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“CTRL + Z”

35130827_1637525286296688_4100091242367418368_ndi Gabriele Ottaviani

Christoph, quel giorno, si autoinvitò per il tè. I Werner cercavano di farlo venire il meno possibile a casa loro perché ogni volta dovevano affittare il cuoco e due domestici che servissero in tavola, e questo comportava un grande esborso di quattrini. Lui e Marie si sedettero in salotto, Lawrence era seduto al piano con Karl, Christoph dava loro le spalle mentre Marie era precisamente davanti a loro. «Grazie Marie, avevo proprio voglia di un bel tè cal…». Appena Christoph iniziò a parlare Lawrence premette di più le dita sui tasti e schiacciò il pedale. Christoph voltò di poco il viso e lo guardò con la coda dell’occhio, poi disse fra i denti: «Non possono interrompere la lezione almeno quando io sono in questa casa?». Lawrence dietro di lui enfatizzava i movimenti delle braccia e schiacciava sempre di più i tasti. Marie si portò una mano alla bocca per non far vedere che rideva. «Beh, allora mio fratello disimparerebbe a suonare, visto che tu sei sempre in questa casa». «Cosa vorresti dire?». «Niente, caro, era solo una constatazione».

CTRL + Z, Margherita Giusti Hazon, L’Erudita. Quando si vuole annullare l’ultima modifica, azzerare l’ultimo passaggio, cancellarlo come se non fosse mai esistito e ricominciare dal punto di partenza – anelito che spesso nella vita, quando si erra, ci si ritrova a bramare – l’operazione che è consigliabile effettuare, perché in un attimo ci consente di ottenere il risultato desiderato, è proprio quella enunciata dal titolo del bel romanzo di esordio di Margherita Giusti Hazon, che è evidentemente amante e conoscitrice appassionata dell’arte delle luci nelle case degli altri, ossia la letteratura, che si affaccia al limitare delle esistenze altrui e proprie, scosta le tende, si sporge dal davanzale, osserva e comunica, antidoto impareggiabile alla solitudine, e anche di quella che viene classificata come settima, ossia il cinema, che della narrazione per il solo tramite delle parole è sorella legata da un vincolo strettissimo, tanto che non può non fondarsi che su una solida scrittura, cui aggiunge i doni del suono e dell’immagine, filtrati dalla sensibilità dei suoi artefici e interpreti. Si premono in sequenza due tasti e via, quel che è stato non è più. Eppure resta, comunque, retaggio, lascito, eredità, traccia à la Vico di corsi e ricorsi storici, perché le istanze che l’uomo propone, le domande esistenziali che affiorano alla soglia della sua coscienza, individuale e collettiva, sono sempre le stesse, nelle azioni e nei pensieri, al di là dello spazio e del tempo. E costruendo una raffinata dialettica fra tre epoche diverse la giovane e raffinata autrice dà corpo con una lingua alta e accurata e una prosa intensa e ricca di riferimenti a una storia corale emozionante, originale, coinvolgente, convincente, romantica, intima, delicata, moderna e divertente sul tema dell’amore, della sua ricerca, del tentativo di sopravviverne alla perdita e di riconquistarlo. Da leggere.

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“Tu, paesaggio dell’infanzia”

416qfymKU+L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Perché ci sia questa magia dell’uomo che cammina,

in un tempo che a dispetto di molti, non si ferma, non finisce,

e si assottiglia per arrivare a domani.

Tu, paesaggio dell’infanzia – Tutte le poesie (1997-2018), Alba Donati, La nave di Teseo. Il linguaggio poetico di Alba Donati, che prende le mosse da una sensibilità colta e raffinatissima nonché dall’esperienza individuale che sa farsi riverbero dell’immaginario collettivo in quanto chiave di volta di una rete di relazioni tra interiorità ed esteriorità, empatica corrispondenza fra sensi e intelletto, emblema di umana e solidale partecipazione di un ambiente che ci appartiene e rappresenta e a cui noi a nostra volta apparteniamo, è ricco, epico, scabro e solenne, eppure al tempo stesso delicatissimo. Sa farsi voce del sempiterno cambiamento e cantore inesausto di ciò che rimane, delle radici, delle emozioni. Da non perdere per nessuna ragione. È la prova che la bellezza possa essere salvifica, che la natura e la letteratura siano generose e mai dome nutrici.

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“Quello di dentro”

514-2sVFe6L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono ancora io. Solo per ricordarti che hai i giorni contati. Ti hanno preso, penso che ormai lo sappia. Mah, forse non c’è neanche bisogno che te lo ricordi. È solo il piacere che provo nel vederti inchiodato. Con l’occhio della mente, come si dice. Ovvio che hai ancora una via di uscita – una scappatoia. Puoi ripensare tutto dall’inizio. Puoi lasciarmi unica autrice. Non sarai accusato di niente – di nessuna falsità – bugia – deformazione. Resterai pulito. Candido. Non è mai stata colpa tua se hai tirato per i capelli certe “verità”. Se hai inquinato certi fatti per attribuire loro una “giustizia poetica”. Se ne hai manipolati altri per dargli una nuova apparenza di senso e continuità. Se non sei meno confuso di sempre. Potresti chiedermi perché dovrei accettare la falsificazione e ti risponderei, senza problemi, che per me è un piacere riagganciarmi al vecchio mondo. Avanguardia, se vuoi. I lupi mannari del folklore dimenticato del XX secolo. Quelli che ci hanno salvati dal nichilismo aziendale. Quelli che girano nei piccoli centri commerciali a testa bassa, tastando la molotov nella tasca della giacca e ogni tanto facendosi saltare in aria. Proprio come ai vecchi tempi. Ai tempi di allora.

Quello di dentro, Sam Shepard, La nave di Teseo, traduzione di Massimo Bocchiola. Sam Shepard (Frances, Follia d’amore, Crimini del cuore, Fiori d’acciaio, Il rapporto Pelican, La neve cade sui cedri, Passione ribelle, Codice: Swordfish, Black Hawk Down, Le pagine della nostra vita, I segreti di Osage County, In dubious battle), in assoluto uno dei più grandi scrittori, drammaturghi e attori di cui si possa avere memoria, è sfortunatamente, dopo non poche tribolazioni, passato già da qualche tempo ai più. Ma si sa, Tagore lo ha detto in modo magnifico, scrivere un libro è uno dei viatici attraverso i quali ci si guadagna la sopravvivenza all’oblio: e questa pinacoteca di tipi umani raccontati attraverso una lente che riproduce con asciutta e icastica esattezza la caleidoscopica policromia dell’esistenza, specie quella meno canonica, quella degli ultimi, degli umili, ai margini di una società che invece fa della protervia il suo nume tutelare, è da non perdere. Se poi aggiungiamo anche il fatto che la prefazione è di una certa Patti Smith…

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“Molto lontano da casa”

51+4ONN5BFL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il giorno dopo Beverly cominciò a dare il suo contributo in casa. Andò a fare la spesa. Cucinò. Tolse la segatura lasciata dal muratore sul pavimento del nuovo salone e gli adesivi della Pilkington dai vetri delle finestre. Nessuno le avrebbe impedito di vedere Bachhuber. Doveva essere stato quello il pensiero da cui era partita. Costituiva ancora una seccatura, ovviamente, ma almeno adesso aiutava i bambini con i compiti. Il “Melbourne Argus” era uscito con dei supplementi a colori dedicati alla visita della famiglia reale e lei si era seduta sul pavimento del soggiorno armata di carta da disegno e di un barattolo di colla fatta in casa e si era messa a ritagliare immagini della “corona”, dello “scettro” e del “globo”. Si era anche fatta fare i capelli in modo tale che la gente facesse commenti sulla sua somiglianza con la regina. Aveva scavato una fossa in mezzo al prato dietro la casa senza chiedere il permesso, facendosi aiutare dai bambini. Aveva messo delle pietre calde nella fossa e aveva cucinato l’agnello secondo lo “stile dei maori”, come sosteneva il “Women’s Weekly”. L’agnello non si era mai cotto del tutto, ma quel che è giusto è giusto: mia sorella si stava guadagnando vitto e alloggio. Bachhuber la incoraggiava a credere di essere un’esperta di cartine. Le concedeva di tenerci lezioni sul Compendio della cartografia australiana.

Molto lontano da casa, Peter Carey, La nave di Teseo, traduzione di Elena Malanga. Titch nell’Australia sudorientale è una vera celebrità: è, nonostante sia succubo di un padre a dir poco castrante, il miglior venditore d’auto del circondario. Sua moglie, Irene, è un’appassionata di velocità: la guida pericolosa la manda letteralmente in solluchero. Insieme, e facendo sì che sia della partita come terzo membro dell’equipaggio, l’indispensabile navigatore, anche Willie Bachhuber, campione di quiz radiofonici e maestro di scuola fallito, partono per l’avventura della Redex Trial, una gara attraverso l’isola-continente fatta per uomini e donne ricolmi di grinta e carattere e veicoli che non temono nulla. Come ogni viaggio, però, soprattutto quando ci si trova dinnanzi al Moloch del pericolo, emerge la vera natura, e più si tenta di reprimerla più la deflagrazione è tonante… Graziosissimo e formidabile.

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“Le uova del drago”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Don Felice si volta di sottecchi sul patio e gli regala un sorriso largo di bocca sdentata: «Latte, certo, ma anche un dito di vino, che è il latte di noi vecchiarelli». Come una vecchia coppia usa a farsi solo amorosi dispetti, tra il venerando insaponatore e l’arcivescovo valgono entrate e uscite da avanspettacolo. «Va bene, ma adesso fila in casa, giovanotto» intima monsignore. «Bada di non prendere freddo e lasciami solo con don Angelo.» Cui subito domanda: «Senti freddo?». «Nonzi, monsignore» risponde il giovane sacerdote mentre gli prende la mano per baciare infine l’anello. «Potrei dire» fa in tono ancora scherzoso l’arcivescovo «che è mia penitenza starmene qua fuori, tra i primi umidi, all’aria aperta. Invece è mio capriccio. Sento sempre troppo caldo: la pressione del sangue mi fa arrostire.» E, raddrizzato il copricapo che aveva calato sugli occhi per fare scrigno al sonno sulle palpebre chiuse, prende a braccetto l’ospite e lo porta verso la balaustra del terrazzo, dove infine raspa un sospiro pieno verso la piega più inclinata del giardino. Sullo sfondo guizzano i colori del mare, l’ombra della montagna e subbuglio di manovre militari. Sulla testa i due preti hanno i rami di un gelso gigante, e ai piedi, sul pavimento, le macchie ormai asciutte dei suoi frutti piovuti in estate. «Non c’è rischio che ne cadano più» rassicura l’arcivescovo. «Ora è tempo di vendemmia.» Appeso al braccio di don Angelo, monsignore si lascia cadere sui ginocchi, e in ginocchio trascina il giovane prete. Cava dalla tasca del giacchetto un rosario e, sempre con quell’occhiata cui mai nessuno ha opposto un rifiuto, dispone: «Intanto preghiamo, facciamo il nostro dovere».

Le uova del drago – Una storia vera al teatro dei pupi, Pietrangelo Buttafuoco, La nave di Teseo. La Sicilia della metà degli anni Quaranta è un luogo di solenne e tragica bellezza, dove la storia si dipana come il gomitolo del destino che le Parche tengono saldamente nelle proprie mani, consapevoli della sorte di ogni ignaro abitante di questa valle di lacrime che chiamiamo terra: ma è anche un posto dove la normalità è la stranezza. Basti pensare alla missione nazista denominata Uova del drago, a capo della quale c’è la spia, scelta da Hitler in persona, Eughenia Lenbach: giovane, bella, pericolosa, aiutata nei suoi progetti da una compagine di undici musulmani, che non sbarcano sull’isola insieme agli Alleati bramosi di risalire e liberare lo Stivale e di sconfiggere l’odiato nemico non per giocare a calcio come il numero potrebbe magari far supporre, bensì sotto le mentite spoglie di un abbigliamento da frati cappuccini. E… Si tratta di una vicenda realmente accaduta, ma Buttafuoco, affabulatore impareggiabile, le conferisce la grandezza dell’epica, dando vita a una narrazione policroma, avvincente, seducente.

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“Il più fortunato”

image003di Gabriele Ottaviani

Luka stava sfogliando dei documenti sulla propria scrivania, fissando il muro, quando il suo telefono suonò. Stava per catapultarvisi sopra, ma poi si trattenne e fece un bel respiro. Era Nick. Dio, avevano avuto un weekend infernale, però Luka doveva rispondere. Evitare di parlare con lui, anche dopo tutto quello che aveva passato a causa di quell’uomo, gli era impossibile. Rispose poco prima che partisse la segreteria telefonica. «Ciao,» rispose con esitazione. «Ehi! Cosa stai facendo?» Il tono di Nick era allegro. «Non lo so. Tu chi ti stai facendo?» Luka desiderò rimangiarselo non appena gli uscì di bocca. «Luka…» «Scusa. Ma mi ci vorrà un po’ per superare sabato sera, Nicky. Fa ancora male.» Nick tossicchiò. «Te l’ho detto. Non voglio avere più niente a che fare con quelle stronzate. Lo sai già.» «Con quante di quelle persone sei andato a letto? Hai mai baciato nessuno di loro?» Luka non desiderava conoscere la risposta, ma doveva saperlo. Il solo pensiero della lingua di quella ragazza, Julie, nella bocca di Nick gli faceva venire il vomito. «Cazzo, no! Non ho mai voluto baciare nessun altro.» Nick sembrò realmente indignato. Era già qualcosa. Finché Luka non ricordò il perché. «Oh, già. Perché non ti piace baciare. Sarebbe troppo intimo.» Nick fece un verso strozzato. «Perché ne stai parlando? Potrei anche essermi dato da fare con qualcuno di loro in un’altra vita, ma no, non ho mai baciato nessuno, e io adoro baciare. Ma solo te. Per favore, possiamo smettere di parlare di qualcosa che non è mai successo? Vorrei portarti fuori a pranzo.» «Dove?»

Il più fortunato, Piper Vaughn, M. J. O’Shea, Triskell, traduzione di Daniela Righi. Nick è allo sbando. Ha solo una speranza. Il rehab. Entra in un programma per disintossicarsi. La sua vita ormai è fuori controllo, e lui deve assolutamente riprenderne in mano le redini. È arrivato persino a essere geloso del nuovo amore di suo fratello, il punto di non ritorno è a un passo, il pubblico ludibrio una dolorosa realtà per lui che è abituato all’acclamazione dei suoi fan, unico suono che sovrasta il raggelante silenzio della solitudine che lo attanaglia. È bisessuale, e un tipo come Luka, gay piuttosto vistoso ed effeminato, normalmente determinerebbe in lui esclusivamente una reazione di scherno. Ma… Intrigante, fluido, convincente.

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“Pellegrini del sole”

FAGAN.Pellegrini del sole.pg.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Non li sopporto, quei bastardelli”, dice Barnacle guardando i bambini che scappano via. Dylan si mette a ridere. “Stella non è cattiva come quei ragazzini, e fonderà un nuovo partito politico”, fa lui. “È una perla rara. E quale sarà la sua linea politica?”. “Ogni essere umano si impegnerà a sottoscrivere un contratto per prendersi cura a vita della Terra, e la guerra contro le donne avrà fine”. “Beh, maledizione, tutto questo non accadrà mai, non è vero? Ha le stesse probabilità che ho io di ricominciare a camminare con la schiena dritta”, commenta Barnacle con aria sprezzante. “E invece tu che cosa proporresti?”. “Alcolici gratis”, dice lui. “Interessante”. “E pure le prostitute”. “Capisco. Ma chi le pagherebbe, se sono gratis?”. “Non ci ho ancora pensato. Magari potrebbero caricarcele sulle tasse; o gli stronzi matricolati potrebbero pagare meno per le seconde case? Oppure le donne potrebbero lavorare gratis?”. “Si chiama schiavitù”. “Sì, sì, è ovvio, hai ragione. Beh, allora potremmo prendere tutti i cretini e trasferirli su un altro pianeta. Sarebbe il posto perfetto per loro. Chiaramente starai pensando che anch’io sia uno di quei cretini, ed è proprio così, ma siamo cresciuti tutti in mezzo alla follia. Chi comanda ha dalla sua polizia ed esercito, con le loro armi e i mezzi blindati, e gente ben addestrata a uccidere, ad arrestare, incarcerare, minacciare, per essere sicuri che tutto vada come vogliono i partiti al potere. Ma siamo liberi, no? Liberi di essere fottuti ben bene fino a trascinarci nella nostra schifosa tomba! Ecco quanto cazzo siamo liberi”. Le fiamme del falò guizzano qui e là; i volti delle persone si trasformano nella luce del fuoco, sembrano felici un attimo prima e tristi subito dopo. I bambini corrono intorno al falò tra le scintille. “Sei già stato nella zona industriale, Dylan?”.

Pellegrini del sole, Jenni Fagan, Carbonio. Traduzione di Olimpia Ellero. In un futuro vicino vicino e niente affatto incredibile, visti i venti, per nulla rassicuranti, che spirano, portando via con sé l’umanità e lasciando spazio alla pertinacia opportunista del cinismo, il Babylon, il più piccolo cinema d’essai d’Europa, come tutto ciò che abbia anche solo vagamente un delicato e tenue profumo di cultura, è soffocato dalla generale ossessione per il profitto, che di altri dati, record e soprattutto emozioni che non si possono quantificare a suon di istogrammi non si cura, schiacciato dalla pesantissima lapide dei conti impossibili a saldarsi e abbandonato al suo triste destino dalla dipartita di Vivienne McRae, che alla sala al 345 di Fat Boy Lane, in quel di Soho, prima di lei gestita da Gunn, sua madre, ha dato, tra un gin e l’altro, vita e anima. Sta chiudendo. A sigillare gli ultimi scatoloni pronti per il mesto addio, mentre è anche alle prese con un dopo-sbornia a dir poco micidiale, c’è Dylan, il figlio di Vivienne, un nerd dall’altezza watussa che deve lasciare il locale agli ufficiali giudiziari e iniziare una nuova avventura. Perché sì, sua madre ha pensato a una via di fuga: il problema è che tutto il continente è attanagliato da una morsa di gelo senza precedenti, sembra quasi la fine del mondo… Potente, intelligente, allegorico, brillante, scritto con brio, ironia, acume, profondità e raffinatezza, è una sintesi impeccabile e impietosa, ma a cui non fa però nemmeno difetto la favilla della speranza, della nostra realtà impregnata di sperequazione e speculazione: è sempre possibile però cercare un’altra strada, un altro modo per vivere. Da non perdere.

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