelle dei vecchi, qui, tra Kafka, Borges e Buzzati dà vita a una fiaba nera allegorica adatta a tutti, la storia di Dino che inseguendo una farfalla che porta un teschio sul dorso si addentra nel fitto d’una selva e… Imperdibile.

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Libri

“La scienza dello storytelling”

di Gabriele Ottaviani

Il pettegolezzo serve a rivelarci cose sugli altri, a dirci chi sono davvero…

La scienza dello storytelling – Come le storie incantano il cervello, Will Storr, Codice, traduzione di Daria Restani. Siamo fatti per stare insieme, per condividere, per regalarci e regalare emozioni, per dare voce ai nostri sentimenti. Il racconto è vita, simbolo, nutrimento, aggregazione, in questi tempi in cui non possiamo assembrarci ciò che più manca sono le parole degli affetti, gli abbracci dei discorsi, la comunione, anche la diceria, il frizzo, il lazzo, lo scherzo, la celia, la facezia, la burla, la confidenza, il completarsi assieme le frasi: il focolare della nostra anima arde al suono melodioso di una storia, quella che chiedono i bambini di ogni età a chi amano e da cui sperano di essere amati per affrontare la paura del buio, quale esso sia. Non si può non restare sedotti da una bella storia, e Storr ci spiega come e perché questo fenomeno, ineluttabilmente, si verifica. Splendido.

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Intervista

“I nostri sentimenti non sono infetti”: intervista a Maximilian Nisi

di Gabriele Ottaviani

Maximilian Nisi sarà prossimamente in scena nella bella cornice del teatro romano Lo Spazio con Giuda, di Raffaella Bonsignori: Convenzionali è felice di intervistarlo per voi.

Che spettacolo è Giuda?

Ho molte risposte per questa domanda, perché non c’è un solo Giuda in questo Giuda. Questo spettacolo, innanzitutto, è una macchina del tempo: entra nel passato cristallizzato nei ricordi di un uomo difficile, arrovellato, a volte rabbioso, a volte ironico, imprigionato nell’icona del “perfetto colpevole”. E, come accade sempre con i ricordi, è una macchina che viaggia anche in qualche nebulosa, lasciando domande in sospeso, dubbi, verità affatto personali. In secondo luogo, è un monologo, un flusso di coscienza, un dialogo mancato con Dio e, forse, con tutti noi uomini del suo futuro, che continuiamo a condannare Giuda senza appello. È, poi, un’esperienza, credo, piacevole, perché la voce di Giuda è in compagnia delle musiche originali di Stefano De Meo e delle immagini evocative di Marino Lagorio. Sicuramente è un atto di coraggio, sia perché affronta il tema più scomodo della cristianità, sia perché è un omaggio al teatro, in un momento in cui il teatro ha bisogno di tutto il nostro amore per sopravvivere.

Quando e dove andrà in scena? Quante e quali date sono previste?

Lo spettacolo, dopo aver debuttato felicemente nel mese di agosto, al Festival di Borgio Verezzi, andrà in scena a Roma, al Teatro Lo Spazio, dal 29 ottobre al 1 novembre. Abbiamo, poi, ricevuto alcune interessanti proposte di ospitalità: Torino, Vicenza, Napoli … ma il destino troppo poco definito del teatro di questi giorni ci obbliga a rimandare la tournée in primavera, sperando che l’emergenza sanitaria sia finalmente passata.

Che significato ulteriore ha riuscire ad andare in scena in tempo di pandemia?

È fondamentale per l’equilibrio mentale ed economico di noi addetti ai lavori, per quella spirituale del pubblico, che a differenza di ciò che viene continuamente sostenuto ha un grandissimo bisogno di teatro, e per le sorti del teatro stesso. Dobbiamo andare avanti, modificando dov’è possibile le regole del gioco. Dobbiamo farlo per riconquistare uno spazio che questa profonda crisi ci ha portato via. I nostri sentimenti non sono infetti, dobbiamo quindi cercare di ovviare all’isolamento che ci è stato imposto. Il teatro è un luogo che permette il giusto distanziamento dei posti a sedere, l’uso della mascherina e,inevitabilmente, impone il silenzio. Questo significa che vengono esclusi tutti i veicoli di infezione di cui si parla, dovuti alla vicinanza e alle goccioline di saliva che possono raggiungerci. A volte non pensiamo alla depressione come ad uno dei gravissimi danni collaterali di questo virus. Ecco, il teatro, sotto questo profilo, è linfa vitale anche in questo momento. Ci vuole coraggio ad andare in scena ora, ma va fatto. Tutti noi operatori dello spettacolo ce la stiamo mettendo tutta affinché lo spettacolo non muoia e, con esso, non muoia la gioia del pubblico. 

Come possono sopravvivere i piccoli teatri e le piccole sale cinematografiche se la capienza dev’essere ridotta per mantenere il distanziamento fisico indispensabile al contenimento del morbo?

Già prima dell’era del Covid la sopravvivenza di queste realtà, fondamentali per un certo tipo di drammaturgia, era messa quotidianamente a dura prova. Sovvenzioni minime o praticamente inesistenti e richieste di contributi analoghe a quelle riservate a sale diversamente foraggiate dalle nostre istituzioni. Le crisi economiche del passato hanno reso il nostro settore privo di tutela. Gli investimenti in perenne diminuzione e i continui tagli hanno determinato una precarietà sempre più crescente e oggi, purtroppo, paralizzante. Una realtà già molto fragile minata ulteriormente, alla quale si sta aggiungendo una preoccupante perdita di spazi. Ogni giorno leggiamo con la tristezza nel cuore di teatri che chiudono. Mi chiedi come in questo momento di grande crisi queste realtà possano sopravvivere. Accadrà soltanto se lo Stato deciderà di agevolarle. Un esempio: se la capienza di un teatro per motivi sanitari è limitata, limitati dovranno essere anche i contributi fiscali dovuti dal teatro e dalla compagnia ospite allo Stato. In questi giorni paghiamo tasse come se le sale avessero una capienza normale. Questa è follia.

Che cosa rappresenta il teatro per lei?

La cura del vivente. Pensiero, passione, cultura. Durante il lockdown ho passato ore nel mio giardino a curare le mie piante, i miei alberi. Ho capito solo in seguito che era come se stessi lavorando in teatro. Lo slancio era lo stesso, la fatica la medesima e il ritorno analogo. Il teatro è un modo per coltivare l’arte, il sentimento, una parte essenziale della vita.

Quanto conta il pubblico in platea?

Di sicuro, il pubblico è una parte essenziale del teatro. Mettere in scena una pièce senza pubblico è impossibile. Il nostro lavoro non esiste senza chi ci guarda, chi ride, chi piange, chi applaude, chi critica. Lo spettacolo cresce e, a volte, cambia anche grazie alle risposte di coloro che sono venuti ad assistere allo spettacolo. Il pubblico è il depositario di una storia raccontata. Non ho mai considerato la quantità, ho sempre ritenuto che la qualità fosse la cosa più importante. Tuttavia tanto pubblico può significare che lo spettacolo ha valore, ha una sua necessità. Il riscontro del pubblico è fondamentale sia moralmente che praticamente, soprattutto quando, in un momento come questo, la sua affluenza dà la possibilità alla compagnia di far fronte alle spese di rappresentazione.

Ha da poco compiuto cinquant’anni: tempo di bilanci?

Certamente. Inevitabile. L’età della maturità è arrivata quasi di nascosto, in modo subdolo. Mi ha sorpreso affaccendato e distratto.  In questo momento ho molto tempo per pensare, forse troppo, ma pensare è sempre un modo costruttivo  di impiegare la vita. Non sono pensieri che fissano traguardi, ma di nuove partenze. Ho molti progetti da realizzare e l’arte è l’unica costante che li attraversa.

Che ricordi ha di Giorgio Strehler e Luca Ronconi?

Ricordi di un teatro che non esiste più. Il cambiamento avvenuto riguarda soprattutto l’uomo e il suo modo diverso e alquanto forsennato di vivere. Sono cambiate le modalità di relazione tra le persone e,di conseguenza, l’approccio ad un lavoro che per lungo tempo si è basato su empatia e solida costruzione. Oggi approfondiamo sempre meno: manca il tempo e spesso l’urgenza di farlo. Sembriamo anime costrette in un limbo alla continua ricerca del nulla. Scriviamo sull’acqua anche se in profondità desideriamo incidere sulla pietra. L’importante, però, è continuare a scrivere e coltivare il desiderio di farlo.

Lei è anche un insegnante di recitazione: qual è la dote più importante per un attore?

L’ascolto,  che determina un’esatta relazione. La giusta comunicazione. La compassione. Sono fermamente convinto che la pratica teatrale possa ristabilire ciò che è fondamentale nelle nostre vite. Attesta che siamo vivi, ci da modo di pensare, di studiare, di creare, di costruire, seppur con la nostra immaginazione, nuovi mondi. Ci insegna a essere umani, allontanandoci dall’alternativa di essere delle inutili monadi.

Che significa recitare? E quali sono le differenze tra il teatro, il cinema e il piccolo schermo?

Recitare è reagire. È giocare. C’è chi dice che sia citare-due volte. È interpretare. È fingere, simulare, narrare in terza persona, cercando la forma fisica ed estetica per raccontare un personaggio. È esprimere emozioni. Si può recitare su un palcoscenico, in un set televisivo o in quello cinematografico. Il punto di partenza è il medesimo, cambia il luogo e in relazione a questo cambia l’uso dei mezzi che un interprete deve utilizzare per essere incisivo e credibile.

Lei ha lavorato in diverse produzioni Ares: cosa pensa delle ultime illazioni?

È sterile gossip, un inutile psicodramma. Ho lavorato diverse volte con l’Ares Film, ma l’ho sempre fatto da attore. Non mi sono mai sentito manipolato o violentato, fosse accaduto probabilmente me ne sarei andato. Ritengo che sia più opportuno recitare su un palcoscenico: trasformare la propria vita in un teatrino non è conveniente, è una pratica triste, squallida, soprattutto quando si tirano in ballo persone che non hanno più modo di difendersi.  

Di cosa ha bisogno il settore dello spettacolo in tempo di Covid?

Di coraggio, di amore e di profonda dedizione. Di coscienza dell’importanza dell’arte nella vita e del teatro, in particolare, come forma di espressione e comunicazione.

Perché l’arte è considerata, verrebbe da dire, un settore non necessario? Eppure, oltre ad assecondare il bisogno di bellezza, che è sentito da tutti, anche dal punto di vista economico dà vita a un indotto decisamente significativo in termini numerici e di posti di lavoro (e per un divo privilegiato, mille faticano ad arrivare a fine mese).

È vero, abbiamo un grandissimo bisogno di bellezza, ecco perché si deve andare avanti e lo Stato ci deve aiutare. L’arte è considerata priva di necessità soltanto da persone prive di cultura. C’è stato un tempo in cui ho creduto che, dietro al tentativo di imbarbarimento, ci fosse la volontà politica di abbassare il livello intellettuale ed intellettivo delle persone. Tuttavia credo che, purtroppo per noi, la verità sia ancora più desolante: siamo governati da persone che non considerano la cultura un bene primario, fondamentale per la  vita delle persone, e che ritengono la pratica dell’arte  non l’ espressione di una società felice e sana. Negli ultimi anni c’è stato un progressivo indebolimento dell’interesse governativo nei confronti delle arti in genere. Spero davvero  che non si tratti di incapacità a comprendere, a capire, perché sarebbe assai difficile spiegare un colore a un daltonico.

Quali sono i suoi libri e film del cuore, e perché?

Sempre gli ultimi. Non mi sono mai legato al passato e quando l’ho fatto mi sono pentito. È accaduto, ad esempio, che per motivi di lavoro io abbia dovuto rileggere dei libri che mi erano molto piaciuti e sui quali mi sono poi ricreduto. Siamo in costante divenire, cambiano le nostre aspettative, i nostri gusti e cambiamo noi. Ho bisogno sempre di stimoli nuovi e di nuove emozioni.

Prossimi progetti?

Teatro. Non riesco ad immaginare il mio futuro senza.

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Libri

“Bill”

di Gabriele Ottaviani

Guardo oltre il bordo del letto, guardo Bill sul pavimento e penso a una cosa in cui mi sono imbattuto quando studiavo Medicina. Una fotografia, presentata come curiosità scientifica. Io però ci avevo creduto, avevo creduto all’idea che stava dietro allo scatto. Nell’estate del 1892 August Strindberg, commediografo e artista, provò a fotografare l’anima umana. Quella che tentò di catturare era la propria attraverso una serie di ritratti sfocati in bianco e nero. In quello che ho visto io, c’era lo stesso Strindberg che fissava l’obiettivo: gli occhi scuri e ribelli, il soprabito sbottonato. Era in piedi davanti a una porta di legno, il viso era al centro della foto – la porta si levava alle sue spalle, come una vela – come se il peso di quell’atto, l’aver messo a nudo la sua anima, lo avesse fatto sprofondare nella cornice. Credo ce l’avessero mostrata come una divertente stravaganza, una divagazione spirituale, ma per me era vera. Io penso che in alcuni momenti l’anima umana si renda visibile, e quando ho guardato in basso, vicino al letto, e ho visto Bill raggomitolato sul pavimento, ho avuto una visione della sua anima. E che cos’è un’anima?

Bill, Helen Humphreys, Playground, traduzione di Chiara Brovelli. Splendido sin dalla copertina, che traduce perfettamente per immagini il nome del personaggio cui si deve il titolo originale del romanzo, Rabbit Foot Bill, Bill Zampe di Coniglio, e che segna il destino del protagonista, Leonard, che prima di diventare un brillantissimo psichiatra nel più importante centro di cura, ricerca e igiene mentale della sua nazione non è che un bambino di dodici anni che nel millenovecentoquarantasette, mentre il mondo si rammenda, appena finita la più tremenda carneficina che si ricordi, ha nel suo paesucolo del Saskatchewan un’infanzia e un’adolescenza violente e infelici in cui l’unico barlume di tenerezza sembra proprio essere l’incredibile affetto che lo lega al barbone del villaggio, povero, malmostoso e male in arnese, in cui vede la stessa alienazione che prova rispetto al mondo, il che lo illude, gettandolo nel più cupo sconforto, quando Bill compie un’efferatezza che Leonard non s’aspettava, questo volume edito dalla sempre meritoria e raffinatissima Playground è la nuova prova, intensa, avvincente, avvolgente, coinvolgente, densa, profonda, ricca di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, della formidabile e pluripremiata narratrice e poetessa canadese cui si debbono Cani selvaggi, Il canto del crepuscolo, Il giardino perduto e tante altre opere, e che merita di essere annoverata nel gotha della letteratura mondiale assieme a, solo per fare qualche nome, Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse, Ragazza), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra) e Joyce Carol Oates (Il giardino delle delizie, Loro, Blonde, Un’educazione sentimentale, L’età di mezzo, Un giorno ti porterò laggiù, Bestie, Una ragazza tatuata, Stupro, Acqua nera, Le cascate, Tu non mi conosci, La madre che mi manca, La femmina della specie, Vittima sacrificale, La figlia dello straniero, Uccellino del paradiso, Storie americane, Per cosa ho vissuto, Figli randagi, Il collezionista di bambole, Il maledetto, La donna del fango). Da non perdere per nessuna ragione.

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