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“Tu a cu appatteni”

download.jpgdi Valeria Zagami

Sono nata e cresciuta in un’isola che si chiama Sicilia. La narrazione di una tradizione antichissima di luogo blasonato, immerso nella malia del mito e della storia, e amante della cultura rende questa terra affascinante più di tutte le altre, i nomi di grandi scrittori come Sciascia, Pirandello e Camilleri celebrano i fasti di una terra lacerata dalle grandi contraddizioni ataviche dell’esistenza. Se la Sicilia storicamente è luogo depositario di un grande retaggio cultura è peró altrettanto vero che è il luogo di una mentalità nevrotica e malsana, connotata da forti tratti di disperazione emotiva. Tra l’incanto della storia e del mito, la narrazione esemplare che rappresenta questo mondo viscerale e irrazionale è la lingua dialettale, specchio perfetto di un mondo relegato ai margini del sistema, basato su rapporti clientelari e di meschino nepotismo. La perifrasi ”tu a cu appatteni”, letteralmente ”tu a chi appartieni”, significa tu di chi sei figlio, ovvero se sei figlio di una famiglia nota avrai determinati diritti, se non lo sei non ne avrai affatto. Il sistema è perfettamente lineare, è nella sua esattezza esprime il massimo senso del tragicomico, se non della pura follia. Come Camilleri, così tanti altri scrittori sentono un profondo dissidio interno per tutte le ragioni frustranti e limitanti che una società siffatta determina in chi ha un sistema di valori differente. Ecco che dall’opera dell’ingegno nascono personaggi che sono agli antipodi di tali visioni esistenziali, come per esempio Montalbano del già citato Camilleri, uomo dalla robustezza secolare, che conosce bene le distonie del sistema al quale però non intende arrendersi. Chissà che cosa avrebbe risposto lui alla fatidica domanda: ”tu a cu appatteni”? Azzardo una risposta verosimile: ”di sicuro non appartengo alla parrocchia a cui appartieni tu”.

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“I pupi di Sicilia”

pupisicilianidi Valeria Zagami

L’isola più bella del mondo è il luogo di elezione della mia nascita.

Sin da bambina ricordo le passeggiate in riva al mare, e i tramonti ricchi di colori saturi, dall’ambra aranciata, fino a un rosa pastello, avvolto da un azzurro cielo morbido e accogliente. La vita nell’isola procede secondo un tempo rarefatto, una dimensione della vita connotata dagli abitanti del luogo, che esuli dalla modernità, perpetrano la loro vita sempre uguale a se stessa, una sorta di immutata e inesorabile esistenza, una fatalità in fieri che continua senza mai finire il suo ciclo.

La famiglia, che è la massima espressione di questa concezione, è tesoro e abisso di un male oscuro. Gli stessi identici pensieri sono proposti da padre in figlio, da madre in figlia, da zia e nipote, da una sorella all’altra, da una generazione a un’altra, senza che il processo molesto possa avere mai fine.

Non c’è salvezza per tutti coloro che non aderiscono all’atavica legge non scritta che vuole il continuo perpetrarsi di una realtà cristallizzata, immobile e mortifera, che limita e impedisce agli animi più arditi di essere spiriti liberi ed elevati, uomini moderni coraggiosi che nel pensiero e nelle azioni dismettono gli abiti nefasti del passato.

Chi nasce nella mia bellissima isola è condannato al ruolo del pupo siciliano, che meraviglioso e maestoso nella sua grazia estetica, non può vivere senza nessuno che manovri abilmente le fila del suo destino. I pupari sono i membri della famiglia che abilmente gestiscono i componenti del clan, come accade nella cosche malavitose, si impartiscono ordini e rituali che vanno rispettati ad ogni costo. La pena per chi si ribella a una tale manipolazione criminale è la vessazione e l’intimidazione sino all’ostracismo.

L’unica possibilità di resistenza a un sistema culturale mafioso è non lasciarsi intimidire dall’ingerenza manipolatoria e restare saldi alla proprie idee e al proprio modo di essere. I pupari di turno si stancheranno delle vessazioni e saranno indeboliti dall’assenza di risultati. La libertà che è un bene condiviso attraverso la parola, non è altrettanto manifesto nella mia bellissima isola di Sicilia, nella quale la bellezza estrema dei luoghi è pari alla mancanza dei diritti fondanti l’esistenza dell’individuo.

 

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“Di cu si figghia?”

modigliani-mamma-col-figlio.jpgdi Valeria Zagami

Sono nata nell’isola più bella del mondo. La mia terra d’origine è il luogo della bellezza paesaggistica, del fascino naturale dei luoghi, dalle atmosfere rarefatte e languide di desiderio, dei colori saturi dall’energia vibrante della forza dello spirito umano. I sapori culinari sono ineccepibili, e la vita è dolce e amara come i gusti più saporiti della nostra cucina. Un famoso sceneggiato televisivo – tratto dall’ingegno letterario di Andrea Camilleri – ci insegna che i sapori forti tanto amati dal protagonista della serie, ovvero il ”commissario Montalbano”, (le famose sarde ripiene e i formaggi dalla grana impastata come la classica ricotta salata, e i piatti più noti ad esempio la caponata e i peperoni in agrodolce) sono l’emblema esemplificativo di una cultura, fatta di ingredienti dolci e amari, di forti e impervi contrasti. Così come il cibo anche la lingua è il riflesso incondizionato di una tradizione antica, di una mentalità arcaica e patriarcale, di atroci e dolorose contraddizioni esistenziali, che vede nella donna un oggetto il cui possesso appartiene alla podestà patriarcale e famigliare. La celebre frase ”tu di cu si figghia” rappresenta l’orrore di una cultura imbevuta di machismo e maschilismo, arretrata e obsoleta, lontanissima dalla modernità, che vuole la donna reificata alla mercé dell’autorità di una figura paternalistica. Figlia di un retaggio culturale che viene tramandato da padre in figlio, da famiglia in famiglia, da generazione in generazione, riconosciuto e approvato dal tessuto sociale isolano, al quale pochissime donne hanno, ahimè, il coraggio di sottrarsi. Anime pusillanime le altre, che meticolosamente rivestono il ruolo di vestale del focolare domestico, di moglie e madre asservita al volere del maschio, esercitando una forma di subdola rivalsa e di meschino potere e predominio sull’uomo/figlio/bambino, che mai sarà adulto e mai sarà attore responsabile e protagonista attivo e consapevole della sua vita. Le donne siciliane hanno barattato la loro indipendenza da un ruolo vetusto in cambio dell’esercizio di un potere castrante, che rende negletti gli uomini e dipendenti dalla loro presenza nella loro vita. Alla fatidica domanda ”tu di cu si figghia”? Io rispondo: ”della bellezza della ragione”. E controbatto con questa ulteriore provocazione: ”e tu di quale mostro sei il figlio degenere”?

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“M’addubbai”

0di Valeria Zagami

La mia terra di origine è un’isola che si chiama Sicilia, la sua incantevole bellezza è nota in tutto il mondo. La vera protagonista dei miei ricordi d’infanzia è la natura, sempre lussureggiante e rigogliosa, compagna fedele di molte avventure e di giochi di bambina. Il mar Mediterraneo dona agli isolani le coste più belle, e l’Etna è la presenza possente che governa l’isola, una figura che sovrasta tutti dall’alto come lo sguardo di una donna dalle forme generose che esibisce il suo corpo imponente con compiacente disinvoltura. D’inverno la neve la ricopre di sembianze ovattate, simili a nuvole pannose, una coltre che evoca un manto protettivo che adorna il suo corpo maestoso. D’estate si denuda e primeggia la sua semplicità scabra e naturale, esaltata dai luoghi nei quali il mare è suo amante prediletto, e cinge la sua presenza dal basso; come un cavaliere che in ginocchio ammira la sua dama così l’Etna, dal basso verso l’alto, osserva le coste marine in una meravigliosa corrispondenza di amorosi sensi. La Sicilia è una terra dai sentimenti supremi, elevati, puri e ridondanti. Come del resto è la lingua dialettale che la caratterizza: forme sonore dalla forza onomatopea, che raccontano universi simbolici, mondi ancestrali, raffinati e poetici. Per esempio l’espressione M’addubbai tradisce uno stato di pienezza del corpo; di solito si dice di essere ”addubbati” dopo aver favorito un pasto abbondante, e aver mangiato per il piacere di gustare il cibo e non per necessità. ”Addubbarsi” è uno stato di pienezza tale dal sentirsi pietrificati, immobili, così pieni da non poter quasi neppure respirare, è uno stato misto al piacere e alla sofferenza dove il confine è così labile da non distinguere l’uno dall’altro. Questi tratti sentimentali spesso coesistono nell’animo di chi è nato in Sicilia e la percezione umana si confonde e si inganna credendo di sentire piacere mentre invece sente un immenso dolore. M’addubbai è una sensazione fisica così intensa da coinvolgere tutti i sensi e amplificare la percezione di chi esperisce questa condizione. Sentirsi addubbati è così impressionante che l’unica metafora degna per descrivere questa sensazione è il piacere siffatto e forte di morire, di esalare quell’ultimo respiro che vorresti definitivo, ma che è invece soltanto il preludio di tutti gli altri – un respiro molesto che è simile a un orgasmo letale che invece di ucciderti ridesta in te il piacere o il dolore di vivere.

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“Masculo è”

download.jpgdi Valeria Zagami

La Sicilia è il luogo dell’incanto, i colori intensi del paesaggio rendono tutto più vivido, la natura primeggia sull’umano; il vero abitante è il luogo, l’uomo resta sullo sfondo, al centro il battito pulsante di una terra dalla bellezza rarefatta. Il mistero di vivere si dissolve nel respiro del mare, il sole primeggia e la luce che dona è assordante come il pianto di una madre che ha perso un figlio. Tutto è più lieve quando il calore dell’atmosfera isolana avvolge cuore e mente, nonostante ci siano silenzi taglienti come le lame affilate di un boia tutto è sopportabile quando la bellezza di una terra condiziona il modo di sentire la realtà. Il corpo si rilassa e le tensioni sono almeno sostenibili. È il suono delle onde del mare che si infrangono sui faraglioni di una scogliera a obnubilare le coscienze dal risveglio. Tutti sanno ma fanno finta che non sia così. Nell’isola tutti hanno un ruolo predeterminato, il destino è segnato al primo vagito emesso al distacco dalla carne della donna che ti è madre e compagna di vita. Qualora avessi il privilegio di essere un maschio ti educano con il vizio della performance: il fare è obbligo, il dimostrare di essere in grado di fare qualcosa diventa il tuo dio più infallibile. La performance è a discapito del processo, non importa come tu debba fare per dimostrare, l’importante è la dimostrazione di un risultato, di un fregio insigne da esibire agli altri. Se hai una famiglia prestigiosa alle spalle che ti sostiene avrai una vita semplificata, gli obiettivi saranno raggiunti a seguito di facilitazioni e privilegi famigliari. Se la famiglia invece non ti sostiene la tua vita sarà un guazzabuglio di insuccessi e malefatte, inconsapevole e ignaro che il successo si conquista fatica dopo fatica, per tentativi ed errori, per acquisizione di conoscenze che prima non possedevi, attraverso l’esperienza di se stessi, e la consapevolezza dei propri limiti. Ma per attivare questi complessi processi interiori bisogna essere dei soggetti adulti e pensanti, e crescere senza nessuno che ti sia accanto e ti educhi a sviluppare determinate competenze è veramente difficile. In Sicilia il figlio maschio conosce tutte queste peripezie, e se non credete alle parole di una donna isolana, che è stata cresciuta come un uomo, alla quale è stata sottratta l’identità di genere, che nella vita ha sperimentato sulla sua pelle cosa significa dover essere sempre impeccabile e pronta ad accumulare successi e valori, fregi inutili, che la famiglia di appartenenza può esibire come trofei, allora provate a chiedere a chi uomo lo è per diritto di nascita.

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Nica

download.jpgdi Valeria Zagami

Sono nata e cresciuta in un’isola bellissima, dove il clima mite consente di vivere un’estate perenne, la luce del sole diventa la compagna di giochi migliore, perché il calore luminoso che emana rende amabile la vita nonostante le sue molteplici difficoltà. Il mare d’estate è di un azzurro cristallino e d’inverno assume tonalità così intense da essere simili al verde vivido di uno smeraldo prezioso. Le spiagge sempre affollate di bagnanti nei mesi estivi sono antro misterioso, rifugio inaccessibile durante quelli invernali. L’isola è la dimensione perfetta dell’umano, dello spirito e dell’intelletto. È il luogo della prosperità del cuore, e degli ideali sentimentali. Colui che nasce in un’isola come la mia rimane soggiogato da un clamoroso effetto di straniamento che condiziona inesorabilmente la sua vita e persino la sua morte. Nell’isola tutto è diverso, il mondo che essa nasconde si riflette nella lingua dialettale, che è la massima espressione di una vitalità superba, di una forza ancestrale che vive nel perpetrarsi incessante di generazioni, che abitano il luogo del mistero. Per questa ragione amo il dialetto siciliano e i molteplici mondi misteriosi che racchiude in sé. Ci sono termini che rimarranno per sempre scolpiti nella memoria di donna, che indelebile mi accompagnerà sino agli ultimi giorni della mia vita. Una di queste parole così pregnanti è nica, che significa piccola. Di solito viene usata per indicare qualcosa di piccolo, spesso un oggetto più piccolo rispetto un altro. Di frequente la mia persona è stata indicata così, ma non per definirmi piccola di statura, ma per identificare uno stato sociale di nascita ben preciso. Mi dicevano: ”Idda è a nica” che significa letteralmente ”lei è la più piccola”. Con questo si voleva intendere che io fossi la più piccola di tutti all’interno del mio nucleo familiare, come a significare che prima di me c’erano gli altri. Ed effettivamente, il povero malcapitato che si trova a rivestire il ruolo del più piccolo rispetto a tutti i componenti della famiglia sa bene che all’interno delle sua storia personale vive la storia di tutti gli altri. Il fardello più grande che porta con sé è questa identità multipla, ove le personalità – nel bene e nel male – dei fratelli maggiori continuano a vivere in lui, e le ingerenze di tali presenze famigliari continueranno ad esserci fino a quando ”u nicu”, – ovvero il più piccolo – smetterà di identificarsi in questo ruolo infimo, che lo relega in una posizione marginale all’interno della storia famigliare, quasi un oggetto alla mercé della volontà degli altri, dei ”maggiori”, che rivendicano su di lui un’autorità imprescindibile, sancita dal ruolo che interpretano; per queste ragioni vili e opportuniste mai vorrebbero che l’ultimo smettesse di sentirsi tale, che si affrancasse da uno status di sottomissione gerarchica a chi per casualità del destino è venuto al mondo prima di lui. Certo, stando così le cose, chi mai vorrebbe essere il più piccolo? Io no, e temo che pure nessuno di voi lo vorrebbe mai.

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“Marricriai”

gutt 797di Valeria Zagami

Sono nata e cresciuta in una terra meravigliosa, un’isola dalla bellezza straordinaria. I colori, il mare, le spiagge e soprattutto le atmosfere sentimentali idilliache rendono la Sicilia un luogo davvero unico. Ma c’è qualcosa persino più attraente della bellezza estetica dei luoghi e dei paesaggi, ed è la lingua dialettale. Il siciliano ha una vasta gamma di parole che raccontano mondi e sensazioni, atteggiamenti culturali/visioni del mondo che consentono di interpretare la vita a seconda di alcune credenze che sono tramandate di padre in figlio, di fratello in sorella, di zio in nipote, da una generazione all’altra: nessuno è esente dall’invadenza del portato familiare. Mi ricordo perfettamente quando mio nonno allegramente utilizzava un termine particolarissimo che sanciva uno stato dell’essere e dell’esperienza sensoriale. Era solito dire ”marricriai” quando un evento particolarmente positivo si era manifestato nella vita quotidiana. Poteva essere legato alla piacevolezza di un gusto, di un sapore culinario estremamente buono, o di una sensazione di benessere dopo aver trascorso delle ore in buona compagnia. Era una dimensione esistenziale transitoria che descriveva un sommo piacere, ineludibile e soprattutto inconfondibile. Ancora oggi quando sono molto contenta e soddisfatta con il cuore, con la mente e con il corpo, ripenso alla risata contagiosa di mio nonno e dico anch’io a voce alta ”marricriai”, con una luce virtuosa che illumina il mio volto. Per questo consiglio a tutti di ”arricriarsi” il più possibile nella vita, e di farlo spesso insieme a coloro che amano.

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