Teatro

“LORO SONO MIE, E IO SONO M…”

loro-sono-mie-e-io-sono-m-.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nella suggestiva cornice del Teatro Ivelise in Via Capo d’Africa a Roma ancora oggi in scena con due repliche alle ore diciassette e alle ventuno LORO SONO MIE, E IO SONO M…, di e con Alessandra Vagnoli, che con grande intensità e invidiabile souplesse tiene saldamente la scena per tutta la durata dell’avvincente monologo, diretto da Angelita Puliafito e ulteriormente impreziosito dalla voce off di Alberto Bognanni, attore e doppiatore, dalle splendide musiche di Marco Olivieri e da un raffinato allestimento, ricco di riferimenti, livelli di lettura e chiavi d’interpretazione: è la storia di lei, una donna con l’iniziale maiuscola, brava e piena di virtù, e di lui, fascinoso ammaliatore, che difficilmente può mettersi nei panni di lei, mentre è assai più semplice e consueto il contrario, quando le ampie vesti si fanno colme di attenzioni, che però sono a vantaggio esclusivo di uno solo. Per chi ha l’onere della cura, infatti, spesso, si tratta di continue ferite, che via via si fanno più profonde… Da non perdere.

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Intervista, Teatro

“Triangolo rosa”: intervista a Gabriele Cantando Pascali

53365761_392143644955263_6089214038800072704_ndi Gabriele Ottaviani

Alla stessa stregua della stella gialla, emblema dello stigma che il regime del Terzo Reich rivolgeva nei confronti del popolo ebraico, il triangolo rosa marchiava gli omosessuali, tra i nemici più invisi e le vittime più dimenticate e atrocemente bersagliate dal progetto di sterminio nazista iniziato di fatto con l’avvento al cancellierato di Adolf Hitler nel millenovecentotrentatré, tanto che si è parlato di vero e proprio “Omocausto”: e Triangolo rosa è il titolo dello spettacolo in scena dal quindici al diciassette di questo mese al Teatro Elettra di Roma. Convenzionali ne parla con uno dei protagonisti, Gabriele Cantando Pascali.

Di che spettacolo si tratta?

Lo spettacolo è liberamente tratto da Bent di Martin Sherman, rappresentato in tutto il mondo e dal quale è stato tratto un bellissimo film con lo stesso titolo (in Italia mai distribuito) magistralmente interpretato da Clive Owen, Lothaire Bluteau, Mick Jagger e Ian McKellen. È un opera intensa e cruda che racconta le atrocità dell’Omocausto.

Da quali fonti avete tratto spunto?

Da tempo cercavo un testo che parlasse di un rapporto di amicizia/amore tra due uomini non coetanei e così tra le varie ricerche ho trovato questo testo che mi ha particolarmente colpito per la delicatezza della storia raccontata vissuta nell’orrore dell’epoca. Abbiamo trovato insieme al regista dei documenti dell’epoca che poco si discostavano dalla sceneggiatura di Sherman. Nella versione di Angelo Curci l’attenzione è posta su Hans e Mathias e sul loro incontro nel campo di concentramento di Dachau; Hans (il più anziano dei due) è quello più consapevole degli orrori, quasi rassegnato, mentre Mathias, arrivato da poco, ha ancora negli occhi la speranza che “tutto questo non sta accadendo”. Tra i due, nonostante tutto, nascerà un sentimento.

Chi è in scena e con quali ruoli?

Nel ruolo di Hans ci sono io, Gabriele Cantando Pascali, mentre Mathias è interpretato da Federico Gatti, un giovane attore molto bravo e attento.

E dietro le quinte?

Le scenografie sono di Alexandra Busiri Vici, che è una “figlia d’arte”, diciamo, figlia di Liliana Eritrei, meravigliosa attrice, scrittrice e sceneggiatrice, e di Andrea Busiri Vici, noto direttore della fotografia al cinema; i costumi sono di Alice Sinnl, Alberto Buccolini sarà il nostro tecnico e alla regia Angelo Curci.

Qual è il messaggio della vostra rappresentazione?

Io spero che lo spettacolo resti nel cuore di tutti ma soprattutto che accenda nelle nuove generazioni il sentimento della memoria perché gli orrori vissuti dagli omosessuali, dagli Ebrei e da tutti in generale, non siano dimenticati.

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Intervista, Teatro

“LORO SONO MIE, E IO SONO M…”: intervista ad Alessandra Vagnoli

53660810_10218027160373469_6484859279282012160_ndi Gabriele Ottaviani

In scena il ventitré e il ventiquattro di marzo al Teatro Ivelise di Roma LORO SONO MIE, E IO SONO M…, di e con Alessandra Vagnoli, che Convenzionali, con gioia, intervista.

Come nasce questo spettacolo?

Nasce dalla mia, innata, voglia di raccontare, in chiave più o meno ironica: mi aiuta a elaborare, a riflettere, a metabolizzare, a esorcizzare, a rivivere e ricordare (anche come “monito”). Nello specifico nasce sul lettino di uno stabilimento balneare, lo scorso 28 agosto.

Qual è il suo messaggio?

Uno spunto di riflessione, una sorta di “alert”, una piena condivisione (eh sì, stavolta mi metto in gioco parecchio) di esperienze, condivisibili al di là del proprio vissuto, e soprattutto UNISEX. Mi è venuto spontaneo definire il testo con questo termine, perché in fondo nel/nei personaggio/i di cui si parla, al di là del sesso di appartenenza, ci si può ritrovare parecchio.

Oltre a te, chi altro è coinvolto in questo progetto?

In primis, la mia fantastica Amica e bravissima regista Angelita Puliafito. Con lei ci sono molta intesa e complicità, ci capiamo al volo. Non ci siamo mai “perse” dopo l’ultimo spettacolo teatrale da lei diretto e nel quale ho recitato e, comunque, ci siamo “ritrovate” con una grande comunione di intenti e con lo scalpitìo da messa in scena. Le ho dato il mio testo, lo ha amato da subito (e ciò mi fa molto onore) e volevamo portarlo in scena già l’8 marzo, una data significativa e appropriata. Però le difficoltà tecnico-logistiche e, soprattutto, burocratiche, non ce l’hanno permesso. Ecco, senza presunzione, sarebbe un testo da proporre anche nelle scuole.

Poi c’è il mio fantastico Amico e musicista Marco Olivieri. Non inflaziono l’aggettivo “fantastico”, è che davvero i miei amici sono tutti così! Lui ha curato tutte le musiche e suoni dello spettacolo, la sua colonna sonora, che sarà, da adesso in poi, la colonna sonora portante della mia vita, tanto la “sento” nelle viscere e mi emoziona. Anche con lui è nato tutto per caso: è stato il primo uomo a leggere il testo, ancora da sistemare, a darmi un parere, e dal “ci mettiamo qualche suono …” ne è nata una poesia!

E ancora Alberto Bognanni, amico doppiatore e attore, che ci ha letteralmente “prestato” la sua splendida e azzeccatissima “voce off”.

E, dulcis in fundo, il magico Enrico Marcacci che curerà luci e fonica … e che stiamo facendo impazzire, con le modifiche last minute (ride).

Cosa rappresenta il teatro per te?

Tanto, tutto direi, dopo la mia famiglia. Una passione irrinunciabile, che coltivo da più di 15 anni ormai. E lo vivo sempre “anema e còre”, senza cuore io davvero non riesco a fare nulla. Il bello è che sono circondata sempre da bellissimi cuori. In questo spazio di condivisione e benessere assoluti per me, non potrebbe essere altrimenti.

Qual è, oggi, la condizione della donna nella nostra società?

Ti rispondo in modo crudo e sintetico, stavolta, con una mia riflessione. Se festeggiamo l’8 marzo come giornata internazionale della donna, non possiamo poi eleggere il 25 novembre come giornata internazionale contro la violenza sulle donne! Qualcosa non va. Non si può. Non se ne può più. Tutto quello che intercorre tra le due date, e non solo purtroppo, è ORRORE. Io sono una Donna, parte lesa, coinvolta e attiva, e almeno con quello che posso e so fare vorrei apportare il mio contributo. Il Teatro è il mezzo a mia disposizione, mi aiuta in questo, purché riesca a trovare un “pubblico” che abbia voglia di ascoltare.

Prossimi progetti?

Vorrei che LORO SONO MIE, E IO SONO M… non finisse qui, non con il suo esordio dei prossimi giorni. Vorrei che fosse un progetto da portare avanti, magari condiviso e “accorpato” ad altri bellissimi testi al femminile che ho avuto la fortuna e l’onore di portare in scena più volte. Altre due meravigliose creature di un mio fantastico Amico autore, sceneggiatore, ecc. ecc. che risponde al nome di …

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Teatro

“Dio arriverà all’alba”

teatro.it_Dio-Arriver-all'alba.AntonioNobilidi Gabriele Ottaviani

Ho una nave segreta dentro al corpo, una nave dai mille usi… Diretto con mano sicura e scritto con cura e grazia da Antonio Nobili (aiuto regia: Margherita Caravello), che ben conosce l’arte del teatro e che possiede una raffinata sensibilità nell’accostarsi al linguaggio della lirica, tanto da realizzare uno spettacolo dalla tessitura finissima e perfettamente coerente con la poetica dell’evocata protagonista, di cui cita due componimenti, e alla figura del poeta in quanto emblema di alterità rispetto al volgare materialismo della società in cui si muove a disagio come albatros che non vola (magnifico il suo De profundis, da Wilde, in cui era anche interprete principale), Dio arriverà all’alba – del cui testo è disponibile anche la versione cartacea: il ricavato della vendita aiuterà un’associazione che si occupa di sostegno alle persone affette da disturbi mentali -, in cartellone nella splendida cornice del Teatro Due di Roma fino al ventiquattro di questo mese, grazie a un allestimento più che appropriato (belli i costumi, la colonna sonora di Paolo Marzo, la scenografia di Fabio Pesaro) e alla valida recitazione di un’ampia compagine di attori che prevede Antonella Petrone, eccezionale protagonista di questo totalizzante e immersivo atto unico di oltre un’ora e mezza, Valerio Villa, Daniel De Rossi, Davide Fasano, Virginia Mendez, Sharon Orlandini, Armando Puccio e Alberto Albertini, indaga l’interessante e complessa, molto più di quanto sembri e sia stata sinora raccontata, figura di Alda Merini, scrittrice dagli umili natali che non fu ammessa al liceo perché non superò la prova d’italiano, aforista, poetessa, artista, fumatrice incallita vissuta in una casa popolare lungo i Navigli milanesi dai muri trapunti di crepe e ricoperti di appunti e disegni tra il millenovecentotrentuno e il duemilanove, malmostosa, esilarante, fragile, tenera, fortissima, che tanto amò e che mai non ebbe pace, per citare l’epitaffio per sé medesimo di Pietro Fucci, anima bambina esistita per la poesia, madre di quattro figli affetta da un disturbo bipolare che la costringe al primo internamento quando è solo sedicenne, subito dopo che Giacinto Spagnoletti ne è diventato mentore… Da non perdere.

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“Love’s kamikaze”

lovek.pngdi Erminio Fischetti

Il conflitto israelo-palestinese è una morsa che va avanti da decenni e stringe sulla gola delle persone che quotidianamente mangiano, dormono, leggono, lavorano e amano nei territori dove si consuma, è la lotta per un confine che si ripete da oltre settant’anni e che riveste un ruolo primario nell’opera teatrale di Mario Moretti, lo scrittore e drammaturgo italiano di origine genovese morto nel 2012 (da non confondersi col brigatista numero uno degli anni Settanta, artefice, fra gli altri, del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro e di altri svariati crimini): Love’s kamikaze, il cui testo è stato recentemente pubblicato da Caissa Italia Editore e curato da Yuri Garrett, messo in scena il 23 e il 24 gennaio al Teatro di Villa Torlonia a Roma e riproposto dal 7 febbraio al Teatro Marconi.

Naomi e Abdel lavorano nello stesso albergo a Tel Aviv e si incontrano in segreto, appena possono, nei sotterranei dell’hotel, dove si consuma il loro amore, che non è ben visto perché lui è palestinese e lei è israeliana. Nelle ore che passano insieme, oltre alla passione, ha luogo un feroce dibattito sul mondo e le tradizioni che li divide: con ironia e intelligenza sanno che le barriere che il mondo ha costruito per loro sono finte, sbagliate, malate, ma ben presto capiscono che il loro amore è più forte, e per farlo sopravvivere è necessario compiere un gesto estremo che possa diventare manifesto di un pensiero nuovo.

Diretto dal veterano regista di teatro Claudio Boccaccini, classe 1953, l’opera è un atto unico di ottanta minuti che vede protagonisti i giovani Marco Rossetti, che ha ricoperto più volte questo ruolo, e Giulia Fiume, che ha sostituito la collega Eurdice Axen, volti molto noti nell’ambito del primetime della fiction essendo passati per i vari R.I.S. – Delitti imperfetti, Squadra mobile, Don Matteo, Il cacciatore, etc.. I due sono perfettamente in parte nel raffigurare dolentemente e con una leggera, come detto, ironia le inquietudini di due cuori piegati, ma non spezzati dalle brutture della loro terra, capaci di prendersi la loro rivincita e dire basta! Love’s kamikaze è opera di denuncia politica, che di politica si fa atto, capace di parlare non solo attraverso il linguaggio dell’amore, ma soprattutto della semplicità.

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“I fiori del latte”

i_fiori_del_latte_ph_gaetano_livigni_06 copiadi Gabriele Ottaviani

Casal di Sotto Scalo è una località campana nella quale due cugini stanno per aprire un avveniristico caseificio assolutamente ecologico per il quale hanno investito tutta la loro vita, I fiori del latte. Peccato che poco prima del fatidico giorno uno di loro rinvenga un bidone di rifiuti dall’apparenza niente affatto atossica: la coscienza comincia dunque a rimordere, inoltre… Biagio Izzo è la punta di diamante di un’ottima compagine – Mario Porfito, Angela De Matteo, Stefano Jotti, Ivan Senin e Stefano Meglio – che interpreta assai bene una commedia ben scritta da Eduardo Tartaglia e ben diretta da Giuseppe Miale di Mauro, esilarante e di chiaro impegno civile, in scena anche oggi pomeriggio al teatro Brancaccio di Roma: da non perdere. (Foto di Gaetano Livigni)

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Teatro

“Non si uccidono così anche i cavalli?”

A75_5547-newdi Gabriele Ottaviani

Tratto da un romanzo dello scrittore e sceneggiatore Horace McCoy che aveva già avuto, da parte dell’autore in persona, un primo trattamento cinematografico nel millenovecentotrentasette, che però gli studios di Hollywood respinsero, e che invece, rimaneggiato sostanzialmente, sarà alla base del capolavoro unanimemente riconosciuto del millenovecentosessantanove – quattordici anni dopo la morte del succitato McCoy, in un’epoca di globali istanze di rinnovamento in merito alle quali già però si avvertiva il pericolo del tradimento da parte di una società feroce che tutto sfrutta, mercifica e fagocita, che illude i più giovani, bisognosi e speranzosi, che non ha scrupoli e foraggia l’atrocità della guerra fra poveri (quanto è tragico che tutto ciò sia così attuale, anche se dalla grande depressione sono passati quasi novant’anni…) – per la regia di Sydney Pollack, in assoluto il migliore tra i film della splendida carriera della straordinaria Jane Fonda, è la storia selvaggiamente crudele di un manipolo di disperati che attirati dal miraggio di un futuro meno infame – e, nelle immediate contingenze, dall’alloggio e soprattutto dal vitto – partecipano a una estenuante maratona di ballo. Non ci si può fermare mai. Per ore. Giorni. Settimane. Vince chi resta in piedi. L’ultimo. Ma è poi, a prescindere dai soldi in palio (ci sono davvero?), una reale vittoria? O ciò che vince su tutto e tutti è solo l’atroce volontà di sopravvivenza, che rende abbrutiti e disumani gli umani? Del resto, però, oggi come oggi siamo la società in cui conta di più avere un gran numero di follower su Instagram che non volersi bene sul serio, e dunque, alla fine, ammettiamolo, non è così che si fa sempre e da sempre? Non si sfrutta colui di cui si ha bisogno, facendogli credere di essere importante, di avere un posto speciale nel nostro cuore, per poi gettarlo via quando non serve più? Non si uccidono così anche i cavalli? Lo spettacolo, bello, articolato, straziante, complesso, difficilissimo, di rara intensità e formidabile potenza, che ha vinto il Premio Camera di Commercio Riviere Liguri per la pièce di maggior successo del cinquantaduesimo festival di Borgio Verezzi, recitato davvero bene dalla compagine di attori, connotato da musiche a cui non fa difetto il genio (in particolare – non facciamo spoiler, ma va reso onore al merito – la versione swing di una celebre sigla di Fantastico, che già di suo rimanda a Eleanor Rigby, è fenomenale e diventa oggetto del dramma di rara tragicità come ha saputo essere in tempi recenti solo la magnifica versione di I will survive cantata da Émilie Dequenne in Sarà il mio tipo?) e ben confezionato, in ogni dettaglio, è assolutamente da non perdere. In scena fino al quattordici di ottobre alla Sala Umberto, vede nel ruolo dell’ambiguo impresario che dette l’Oscar nel millenovecentosettanta a Gig Young un ottimo, comme d’habitude, Giuseppe Zeno, e un cast splendido composto da Donato Altomare, Brian Boccuni, Alberta Cipriani, Giancarlo Commare, Vittoria Galli, Alessandro Greco, Salvatore Langella, Elisa Lombardi, Maria Lomurno, Matteo Milani, Pierfrancesco Scannavino, Lucina Scarpolini, Viviana Simone e Sara Valerio. Traduzione, assai efficace, di Giorgio Mariuzzo, adattamento e regia di Giancarlo Fares, coreografie – bellissime – di Manuel Micheli e la partecipazione live del Piji Electroswing Project, con Piji, cui si debbono anche le canzoni originali, alla voce e alla chitarra, Gian Piero Lo Piccolo al clarinetto, Egidio Marchitelli all’elettronica e alla chitarra, Francesco Saverio Capo al basso e Andy Bartolucci alla batteria. Scene di Fabiana Di Marco, costumi di Francesca Grossi e disegno luci di Anna Maria Baldini.

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Teatro

La rondine

image1.jpegPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

“LA RONDINE”  di Guillem Clua – Un canto d’odio o d’amore? 

Il 13 marzo al Teatro Argentina di Roma (Sala Squarzina), all’interno della XII rassegna internazionale di drammaturgia contemporanea “In Altre Parole” curata da Pino Tierno e Simone Trecca, verrà presentato per la prima volta in Italia il rivoluzionario testo catalano “LA RONDINE”, scritto da Guillem Clua. A dar voce ai due protagonisti della storia saranno Lucia Sardo, indimenticabile interprete di Felicia Impastato nel film “I cento passi”, e l’intenso Luigi Tabita, diretti dal regista Francesco Randazzo. “Cos’è che ci rende umani? Di tutto quel che siamo e che facciamo, cosa credi definisca realmente la nostra umanità?” E’questo l’interrogativo che percorre la spina dorsale de “LA RONDINE”. Il testo nasce ispirandosi all’attacco terroristico avvenuto il 26 unnamed (1)giugno del 2016 al Bar Gay Pulse di Orlando (USA), nel quale morirono 49 persone, ma in esso risuonano anche gli attentati di Parigi, Nizza, Barcellona, e tenta di comprendere l’assurdità dell’orrore, le conseguenze dell’odio religioso, omofobico e la fragilità dell’amore nei rapporti umani. Davanti ad un attacco indiscriminato tutti siamo vittime e tutti ci troviamo allo stesso bivio: odio o amore. Il nostro mondo dipenderà dalla direzione che prenderemo. Lo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Catania debutterà con l’allestimento completo in prima assoluta il 26 aprile a Catania, per poi girare nella prossima stagione nei maggiori teatri italiani.

Ore 17 – ingresso libero
“La rondine” di Guillem Clua

Je-suis-OrlandoTraduzione M. Vannucci Adattamento P. Tierno
Con Lucia Sardo e Luigi Tabita

Regia Francesco Randazzo

Musiche Massimiliano Pace

Produzione Teatro Stabile di Catania

 

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Intervista, Teatro

Angelita Puliafito e la nostalgia per la civiltà della memoria

25591799_1967556756593525_3133145853050042742_ndi Gabriele Ottaviani

Angelita Puliafito è autrice e regista di Così per caso.

Perché fai teatro?

Bella domanda!!! Faccio teatro perché riesce a mettere insieme tutte le arti. Faccio teatro e, soprattutto, regia perché da bambina il mio gioco preferito era quello di poter raccontare le cose a modo mio; ho sempre voluto far capire agli altri come le vedevo, dalla mia visuale. E perciò, non solo il vederle, ma fargli provare le mie stesse emozioni, quelle dentro di me. Poi, un po’ per caso, un po’ per gioco, mi sono ritrovata in questo mondo …

Qual è la tua formazione?

Ho cominciato a fare teatro quasi parallelamente al canto, per gioco, nel mio piccolo paesino, Gesso, definito la “Perla dei Peloritani”, facendo dei piccoli ruoli da “attrice”, in qualche commedia dialettale. Fu un amico e attore, Antonio Alveario (lo ricordiamo per aver interpretato Riina nel film di Pif), a suggerirmi la strada e così, trasferitami a Roma, iniziai nel 2001 il DAMS con percorso Teatro. Ciò mi ha dato la possibilità di conoscere delle figure illustri, come ad esempio Ubaldo Soddu e Valter Pagliaro, e di innamorarmi sempre più del teatro, tanto da approfondirlo con corsi e seminari. Da lì le prime proposte di regie (a titolo totalmente gratuito), e i primi laboratori teatrali che, da perfetta incosciente e da una a cui piacciono le sfide quale sono, accettai di buon grado. Ovviamente, non avevo nessun tipo di esperienza; mi lasciavo guidare molto dalle mie sensazioni; non nego che lo faccia anche oggi, ma con un po’ più di coscienza. Alternavo, così, teatro e canto; poi, dopo alcuni anni nei quali ho fatto anche da aiuto regia, è arrivato l’inaspettato corso di Regia presso la Casa dello Spettacolo. Questo, davvero, è stato un regalo del destino; per quasi tre anni ho approfondito la materia con degli insegnanti bravissimi, tra loro sicuramente spiccano: Carlo Emilio Lerici, Mario Prosperi, Teresa Pedroni e Giovanni De Feudis.
Proprio in quel periodo ho scritto il mio primo spettacolo, o meglio, il mio primo corto teatrale: ”Così per caso” con il quale, sempre per gioco e con nessuna pretesa, ho partecipato ad una rassegna.

Qual è l’aspetto più importante in una rappresentazione teatrale?

Credo che, tra tutti, l’aspetto più importante delle rappresentazioni sia il passaggio delle emozioni, sia per quanto riguarda la commedia, sia nel caso del dramma. Il regista non ha il contatto diretto con il pubblico e la sua emozione viene filtrata dall’attore: se l’attore si fida ciecamente del suo conduttore, il passaggio sarà inevitabile e naturale. Nel caso contrario, qualora anche la struttura fosse perfetta sia nei cromatismi che nella tecnica, ma non ci fosse questo elemento fondamentale, il risultato finale sarebbe mediocre. Ecco perché, nella mia personale scala dei valori, quello del sentimento o, che dir si voglia, la “emozione” è l’aspetto che si colloca al primo posto.

Come nasce Così per caso?

Così per caso nasce, appunto, per gioco o, forse è meglio dire, per caso o per volere di qualcun altro. Ho sempre sostenuto che la scrittura di questo testo non sia opera mia, ma di una sorta di “volere supremo”. Avevo deciso di partecipare alla prima rassegna teatrale romana sull’Olocausto e pensai di scrivere un testo, rasserenata dal fatto che lo spettacolo doveva durare pochi minuti… non sono di certo una drammaturga, io! Cercando su Google, alla parola Shoah, venne fuori “il mondo” e, tra le varie storie, anche quella di Marta Ascoli. Lessi la sinossi del suo libro autobiografico “Auschwitz è di tutti” ma, di proposito, non lessi mai il libro, per evitare di farmi influenzare troppo nella scrittura. Iniziai, così, a romanzare le informazioni trovate. Venne fuori il copione… col tempo scoprii che molto di ciò che avevo scritto, corrispondeva a realtà.

Che tipo di spettacolo è?

Così per caso è uno spettacolo che narra il ricordo di una “Voce della Shoah” un lavoro teatrale consumato tutto in un atto, emozionante, a volte doloroso, dal quale difficilmente si riesce a staccarsi: si viaggia insieme ai ricordi di Marta fino ad arrivare ad Auschwitz; qui gli aspetti più brutali della deportazione divengono mostri, ombre senza volto e senza anima. Lo spettacolo parla ai ragazzi di oggi, a quella generazione che non ha vissuto questa barbarie, con un grande messaggio da comunicare: “Auschwitz è di tutti!” non è solo degli ebrei, non è solo dei deportati, Auschwitz è la storia che nessuno deve dimenticare.

Cosa rappresenta per te il giorno della memoria?

Da quando ho “conosciuto” Marta e la sua storia, il giorno della Memoria è quasi un appuntamento, al quale non posso e non voglio mancare; il mio ruolo in questa storia è quello di continuare a darle voce, far conoscere la sua vita, il suo dramma e la sua forza.

Che valore ha il ricordo nella nostra società?

Credo che la civiltà si sia sviluppata sul ricordo e sulla memoria; purtroppo la nostra società, per quel che riguarda il ricordo, oggi appare in crisi, la memoria pubblica infatti la si preferisce lasciare alle pagine di Wikipedia. Ho molta nostalgia della società del ricordo. Io sono figlia degli anni 80, quando non esistevano cellulari, tablet, internet, ci si innamorava ai falò e ci si guardava negli occhi, sono cresciuta guardando avanti e ricordando il passato.

Come hai scelto il cast e i tuoi collaboratori?

Il cast di così per caso è formato da Valeria Mafera, Gloria Luce Chinellato, Alessandra Vagnoli, Manfredi Gelmetti, Cristiano D’Alterio: questo è il “Nuovo cast”, al completo. La scelta è stata per alcuni, come la Mafera, Vagnoli e Gelmetti, consapevole e matura: ho già collaborato con loro in altri progetti e quindi non ho avuto alcun dubbio a volerli anche in questo. Per altri, come ad esempio la Chinellato e D’Alterio, la scelta è avvenuta tramite provino, mi sono piaciuti subito e ho capito che potevano far parte di questa grande famiglia. Di tutti loro, quello che mi ha colpito di più, già dal primo incontro, è stata la loro fiducia, questo darsi completamente, il loro affiatamento, persone che non si conoscono – né nella vita, né sul palcoscenico -, di età diverse, con Vite diverse ma, lo si può dire senza presunzione, con le stesse Emozioni. Durante le prove, con ciascuno di loro separatamente e poi tutti insieme all’unisono, un unico coro, con tante risate, errori e dimenticanze, gag da parodia del backstage, tanto affiato, rispetto e commozione. Approfitto di questa intervista per salutare colei che nel cast precedente interpretava il ruolo della vera protagonista della storia, di Marta Ascoli giovane, ossia Sara Baccarini, che con suo e nostro rammarico non ha potuto partecipare allo spettacolo perché contemporaneamente in scena, ma che si è dimostrata sensibile e collaborativa fino alla fine. A lei va il mio, o forse è meglio dire, il nostro pensiero affettuoso e il più grosso in bocca al lupo per i suoi progetti teatrali, presenti e futuri! Tra i miei collaboratori va sicuramente menzionato Enrico Marcacci, con il quale collaboro ormai da diversi anni: diciamo che io “sopporto” lui, e lui me … e badate bene, non ho detto “supporto”! E una menzione anche alla new entry, Erica Cellini, la nostra scenografa che farà in modo che tutto sia armonioso … vi assicuro che è davvero brava!!!

Quando e dove andrete in scena?

Andremo in scena il 19/20/21 gennaio al teatro Tordinona di Roma e poi in matinée: il 26 al teatro di Aprilia il 28 e il 29 al teatro di San Vito Romano, in occasione del Premio La Ribalta, a cura di Ulisse Patrignani.

 

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Intervista, Teatro

Alessandra Vagnoli: “Così per caso”…

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A scanso di equivoci, Alessandra Vagnoli è prima di tutto una carissima amica. Inoltre è una delle protagoniste di Così per caso, spettacolo teatrale di prossima rappresentazione. Sentiamo cos’ha da dirci.

Perché fai teatro?

Per una passione irrinunciabile, a cui ho dato voce 13 anni fa, quasi per gioco, con un breve laboratorio presso l’Upter, non a caso “Università Popolare della Terza Età” (ride). Fino ad allora facevo solo un po’ di “teatrino” quotidiano.

Che spettacolo è Così per caso?

Uno spettacolo impegnativo, considerato l’argomento trattato, e che vuol essere un pro-Memoria, per non dimenticare, e al tempo stesso uno spunto di riflessione. Uno spettacolo di cui, profondamente, mi sento parte, orgogliosa di essere “a servizio” della storia e da “tramite” per raccontarla al pubblico, che mi auguro sarà numeroso.

Che personaggio è il tuo?

Una Donna, una Mamma, una Moglie, a 360°, pertanto dolce e fragile quanto basta e al tempo stesso forte e sicura di sé. Una donna “ricca” di sfumature caratteriali che cerco di rendere al meglio, guidata dalla bravissima amica e regista Angelita (Puliafito, ndr). Una Donna straziata dal dolore, a cui cerca di sopravvivere senza lasciarsi sopraffare da esso.

Quando e dove andrete in scena?

Intanto a Roma, al Teatro Tordinona, Via degli Acquasparta 16, il 19 e 20 Gennaio alle ore 21:00 e il 21 Gennaio alle ore 17:30. Poi sono previste, nella settimana successiva, delle matinée per le scuole in due località, entrambe nella provincia di Roma.

Come nasce l’idea di questa rappresentazione?

Questo spettacolo è vincitore di un premio per la miglior regia e uno della critica alla prima rassegna teatrale romana sulla Shoah, cui partecipò Angelita qualche anno fa. Poi decise di svilupparne il testo, oltre i 15 minuti a disposizione previsti dal bando quindi, e di renderlo come spettacolo teatrale, rappresentato principalmente per le scuole. Su questo punto potrà dirti meglio Angelita, comunque maggiori informazioni sono anche sulla pagina Facebook dedicata “Così Per Caso – Dramma Olocausto”.

Cosa simboleggia per te la giornata della memoria?

È il minimo pensiero, ma proprio il minimo, che si possa riporre nei confronti delle vittime di un’atrocità, perpetrata a danno di decine di milioni di innocenti, e non solo ebrei.

Perché i ricordi sono così importanti secondo te nella vita e nella nostra società?

Se dovessi risponderti da personaggio, da Ida Tommasini, ti direi che “… i ricordi sono come un contorno sbiadito di una fotografia che ferma un momento … un angolo di vita che esiste soltanto dentro di me …” Ecco, per questo i ricordi rappresentano qualcosa di prezioso, perché legati a persone ed eventi che fanno parte della mia Vita e vanno protetti, oltre che tenuti vivi. Talvolta legati a qualcosa di spiacevole, non per forza bei ricordi quindi, ed è qui che entra in ballo il monito, per sé stessi, affinché non si ricada in certi errori, ma nel caso specifico per la società. I ricordi possono servire a fermarsi in tempo, a quell’attimo “prima”.

Come si riesce a dividere il palcoscenico senza prevaricazioni?

Basta indossare elmetto e mimetica e tenere un coltellaccio tra i denti!! (ride) Ovviamente scherzo! Ho la fortuna di condividerlo, e da sempre, con delle belle persone. E non lo dico per fare una sviolinata all’attuale cast. Forse in un certo senso, e inconsapevolmente, ci si sceglie. Per me Teatro è pura passione, è uno “spazio protetto”, guadagnato, talvolta, a fatica in termini di tempo, salute e denaro (mai fatto parte di una compagnia stabile e legalmente riconosciuta, ma piuttosto di gruppi amatoriali associati e autotassati), quindi non potrebbe essere “inquinato” da prevaricazioni di sorta o mancanze di rispetto. Piuttosto non accetto “ingaggi”. Il mio personale motto è “S.B.G. Solo Bella Gente”.

Qual è lo spettacolo che sogni di interpretare?

Ohhhhh che bella domanda! Non ci ho mai pensato, sai?! Visto che mi “costringi” … così, su due piedi, ti rispondo IL MIO! E più che un sogno, è un progettino già in cantiere … il testo e la regista (non indovinerai mai il suo nome!) già ci sono … stay tuned!

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