Libri

“I vagabondi”

61zEZpUfdIL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ti ricordi cosa ci eravamo promessi?

I vagabondi, Olga Tokarczuk, Bompiani, traduzione di Barbara Delfino. Il cambiamento è vita, flusso, linfa, necessità: come un fiume la cui corrente si divide e ricompone in tanti rivoli, come una barca sull’Oder, che la narratrice della storia sognava nei suoi vagheggiamenti di incarnare, così le storie in continuo movimento, come la prosa dell’autrice, mai banale, mai fiacca, mai solita, sempre sorprendente, dei personaggi marginali, inconsueti, stravaganti e straordinari qui raccontati, in questo ampio volume si indaga il mutamento, che genera l’incontro con l’altro e la speranza del futuro, nel solco della tradizione, della memoria, della testimonianza. Da leggere.

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“L’amore che dura”

61YjA1bQjXL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Speravo che ridesse, speravo che ridesse quando ho fatto roteare le mutandine sopra la testa e poi gliele ho tirate. Invece mi guardava, continuava a guardarmi, non ha smesso neanche quando mi sono sdraiata sopra di lui. Quando l’ho preso dentro di me. Quando ho incominciato a muovermi. Non ha mai chiuso gli occhi. Non ha partecipato all’amore che con il suo strumento, come un solista troppo abile per suonare con gli altri, come un virtuoso deciso a non mescolare il pathos con la tecnica. Il suo sguardo puntato su di me rallentava il compimento di quel piccolo miracolo per noi così consueto. Mi è sembrato di oltrepassare il confine fra il piacere e il disagio, di lasciarli debordare l’uno nell’altro. Alla fine mi facevano male i polsi, le mani puntate sul letto, mi facevano male le braccia e la schiena che esagerava l’arco naturale. L’orgasmo è arrivato contro la sua volontà, l’ha rifiutato con un suono gutturale, mentre io scioglievo la tensione del compimento in un fiume di lacrime silenziose.

L’amore che dura, Lidia Ravera, Bompiani. Carlo ha raccontato con tenerezza la loro storia d’amore giovanile in un film che lei, Emma, rimasta con la compagnia di tutti i suoi ideali fuori tempo massimo a insegnare in borgata a Roma mentre lui veleggiava verso New York in cerca della fama registica quasi raggiunta, ha, offendendolo, stroncato (e vuole scusarsi, per questo e per un altro segreto, ben più significativo, che ha affidato a quattro diari e che vuole, non sapendo bene come, finalmente confessare a lui che è ignaro): sono passati quarant’anni da quando si sono incontrati ai tempi della rivoluzione femminista, venti da quando si sono detti addio, ma addio non è stato, perché sono rimasti comunque legati (è per questo che dura un amore, perché ci si continua a rincorrere e riverberare nell’altro?), adesso hanno un appuntamento, è l’ora del redde rationem. Ma… Due, si sa, non è il plurale di uno, né semplicemente il suo doppio, nonostante quanto la matematica, inopinabile per antonomasia, imponga: è un’intersezione di piani spesso inconciliabili, è, la coppia, un edificio sghembo costruito su un terreno sdrucciolevole, e Lidia Ravera ne conosce e sa raccontare le universali e intime dinamiche, con sensibilità.

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“Animali per esperti”

71jd6V6tBnL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mia madre dice che la storia si ripete.

Animali per esperti, Eva Menasse, Bompiani, traduzione di Francesca Gabelli. Persino le lacrime dei coccodrilli possono essere nutrienti, se si è una farfalla, oppure un’ape, agli opossum si può praticare la respirazione bocca a bocca, ed esistono finanche bruchi che, come se si trattasse di personaggi dei cartoni animati o di uomini avvezzi da autolesionismo, da soli si scavano la propria fossa: sono eventi reali quelli che l’autrice colleziona nello spirito della composizione di una vera e propria Wunderkammer attraverso una certosina ricerca, e da cui prende le mosse, significative allegorie per indagare l’animale più strano, imperscrutabile, complesso, contraddittorio di tutti, l’uomo. Racconti compiuti come brevi romanzi compongono il mosaico del reale grazie a una prosa sopraffina, da non lasciarsi sfuggire.

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“Giacomino”

41IHdsafBML._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le prime delusioni, i disinganni, che sarebbero stati molti, avrebbero cominciato a farsi sentire diversi mesi più tardi.

Giacomino, Antonio Debenedetti, Bompiani, introduzione di Silvio Perrella. È stato uno dei più grandi intellettuali della nostra storia, ma gli amici lo chiamavano col vezzoso diminutivo che fa subito sovvenire alla mente il giovane che mette incinta quella Lillina che il pirandelliano professor Toti, anziano e solo, insegnante ginnasiale di paese, decide di sposare per assicurarle la pensione nell’ambito di una novella che è diventata anche opera teatrale e cinematografica e che dell’autore premio Nobel nel millenovecentotrentaquattro presenta pressoché tutti i temi fondamentali, ossia l’incapacità dello stato, i paradossi esistenziali dell’individuo, i dilemmi che scaturiscono dallo stigma sociale nelle sue varie forme: Antonio racconta Giacomo, Giacomino, il figlio ritrae il padre, e insieme la madre Renata, figura di spicco della cultura, i maggiori esponenti della letteratura novecentesca – Saba, Montale, Natalia Ginzburg, Soldati, Savinio, Castrati, Gadda… – che gravitavano attorno alla casa natia e, intessendo con sapienza ricordi, le vicende esistenziali di un’intera comunità. Un classico da conoscere e riconoscere.

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“La terra promessa”

81srvMfbdcL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La Jole sapeva che il mondo era fatto così, l’aveva imparato a sue spese col carbonaio che aveva cercato di abusare di lei…

La terra promessa, Matteo Righetto, Mondadori. Si conclude con questo romanzo l’epica trilogia della patria che affonda le sue radici nella Val Brenta in cui Agnese e Augusto, i genitori di Jole e Sergio, d’otto anni minore rispetto alla sorella, coltivano tabacco, a Nevada: è tempo di partire per questi ragazzi, di migrare, la vita è una scoperta, una scommessa, un’avventura, un debutto. Per la prima volta prendono il treno, per la prima volta vedono il mare, che atterrisce eppure conquista, e freudianamente sciaborda familiare, per la prima volta sono a Genova, per la prima volta salgono su un bastimento, per la prima volta salpano verso il nuovo mondo, curiosi di vita e bisognosi di felicità, preparati al dolore e pronti al sacrificio che ben conoscono e che sperimenteranno ancora. Da non perdere, oggi più che mai.

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“Noi, bambine ad Auschwitz”

718v-Q7OVXL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Vicino alla nostra baracca ce ne sono altre di sole donne.

Noi, bambine ad Auschwitz, Andra Bucci, Tatiana Bucci, Mondadori. La differenza è poca, ed è con ogni probabilità questo ciò che le salva, che non le fa finire direttamente nel camino: le scambiano per gemelle, e quindi dopo che la famiglia, che a Fiume si illudeva di aver trovato pace dopo anni di persecuzioni, è stata portata al completo prima a Risiera di San Sabba e poi ad Auschwitz-Birkenau, vengono internate, non immediatamente uccise, insieme a centinaia di migliaia di piccoli. Dopo mesi di orrore puro arriva la liberazione, all’inizio del millenovecentoquarantacinque, ma la loro odissea non è ancora conclusa: e quando finalmente si ritrova l’armonia, resta un dovere: la memoria, il racconto, la testimonianza. Questa è una storia vera: essenziale.

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“Uccidi i tuoi amici”

71UYWwGwdcL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il mio settore, da sempre resistente al cambiamento (negli anni Cinquanta odiavamo l’idea dei singoli; negli anni Settanta le cassette erano il nemico; all’inizio degli anni Ottanta il cd era l’Anticiristo: ah, ma ci adeguiamo sempre in fretta), ancora non si è bevuto tutte queste assurdità. Ma per fortuna sembrano averlo capito ben poche donne. Ne abbiamo già un mucchio e altrettante spingono per entrare. Ogni giorno in ufficio arrivano vagonate di curriculum. Ragazze acqua e sapone con eccellenti qualifiche che non vedono l’ora di avere un posto dove, per sgobbare dodici ore al giorno, venire molestate dalla mattina alla sera e avere a che fare con ogni tipo di comportamento tossico, fatto, ubriaco, inaffidabile, irrazionale, offensivo, esigente da persone come me, verranno ricompensate con qualcosa come quindicimila sterline all’anno, qualche pass per i backstage e un’occhiata di sfuggita ai divi quando fanno un salto in ufficio. Nei cessi, negli uffici, nei ripostigli, sulle scale di servizio e sui freddi sedili in pelle delle Saab, delle Bmw e delle Mercedes, succhieranno cazzi e lo prenderanno nel culo. I loro vent’anni passeranno in un lampo attraverso un olocausto di feste, emicranie, sperma e champagne scadente, finché, un bel mattino nel prossimo futuro, si sveglieranno e si scopriranno trentacinquenni con le tette cadenti, il ventre avvizzito e incancrenito, occhi stanchi e morti, e la pelle devastata dalle ore piccole, dalla droga e dai cazzi. Qualche fortunella, tra queste ragazze, grazie a un’abile combinazione di vile astuzia e pompini fatti ad arte, riuscirà a sposare uno dei dirigenti per cui lavora e a restarci aggrappata – al massimo – per un decennio, tirando su i figli e arredando casa mentre lui fa tardi in ufficio ingroppando a una a una le aspiranti sostitute. Alla fine o lei si imporrà o (più probabile) lui la rimpiazzerà con una delle Sophie o Samantha di turno.

Che sia il millenovecentonovantasette e ci si trovi in Inghilterra, con al governo il Labour incoronato dalla vittoria più larga della sua storia sotto la guida del più giovane primo ministro da centoottantacinque anni a quella parte, ossia Tony Blair, e non Theresa-volevo-essere-la-Thatcher-ma-la-mia-statura-di-statista-è-ridicola-May, e che il pop britannico domini il mondo (ma l’algida Albione è sugli scudi in ogni campo: si pensi al fulgore della stella di David Beckham, che unirà due anni dopo le sue sorti matrimoniali a Victoria, diva non a caso proprio delle Spice Girls campionissime di vendite, in un’epoca in cui Ariana Grande, Lady Gaga e Lana Del Rey sono ancora delle bambine…) facendo sì che l’industria discografica griffata Union Jack sia più in forma che mai è in fondo (benché la ricostruzione degli ambienti, dei personaggi, delle situazioni, dello Zeitgeist e di tutto il contesto sia impeccabile, come del resto la prosa, feroce, esilarante, esplicita, priva di falsi pudori, bruciante, tragicamente vera e maestosa di John Niven, autore scozzese che non ha bisogno di presentazioni e che ha davvero lavorato per un decennio nel mondo della musica) solo una casualità, un pretesto: homo homini lupus ovunque e dovunque, sempre, da sempre e per sempre, mors tua vita mea, specie negli affari, essere persona di successo è ben altra cosa che essere una persona di valore (anche perché di solito, e non solo nella tanto vituperata Italia in cui il mercato del lavoro è all’abominio più assoluto, tra ruolo ricoperto da un lato e competenza e professionalità dall’altro la proporzionalità è inversa…), dove c’è potere non mancano brame, sesso, droga e delitti, non c’è nulla di più galvanizzante che, come dichiara con sicumera e soddisfazione una delle voci di questo irrefrenabile e irresistibile romanzo, schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono e sentire i lamenti delle femmine, e anzi la guerra fra poveri si fa ancora più stridente in altri ambiti, e non esistono regole, basti pensare a quanto accade ora, nel mondo sempre più precario, reificato e reificante d’oggi, quando finanche per sette euro lordi di articolo di nulla sul nulla scopiazzato da Wikipedia e spesso con una sintassi discutibile c’è persino, all’apoteosi dello squallore, chi vende – può sembrare iperbolico, ma forse in verità si sta addirittura edulcorando, purtroppo… – sé (e i gusti sessuali improvvisamente diventano quanto di più fluido esista…), la madre, il padre, la nonna, le amicizie, ammesso e non concesso che sleali relazioni che vanno bene per una storia su Instagram, che dura quindici secondi e dopo ventiquattr’ore non c’è più, possano essere considerate tali, tra sorrisi falsi e coltellate autentiche, e tutto quel che può, soprattutto la dignità che non ha interesse ad avere, considerandola un orpello inutile e dimostrando di saper lavorare meglio che alla scrivania sotto di essa. Steven è un discografico sulla cresta dell’onda, ma i venti della crisi già cominciano a spirare: e lui, che non può né vuole fermarsi, sceglie di sporcarsi davvero le mani… Uccidi i tuoi amici, Einaudi, traduzione di Marco Rossari: monumentale.

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