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Nica

download.jpgdi Valeria Zagami

Sono nata e cresciuta in un’isola bellissima, dove il clima mite consente di vivere un’estate perenne, la luce del sole diventa la compagna di giochi migliore, perché il calore luminoso che emana rende amabile la vita nonostante le sue molteplici difficoltà. Il mare d’estate è di un azzurro cristallino e d’inverno assume tonalità così intense da essere simili al verde vivido di uno smeraldo prezioso. Le spiagge sempre affollate di bagnanti nei mesi estivi sono antro misterioso, rifugio inaccessibile durante quelli invernali. L’isola è la dimensione perfetta dell’umano, dello spirito e dell’intelletto. È il luogo della prosperità del cuore, e degli ideali sentimentali. Colui che nasce in un’isola come la mia rimane soggiogato da un clamoroso effetto di straniamento che condiziona inesorabilmente la sua vita e persino la sua morte. Nell’isola tutto è diverso, il mondo che essa nasconde si riflette nella lingua dialettale, che è la massima espressione di una vitalità superba, di una forza ancestrale che vive nel perpetrarsi incessante di generazioni, che abitano il luogo del mistero. Per questa ragione amo il dialetto siciliano e i molteplici mondi misteriosi che racchiude in sé. Ci sono termini che rimarranno per sempre scolpiti nella memoria di donna, che indelebile mi accompagnerà sino agli ultimi giorni della mia vita. Una di queste parole così pregnanti è nica, che significa piccola. Di solito viene usata per indicare qualcosa di piccolo, spesso un oggetto più piccolo rispetto un altro. Di frequente la mia persona è stata indicata così, ma non per definirmi piccola di statura, ma per identificare uno stato sociale di nascita ben preciso. Mi dicevano: ”Idda è a nica” che significa letteralmente ”lei è la più piccola”. Con questo si voleva intendere che io fossi la più piccola di tutti all’interno del mio nucleo familiare, come a significare che prima di me c’erano gli altri. Ed effettivamente, il povero malcapitato che si trova a rivestire il ruolo del più piccolo rispetto a tutti i componenti della famiglia sa bene che all’interno delle sua storia personale vive la storia di tutti gli altri. Il fardello più grande che porta con sé è questa identità multipla, ove le personalità – nel bene e nel male – dei fratelli maggiori continuano a vivere in lui, e le ingerenze di tali presenze famigliari continueranno ad esserci fino a quando ”u nicu”, – ovvero il più piccolo – smetterà di identificarsi in questo ruolo infimo, che lo relega in una posizione marginale all’interno della storia famigliare, quasi un oggetto alla mercé della volontà degli altri, dei ”maggiori”, che rivendicano su di lui un’autorità imprescindibile, sancita dal ruolo che interpretano; per queste ragioni vili e opportuniste mai vorrebbero che l’ultimo smettesse di sentirsi tale, che si affrancasse da uno status di sottomissione gerarchica a chi per casualità del destino è venuto al mondo prima di lui. Certo, stando così le cose, chi mai vorrebbe essere il più piccolo? Io no, e temo che pure nessuno di voi lo vorrebbe mai.

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“Marricriai”

gutt 797di Valeria Zagami

Sono nata e cresciuta in una terra meravigliosa, un’isola dalla bellezza straordinaria. I colori, il mare, le spiagge e soprattutto le atmosfere sentimentali idilliache rendono la Sicilia un luogo davvero unico. Ma c’è qualcosa persino più attraente della bellezza estetica dei luoghi e dei paesaggi, ed è la lingua dialettale. Il siciliano ha una vasta gamma di parole che raccontano mondi e sensazioni, atteggiamenti culturali/visioni del mondo che consentono di interpretare la vita a seconda di alcune credenze che sono tramandate di padre in figlio, di fratello in sorella, di zio in nipote, da una generazione all’altra: nessuno è esente dall’invadenza del portato familiare. Mi ricordo perfettamente quando mio nonno allegramente utilizzava un termine particolarissimo che sanciva uno stato dell’essere e dell’esperienza sensoriale. Era solito dire ”marricriai” quando un evento particolarmente positivo si era manifestato nella vita quotidiana. Poteva essere legato alla piacevolezza di un gusto, di un sapore culinario estremamente buono, o di una sensazione di benessere dopo aver trascorso delle ore in buona compagnia. Era una dimensione esistenziale transitoria che descriveva un sommo piacere, ineludibile e soprattutto inconfondibile. Ancora oggi quando sono molto contenta e soddisfatta con il cuore, con la mente e con il corpo, ripenso alla risata contagiosa di mio nonno e dico anch’io a voce alta ”marricriai”, con una luce virtuosa che illumina il mio volto. Per questo consiglio a tutti di ”arricriarsi” il più possibile nella vita, e di farlo spesso insieme a coloro che amano.

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“”Fimmina” e “masculo””

images.jpgdi Valeria Zagami

La Sicilia è la terra che più amo in assoluto, è la terra delle mie origini. La lingua dialettale mi ha sempre affascinata sin da bambina, ogni volta che sento palare il dialetto sento una grande emozione che pervade il mio cuore e si diffonde in tutto il corpo. Quando sento dire le parole “fimmina” o “masculo” addirittura mi commuovo, e penso ai mondi che evocano al mio immaginario di donna isolana. Sì, perché se dico masculo io penso a un uomo forte e virile, con i baffi e la giacca di lana e i calzoni lunghi, e questa immagine che esprime una grande virilità non esiste più nella realtà contemporanea; oggi i maschi siciliani sono o estremamente effeminati o estremamente maschili, una opposizione che si esemplifica persino nella camminata, esile e leggera per i masculi effeminati, pesante e marcata per i maschi virili, che esibiscono la loro virilità nella vistosa apertura delle gambe: cioè camminano come se il movimento dell’andatura fosse proteso dal pene, dalla grandiosità del membro che madre natura gli ha donato. Ebbene, questi uomini sono i classici maschi siciliani che pensano che tutto gli sia dovuto, che non chiedono ma pretendono, figli di donne che non hanno saputo insegnare che essere uomo non dipende dalla grandezza del pene che si possiede.

Le fimmine siciliane sono donne molto belle, la dominazione araba e greca ci ha regalato delle grazie estetiche che nei visi e nei corpi di donna sono visibili a tutti; le più belle hanno ereditato i tratti fisici delle donne arabe, quindi gli occhi profondi e magnetici, corpi generosi e accoglienti, ma hanno carnagione chiara, tratto distintivo dei normanni che hanno avuto il privilegio di dominare l’isola. Ebbene, queste fimmine, seppure bellissime, non sono esenti dal cadere nella trappola dello stereotipo della donna siciliana, che deve servire il masculo, così, come la madre ha servito e riverito il padre, altrettanto la donna/madre/compagna dovrà fare con il marito.

A tavola si serve per primo l’uomo. Ci si veste come l’uomo desidera, e si dicono le parole che lui accetta che si possano dire, persino il corpo della donna deve essere immagine di come l’uomo lo desidera; quindi se il maschio preferisce che la donna sia in carne si ingrassa maledettamente, se lui predilige un corpo androgino ci si affama senza sosta. Questa è la realtà che ho esperito in questo ultimo anno di vita, nella quale ho trascorso più tempo al sud che altrove, e se qualcuno dei lettori non fosse d’accordo sono disposta ad ascoltare la sua opinione, conditio sine qua non del suo dissenso è che non sia un uomo isolano, e che abbia trascorso almeno un anno di vita, se non di più, nell’isola.

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“Mafiuso”

download.pngdi Valeria Zagami

Ci sono poche ossessioni nella mia vita, una di queste è un’isola che si chiama Sicilia. È la terra delle mie origini, la terra della mia infanzia, delle corse forsennate sulla spiaggia nel mese d’agosto, dei falò d’estate di notte, delle passeggiate in bicicletta con i miei amici.

Ricordo che da bambina ero molto orgogliosa di essere siciliana, e spesso parlavo il dialetto perché i suoni onomatopeici delle parole dialettali mi erano più familiari degli altri, e soprattuto li consideravo più autentici dei suoni dell’italiano, la lingua riconosciuta formalmente, ma così distante dalla forza espressiva del dialetto siciliano che ai miei occhi la rendevano meno attraente. In famiglia non era concesso parlarlo, per questo ascoltavo sempre con attenzione qualcuno che con naturalezza usava le forme espressive dialettali. Mi piacevano soprattutto le perifrasi ”chissu è mafiuso, a stari attento” letteralmente ”questo è mafioso, bisogna stare attenti”. Oppure ”na stu bar nun ci iri ca ci vanu i mafiusi”, che significa ”non andare in questo bar perché è frequentato dai mafiosi”.

C’era un clima di paura che esortava attraverso la parola a stare in guardia. Le parole mafia/mafiuso erano la testimonianza che sapevamo bene che esisteva e le usavamo per preservarci dalla sua presenza, e sancire così il discrimine netto tra noi e loro.

Oggi, invece, non le sento più nominare a nessuno. È strano davvero che nelle tante conversazioni intraprese, in ambito lavorativo e amicale, nessuno la nomini più. Che la mafia sia forse finalmente scomparsa dall’isola? E i mafiosi estinti per sempre, o emigrati lontano da noi isolani? Oppure, sorge in me una delle ipotesi più spaventose che possa esistere, é così radicata nell’isola che non occorre più nominarla, che non serve evocare la sua presenza neppure con un suono? Ci siamo “mafiosizzati” a tal punto che non ci interessa più prenderne le distanze attraverso la parola. L’innominata è diventata una presenza così potente da controllare persino i pensieri che generano le parole e le nostre azioni. Non ci interessa più prenderne distanza, dire che noi non siamo mafiosi rispetto a voi che lo siete mafiosi. Naturalmente questa è l’opinione di una donna siciliana, nata e cresciuta nell’isola, a voi il diritto sacrosanto di avere la vostra.

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“Suvecchieria”

gut-1di Valeria Zagami

Sono nata in Sicilia, una terra bellissima. È l’isola della mia infanzia, dei miei ricordi, delle prime esperienze di vita che mi hanno segnata per sempre. È la terra della lingua madre, è la terra del dialetto, ovvero di parole dalla pronuncia decisa e marcata, spesso onomatopee, cioè riproduzioni sonore di sillabe, consonanti e vocali che insieme evocano – attraverso il suono – il senso compiuto di una parola. Ad esempio, prendiamo in considerazione la parola suvecchieria. Questa parola dai suoni aspri e stridenti esprime nel suo significato un profondo senso di livore, di cattiveria e di ingiustizia umana. La suvecchieria è una forma di prepotenza perpetrata ai danni di qualcuno che in quella precisa occasione si trova a rivestire il ruolo del più debole. Si tratta di una forma di potere legittimato, attraverso un consenso che affonda le sue radici nel passato, ancorato a una mentalità di stampo patriarcale che legittima l’istituto comportamentale della prevaricazione, diffusa all’interno delle famiglie siciliane, nelle pratiche sociali, che rispecchiano perfettamente le dinamiche che nascono all’interno del primo microcosmo che conosciamo, che è appunto la famiglia. Spesso, infatti, in prima persona ho conosciuto forme di suvecchieria ai miei danni, ricordo ancora quando la sorella maggiore investita di un ruolo sociale ben definito, l’autorità familiare che investe i figli maggiori all’interno delle famiglie siciliane, si permise di dirmi chi potevo frequentare e chi no. E come me, così tanti altri vivono esperienze simili. Ma la suvecchieria siciliana rivendica una presenza così arcaica da investire ogni tipo di relazione, perché vanta un retaggio culturale di stampo mafioso e malandrino, il sostrato culturale che alimenta questa visione della realtà è ‘yu sugnu megghiu i tia e cumannu’. Di recente è accaduto che un’associazione con la quale collaboro, attiva per i diritti dei giovani e dei bambini, ricevesse in dono dei giocattoli destinati a rallegrare momenti di svago e leggerezza per i più piccoli. Il dono del tutto spontaneo, in apparenza, è stato negato nel momento in cui il benefattore ha preteso con arroganza e presunzione un ringraziamento pubblico per rendere palese il regalo compiuto, al rifiuto di questo pubblico ringraziamento i giocattoli non sono stati concessi. Secondo voi questo è un atto di suvecchieria? Di prepotenza? Per me lo è, lascio a voi il diritto e la libertà di costruire a riguardo la vostra opinione personale.

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“Cucco”

imagedi Valeria Zagami

Il ‘cucco’ – ovvero la civetta in lingua italiana

Data la mia grande passione per il dialetto siciliano, che ho avuto il privilegio di conoscere veramente bene perché il siciliano è la lingua delle mie origini, della mia terra madre, che ho avuto anche l’onore di approfondire attraverso molti esami universitari e studi personali, che mi hanno consentito di approfondire la tematica, accrescendo la mia ossessione per il dialetto siciliano in generale, e per le parole in particolare, e per la loro potenzialità intrinseca di evocare mondi e costruire significati, per questo propongo di approfondire la parola civetta, che in dialetto siciliano si chiama ‘cucco’. Il cucco, nome che si utilizza per individuare un pennuto, in Sicilia è usato per stigmatizzare una o più persone, nella variante plurale ‘cucchi’ che identifica un gruppo di individui, che sperano nelle disgrazie altrui, anzi, non solo le desiderano con tutto il suo cuore, ne sono addirittura gli artefici. Animato da sentimenti di odio, gelosia e vendetta, il cucco perpetra ai danni del malcapitato tutte le violenze possibili iniziando con la maldicenza, condizionando e manipolando l’opinione degli altri. Inoltre, costruisce finte azioni che lo sfortunato avrebbe compiuto, sempre per screditare il buon nome del poveretto, e se non riesce con tutte queste malefatte a perpetrare danni bastevoli, inizia a insultarlo con ferocia, sminuendo la sua autostima e sicurezza interiore. Voi vi chiederete come sia possibile che tutto questo possa accadere… È molto semplice, la mia esperienza da natia siciliana, e di azioni di violenza subite portate avanti ai danni di qualcuno, miei o di altri (amici, conoscenti e parenti), è che i cucchi più perfidi e maligni, animati da un odio viscerale, sono proprio all’interno del nucleo familiare. Ma questo forse potrebbe significare che i cucchi esistono solo in Sicilia? A voi l’arduo compito di trovare una degna risposta.

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