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“Colombi”

colombi-vedi Gabriele Ottaviani

Nascono nel millenovecentosedici e a dieci anni si trasferiscono in una città del nord del paese, chi provenendo da una valle chi da un romito isolotto del meridione. A vent’anni si incontrano, non posseggono pressoché nulla, hanno un asino per spostarsi, leggono libri e non vanno quasi mai al cinematografo. Nel millenovecentoquarantasei hanno trent’anni, e nel frattempo si sono sposati. Gli oggetti appaiono più solidi, ci sono più macchine in giro, fatte di belle lamiere scintillanti. Ma poi, man mano, quella bellezza, quella solidità, quell’ordine rassicurante va a decadere. Non si ritrovano più, i punti di riferimento si liquefanno, si sentono fuori posto in una società votata sempre più al raccapriccio. Non prendono nemmeno più il caffè, per non aver a che fare con le caffettiere postmoderne, che non hanno più i pomelli ottagonali. E nel frattempo comunque vivono, il signore e la signora Colombi. E passa un secolo d’amore. Colombi, di Luca Ferri, è la solita, consueta, stralunata, affascinante e sovversiva poesia.

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Il Leone del futuro

the-last-of-us-settimana-della-critica-vince-il-leone-del-futuroPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

IL LEONE DEL FUTURO A UN FILM DELLA 31. SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA

“THE LAST OF US (AKHER WAHED FINA)” DI ALA EDDINE SLIM È LA MIGLIORE OPERA PRIMA DELLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA

 

Per la SIC il 10° Leone del Futuro dal 1999, anno di istituzione del Premio

 

www.sicvenezia.it

È THE LAST OF US (AKHER WAHED FINA) di ALA EDDINE SLIM, in concorso alla 31. Settimana Internazionale della Critica, il film vincitore del LEONE DEL FUTURO – Premio Venezia Opera prima “Luigi De Laurentiis” della 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

N arriva dal deserto per raggiungere il Nord Africa e compiere una traversata illegale verso l’Europa. Rimasto solo in Tunisia, decide di affrontare il mare in solitaria. Ruba così una barca e comincia il viaggio, ma presto l’imbarcazione affonda. Da quel momento, il viaggio di N si farà unico e speciale: scoprirà spazi diversi e infiniti, farà incontri intensi e fuggevoli, si confronterà con un’altra immagine di se stesso.

 

DICHIARAZIONE DI ALA EDDINE SLIM

Contro la cecità dominante degli Stati e per la libertà degli uomini e delle donne, non c’è che un solo territorio possibile: quello dell’immaginazione, dove le frontiere non esistono più. Il Cinema non appartiene ad alcuna terra e affronta la follia dei nostri giorni. Che le immagini e i suoni diventino dunque il nostro pane quotidiano. Per più di una settimana ho incrociato volti e paesaggi, e l’energia che vegliava sul Lido. Grazie alla squadra della Settimana Internazionale della Critica, alla Giuria, alla Biennale e a tutti gli spettatori erranti nei sogni a occhi aperti del cinema. 

 

DICHIARAZIONE DI GIONA A. NAZZARO – Delegato Generale della 31. SIC

The Last of Us (Akher Wahed Fina) di Ala Eddine Slim è un’opera che non assomigliando a nulla del cinema contemporaneo si situa al centro dell’oggi e del mondo. Un lavoro visionario e realistico, che rilancia il primato dello sguardo mentre si confronta con la più grave delle emergenze umanitarie dei nostri giorni, offrendo un’immagine potentissima delle possibilità di futuro del cinema.

The Last of Us è il decimo film della Settimana Internazionale della Critica insignito del Leone del Futuro dal 1999, anno dell’istituzione del premio. Questi gli altri film premiati: Questo è il giardino di Giovanni Davide Maderna (1999), Tutta colpa di Voltaire di Abdel Kechiche (2000), Due amici di Spiro Scimone e Roger Dodger di Dylan Kidd (2002), Viaggio alla Mecca di Ismael Ferroukhi (2004), Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (2008), Là-bas di Guido Lombardi (2011), Muffadi Ali Aydin (2012), White Shadow di Noaz Deshe (2013).

Organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la Settimana Internazionale della Critica è resa possibile dal contributo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Direzione Generale per il Cinema, dal supporto di BNL Gruppo BNP Paribas, dal patrocinio di Regione del VenetoProvincia Autonoma di TrentoProvincia Autonoma di Bolzano Alto Adige Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, dal sostegno di Circolo del Cinema di Verona, Hotel Saturnia & International, Tiziana Rocca Production e Istituto Luce – Cinecittà.

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And the winners are…

landscape-1468611200-emma-stone-la-la-landLeone d’oroThe Woman Who Left di Lav Diaz

Leone d’argento Miglior regiaParadise di Andréi Konchalovski e La Region Salvaje di Amat Escalante

Leone d’argento premio della giuriaNocturnal Animals di Tom Ford

Miglior sceneggiatura: Jackie di Pablo Larrain

Coppa Volpi interpretazione femminile: Emma Stone con La La Land

Coppa Volpi interpretazione maschile: Oscar Martínez per El Ciudadano ilustre

Leone d’oro alla carriera: Jean-Paul Belmondo e Jerzy Skolimowski

Premio Marcello Mastroianni: Paula Beer per Frantz

Premio speciale della giuriaThe Bad Batch di Ana Lily Armipour

Leone del futuro – Miglior opera primaThe Last of Us di Akher Wahed Fina

Miglior documentario sul cinemaLe concours di Claire Simon

Miglior restauroBreak Up – L’uomo dei cinque palloni di Marco Ferreri

Miglior cortometraggio OrizzontiVoz Perdida di Marcelo Martinessi

Miglior film OrizzontiLiberami di Federica Di Giacomo

Migliore regia OrizzontiHome di Fien Troch

Migliore sceneggiatura OrizzontiBitter Money di Wang Bing

Miglior interpretazione maschile Orizzonti: Marco Martins in São Jorge

Miglior interpretazione femminile Orizzonti: Ruth Diaz per Tarde para la ira

Premio Speciale OrizzontiKoca Dünya (Big Big World) di Reha Erdem

Premio L’Oreal Paris: Matilde Gioli

Premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker: Monte di Amir Naderi

Persol Tribute To Visionary Talent Award: Liev Schreiber

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Tre premi per “Orecchie”

daniele-parisi2Pubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Tre premi ufficiali a Venezia per “Orecchie”, lungometraggio di Alessandro Aronadio, dopo i 3 sold out, una proiezione straordinaria con un enorme successo di critica e pubblico e un efficace passaparola. Proiezione a Roma il prossimo 20 settembre al Cinema Farnese Persol

Nel cast l’esordiente Daniele Parisi e Silvia D’Amico, Pamela Villoresi, Ivan Franek, Rocco Papaleo, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Andrea Purgatori, Massimo Wertmüller, Niccolò Senni


Incetta di premi
 alla Mostra del Cinema di Venezia per Orecchie, lungometraggio scritto e diretto da Alessandro Aronadio, presentato nella sezione Biennale College: il film, che ha raccolto un enorme successo di critica e pubblico, supportato da un notevole passaparola, ha vinto tre Premi collaterali ufficiali.

Daniele Parisi
 ha vinto il Premio NuovaImaie Talent Award come Miglior Attore Emergente alla Mostra del Cinema di Venezia. Si legge nella motivazione: “un personaggio stralunato che ricorda le celebri maschere del cinema muto, come vuole la storia surreale che il film racconta, riesce a farci perdere e a ritrovarci, proprio come quel fischio misterioso nel suo orecchio che, nel film, ci richiama la realtà”.

Quindi, il Premio ARCA CinemaGiovani per il Miglior Film Italiano a Venezia (una giuria di più di 50 ragazzi, tra i 18 e i 26 anni, provenienti da Italia, Francia e Tunisia) consegnato aOrecchie “per la capacità di esprimere visivamente l’anima stessa della commedia, per l’incredibile qualità della fotografia, per la sorprendente rappresentazione del disagio sociale attraverso un semplice fischio, per il gioco col formato del ratio che comunica efficacemente l’evoluzione del protagonista, per l’umorismo a tutti gli effetti pirandelliano con il quale ogni risata permette di scoprire e scavare all’interno di situazioni e personaggi grotteschi”.

La Giuria del Premio FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), ha inoltre attribuito a Orecchieuna Menzione Fedic – Il Giornale del Cibo destinata all’opera che propone la scena più significativa legata al cibo e alla alimentazione “ per la scena nella quale un cameriere vuole imporre un menù completo immodificabile, con relativo premio, che sembra apparentemente surreale ma coglie esattamente la realtá”.

Orecchie, che sarà proiettato a Roma, nell’ambito della rassegna Venezia a Roma, il prossimomartedì 20 settembre alle ore 20:30 presso il Cinema Farnese Persol di Campo dè Fiori, è stato definito “Un vero e proprio cult movie”, e “Avrebbe meritato il concorso”, secondo i giornalisti presenti alla Mostra. La seconda prova alla regia di Aronadio (già autore di Due vite per caso), che ha realizzato tre sold out nelle proiezioni ufficiali, con una ulteriore proiezione straordinaria, è interpretato da un ricco cast, che comprende il protagonista, Daniele Parisi, al suo esordio al cinema e Silvia D’Amico, Pamela Villoresi, Ivan Franek, Rocco Papaleo, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Andrea Purgatori, Massimo Wertmüller, Niccolò Senni,Francesca Antonelli, Sonia Gessner Paolo Giovannucci. 

Orecchie, piccolo film prodotto con 150mila euro, dai toni grotteschi, girato in bianco e nero racconta di un uomo (Daniele Parisi) che si sveglia una mattina con un fastidioso fischio alle orecchie. Un biglietto sul frigo recita: “È morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”. Il vero problema è che non si ricorda proprio chi sia, questo Luigi. Inizia così una tragicomica giornata alla scoperta della follia del mondo, una di quelle giornate che ti cambiano per sempre. ‘Orecchie‘ ha come unica location la città di Roma, con una variegata selezione di esterni da Via Merulana a Torpignattara, dalle ex caserme di Via Guido Reni al Metropoliz sulla Prenestina, dal Ponte Umberto I alla scalinata di San Pietro in Vincoli, ma anche via di Tor Marancia, il Villaggio Olimpico e Piazza delle Vaschette a Borgo Pio.

Il film, prodotto da Costanza Coldagelli per Matrioska, in collaborazione con Roma Lazio Film Commission,Frame by Frame, Rec e Timeline, è uno dei quattro progetti internazionali sostenuti e prodotti da Biennale College, alla sua quarta edizione, esperienza innovativa e complessa che integra tutti i Settori della Biennale di Venezia, promuovendo i giovani talenti, realizzato dalla Biennale di Venezia, con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali -Direzione Generale Cinema e si avvale della collaborazione accademica con IFP di New York e del TorinoFilmLab.

Orecchie – sottolinea il regista palermitano che ha recentemente scritto gli inediti Cosa vuoi che sia, di Edoardo Leo e Classe Z, di Guido Chiesa – è una commedia sul senso di smarrimento, di scollamento dalla realtà che ci circonda. Un mondo che spesso appare folle, incomprensibile, minaccioso. Sul timore e il desiderio dell’anonimato che combattono continuamente dentro ognuno di noi. Su quel fischio alle orecchie che proviamo ogni giorno a ignorare, nascondendolo sotto la vita. Come polvere sotto il tappeto”

Per informazioni:

https://it-it.facebook.com/OrecchieFilm/

www.labiennale.org/it/cinema/collegecinema/

 

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“I magnifici sette”

the-magnificent-seven-washington-pratt-600x399di Gabriele Ottaviani

Millenovecentosessanta. Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Brad Dexter, Robert Vaughn. Duemilasedici. Denzel Washington, Chris Pratt, Vincent D’Onofrio, Ethan Hawke, Lee Byung-hun, Manuel Garcia-Rulfo, Martin Sensmeier. Ovvero, I magnifici sette. I primi di certo. I secondi no. Ma non perché siano attori particolarmente malvagi (in particolare Ethan Hawke è sempre un signor valore aggiunto in un cast, quale che sia), anzi. Son come gli alunni del maestro Manzi, quello che possono fanno, quello che non possono no. Il problema è un altro. Anzi, vari. Probabilmente il mio papà, che a settantasei anni compiuti ancora non rinuncia al suo Tex settimanale né a qualche incursione serotina, favorita dalla pluralità dei canali del digitale terrestre, quando ha ricezione adeguata, su qualche rete regionale alla ricerca di film in cui Tyrone Power sia ancora giovane e vivo, il che riduce sciaguratamente il bacino, saprebbe spiegarlo in maniera molto più raffinata di me, ma tenterò, augurandomi che la parte del patrimonio genetico legata al cromosoma Y che mi ha trasmesso mi venga in soccorso. Prima di tutto: il western è l’epica. Epica di fondazione. Non si può fare un film western retorico e senza epica. È come fare l’Odissea senza Ulisse. Anche perché qual è la trama del western, di ogni western che si rispetti e si sia mai visto? Dei rudi pistoleri con un passato a vario titolo un po’ torbido alle spalle si lasciano in un’impresa disperata per aiutare della povera gente – padri e madri di famiglia, timorati di Dio – che vuole solo vivere in pace, onesti contadini che un delinquente pieno di sgherri che si è comprato lo sceriffo vigliacco vuole cacciare dalla casa che con sudore e fatica viaggiando lungamente a bordo di scalcagnati conestoga hanno costruito dissodando la grande vallata (Signore, perché ti sei preso Barbara Stanwyck così presto?), e a loro delle concessioni minerarie che sventrano il paesaggio in cerca d’oro importa come del due di coppe quando a briscola regna denari. Magari qui almeno però ci fosse disperazione. A parte quella di chi vede, naturalmente… Secondo problema: il western, specie se ambientato nel milleottocentosettantanove, negli Stati Uniti che si sono lasciati alle spalle da soli quattordici anni la guerra di secessione che ha portato all’abolizione della schiavitù (e c’era meno semplicismo manicheo, con tutto il bene per Abramo Lincoln, che sempre sia lodato, quando Rhett Butler diceva che Il sud ha solo cotone, schiavi e arroganza che non qui…), non può, anzi, non deve essere politicamente corretto. Non è un anacronismo, è un errore, puro e semplice. Allora ambientamelo nella contemporaneità. O subito dopo la morte di Martin Luther King. Io capisco che l’America, e non solo, viva attualmente un grosso e tragico problema di diritti civili, ma qui si esagera. E soprattutto l’intento nobile, che non può venire dal cinema comunque, o perlomeno non esclusivamente, viene svilito. Viene sempre alla mente la celeberrima battuta in stile Amici miei sull’ossessione del non offendere, che diventa più offensiva e ghettizzante della buona fede magari venata di ingenua ignoranza: Ma se il cieco è non vedente, l’impotente è non trombante? Ecco, appunto. Qui siamo più o meno nella medesima situazione. Di fatto tra i nuovi e tutt’altro che magnifici sette ci sono un nero (e Fuqua – il problema, se è permessa un’annacquata facezia, è sia quello che c’è qua che il modello inarrivabile che fu, nomen omen – non fa come Tarantino, e non basta scrivere un numero in cifra anziché in lettere nel titolo per eguagliarlo, che oltre a essere bravo ci costruisce il film intorno, all’uomo diversamente pallido: qui la caratterizzazione dei personaggi è come la minima da Potenza, non pervenuta, e non è credibile che nessuno batta il benché minimo ciglio vedendo un afroamericano che galoppa impunemente centotrent’anni fa per il Far West col suo carico di poteri di amministrazione della giustizia), un pellerossa (che arriva per ultimo, perché erano sei, quindi guarda un po’ il fanciullo si palesa spuntando dal nulla, fanno la conta, sanciscono l’unione mangiandosi un po’ di fegato di cervo e amici come mai prima, per citar Paola e Chiara: che infatti al momento non pare che almeno professionalmente vadano d’accordissimo…), un ispanico e un orientale. Cinese, giapponese, coreano? Non si capisce bene. Meglio, non viene spiegato. Come al solito in questa pellicola. Ora, il melting pot nelle praterie del diciannovesimo secolo in tutta onestà mi sembra un po’ fuori luogo, suvvia. Non manca anche la quota rosa, che in quanto a offensività non è seconda a niente (capisco che le donne abbiano meno opportunità di accedere alla stanza dei bottoni e quindi queste debbano essere loro garantite in pari misura, ma, per Diana, in questo modo si fa passare l’aberrante messaggio per cui sono come una sorta di panda da difendere dall’estinzione o mentecatte da aiutare perché da sole non ce la fanno, quando in realtà lo sanno tutti, specie chi non vuole ammetterlo, che molto spesso sono più brave dei maschi, andando a soffocare il vero respiro di novità che dovrebbe spirare, ossia che non dovrebbe importare nulla se il tuo delegato in parlamento, per dire, ha o no le ovaie, basta che sia il più bravo e onesto di tutti, che poi alla Camera siano 100% donne o 94% uomini non dovrebbe avere significato in un mondo giusto): la vedova di Matt Bomer – sì, d’accordo, lasciamo perdere la sospensione dell’incredulità, con tutto il rispetto per il fascinosissimo e bravo attore (ne hanno presi un mare di belli, che però se hai idee di marketing, caro produttore, devi utilizzare come in Magic Mike, possibilmente aumentando i cosiddetti balletti e riducendo i dialoghi, se no chi ti ci va in sala, quelli che hanno visto l’originale, che tra l’altro sono circa sette miliardi di persone? Ti tirano in testa, senza nemmeno prima aver la cortesia di friggerli alla fermata del treno, i pomodori verdi, che fanno più male, quando si ritrovano di fronte questo film a metà tra una pellicola di supereroi senza la Johansson e Squadra speciale Cobra 11 senza autovetture…), che purtroppo però dura sullo schermo quanto un riccio sulla Cassia Veientana, il tempo di tre primi piani e altrettante battute – ingaggia i giustizieri e spara meglio di loro. No, dico, ci mancava solo che Hawke e Byung-hun facessero la brutta copia di Gyllenhaal e Ledger in Brokeback Mountain (e drammaticamente ci si occhieggia persino, a quel mood…) e poi eravamo letteralmente a cavallo. Ma non i meravigliosi Mustang che galoppano selvaggi, ahimè. Terzo problema: per fare un western devi essere serio ma non serioso. Avere il respiro dell’epica, come già si diceva. Oppure essere sovversivamente ironico. Qui si rimane a metà del guado, tra qualche guizzo divertente e momenti in cui senti distintamente le braccia che ti si staccano lasciando le clavicole in balia della loro solitudine. E a metà del guado, è noto, la corrente ti ammazza, come Genesio in Ragazzi di vita. Quarto problema: la colonna sonora. Meglio, il tema musicale. Il più celebre di sempre. Ta-ta-ta-ta-tatatata-ta-ta-ta-ta. Quando sta per sbocciare, che cosa fai tu, genio del crimine? Mi fai la variazione sul tema più scialba della storia d’occidente. Praticamente ta-ta-ta-puf. Da piangere. Quinto problema: Nic Pizzolatto. Ha scritto True detective. Ecco, fategli scrivere quello. O, che so, Incantesimo. Sesto problema: era il peccato più grave per i greci. La hybris. Prometeo finiva incatenato alla rupe per aver osato troppo, buon Dio. E osare toccare non un western curdo, absit iniuria verbis, del cinquantadue che non conosce nessuno, bensì IL western dei western, è più di troppo. È troppissimo, se consentite il neologismo. Mi rendo conto che poter dire di aver girato I magnifici sette è una roba che renderà splendidi i racconti intorno al fuoco ai nipotini per svariate generazioni, e per cui si andrebbe sul set anche ogni mattina in ginocchio sui ceci partendo dall’altro capo dell’orizzonte, ma bisogna anche vedere come lo giri, diamine. Settimo e ultimo magnifico problema (ce ne sarebbero altri, ma infinita è la mia misericordia): Vincent D’Onofrio parla con una vocetta che nemmeno Paola Quattrini. E allora fatemi citare il Pascoli: disse un nome, sonò alto un nitrito. Almeno gli stalloni – quelli con criniera, coda e zoccoli, beninteso, non fatevi soverchie illusioni – hanno una bella voce. E son proprio bravi. Quasi meglio dell’eccelso asino del film di Kusturica… In sala dal ventidue di settembre. Se vi va.

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“Boys in the trees”

queer-lions2016-boys-in-the-treesdi Gabriele Ottaviani

Millenovecentonovantasette. Diciannove anni fa. La notte tra ottobre e novembre. Ossia quella di Halloween. Quella delle zucche antropomorfizzate e luminescenti. E delle creature mostruose. Che però non fanno, non devono fare paura. Non esistono. Sono altri i mostri, quelli veri. Che invece esistono, eccome. E non si annunciano con una faccia paurosa, anzi. Di norma hanno un’apparenza più che pulita e rispettabile, con o senza skateboard d’ordinanza. E uccidono, sul serio. Il bullismo. L’omofobia. Per esempio. L’assassina paura, il criminale odio nei riguardi di chi è diverso. Di chi si sente diverso e viene segnato a dito, marchiato. E che, escluso, coi mostri ci deve combattere non solo una notte all’anno, ma tutti i giorni della sua vita. Finché qualcosa, in un modo o nell’altro, non muta. Come poi se ognuno di noi non fosse diverso da chiunque altro, e certe volte pure da sé, dal sé di un tempo diverso, perché tutto scorre e mai si ferma. E in quell’età di transizione che è l’adolescenza, che è a sua volta la notte dell’infanzia e della spensieratezza prima che l’età adulta si spalanchi dinnanzi a chi deve ancora viverla con promesse inespresse che fanno tremare le vene dei polsi in attesa d’un’alba felice, la notte della coscienza di chi per gratuità fa del male è un’arma pericolosissima. Tutto in una notte, verrebbe da dire. Quella in cui tutto viene a galla. Quella in cui due amici si ritrovano dopo anni, tra rivelazioni e suggestioni che danno il la all’immaginazione, tra dimensione reale e onirica. Boys in the trees, di Nicholas Verso, scritto benissimo (nel duemilaundici la sceneggiatura è stata premiata al New York Gay and Lesbian Film Festival) e girato – da Nicholas Verso – e interpretato meglio, curato, anche se con qualche incertezza, in ogni dettaglio, convince e coinvolge. In corsa per il Queer Lion insieme ad altre nove pellicole fra cui il vincitore del premio collaterale, Heartstone, tra circa novanta minuti celebrato alla Villa degli Autori, che si è aggiudicato il riconoscimento con la seguente motivazione, ossia per aver raccontato con estrema delicatezza il coming of age di due giovanissimi e fraterni amici, mostrando le difficoltà di accettare sentimenti e passioni omosessuali e per la rappresentazione efficace del conflitto interiore che separa e poi riunisce i due protagonisti, ambientando questa straordinaria storia in un contesto naturale tanto bello quando duro e crudele, si inserisce tra l’altro in quel filone di dolce nostalgia che ultimamente ha fatto tanto scalpore, ma non in sala, con il fenomeno à la Spielberg Stranger things: da vedere.

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“Malaria”

cover1000di Gabriele Ottaviani

Hanna è una bellissima ragazza iraniana inesperta della vita e ansiosa di trascorrere libera la sua esistenza e fuggire da una famiglia patriarcale violenta già abbandonata dalla mamma. Per questo scappa nella Teheran inquinata, fascinosa e festante per lo storico accordo di Vienna sul nucleare insieme al suo Murry, geloso e un po’ immaturo, inscenando un rapimento che coinvolge anche Azi, musicista sfortunato e spiantato che si trova suo malgrado nei guai solo per aver loro dato una mano. Hanna ha un telefono con cui riprende tutti gli eventi della sua vita, e pure altro… Malaria ha delle ingenuità e dei passaggi a vuoto piuttosto significativi, e i sottotitoli italiani sono talmente imbarazzanti che per chi non sia esperto in farsi conviene di gran lunga leggere direttamente quelli inglesi, ma al tempo stesso anche dei guizzi molto interessanti. Si lascia assai ben guardare.

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“El Cristo ciego”

el_cristo_ciego_2016_christopher_murray-01di Gabriele Ottaviani

Lirico, potente, minimalista, splendidamente fotografato, coraggioso, ambientato in posti di struggente, arida e scabra bellezza, che si riflette nella ruvidità dei personaggi che circondano e mal vedono e poco considerano il protagonista, El Cristo ciego, parabola e rilettura per l’appunto cristologica opera di un regista giovanissimo cileno, Christopher Murray, racconta con una certa imprecisione, incompiutezza e naïveté, ma al tempo stesso una notevole ambizione anche per i colti modelli rispettosamente citati e doverosamente omaggiati (viene alla mente persino La ginestra leopardiana, l’inno immortale all’umama solidarietà, oltre che il Pasolini del Vangelo secondo Matteo e non solo), il suo paese negli aspetti più poveri e arretrati, laddove pare non esserci speranza se non affidandosi a qualcosa che conduca verso una trascendenza da quel reale che dal canto suo viceversa respinge e spaventa. Michael era un bambino quando ha convinto un amico a crocifiggerlo. Ne porta ancora i segni. Sostiene di essere una sorta di eletto, di avere un dialogo privilegiato col Signore, con colui che tutti ama, la cui misericordia ha sì gran braccia da accogliere ognuno. Scopre che l’amico ha un incidente, e intraprende un viaggio attraverso il deserto per aiutarlo. Caritas omnia vincit, verrebbe da dire. Assai interessante.

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Premio a Roan Johnson

piuma-roan-johnsonPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Il Premio “Civitas Vitae – Rendere la longevità risorsa di coesione sociale”, giunto alla sua quinta edizione alla73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, va a Roan Johnson, regista di Piuma, presentato nel Concorso Venezia 73.

Promosso dalla Fondazione OIC Onlus il premio collaterale della 73. Mostra di Venezia viene assegnato a un regista o interprete capace di veicolare un’immagine al di fuori degli schemi della longevità ed in generale delle persone in situazione di fragilità.

La Giuria del “Civitas Vitae” 2016, composta dalla scrittrice Antonia Arslan (presidente); il sociologo e presidente del Censis Giuseppe De Rita; l’ex direttore generale di RAI e Sole24Ore Gianni Locatelli; l’attore Alberto Terrani; il musicista e direttore dei Solisti Veneti Claudio Scimone; il critico cinematografico Federico Pontiggia, con il supporto dei precedenti vincitori Costanza Quatriglio e Ivan Gergolet, assegna il Premio Civitas Vitae 2016 a Roan Johnson per Piuma, con la seguente motivazione:

“Talentuoso regista e sapido sceneggiatore, Roan Johnson racconta una (stra)ordinaria storia di coesione sociale, illuminando con profonda leggerezza il passo a due di Ferro e Cate, giovanissima coppia alle prese con una gravidanza inaspettata.

Senza edulcorare la realtà, ma senza eludere le risate, Johnson utilizza il formato famiglia per analizzare i rapporti intergenerazionali – giovani, adulti, anziani – e sottolineare come, in mezzo a mille difficoltà, l’unione continui a fare la forza.

Con il personaggio di Nonno Lino, infine, regala una potente, divertente e resistente immagine di longevità: fuori dagli schemi, dentro la vita”.

La cerimonia di consegna del Premio “Civitas Vitae” si terrà domani sabato 10 settembre alle ore 11.00 presso lo Spazio Fondazione Ente dello Spettacolo (Sala Tropicana 1) all’Hotel Excelsior.

Prendendo il nome dalla principale realtà operativa della Fondazione OIC Onlus, un innovativo social-lab intergenerazionale a Padova, il Premio “Civitas Vitae” nasce nella convinzione che la cultura  – e il cinema in particolare – sia un eccellente strumento per aiutare l’evoluzione sociale e per meglio comprendere le sfide socio-demografiche dei prossimi anni, quando il progressivo allungamento della vita e la denatalità trasformeranno l’Europa in una società di “patriarchi di massa”.

La Fondazione OIC Onlus (www.oiconlus.it) da 60 anni si occupa di dare accoglienza alle persone anziane e fragili. Opera sulla base di una vision che considera la longevità non un peso, ma una risorsa per la società, una fase della vita che può essere vissuta in pienezza, rifuggendo derive giovanilistiche e ghettizzazioni. La Fondazione è presente in Veneto e Lombardia con 14 strutture nelle quali operano oltre 1.700 dipendenti di 30 nazionalità diverse.

Per informazioni: Guido Masnata guido.masnata@oiconlus.it – 0496683000 – 3356474058.

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