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“The burnt orange heresy”

the-burnt-orange-heresydi Gabriele Ottaviani

The burnt orange heresy. Ovvero, L’eresia dell’arancio bruciato. Fuori concorso. Il film di chiusura – un po’ debole, in tutta onestà – della settantaseiesima mostra d’arte cinematografica di Venezia, nel complesso viceversa, come del resto accade pressoché sempre, caratterizzata da un livello medio certo non basso, anzi. Di Giuseppe Capotondi. Con protagonisti Claes Bang, Elizabeth Debicki, Mick Jagger e Donald Sutherland, che non si può affatto dire che compiano il proprio dovere in modo malvagio. Al netto della sospensione dell’incredulità necessaria per non rimanere un po’ esterrefatti in certi frangenti, soprattutto quando la non necessaria, e meno interessante rispetto alla linea principale, sottotrama thriller prende il sopravvento, è la godibile storia di un affascinante critico d’arte più di forma che di sostanza, un uomo dunque che per natura e professione è avvezzo a compiere discettazioni, analisi e finanche vaniloqui millantatori sull’arte, la bellezza, il nulla, il vero e il falso, che in Italia incontra una ragazza di un paesino del Minnesota a sud di Duluth che sostiene di chiamarsi Berenice e la invita a recarsi nella tenuta sul lago di Como di proprietà di un prestigioso collezionista che vuole metterlo in contatto con un artista formidabile che ospita, un eremita à la Salinger. Ma…

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“Lingua franca”

2007201915450311908di Gabriele Ottaviani

Lingua franca. Nelle Giornate degli autori. Di Isabel Sandoval. Con Isabel Sandoval, Eamon Farren, Lynn Cohen, Lev Gorn, Ivory Aquino e PJ Boudousque. La storia è quella di Olivia, un’immigrata filippina che non avendo documenti ha il terrore che le autorità americane la rispediscano da dove è partita in cerca di fortuna. La carta verde attraverso il matrimonio è un miraggio, Olivia fa da badante a un’anziana ebrea russa a Brighton Beach, Brooklyn, e dopo un po’ intreccia le sue sorti con il nipote di quest’ultima, Alex, dipendente in un mattatoio, che però, scoperta una dolorosa verità sul conto della donna, non manca di ferirla traendo vantaggio dalla sua paura. Ma… Sensibile ed emozionante.

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“Just 6.5”

just-6-5-659x439di Gabriele Ottaviani

Metri shesho nim – Just 6.5 – Sei milioni e mezzo. Di Saeed Roustaee. Con, fra gli altri, Payman Maadi, Navid Mohammadzadeh, Parinaz Izadyar, Farhad Aslani e Hooman Kiaie. Nella sezione Orizzonti. Nasser Khakzad è un boss della droga, e il traffico di sostanze stupefacenti è una vera piaga in città. Sulle tracce dell’uomo si muove la squadra narcotici, in particolare attraverso uno dei suoi elementi di spicco, Samad, che riesce a rintracciare l’obiettivo della sua indagine. Ma non può fare a meno di interrogarsi in merito a quanto abbia influito l’ambiente sulla scelta di delinquere. E… Ben scritto, ben diretto, ben interpretato, politico nel senso più alto del termine.

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“Nevia”

1565787049226di Gabriele Ottaviani

Nevia. Nella sezione Orizzonti. Di Nunzia De Stefano. Con Virginia Apicella, Pietra Montecorvino, Rosi Franzese, Pietro Ragusa, Franca Abategiovanni, Simone Borelli e Gianfranco Gallo, fra gli altri. Minuta, delicata, fragile, tenace, cresciuta assieme alla nonna Nanà, la zia Lucia e la sorella più piccola, Enza, nel campo container di Ponticelli, Nevia ha ormai diciassette anni. Benché non abbia potuto essere mai bambina, è ancora piccola: al tempo stesso, però, è diventata troppo grande per rimanere lì dove è sempre stata, dunque… Intenso ed empatico coming of age.

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“Atlantis”

atlantisdi Gabriele Ottaviani

Atlantis. Nella sezione Orizzonti. Di Valentyn Vasyanovych. Con protagonisti Andriy Rymaruk, Liudmyla Bileka e Vasyl Antoniak. Siamo nel futuro, ma sembra davvero che non manchi molto: l’Ucraina orientale è un vero e proprio deserto, dove vivere è pressoché impossibile. E infatti Sergeij, un ex soldato che soffre di disturbo post-traumatico da stress, si sente esule oltre che reduce, fuori posto, inadeguato. Inaspettatamente però la sua esistenza ha una svolta quando, in seguito alla definitiva chiusura della fonderia in cui lavora, si unisce, capendo così che un nuovo mondo è forse possibile, alla missione volontaria del Tulipano Nero, il cui obiettivo consiste nel recuperare cadaveri di guerra. Potente ed evocativo.

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“Chola”

choladi Gabriele Ottaviani

Chola. Nella sezione Orizzonti. Di Sanal Kumar Sasidharan. Con protagonisti Joju George, Nimisha Sajayan e Akhil Viswanath. Ben realizzato, è la vicenda di due ragazzi indiani – figli dunque di una terra dalle mille problematiche, che vengono raccontate con accenti lirici ma anche realistici – che si amano e che, all’insaputa della madre di lei, decidono di passare una giornata nella grande città prossima alla località presso la quale conducono le loro semplici esistenze. La gita è stata organizzata dall’uomo, con l’aiuto del suo arcigno datore di lavoro. Il tempo scorre inesorabile e ben presto la coppia deve trattenersi, costretta a passare la notte in un motel, laddove… Intenso.

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“You will die at 20”

2907201918344411812di Gabriele Ottaviani

You will die at 20. Presentato nell’ambito della sedicesima edizione delle Giornate degli Autori. Coproduzione di Sudan, Francia, Egitto, Germania, Norvegia e Qatar. Di Amjad Abu Alala. Con Mustafa Shehata, Islam Mubark, Mahmoud Elsaraj, Bunna Khalid, Talal Afifi, Amal Mustafa, Moatasem Rashid, Asjad Mohamed e molti altri. Una profezia del santone del villaggio sudanese in cui Muzamil nasce rivela alla sua comunità che il figlio dell’iperprotettiva Sakina morirà a vent’anni: per questo motivo il padre, che non può tollerare questa maledizione, prende armi e bagagli e se ne va. Gli anni passano, e arriva il giorno in cui Muzamil diviene diciannovenne… Potente, lirico, simbolico, ammaliante, induce alla riflessione.

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“Waiting for the barbarians”

Screenshot_20190905-203828di Gabriele Ottaviani

Waiting for the barbarians. Di Ciro Guerra. In concorso alla settantaseiesima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Con un eccellente Mark Rylance, Johnny Depp, Robert Pattinson, Gana Bayarsaikhan e Greta Scacchi fra i protagonisti, tutti bravi. Da un romanzo e una sceneggiatura raffinati, buzzatiani e donchisciotteschi, ricchi di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, di colui che sedici anni fa si è aggiudicato il Nobel per la letteratura perché, stando alla motivazione – che assai bene si adatta anche a questo sostrato specifico – dell’Accademia, in innumerevoli maschere ritrae il sorprendente coinvolgimento dello straniero, ossia il sudafricano John Maxwell Coetzee. Il baluardo di confine dell’ultima provincia di un simbolico impero senza nome, allegoria d’ogni potere e d’ogni relativa protervia, oltre che della vanità della guerra e del male, è amministrato attraverso il lento scorrere delle stagioni da un magistrato giusto e umano che attende la pensione con non troppa solerzia, almeno secondo i canoni. Quando però l’amministrazione centrale comincia a far sentire in maniera sempre più pressante la sua ingerenza in relazione specialmente alla passività nei confronti del cosiddetto e presunto nemico, ecco che… Ottimo.

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“La mafia non è più quella di una volta”

Screenshot_20190905-203425di Gabriele Ottaviani

La mafia non è più quella di una volta. Di e con Franco Maresco, che realizza l’ideale e inevitabile seguito, a  qualche anno di distanza, di Belluscone. Una storia siciliana, prendendo le mosse dal venticinquennale delle stragi che hanno ucciso Falcone e Borsellino, le cui celebrazioni sono divenute parate vacue, dal discusso Ciccio Mira e da quella figura straordinaria di fotografa, intellettuale, politica e vivente incarnazione d’impegno civile e dignità che è Letizia Battaglia, continuando col consueto stile surreale e assieme documentario nella rappresentazione catartica, come la tragedia greca, che tanto peso ha nelle radici della storia della Trinacria, insegna, del male, che per Socrate veniva scelto solo per ignoranza del bene, perché del resto, sosterrà poi Cassola, chi ha patito non può sopportare di far o veder patire, per fare in modo che ne appaiono visibili le ineluttabilmente perverse e nefaste conseguenze e la collettività, che però si sente a sua volta frustrata e tradita dalle istituzioni, scelga di fare ciò che è doveroso e giusto e abbandoni la strada più comoda, lastricata di buone intenzioni ma mafiosa nei risultati e nella mentalità, perché è mafioso anche parcheggiare, fosse pure per un solo secondo, in un posto che non ci spetta, è mafioso anche saltare le file, è mafioso anche prendere in giro una ministra per la sua storia di bracciante, o perché è donna, non è giovane, non è alta, non ha il fisico da modella. In concorso alla settantaseiesima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Interessante e riuscito.

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“Gloria mundi”

gloria-mundidi Gabriele Ottaviani

Gloria mundi. In concorso alla settantaseiesima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Del maestro Robert Guédiguian (Dernier été, Rouge midi, L’argent fait le bonheur, Marius e Jeannette, Al posto del cuore, La ville est tranquille, Marie-Jo e i suoi 2 amori, Mon père est ingénieur, Lady Jane, Le nevi del Kilimangiaro, Au fil d’Ariane, Une histoire de fou, La villa), il Ken Loach francese, cambiando quel che dev’essere mutato, che prende il titolo di questa nuova, riuscita e importante pellicola, intrisa di senso etico, civile, morale, sociale e psicologico, dalla celebre frase dell’Imitatio Christi (Sic transit…), divenuta proverbiale e usata in più accezioni e numerosi contesti per sottolineare l’effimera fuggevolezza delle cose materiali per le quali spesso troppo ci si strugge, e che anche in questa occasione indaga la working class ritraendola nel dettaglio e con empatia. Con una nutrita compagine attoriale ottima che vede principali interpreti Ariane Ascaride (è pressoché un’abitudine, per motivi anche familiari), Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin e Lola Naymark. È con la lirica sequenza di un parto che tutto, nella Marsiglia dei giorni nostri, comincia, la nascita di Gloria (dal film di Lelio, verrebbe da supporre stando a quel che dicono i protagonisti…), figlia di Mathilda – cresciuta con grande amore dalla madre Sylvie, donna delle pulizie che non può permettersi la solidarietà con chi sciopera, e dal secondo marito di lei, un uomo buono che guida gli autobus con cui la donna ha concepito Aurore, secondogenita gelosa e arrivista con coniuge, Bruno, degno compare – e Nicolas, che pare un po’ irrisolto, almeno secondo i canoni della nostra società che troppo sovente misura il successo solo sulla base dei beni comprati e comprabili. Il padre di Mathilda, Daniel, è infatti da molti anni lontano. A Rennes. Nel penitenziario… Formidabile.

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