Intervista, Libri

Roberta Palopoli, il crimine e la seduzione

di Gabriele Ottaviani

Roberta Palopoli ha scritto l’ottimo Tre per una – I crimini di Stuart Newell: Convenzionali la intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

In realtà nasce semplicemente da un’idea che mi è venuta su un personaggio che avrei voluto descrivere, non avevo esigenze particolari, mi è venuto in mente proprio lui, Stuart, e mi sono inventata la sua vita.

Chi è il protagonista?

È un uomo ancora giovane, che nel passato ha subito maltrattamenti e abusi da suo padre, rimasto orfano di madre molto piccolo. Ha sviluppato una patologia criminale che tiene sotto controllo nel quotidiano, e sfoga con grande organizzazione e lucidità.

Cosa c’è secondo lei nel delitto di così seducente da portare qualcuno a compiere un crimine?

Secondo me può esserci onnipotenza, sfida, voglia di farla franca. Spesso la patologia emotiva che in genere hanno i serial killer, fa si che non sentano colpa o dispiacere e quindi continuino convinti che sia l’unica strada possibile. Parlo dei seriali, non di chi commette un delitto dettato dall’esplosione di ira occasionale.

Quale messaggio vorrebbe trasmettere ai suoi lettori?

Soltanto di sedersi e leggere e godersi il viaggio, se la storia fa per loro. Io l’ho scritta anche con un pizzico di ironia, che andrebbe colta. Non è una storia drammatica, con epilogo tragico, anche se la follia guida i personaggi.

Perché scrive?

Perché mi aiuta a sognare. A fare ciò che non posso fare, a dar vita a personaggi che non conoscerei, altrimenti.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Di libri del cuore ne avrei troppi… leggo da quando ho otto anni; dico L’innocente di Gabriele D’Annunzio, perché è un racconto spietato che riporta alla totalità di un sentimento tra due persone. Il film è senza dubbio C’era una volta in America, capolavoro di emozione, sentimento, crudeltà, tradimento, amicizia e falsità, tutto in uno. L’ho visto tante volte e non mi stanco di guardarlo.

Prossimi progetti?

Ho idee e presto cercherò di svilupparle.

Da cosa sono unite e/o divise psicologia e letteratura?

Sono unite dalla profondità dell’autore, dalla sua capacità introspettiva e di osservazione del mondo esterno. Ahimè non tutti sanno farlo, ma tutti vengono chiamati scrittori o autori, ormai… io considero scrittore solo colui che è capace di suscitare emozioni, non solo negative, anche allegria, ma che sia in grado di far si che chi legge pensi “ proprio come è capitato a me” oppure “ non ci avevo pensato, questa situazione è proprio vera”, che sappia far piangere o sperare, che accompagni il lettore in un viaggio e lo avvolga. Insomma la psicologia serve a rendere condivisibile ciò che si scrive, perché si scrive per essere letti, no?

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Intervista, Libri

Adelio Fusé, l’attesa e le sue tante direzioni

di Gabriele Ottaviani

Adelio Fusé ha scritto per Manni Le direzioni dell’attesa: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

Le mie storie nascono perlopiù da un’immagine. Una situazione, un luogo e dei personaggi che mi spingono a saperne di più sul loro conto. La testa stabilisce se può valere la pena costruirci sopra una storia ma chi decide sul serio è la mano. Devo sentire la storia nella mano per poterla raccontare. Questo romanzo, però, più che da un’immagine è nato da un’idea: una donna e un uomo che negli anni si incontrano e si lasciano più volte. Si separano per poter incontrarsi di nuovo, affidandosi completamente al Caso e alla forza della loro attrazione reciproca. La donna e l’uomo dell’idea iniziale sono poi diventati Alina e Walter.

Che cosa rappresenta l’attesa?

Nel romanzo l’attesa è un ventaglio di possibilità. L’attesa, come la intendono Alina e Walter, non è una condizione passiva ma movimento, dinamismo, ricerca continua. Se percorro la solita strada che dalle montagne scende verso il mare, so che dopo un certo tornante vedrò il mare. So esattamente dove aspettarmi la visione. Se cambio strada, non lo so più, e il mare potrebbe persino non comparire, perché ho preso una strada interna che se ne allontana. Magari sulla strada sbagliata avrò delle sorprese stuzzicanti. L’esempio, in tempi di “zone rosse”, è sicuramente carico di nostalgia ma serve a dire qual è la forma di attesa presente nel romanzo. L’attesa con le sue tante direzioni.

Walter, il protagonista, tenta di superare il senso d’inadeguatezza che lo affligge viaggiando: specialmente in questi tempi in cui muoversi crea inquietudine per il rischio di propagazione della pandemia, cosa simboleggia il viaggio?

Walter ha soltanto vent’anni quando, convinto di non poter soddisfare le proprie ambizioni, preferisce rinunciare alla scrittura. Viaggia come uno sbandato, senza scopo, finché lo scopo, per lui, non diventerà Alina. Walter e Alina viaggiano molto e in questo rappresentano il presente che non possiamo avere. Siamo imbarcati in una sorta di unico grande viaggio bloccato, e le domande non sono individuali ma collettive: Quando e come ne usciremo? E in quali condizioni? Ma queste domande, pur nel disagio e nella preoccupazione, ci proiettano pur sempre in avanti, verso il “dopo”. Il che corrisponde al senso vero di ogni viaggio, in corso o interrotto.

Alina è un’attrice: come si interpreta la vita?

Alina ha in mente un “teatro naturale”,­ così lo chiama lei,­ e aspira a parole e gesti che siano il contrario di ogni artificio. In fondo non si capacita del fatto che il teatro sia finzione e che lei vi prenda parte. Ma proprio perché partecipa vorrebbe portare almeno la naturalezza che lei tanto insegue. E la insegue anche nella vita, dato che per Alina, idealmente, fra la scena e la vita non c’è scarto. I suoi comportamenti agli occhi di molti appaiono come colpi a effetto del tutto ingiustificabili; lo stesso Walter in un primo momento rimane sconcertato. In Alina, però, non c’è nulla di studiato, nessuna astuzia. Agisce senza filtri, come lei sente di essere dentro.

Cosa incarna la scrittura per lei?

Incarna un modo d’essere. Walter, per esempio, rinuncia alla scrittura ma la scrittura continua a manifestarsi in lui come un bisogno: le cartoline, le lettere o i foglietti con annotazioni varie che sparge nelle città in cui fa tappa sono degli sfoghi necessari, anche se una magra compensazione. Per Alina, lui rimane comunque uno scrittore. Ha ragione lei. Walter finirà per scrivere la loro storia.

Prossimi progetti?

Le direzioni dell’attesa è parte di una trilogia sul tema “viaggio e creatività”, anche se ogni romanzo è a sé, con personaggi diversi. Questo romanzo è il secondo tassello, dopo L’astrazione non è la mia passione principale, pubblicato sempre con Manni. Resta il terzo, a cui vorrei dedicarmi. C’è poi un libro di poesia che si sta avviando. Più là, potrei forse dare un seguito alla storia di Alina e Walter.

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Intervista, Libri

Torino, tatuaggi, terrore e…

di Gabriele Ottaviani

Daniela Schembri Volpe scrive l’avvincente Killer Tattoo – La strana coppia: Convenzionali la intervista per voi.

Che ruolo hanno la magia e l’esoterismo nella vita?

Affermo spesso che la gente viva inconsapevolmente, intendo dire che l’essere umano ha abbandonato la consapevolezza che oltre ai cinque sensi, che ci fanno percepire il mondo, dovremmo sviluppare quello che chiamiamo intuito e che secondo me è qualcosa che va al di là di questo. Basta cercare l’origine della parola “magia” che ha accompagnato la civiltà umana dagli albori, è stata ed è oggetto di studio da parte delle scienze sociali, relazionandosi anche con la scienza e la religione. Magia ed esoterismo viaggiano a braccetto, esoterismo è ciò che pare incomprensibile e quindi misterioso, e il mistero è per l’uomo un fortissimo polo di attrazione. Basta notare quanti generi letterari si basano sul mistero o ancora quanta attrazione abbiano le pagine dei quotidiani che propongono fatti misteriosi insoluti. Purtroppo della magia approfitta una schiera di ciarlatani che strumentalizza le disgrazie altrui per trarne profitto.

Cosa c’è di macabro e grottesco nella nostra società?

La nostra è divenuta una società grottesca, le grandi ideologie sono crollate inesorabilmente lasciando spazio a un vuoto cosmico leopardiano che l’uomo sta riempiendo con il consumo di oggetti e di valori. Il macabro ha sempre convissuto con la nostra società, è dentro di noi, sopito, tenuto a bada, ma pronto a esplodere con i nostri sinistri primitivi istinti.

Che città è Torino, che lei ben conosce e che è uno dei vertici sia del triangolo della magia bianca che di quello della magia nera?

Torino è una città dalle potenzialità infinite, ricca e depauperata al contempo. È una città rinata con i giochi olimpici 2006 e poi irresponsabilmente fatta affossare, dopo tanto lavoro, da una giunta incapace. Torino è celti, liguri, romani, Savoia, romanico, barocco, siti Unesco, delizie reali, palazzi nobili, chiese, esoterismo e magia. Torino è una serie di scatole cinesi che contengono meraviglia all’infinito. È ora che qualcuno che la ami davvero la prenda in mano per farla risorgere.

Da che esigenza nasce questo romanzo?

L’esigenza è stata quella di una sfida. Ho editato diversi noir e ho fatto una scommessa con me stessa: scrivere un noir grottesco in cui non si ripetesse il classico schema omicidio, scientifica, commissario, assassino. Insomma, leggendone un certo numero ho trovato che ci fosse poca capacità di costruire un racconto noir che uscisse fuori dagli schemi soliti del noir nostrano territoriale.

Prossimi progetti?

Sicuramente il sequel di Killer Tattoo – La strana coppia, a cui darò un’ambientazione particolare, e altri libri a tema turistico sulla nostra bella Italia.

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Intervista

Diego Galdino e il mondo visto dal bar

di Gabriele Ottaviani

Barista e scrittore, Diego Galdino conosce la natura umana: conversare con lui è sempre un piacere.

Che cosa avrebbe fatto nella vita se non avesse avuto un bar?

Sicuramente avrei finito gli studi, avevo una grande passione per l’archeologia e per l’arte in generale. Chissà magari sarei potuto diventare l’Indiana Jones dei tempi moderni. 

Che tipo di umanità è quella che vede la mattina davanti a un caffè?

Un’umanità fatta di persone che hanno  bisogno di punti fermi, di certezze, della quotidianità di un caffè bevuto nel Bar del quartiere dove sono nati, cresciuti, o dove sono capitati per caso per passare gran parte delle loro giornate di lavoro. Tutto passa, il Bar resta… Umano. 

Com’è la situazione per esercizi come il suo in tempo di Covid?

Ho la fortuna di continuare ad avere la possibilità di preparare il caffè lavorando dietro al bancone del Bar dove vivo da circa cinquant’anni. Di sicuro la situazione è complicata, la preoccupazione è tanta, molte persone non hanno avuto la mia stessa fortuna, io nel mio piccolo cerco con il caffè di regalare un po’ di quella normalità che al momento sembra perduta. 

Com’è nata in lei la passione per la letteratura?

Grazie ad un amico di famiglia che quando compii tredici anni mi regalò il libro Le nebbie di Avalon. Da quel momento la letteratura è diventata una delle cose che amo di più. 

Qual è il ruolo della letteratura nella vita?

Un ruolo fondamentale. Mi resta difficile immaginare la mia vita senza la letteratura. Dovunque andrò o starò non potrà mai mancare un libro. 

Quando scrive?

Di solito la mattina prima dell’alba. Mi sveglio alle quattro per scrivere un’oretta prima di andare al lavoro. Quello è il mio momento solo della mia giornata. Un tempo dedicato interamente alle mie storie.

Che cosa la ispira?

Il più delle volte a ispirarmi sono delle immagini. Mi piace guardare un posto o una persona e iniziare a lavorare di fantasia creando intorno a essi un mondo. 

Il suo libro del cuore è sempre Persuasione? E il film sempre Notting Hill?

Sì, sono sempre loro i miei punti di riferimento riguardo i libri e i film. Adoro entrambi indefinitamente… 

Perché Rosamunde Pilcher le ha cambiato la vita?

Perché grazie a una ragazza che amava questa autrice meravigliosa ho potuto fare un viaggio che ha cambiato la mia vita. Lo scrittore Diego Galdino è nato sulle verdi scogliere della Cornovaglia.

Che vita è quella di un barista scrittore?

Una vita gratificante, faticosa, complicata, appagante. Una vita vissuta a modo mio. 

Com’è andata la recente presentazione a Zurigo di un documentario sul caffè di cui era fra i protagonisti? Di che film si tratta? Che esperienza è stata?

È andata benissimo. Essere invitato come ospite d’onore alla prima di un documentario internazionale riguardante il caffè è stata un’esperienza indimenticabile. Addirittura concludere il documentario leggendo un brano del mio primo romanzo Il primo caffè del mattino è stato un sogno a occhi aperti. Un documentario che racconta la storia del caffè dalle piantagioni più famose al bancone del Bar su cui viene servito alla fine di un percorso lunghissimo e tra tanti banconi su cui poggiare quella tazzina finale aver scelto proprio il mio è stato come vincere un premio Oscar. 

C’è un film in lavorazione che la riguarda, sbaglio? Può dirci qualcosa in più?

Al momento si sta iniziando a parlare del regista e degli attori. Mi sto gustando ogni piccolo passo di questo incredibile sogno ad occhi aperti. Interagire con degli sceneggiatori importanti come Paolo Girelli e Sandra Buchta, sentire la stima e l’entusiasmo di uno dei produttori cinematografici più importanti d’Europa mi fa stare tre metri sopra al cielo. Ovviamente sono consapevole che i tempi saranno lunghi e il Covid non aiuta, ma il progetto è molto serio e le basi solidi, quindi sono molto fiducioso e contento per questa grande opportunità. 

Che effetto le fa quando in Sudamerica le ditte di caffè scelgono le sue frasi come slogan?

Un po’ resto disorientato. Faccio ancora fatica a considerarmi uno scrittore di fama internazionale… Quindi ancora oggi sono il primo a restare stupito del mio successo planetario. 

Il sogno che non ha ancora realizzato?

Sedermi davanti a uno schermo per vedere un film tratto da un mio romanzo… 

A chi offrirebbe un caffè, e perché?

A lei per essere stato così gentile da intervistarmi…

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Intervista, Libri

Pasquale Listone: la vita, lo sport, la scrittura e il fango

di Gabriele Ottaviani

Pasquale Listone scrive Fango: Convenzionali lo intervista con gioia.

Che cos’è il fango del titolo?

Il Fango è un momento, un attimo che tutti vivono e sopravvivono. Riconoscerlo non è da tutti e uscirne è veramente per pochi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?

Non è un’esigenza, è un desiderio. Le esigenze implicano necessità, il desiderio invece è la volontà di emergere. Fuoriuscire dagli schemi.

Lei è un istruttore di tennis: che relazione c’è tra sport e scrittura?

Insegnare uno sport è molto simile alla scrittura. Baso tutto sul ricordo, credo che i ricordi siano quanto di più prezioso abbiamo. Le parole scritte restano così come gli insegnamenti in un campo.

A quali valori dello sport tiene maggiormente?

Con lo sport ho uno strano rapporto, amore e odio. Ma sicuramente lo sport ti insegna l’impegno. Senza quello non si va da nessuna parte. E lo sport te lo ricorda ogni giorno.

Come si elaborano le sconfitte della vita?

Non si elaborano, si superano.

La sua bella pagina Instagram ha oltre sessantacinquemila followers: cosa le piace maggiormente dei social?

Dei social amo la libertà di scelta.

Perché “gli occhi sono come un puzzle”?

Perché gli sguardi sono per tutti ma solo in un paio di occhi potrai incastrarti. Proprio come un puzzle.

Di cosa parla, sempre per citarla, il silenzio quando tace?

Il silenzio fa un casino esagerato. Perché emergono i pensieri, quelli che provi a spegnere con rumori o parole. Ma il silenzio è spesso terapeutico, bisognerebbe inserirlo come orario a scuola, un’ora di silenzio e pensiero.

Perché scrive?

Perché mi ascolto, riesco a parlare con me stesso e a esprimere davvero il mio vero pensiero.

Prossimi progetti?

Scrivere e parlare con chi vuole ascoltarmi davvero. Potrà sembrare una frase fatta, ma nessuna frase è “finta”. Dipende da chi le dice.

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Intervista, Libri

“Scrivo perché non mi riescono altre truffe”: intervista a Jonathan Rizzo

di Gabriele Ottaviani

Jonathan Rizzo ha scritto Le scarpe del flâneur: Convenzionali lo intervista con somma gioia.

Chi è un flâneur? E chi è un poeta?

Il flâneur è lo scrittore camminatore ispirato dai boulevard e dalla vita parigina. Un poeta è un albatro, avrebbe risposto Baudelaire. Io che mi chiamo Jonathan dirò un gabbiano.

Da quale esigenza nasce questa raccolta?

È una droga la poesia, come vivere. Ne sono assuefatto. Scrivere mi permette di salvare quel poco di colore che rimane nel mondo, o di liberarmi dei grigi esistenziali.

Può spiegarci più approfonditamente la dedica del suo libro, a Charles Baudelaire e Serge Gainsbourg?

Cerco sempre di lasciare un indizio al lettore con le dediche iniziali nei miei libri, un atto d’amore per chi mi stringerà con sé nella lettura. Ogni libro è dedicato ad un poeta che mi ha formato. Ritenevo fosse naturale che questo fosse per Charles e Serge, nella verità storica delle nostre tre vite.

Che rappresenta Parigi per lei?

Una nuova casa d’adozione naturale. Il luogo della rinascita. Parigi e la Francia.

Perché chiama la lussuria “signorina”?

Perché sono un gentiluomo.

Perché “i morti siamo noi”?

Perché in questa nostra “bella” società occidentale piccoloborghese intrisa di ipocrisia e pseudomisticismo imparato a memoria siamo tutti mostruosamente fottutamente ciechi.

Chi sono “gli acrobati della disperazione”?

Gli innamorati.

Quali sono “i minuti della disperazione”?

I pochi che le persone solo e si vedono concessi dalla gente. Bruciano bruciano bruciano, vite e minuti in cenere.

Perché dedica una poesia al “pensiero periferico”?

Perché ne dedico tante ai cosiddetti ultimi, gli unici che senta vicini e umani.

Come si risolve il dissidio fra corpo e anima?

Sesso, alcool e ogni cosa che riesca a non far pensare a questa domanda.

Perché scrive?

Non mi riescono altre truffe.

Qual è la poesia che ha nel cuore?

Delle mie la prossima. Di quelle che mi hanno formato, Baudelaire/Whitman/Ungaretti/Campana/Bukowski in ordine cronologico.

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Cinema, Intervista

Davide Cancila e il Cacciatore di Ghiaccio

di Gabriele Ottaviani

Davide Cancila è il regista di The iced hunter: Convenzionali ha la grande gioia di intervistarlo per voi.

Chi è il Cacciatore di Ghiaccio?

Il Cacciatore di Ghiaccio è un personaggio dotato di poteri straordinari, una sorta di eroe fantastico che però è costretto a utilizzarli per gli scopi di qualcun altro, che lo sfrutta come se fosse un’arma. È figlio di un immaginario anni ’80 e ‘90, di influenze fumettistiche, cinematografiche e in parte anche videoludiche, ma soprattutto è un personaggio che alla fine cerca solo l’amore, un po’ come tutti nella vita. È un personaggio a cui sono sempre stato molto legato, tanto da aver realizzato due cortometraggi che lo vedono protagonista.

Come nasce questo film?

Il film nasce dal tentativo di fare un remake del corto originale; parlando con un altro noto videomaker italiano mi è stato proposto di scrivere un lungo e così è nata la prima stesura della sceneggiatura, inizialmente concepita come un horror molto crudo. Poi una volta che mi sono ritrovato a gestire il tutto da solo sono state apportate delle modifiche, avvicinando maggiormente il racconto alle mie corde.

Come ha scelto gli attori?

Con alcuni membri del cast avevo già avuto occasione di collaborare, tanto che i personaggi di “Rafael” e “Alexei” sono stati scritti appositamente sui loro interpreti, rispettivamente Alex Lucchesi e Alessio Cherubini. Gli altri sono stati poi scelti sempre nell’ambito del cinema indipendente: Federico Mariotti per esempio l’avevo già conosciuto e apprezzato in alcuni cortometraggi, mentre Ivan King aveva le caratteristiche fisiche perfette, nonché la passione, che stavo cercando. A tal proposito, vorrei fare un  ringraziamento in particolare a Camilla Daldoss, che, oltre a occuparsi di gran parte delle riprese, ha trovato molti validi membri del cast del film.

Cosa la affascina di più dei generi horror e fantasy?

Sono generi che ho sempre adorato fin dalla più tenera età per il loro carattere intrinsecamente “sognante”. Poi crescendo ho iniziato ad apprezzarne il valore metaforico, in quanto secondo me l’horror e il fantasy rendono al meglio quando vengono utilizzati come mezzo per raccontare altro.

Prossimi progetti?

Al momento sto terminando alcuni cortometraggi, ma c’è l’idea di dedicarsi a un nuovo lungometraggio: riguardo “The Iced Hunter”, ricordo che ha un finale volutamente aperto e tante domande in attesa di risposta…

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Intervista

Il ritorno di Don Papa… con tante novità

di Gabriele Ottaviani

Lancio del nuovo Don Papa Rye Aged Rum: un nuovo prodotto invecchiato in botti ex Rye Whiskey americano. Un’altra perla nella ricca gamma Don Papa. Don Papa ha presentato in Italia il nuovo Rye Aged Rum presso il The Sanctuary, giardino esotico nel cuore di Roma che ben si incontra con lo stile Jungle delle etichette, così evocative, dei Rum Don Papa. Ma oltre l’estetica, troviamo un prodotto molto piacevole e di qualità: piccole produzioni, gusto articolato ma non inaccessibile, versatile in miscelazione. Il Rye Aged Rum svolge un invecchiamento di 4 anni in botti di Rye Whiskey americano – un whisky a base di segale – e si distingue per l’impronta asciutta e speziata che in parte mutua proprio dall’affinamento. Così insieme a note di caramella d’orzo, troviamo il pepe nero, la liquirizia, cenni agrumati. Il sorso è pieno, morbido, inconfondibilmente Rum. In chiusura è deciso, asciutto e lascia spazio a ricordi di anice. Ne parliamo con Walter Gosso, Trade Advocacy Manager e Ambassador di Rinaldi1957, distributore esclusivo per l’Italia.

Che rum è il Don Papa?
Don Papa Rum chiaramente è un rum da melassa con ispirazione spagnola nel suo essere. Nasce nell’Isola di Los Negros, nelle Filippine, un’isola ricca di canna da zucchero, denominata Sugarlandia, nome non a caso. Quest’isola ci regala un prodotto ricco di minerali (potassio, sodio, magnesio etc.) che viene raccolto quasi tutto l’anno, tranne che nel periodo dei monsoni, da fine maggio a settembre. La sua melassa viene prodotta con lieviti locali che fermenta per un lungo periodo, ottenendo così un prodotto molto aromatico e ricco di mineralità. Il Don Papa Rum invecchiato per 7 anni in botti di rovere americano, rasate al suo interno e carbonizzate con una tostatura extra all’esterno. I suoi anni di invecchiamento confluiscono in un prodotto piacevole sia al naso che al palato. Ritroveremo note di vaniglia e arancia candita con un lieve tocco di fichi maturi e al palato sarà caldo e avvolgente, con la piacevolezza delle note agrumate, legate alla sua mineralità che si abbinano in modo gradevole alle note di cioccolato e liquirizia. Don Papa Rum si può adattare a una miscelazione classica, legata sia ai cocktail a base rum che alla miscelazione moderna, grazie alla creatività dei nuovi mixologist, sempre alla ricerca di nuove creazioni e sfumature, nonché agli abbinamenti gastronomici, sia nella versione miscelata che in purezza. L’abbinamento al cioccolato è perfetto per un momento di meditazione assoluto, si può variare da un fondente al 55% al 65% con diverse tipologie di cacao, da quello sud-americano a quello africano, da un Criollo a un Forastero, ma anche con un buon cioccolato al latte oppure uno storico Cremino Baratti&Milano, il nostro abbinamento risulterà sublime! Un altro abbinamento che possiamo goderci è quello con il sigaro, dal nostro più amato e importante toscano ai più morbidi caraibici o canari di Las Palmas.

A quale target si rivolge Don Papa?
Don Papa Rum si rivolge a differenti target di età, di consumatori e amanti del rum. Da un pubblico più giovane che preferisce probabilmente una miscelazione del prodotto, con cocktail ricchi di sapori tropicali e fruttati, a un pubblico più esperto del distillato di canna da zucchero. Don Papa, con le sue differenti release, dal Don Papa 10yo allo Sherry Cask o con le sue Limited Edition, come il Rare Cask, il Sevillana e l’ultimo nato, il Rye Cask Aged, può deliziare palati differenti e di diverse età e portafogli. Gli amanti del rum possono ritrovare in lui il piacere di degustare un prodotto liscio, adatto alla meditazione e al piacere di una beva complessa e articolata, che può stimolare il palato più difficile. Sicuramente il target moderno è nelle sue corde: è perfetto per le feste mondane come per un evento classico, avvicina ogni tipologia di consumatore e diventa, per ogni occasione, il compagno ideale di felicità e spensieratezza, sempre bevendo con moderazione.

Qual è la storia del Don Papa nel mondo e in Italia?
Don Papa Rum, essendo un distillato delle Filippine, porta con se un bagaglio di storia popolare immensa: dalla sua colonizzazione spagnola, al Dopoguerra, con gli americani che ebbero una forte influenza sulla cultura locale e sulle sue abitudini, acquisite dalla loro presenza nel Paese. Don Papa sicuramente risveglia molta curiosità, per essere un rum: quando si parla di questa tipologia di distillato, infatti, il pensiero cade subito, per abitudine, sul Centro-America e sui Caraibi. Quando si assaggia questo rum e si svela che proviene dalle Filippine, subito si crea un velo di stupore. Don Papa sia in Italia che nel mondo, rispecchia anche la storia del suo ideatore e creatore, Stephen Carrol che, nel 2011, si innamora dell’Isola di Los Negros, con la sua folta vegetazione e coltivazione della canna da zucchero e il suo clima ideale per produzione di rum e il suo invecchiamento. Un uomo che con il suo coraggio e la sua volontà ha creato un distillato che, a oggi, si identifica come uno dei marchi-icona del mondo dei rum.

Che progetti avete per il brand?
Don Papa Rum negli ultimi anni si è inserito tra i leader di mercato del settore, per cui come azienda importatrice nutriamo innumerevoli aspettative. A fine settembre, abbiamo lanciato a Roma la nuova release, Rye Cask Aged, un Don Papa invecchiato esclusivamente in sole ex-botti di rye whiskey americano, whisky di segale, per noi una vera felicità, riscontrando un enorme successo tra i nostri ospiti. Lavoreremo sempre di più con il mondo del food, dove Don Papa trova uno dei suoi habitat più confortevoli, specialmente nel pairing con piatti della cucina indo-asiatica, oppure con lo stile più moderno Fusion, dove diversi stili di cucina si intrecciano fra di loro.

Per maggiori informazioni
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Intervista, Libri

La forza delle donne: intervista ad Antonella Ferrari

di Gabriele Ottaviani

Antonella Ferrari è l’autrice di Adelaide: Convenzionali la intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo romanzo?
Nessuna esigenza particolare, mi aveva affascinato la storia di Giuseppe Mazzara che arriva a Chieti da Napoli in manette, e diventa un tramite tra i Carbonari delle due città. Da lì il romanzo ha preso una piega più romantica, data la scarsità di riscontri storici negli archivi.

Che ruolo hanno l’amore e la storia nella vita, in letteratura e in quest’opera?
L’amore, declinato in ogni sua accezione, padre/figlio, uomo/donna, o tra sorelle, regna in questo libro come nella vita. Il mondo finirebbe senza amore. Secoli di letteratura descrivono la sua importanza in ogni momento dell’esistenza umana. Cosa sarebbe la terra senza amore?

Qual è il messaggio del suo testo?
Un messaggio di amore trasversale, a 360°, per tutti, senza limiti e confini e che vince sulla bigotteria dei benpensanti.

Quale sensazione spera che i lettori provino immergendosi nelle pagine della sua narrazione?
Vorrei donare qualche ora di spensieratezza e distrazione. Il lettore si accomoda e parte per un viaggio fino a tre secoli fa. Scoprire come era dura la vita senza telefoni, internet e auto.

Cosa rappresenta la Carboneria?
La Carboneria è stata un movimento popolare per i diritti e la libertà del popolo agli inizi dell’800, ha unito persone diverse, nobili e umili, ricchi e poveri,  è  stata uno scenario interessante su cui  tessere la trama, un argomento non troppo inflazionato.

Com’era la Chieti ottocentesca? Perché ambientare qui il romanzo? Come mai si parla di rado di questa città?
La Chieti ottocentesca è descritta fedelmente, ho sfogliato pergamene impolverate presso l’Archivio di Stato di Chieti, la mia città di origine, scoprendo l’epidemia di colera a marzo 1837 e altri eventi riportati nel libro. Il romanzo è incentrato sui personaggi, Chieti è il teatro degli eventi, l’ho lasciata di proposito sullo sfondo, mi interessava più descrivere stati d’animo e umanità varia.

Chi è Adelaide?
Scartabellando tra le carte mi sono imbattuta in questa donna forte e indipendente, davvero la colonna portante della famiglia. Mi ha colpito questa persona avanti di cento anni, e da lì ho plasmato la mia eroina senza paura e single convinta.

Chi sono i Mayo?
I Mayo sono una famiglia della nobiltà chietina, appartenevano a un gotha di sei o sette casati potenti che di fatto imperavano in città. Negli archivi si trovano molti documenti sul loro palazzo sul corso principale, oggi Fondazione/Museo,  ma poco delle vicende dei Mayo. Così ho modellato alcuni personaggi su spunti storici riportati e ho inventato gli altri protagonisti del libro e le loro avventure.

Chi sono suor Anna, Ari, Giacinta, Giuseppe e Rebecca?

Solo Giacinta, sorella di Adelaide e Giuseppe, diventato suo marito, sono realmente esistiti, gli altri sono espedienti per arricchire la narrazione, per romanzare i fatti di tre secoli fa.

Perché scrive?
Scrivo quello che accade intorno a me, i fatti che osservo ogni giorno. Li elaboro, fantastico e nascono storie più o meno avvincenti.

Prossimi progetti?
Ho già pronto un romanzo ambientato in Sardegna, mio luogo del cuore. Si intitola L’Isuledda, storia d’amore e di vita dura a cavallo dei secoli.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Il mio libro del cuore è Le Braci di Sandor Màrai, un romanzo perfetto, non è migliorabile, spinge a riflessioni profonde e insegna il vero senso della vita. Per i film, spazio da Fuga per la Vittoria, squadra di calciatori nella seconda guerra mondiale che vince e fugge grazie al popolo, a Pretty Woman, una Cenerentola degli anni ‘90. Entrambi dimostrano che è possibile salvarsi, la vita riserva sempre splendide sorprese.

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Intervista

“I nostri sentimenti non sono infetti”: intervista a Maximilian Nisi

di Gabriele Ottaviani

Maximilian Nisi sarà prossimamente in scena nella bella cornice del teatro romano Lo Spazio con Giuda, di Raffaella Bonsignori: Convenzionali è felice di intervistarlo per voi.

Che spettacolo è Giuda?

Ho molte risposte per questa domanda, perché non c’è un solo Giuda in questo Giuda. Questo spettacolo, innanzitutto, è una macchina del tempo: entra nel passato cristallizzato nei ricordi di un uomo difficile, arrovellato, a volte rabbioso, a volte ironico, imprigionato nell’icona del “perfetto colpevole”. E, come accade sempre con i ricordi, è una macchina che viaggia anche in qualche nebulosa, lasciando domande in sospeso, dubbi, verità affatto personali. In secondo luogo, è un monologo, un flusso di coscienza, un dialogo mancato con Dio e, forse, con tutti noi uomini del suo futuro, che continuiamo a condannare Giuda senza appello. È, poi, un’esperienza, credo, piacevole, perché la voce di Giuda è in compagnia delle musiche originali di Stefano De Meo e delle immagini evocative di Marino Lagorio. Sicuramente è un atto di coraggio, sia perché affronta il tema più scomodo della cristianità, sia perché è un omaggio al teatro, in un momento in cui il teatro ha bisogno di tutto il nostro amore per sopravvivere.

Quando e dove andrà in scena? Quante e quali date sono previste?

Lo spettacolo, dopo aver debuttato felicemente nel mese di agosto, al Festival di Borgio Verezzi, andrà in scena a Roma, al Teatro Lo Spazio, dal 29 ottobre al 1 novembre. Abbiamo, poi, ricevuto alcune interessanti proposte di ospitalità: Torino, Vicenza, Napoli … ma il destino troppo poco definito del teatro di questi giorni ci obbliga a rimandare la tournée in primavera, sperando che l’emergenza sanitaria sia finalmente passata.

Che significato ulteriore ha riuscire ad andare in scena in tempo di pandemia?

È fondamentale per l’equilibrio mentale ed economico di noi addetti ai lavori, per quella spirituale del pubblico, che a differenza di ciò che viene continuamente sostenuto ha un grandissimo bisogno di teatro, e per le sorti del teatro stesso. Dobbiamo andare avanti, modificando dov’è possibile le regole del gioco. Dobbiamo farlo per riconquistare uno spazio che questa profonda crisi ci ha portato via. I nostri sentimenti non sono infetti, dobbiamo quindi cercare di ovviare all’isolamento che ci è stato imposto. Il teatro è un luogo che permette il giusto distanziamento dei posti a sedere, l’uso della mascherina e,inevitabilmente, impone il silenzio. Questo significa che vengono esclusi tutti i veicoli di infezione di cui si parla, dovuti alla vicinanza e alle goccioline di saliva che possono raggiungerci. A volte non pensiamo alla depressione come ad uno dei gravissimi danni collaterali di questo virus. Ecco, il teatro, sotto questo profilo, è linfa vitale anche in questo momento. Ci vuole coraggio ad andare in scena ora, ma va fatto. Tutti noi operatori dello spettacolo ce la stiamo mettendo tutta affinché lo spettacolo non muoia e, con esso, non muoia la gioia del pubblico. 

Come possono sopravvivere i piccoli teatri e le piccole sale cinematografiche se la capienza dev’essere ridotta per mantenere il distanziamento fisico indispensabile al contenimento del morbo?

Già prima dell’era del Covid la sopravvivenza di queste realtà, fondamentali per un certo tipo di drammaturgia, era messa quotidianamente a dura prova. Sovvenzioni minime o praticamente inesistenti e richieste di contributi analoghe a quelle riservate a sale diversamente foraggiate dalle nostre istituzioni. Le crisi economiche del passato hanno reso il nostro settore privo di tutela. Gli investimenti in perenne diminuzione e i continui tagli hanno determinato una precarietà sempre più crescente e oggi, purtroppo, paralizzante. Una realtà già molto fragile minata ulteriormente, alla quale si sta aggiungendo una preoccupante perdita di spazi. Ogni giorno leggiamo con la tristezza nel cuore di teatri che chiudono. Mi chiedi come in questo momento di grande crisi queste realtà possano sopravvivere. Accadrà soltanto se lo Stato deciderà di agevolarle. Un esempio: se la capienza di un teatro per motivi sanitari è limitata, limitati dovranno essere anche i contributi fiscali dovuti dal teatro e dalla compagnia ospite allo Stato. In questi giorni paghiamo tasse come se le sale avessero una capienza normale. Questa è follia.

Che cosa rappresenta il teatro per lei?

La cura del vivente. Pensiero, passione, cultura. Durante il lockdown ho passato ore nel mio giardino a curare le mie piante, i miei alberi. Ho capito solo in seguito che era come se stessi lavorando in teatro. Lo slancio era lo stesso, la fatica la medesima e il ritorno analogo. Il teatro è un modo per coltivare l’arte, il sentimento, una parte essenziale della vita.

Quanto conta il pubblico in platea?

Di sicuro, il pubblico è una parte essenziale del teatro. Mettere in scena una pièce senza pubblico è impossibile. Il nostro lavoro non esiste senza chi ci guarda, chi ride, chi piange, chi applaude, chi critica. Lo spettacolo cresce e, a volte, cambia anche grazie alle risposte di coloro che sono venuti ad assistere allo spettacolo. Il pubblico è il depositario di una storia raccontata. Non ho mai considerato la quantità, ho sempre ritenuto che la qualità fosse la cosa più importante. Tuttavia tanto pubblico può significare che lo spettacolo ha valore, ha una sua necessità. Il riscontro del pubblico è fondamentale sia moralmente che praticamente, soprattutto quando, in un momento come questo, la sua affluenza dà la possibilità alla compagnia di far fronte alle spese di rappresentazione.

Ha da poco compiuto cinquant’anni: tempo di bilanci?

Certamente. Inevitabile. L’età della maturità è arrivata quasi di nascosto, in modo subdolo. Mi ha sorpreso affaccendato e distratto.  In questo momento ho molto tempo per pensare, forse troppo, ma pensare è sempre un modo costruttivo  di impiegare la vita. Non sono pensieri che fissano traguardi, ma di nuove partenze. Ho molti progetti da realizzare e l’arte è l’unica costante che li attraversa.

Che ricordi ha di Giorgio Strehler e Luca Ronconi?

Ricordi di un teatro che non esiste più. Il cambiamento avvenuto riguarda soprattutto l’uomo e il suo modo diverso e alquanto forsennato di vivere. Sono cambiate le modalità di relazione tra le persone e,di conseguenza, l’approccio ad un lavoro che per lungo tempo si è basato su empatia e solida costruzione. Oggi approfondiamo sempre meno: manca il tempo e spesso l’urgenza di farlo. Sembriamo anime costrette in un limbo alla continua ricerca del nulla. Scriviamo sull’acqua anche se in profondità desideriamo incidere sulla pietra. L’importante, però, è continuare a scrivere e coltivare il desiderio di farlo.

Lei è anche un insegnante di recitazione: qual è la dote più importante per un attore?

L’ascolto,  che determina un’esatta relazione. La giusta comunicazione. La compassione. Sono fermamente convinto che la pratica teatrale possa ristabilire ciò che è fondamentale nelle nostre vite. Attesta che siamo vivi, ci da modo di pensare, di studiare, di creare, di costruire, seppur con la nostra immaginazione, nuovi mondi. Ci insegna a essere umani, allontanandoci dall’alternativa di essere delle inutili monadi.

Che significa recitare? E quali sono le differenze tra il teatro, il cinema e il piccolo schermo?

Recitare è reagire. È giocare. C’è chi dice che sia citare-due volte. È interpretare. È fingere, simulare, narrare in terza persona, cercando la forma fisica ed estetica per raccontare un personaggio. È esprimere emozioni. Si può recitare su un palcoscenico, in un set televisivo o in quello cinematografico. Il punto di partenza è il medesimo, cambia il luogo e in relazione a questo cambia l’uso dei mezzi che un interprete deve utilizzare per essere incisivo e credibile.

Lei ha lavorato in diverse produzioni Ares: cosa pensa delle ultime illazioni?

È sterile gossip, un inutile psicodramma. Ho lavorato diverse volte con l’Ares Film, ma l’ho sempre fatto da attore. Non mi sono mai sentito manipolato o violentato, fosse accaduto probabilmente me ne sarei andato. Ritengo che sia più opportuno recitare su un palcoscenico: trasformare la propria vita in un teatrino non è conveniente, è una pratica triste, squallida, soprattutto quando si tirano in ballo persone che non hanno più modo di difendersi.  

Di cosa ha bisogno il settore dello spettacolo in tempo di Covid?

Di coraggio, di amore e di profonda dedizione. Di coscienza dell’importanza dell’arte nella vita e del teatro, in particolare, come forma di espressione e comunicazione.

Perché l’arte è considerata, verrebbe da dire, un settore non necessario? Eppure, oltre ad assecondare il bisogno di bellezza, che è sentito da tutti, anche dal punto di vista economico dà vita a un indotto decisamente significativo in termini numerici e di posti di lavoro (e per un divo privilegiato, mille faticano ad arrivare a fine mese).

È vero, abbiamo un grandissimo bisogno di bellezza, ecco perché si deve andare avanti e lo Stato ci deve aiutare. L’arte è considerata priva di necessità soltanto da persone prive di cultura. C’è stato un tempo in cui ho creduto che, dietro al tentativo di imbarbarimento, ci fosse la volontà politica di abbassare il livello intellettuale ed intellettivo delle persone. Tuttavia credo che, purtroppo per noi, la verità sia ancora più desolante: siamo governati da persone che non considerano la cultura un bene primario, fondamentale per la  vita delle persone, e che ritengono la pratica dell’arte  non l’ espressione di una società felice e sana. Negli ultimi anni c’è stato un progressivo indebolimento dell’interesse governativo nei confronti delle arti in genere. Spero davvero  che non si tratti di incapacità a comprendere, a capire, perché sarebbe assai difficile spiegare un colore a un daltonico.

Quali sono i suoi libri e film del cuore, e perché?

Sempre gli ultimi. Non mi sono mai legato al passato e quando l’ho fatto mi sono pentito. È accaduto, ad esempio, che per motivi di lavoro io abbia dovuto rileggere dei libri che mi erano molto piaciuti e sui quali mi sono poi ricreduto. Siamo in costante divenire, cambiano le nostre aspettative, i nostri gusti e cambiamo noi. Ho bisogno sempre di stimoli nuovi e di nuove emozioni.

Prossimi progetti?

Teatro. Non riesco ad immaginare il mio futuro senza.

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