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“Il mio anno di riposo e oblio”

81uXMTkWEpL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Reva era sempre stata brava negli abbracci. Mi sentivo come una mantide religiosa tra le sue braccia. Il pile della sua vestaglia era soffice e profumava di ammorbidente Downy. Cercai di staccarmi ma lei mi strinse più forte. Quando finalmente mi lasciò, stava piangendo e sorridendo. Tirò su col naso e scoppiò a ridere. “È bellissima, grazie. Sei stata molto gentile. Scusa,” disse asciugandosi il naso sulla manica. Si mise la collana e aprì la vestaglia e si guardò allo specchio. Il suo sorriso si fece un po’ falso. “Sai, non penso che si possa usare ‘condoglianze’ così. Forse si dice fare condoglianze a qualcuno ma non con qualcosa.” “No, Reva. È la collana che ti fa le condoglianze, non io.” “Ma non penso sia la parola giusta. Però puoi consolare qualcuno.” “No, non si può,” dissi. “E comunque, hai capito cosa intendo.” “È bellissima,” ripeté, con un tono più piatto stavolta, toccando la collana. Indicò il cumulo di roba nera che aveva portato. “Ho trovato solo questo, spero vada bene.” Prese dall’armadio il suo vestito e andò in bagno a cambiarsi. Infilai i collant, guardai le scarpe, ne trovai un paio che andava. Dal groviglio di maglie e camicie presi un dolcevita nero. Lo infilai e poi misi il tailleur. “Hai una spazzola da prestarmi?” Reva aprì la porta del bagno e mi passò una vecchia spazzola con un lungo manico di legno. Dietro c’era un punto tutto graffiato. Quando lo misi sotto la luce, vidi che erano segni di denti. L’annusai ma non riuscii a sentire odore di vomito, solo la crema per mani al cocco di Reva. “Non ti ho mai visto in tailleur prima,” disse Reva con un tono rigido quando uscì dal bagno. Aveva un vestito aderente con un taglio in alto al centro. “Sei molto elegante, hai tagliato i capelli?”

Il mio anno di riposo e oblio, Ottessa Moshfegh, Feltrinelli, traduzione di Gioia Guerzoni. Si può sfuggire al dolore? Oppure è inevitabile soffrire? È graziosa. Giovane. Magra. Ricca. Vive a Manhattan, e non ha dovuto faticare per avere l’appartamento in cui risiede dato che gode dei benefici di una cospicua eredità. È laureata alla Columbia. Si trova, agli albori del nuovo millennio, tempo di transizione e possibilità, in una delle città più belle, affascinanti e gravide di opportunità del mondo. Eppure, nonostante tutto, non è felice, crede e si convince di non esserlo, di non poterlo essere, di essere sbagliata. Si reca da una psichiatra. Con ogni probabilità una delle più indegne che si ricordino, quale che sia la latitudine. E decide, pertanto, di abbandonare il suo lavoro in una galleria d’arte e di imbottirsi di narcotici per riposare il più possibile, di fatto ibernandosi. Ma può essere sufficiente tutto questo per far tacere la voce stentorea del lato oscuro che esiste, è stolto illudersi che non ci sia, nell’anima di ognuno? Interessante esegesi della frustrazione e della felicità, nonché di tutto ciò che essa rappresenta, condotta da una delle voci più giovani, intense e originali della letteratura internazionale contemporanea. Da non perdere.

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“Viaggio ad Atlantide”

51udpm1gplL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’eccitazione di Mattia era alle stelle.

Viaggio ad Atlantide, Marco Cevolani, Freccia d’oro. Atlantide è un mito. Una leggenda. Un punto di riferimento. Un termine di paragone. Un simbolo. Una allegoria. Un paradiso perduto. Mattia fa un sogno ricorrente, notte dopo notte. La sua mente lo conduce lì, oltre novemila anni prima della nascita di Cristo, nel momento in cui, impossibilitato a fare nulla, assiste alla completa distruzione della città di cui l’umanità sventuratamente non ha saputo, voluto, potuto mantenere traccia, se non in neghittose rimembranze e sfrenate immaginazioni. Ma è veramente solo un sogno? O esiste la possibilità di viaggiare sul serio nel tempo? Un giorno, infatti… Fluido, brillante, interessante, piacevole.

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“Friday black”

37_Adjei-Brenyah_FridayBlack-409x640.jpgdi Gabriele Ottaviani

Cacciò un urlo e ci saltò incontro…

Friday black, Nana Kwame Adjei-Brenyah, SUR, traduzione di Martina Testa. Una nuova, giovanissima, originale, fresca, solida, matura e splendida voce narrativa si affaccia all’orizzonte attraverso questa raccolta di dodici racconti che, sapientemente amalgamati fra di loro e resi in un bell’italiano, che affascina e conquista, sanno indagare con sorprendente e indubbia efficacia l’alienazione aberrante che si annida nell’apparente normalità del quotidiano, che però non manca di accenti immaginifici e surreali, tragicamente ironici, umoristici e al tempo stesso efferati, spersonalizzanti, materialisti, razzisti, violenti, rabbiosi, orrorifici. Il riso è infatti un’arma, schermo e insieme scherno, esorcismo e denigrante definizione: ma non è il solo strumento di cui Nana Kwame Adjei-Brenyah, dimostrando grandissime capacità, si avvale. Travolgente e da non perdere.

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Giffoni 2016 – I vincitori

Film vincitoriPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

La 46esima edizione del Giffoni Film Festival si chiude con i vincitori dei film in concorso, annunciati nel corso della conferenza stampa finale dal direttore del Festival Claudio Gubitosi e dalla direzione artistica che ha visionato e scelto i titoli, Manlio Castagna, Luca Apolito, Gianvincenzo Nastasi, Antonia Grimaldi e Tony Guarino. Storie di amicizia oltre ogni pregiudizio, coraggio e determinazione, voglia di riscatto, problematiche adolescenziali, sono queste le tematiche forti e quanto mai attuali arrivate da tutto il mondo in anteprima nazionale a Giffoni che hanno caratterizzato i 105 titoli in competizione (selezionati su oltre 4.600 produzioni in preselezione) e presentati nelle sezioni competitive Elements +3 (3-5 anni), Elements +6 (6-9 anni), Elements +10 (10-12 anni), Generator +13 (13-15 anni), Generator +16 (16-17 anni), Generator +18 (dai 18 anni in su) e Gex Doc.

Per i lungometraggi vince il Gryphon Award per la sezione Generator +18 l’acclamato “URBAN HYMN”. Vittoria annunciata dopo l’ottima accoglienza ricevuta in sala dai ragazzi del festival dal film dello scozzese Michael Caton-Jones che ha diretto Leonardo di Caprio e Robert De Niro in “This boy’s life” (1993), Tim Roth in “Rob Roy” (1995), Bruce Willis e Richard Gere in “The Jackal” (1997), e girato “Scandal” (1989). “URBAN HYMN”, ambientato sullo sfondo delle rivolte estive britanniche del 2011, è una storia di redenzione ambientata nel sud est di Londra. Protagonista la ribelle Jamie. Incoraggiata da Kate, un’anticonformista assistente sociale che le insegna a usare il canto come una sorta di liberazione. L’affetto di Jamie ben presto sarà conteso tra Kate e Leanne, la sua volubile e possessiva amica. Secondo Classificato della sezione è stato CHICKEN dell’inglese Joe Stephenson.

Vince il Gryphon Award per la sezione Generator +16 THE VIOLIN TEACHER del brasiliano Sérgio Machado. Il violinista Laerte si prepara da anni per un’audizione con la più importante orchestra sinfonica sudamericana. La tensione è troppo alta e, vittima di una crisi nervosa, non riesce a suonare. Dopo un momentaneo disorientamento riacquista il piacere di suonare. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, Laerte viene a sapere di una nuova audizione. Si trova dinanzi a un dilemma e la scelta non è semplice, il maestro rimanda a lungo la decisione ma alla fine abbandona la scuola. 2° Classificato della sezione è MY NAME IS EMILY dell’irlandese Simon Fitzmaurice.

Vince Generator +13 FANNY’S JOURNEY della francese Lola Doillon. Siamo nel 1943, la Francia è occupata dalla Germania. Fanny, 13 anni, e le sue sorelline sono state mandate dai loro genitori in un orfanotrofio per bambini ebrei. Quando i nazisti arrivano sul territorio italiano, i membri della OSE organizzano disperatamente la partenza dei bambini verso la Svizzera. Fanny e le sorelle sono tra coloro che viaggiano verso il confine. Undici bambini, improvvisamente abbandonati a loro stessi, faranno l’impossibile per raggiungere il confine con la Svizzera e riuscire a sopravvivere. Secondo classificato della sezione è “FOG IN AUGUST” del tedesco Kai Wessel.

Vince il Gryphon Award per Elements +10NELLY’S ADVENTURE” del tedesco Dominik Wessely. Il viaggio della tredicenne Nelly in Romania subisce una drammatica svolta allorché scopre per caso il segreto della sua famiglia di trasferirsi là. In fuga per sfuggire al suo destino, finisce nelle mani dei rapitori! Il loro capo è un ingegnere tedesco senza scrupoli che trama per distruggere il progetto energetico di suo padre, costringendo la famiglia a lasciare il Paese. Con l’aiuto del misterioso signor Holzinger, i genitori di Nelly si mettono alla ricerca della ragazzina. Nelly a sua volta, fa amicizia con due fratelli rumeni, Tibi e Roxana, che la aiutano a fuggire. Insieme attraversano montagne e fiumi, scappano da una cella sotterranea, salgono a bordo di un treno in movimento, “prendono in prestito” una macchina e diventano degli eroi! Secondo classificato è “TSATSIKI, DAD AND THE OLIVE WAR” della svedese Lisa James-Larsson.

Vince la sezione Elements +6 THE WILD SOCCER BUNCH – THE LEGEND LIVES! del tedesco Joachim Masannek. Leo, suo fratello Elias, Finn, Oskar, Joshua e Matze sono ossessionati dal calcio. Sebbene abbiano sentito parlare della leggenda della Tribù del Calcio, non ci credono finché un giorno trovano una misteriosa mappa che li conduce in uno strano posto che ne dimostra l’esistenza. Si ritrovano tra i leggendari “Wild boys”. I ragazzi cominciano ad allenarsi duramente ed assumono un allenatore, Willie. Ma a loro si unisce un settimo giocatore, Müller, che si rivela essere una ragazza. Secondo classificato “ZIP & ZAP AND THE CATPAIN’S ISLAND” dello spagnolo Oskar Santos.

Vince la sezione GEX DOC REAL BOY dell’americana Shaleece Haas, la storia di Bennett Wallace, adolescente transgender che intraprende un viaggio alla ricerca della sua voce in quanto musicista. Durante il suo percorso Bennett stringe una forte e profonda amicizia col suo idolo, Joe Stevens, noto musicista transgender anch’egli in lotta coi suoi demoni. Secondo classificato “DREAMING OF DENMARK” del danese Michael Graversen.

Per la sezione cortometraggi, infine, vincono il Gryphon Award per la sezione Generator +18 (fiction), “BEAUTIFUL” di Alessandro Capitani (Italia), per Generator +18 (animation)BLIND VAYSHA” di Theodore Ushev (Canada), per Elements+10ZOMBRIELLA” di Benjamin Gutsche (Germania), per Elements+6 “REAL STRENGHT” di Svend Colding (Danimarca), per la sezione Elements +3 “CROCODILE” di Julia Ocker (Germania). Per la sezione Parental Control “Destinazione Italia” vince “IT’S A WONDERFUL LIFE” dell’italiano Valerio Attanasio.

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Montedoro a Giffoni

Simone MontedoroPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Simone Montedoro arriva al Giffoni 2016 in perfetto stile hipster, come Luciano, il personaggio che interpreta nella ficton Mediaset Matrimoni e altre follie. Il suo volto però è legato al ruolo del capitano Tommasi in Don Matteo: “È una scuola fantastica e il suo successo è dovuto al format vincente. Certo, è una fatica girarla, visto che si sta per nove mesi sul set ma proprio la serialità, così come il teatro, permette di approfondire i personaggi: più passi il tempo con loro, più li scopri“.

Tanta tv per lui, ma anche una gran voglia di fare cinema: “Sta tornando il film d’autore in Italia: fino a qualche tempo fa eravamo legati a un solo tipo di storie, ora finalmente si diversifica e ho voglia di farlo anche io. Non è facile però fare provini. Sembra quasi che gli addetti ai lavori non capiscano che si può versatili“.

Il cinema, del resto, lo ha respirato fin da piccolo: “Vengo da una famiglia di macchinisti cinematografici. Ho sempre sentito parlare del cinema, quello vero. Davanti alla macchina da presa, però, ci sono arrivato per caso.  A 18 anni feci delle pose per una pubblicità, un fotografo mi notò e iniziai a studiare recitazione, cosa che continuo a fare” dice l’attore, che ci tiene a sottolineare che “il lavoro dell’attore è difficilissimo, profondo. La tv confonde un po’ i ruoli, ma per essere attori, per raccontare il personaggio, bisogna studiare e imparare ad assimilare quello che la vita ti propone“. Prossimamente sarà al Teatro Golden di Roma con “L’albero di Natale”, pièce scritta da Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli per la regia di Toni Fornari. Di altro non parla, in attesa di ufficialità.

Lui che educa alla tecnologia con Complimenti per la connessione, spin-off di Don Matteo in onda in access prime time di Rai 1 con Nino Frassica, è sui social solo con un profilo Instagram: “Sono tutti dietro ai dispositivi, non vedo più amore, non vedo più calore. Ecco, la destinazione che consiglio a tutti non è lontana: il proprio cuore. Voi avete il mondo in mano, dovete illuminare i vostri occhi di passione“.

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Rovere a Giffoni

Matteo RoverePubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

“Sono rassegnato a me stesso, perché sono il mio peggiore nemico quando lavoro”. È ironico Matteo Rovere nel descrivere la sua professione di regista. In due intense ore di confronto con i ragazzi presenti per l’ultimo giorno di Masterclass, il cineasta romano ha passato in rassegna i piccoli segreti del suo mestiere, alcuni fugaci dettagli della sua vita privata e le sue maggiori passioni. “Mi piace credere di essere l’unico ad effettuare una sorta di storyboard mentale – ha proseguito – in cui ricostruisco scena per scena le varie inquadrature. A seconda della sensazione che ho voglia di far nascere nello spettatore, prediligo una modalità piuttosto che un’altra. La forza di un regista, in realtà, è proprio questa: una stessa immagine può essere ripresa e trasmessa allo spettatore in decine di modi e, a seconda di queste scelte, si finisce con l’essere riconosciuti e catalogati”.

Anche questi gli elementi che hanno reso grande il suo ultimo lavoro: “Veloce come il vento è figlio del mio personale desiderio di superare molti luoghi comuni sui film in cui è centrale il rapporto tra l’uomo e la macchina. Non è un caso che abbia cercato di rendere una storia che risultasse prima di tutto verosimile e che, di conseguenza, inglobasse anche attori non professionisti come nel caso della figura di Matilda. Lei, classe ’95, è stata bravissima a piegarsi alle esigenze narrative del film e alle mie piccole fobie artistiche”.

Poi una riflessioni su Giffoni: “Mi ha inorgoglito l’invito a questo Festival. Voi mi confermate di essere riuscito a farmi comprendere anche da un pubblico giovane ed esperto, come da sempre il mondo considera la giuria del Giffoni Film Festival”.

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Jennifer Aniston a Giffoni

Jennifer AnistonPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Jennifer Aniston affascina il pubblico e i giurati del Giffoni Film Festival con la sua bellezza. Sul Blue Carpet è un susseguirsi di foto, selfie e autografi che dispensa col sorriso. Ma in sala si commuove guardando il filmato Welcome to Giffoni preparato dagli oltre settecento giurati che hanno voglia di conoscerla da vicino. C’è chi le chiede la differenza tra il recitare in teatro e sul set (“La diretta reazione del pubblico che ti dà l’adrenalina, l’eccitazione. Al cinema ti senti più solo”) e chi focalizza l’attenzione sui suoi molteplici ruoli (“Mi piace dare spazio a tutte le sfaccettature”).

“Per raccontare le battaglie quotidiane delle donne serve che ci siano scrittori capaci di scrivere buone storie. Non si deve parlare delle donne – spiega la Aniston – sono per come appaiono. Sta a noi dare più potere alle donne e ristabilire l’uguaglianza tra i sessi”. Una giurata australiana le chiede quale messaggio le piacerebbe mandare alle donne di domani: “Supportatevi l’un l’altra – consiglia alla platea – Amate quello che siete. Sarete più forti”.

Sensibile e attenta alle domande della platea, risponde a chi le chiede della sua esperienza col bullismo: “Tutti siamo stati vittime di bulli, ma oggi il fenomeno è ancora più diffuso e subdolo: prima li vedevamo girare per strada, adesso si nascondono dietro una tastiera. Spegnete i pc e parlate tra voi. Anche questo difende dai bulli”. Tanti i momenti difficili nel corso della sua vita, non solo professionale, come racconta a una ragazza indiana che le domanda come si possono superare i periodi bui: “Wow, che domanda! Questo incontro è meglio di una terapia. Alla fine della giornata ti chiedi se tutto questo peso sia troppo grande per te, come fare a sopravvivere un altro giorno, sono abbastanza brava per farcela? Ma siamo esseri umani e dobbiamo sempre trovare la forza di andare avanti. Non pensiate che gli attori siano diversi da voi: i tuoi beniamini hanno avuto gli stessi dubbi. Il modo per farcela è parlare con gli altri, non chiudersi in se stessi”.

Volto di Friends, che l’ha fatta conoscere a livello planetario, racconta di non sentirsi prigioniera di Rachel Green. “Sarò eternamente grata per quel ruolo e aver fatto parte di uno show amato ancora oggi”. Il ruolo che le ha cambiato la vita è però quello interpretato in Cake: “Ho combattuto per averlo, ho dimostrato di poterlo fare e ne sono molto contenta”. Lunga la lista di attori e registi con cui vorrebbe lavorare (“David O. Russell, Steven Soderbergh, Robert De Niro”), ma pensa di tornare alla regia dopo i due corti realizzati negli scorsi anni. Innamorata del Giffoni, saluta le centinaia di ragazzi dicendo che è stato “emozionante essere in una stanza piena di ragazzi uniti dall’amore per il cinema. Penso che siate un passo avanti agli altri, me compresa, alla vostra età. Perseverate, non demordete. Continuate a imparare e a guardarvi intorno. Non accettate mai un no come risposta”. “Grazie – dice in perfetto italiano ricevendo il Giffoni Experience Award – È stata un’esperienza indimenticabile”.

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Braccialetti Rossi a Giffoni

Braccialetti RossiPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Regalare attimi di gioia e serenità ai pazienti dell’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, è stato questo l’obiettivo dell’iniziativa di  domenica 24 luglio (ore 10.30). Grazie ad Aura, l’espressione sociale del Giffoni Experience, durante l’ultima giornata di Festival i piccoli pazienti del reparto di Pediatria del nosocomio salernitano hanno avuto la possibilità di incontrare il cast di Braccialetti Rossi, serie televisiva italiana, ormai alla sua terza stagione, trasmessa su Rai1e Rai HD. Alla mattinata hanno partecipato il direttore medico di presidio Angelo Gerbasio e la presidente di Aura, Alfonsina Novellino. La fiction, scelta apposta per la sua tematica dura ma affrontata con la leggerezza insita nel mondo adolescenziale, segue le vicende di alcuni ragazzi – Leo, Vale, Cris, Davide, Toni e Rocco – che in ospedale fanno amicizia, si innamorano, ridono e soffrono insieme.

“Non potevamo dimenticare il nostro territorio – ha commentato Alfonsina Novellino – dopo l’appuntamento inaugurale con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, arricchito anche dalla presenza del grande Lino Banfi, ci è sembrato doveroso offrire un’occasione di svago altrettanto importante ai piccoli pazienti salernitani”.

Un modo per portare un pezzetto del Festival fuori dalle mura della Cittadella, coinvolgendo anche chi non può vivere l’esperienza della rassegna cinematografica perché costretto in un letto di ospedale. Gli interpreti della fiction si confronteranno con i giovani pazienti, trascorrendo alcune ore con loro, un’occasione di dialogo ed avvicinamento reciproco che regalerà un momento prezioso ai giovani ricoverati e alle loro famiglie.

“Siamo sicuri che i nostri pazienti non dimenticheranno questa giornata – ha aggiunto il direttore di presidio Angelo Gerbasio – è importante che un Festival come quello di Giffoni riesca ad entrare anche nelle corsie d’ospedale, specialmente quando si tratta di pediatria. Grazie ad Aura, per qualche ora, riusciremo a distrarre i bambini dalla routine di cure a cui sono sottoposti, donandogli un po’ di serenità”.

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Santamaria a Giffoni

Claudio SantamariaPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Claudio Santamaria, vincitore del David di Donatello per il ruolo di Enzo Ceccotti, ha incontrato i giurati Generator nel penultimo giorno del Festival e ha ricevuto il Giffoni Experience Award. “È un premio bellissimo, stupendo. Davvero grazie di tutto” ha detto il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot: “Mai – ha dichiarato – mi era successo di poter interpretare un personaggio così distante da me. Avrei iniziato a girare il film il giorno dopo aver letto la sceneggiatura. Sapevo che avrebbe avuto successo perché tocca una parte infantile di ciascuno di noi. Segna uno spartiacque nel cinema italiano”. “Un’opera importante” aggiunge Santamaria, perché ha introdotto un nuovo genere in Italia: “Il regista Mainetti ha girato cinque anni per trovare una produzione: gli rispondevano che in Italia non interessano i film di genere. Il pubblico ha dimostrato che non è così. A livello di storia e di profondità dei personaggi e non ha niente da invidiare ai quelli americani”.

Il film, pluripremiato, ha avuto un grandissimo successo di critica e di pubblico: “Lo hanno definito un incontro tra i Marvell e Pasolini e io mi trovo d’accordo – ha aggiunto l’attore – Solo Pasolini era in grado raccontare la periferia in maniera così viva. Quella purezza che Pasolini sapeva tradurre in immagini e che abbiamo trovato a Tor Bella Monaca abbiamo voluto conservarla nel film. Ci abbiamo provato e credo che ci siamo riusciti”. Santamaria si augura un sequel: “Mi piacerebbe interpretare di nuovo questo personaggio. So che il regista e gli autori stanno pensando a come far evolvere la storia. Serve un conflitto a cui legarlo, altrimenti è solo un’operazione commerciale. Se si riesce ne sarò contento”.

Nel frattempo Santamaria ha finito di girare il film Brutti e cattivi, opera prima di Cosimo Gomez: “Il personaggio che interpreto – confessa ai giurati di Giffoni – è un cane randagio, è un mendicante. Il film è una commedia nera, è la rivincita degli emarginati. Un film già cult in scrittura. Sono convinto che sarà un altro grande, piccolo film di culto”.

Il cinema è un’arma potente, più dei notiziari. Ha una forza maggiore perché porta lo spettatore a identificarsi con la storia e a vivere una catarsi” aggiunge, toccando anche l’esperienza del film Diaz, ambientato ai tempi del G8 di Genova del 2001: “La cosa scandalosa e sconvolgente di quella notte – ha commentato l’attore – è da allora che in Italia non è mai passata la legge sul reato di tortura. Bisogna insistere, lottare con i mezzi di cui si dispone, fare pressioni sul governo”.

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Pop, r&b e beat box a Giffoni

Campania Sound experience 23 luglioPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Penultima serata live targata Campania Sound Experience, contenitore musicale della 46esima edizione del Giffoni Film FestivalSabato 23 luglioPiazza Lumière aGiffoni Valle Piana a partire dalle 22.00, si parte con Lelio Morra, artista napoletano classe ’86 e già una lunga esperienza live alle spalle: con la sua prima band Eutimìa, vince nel 2005 il Premio De André come miglior interprete, a cui seguono più di 400 concerti in meno di tre anni lungo tutta la penisola, aprendo i concerti di Perturbazione, Tiromancino e Jamiroquai. Con il ritmo estivo e contagioso di ‘Dedicato a Chi’, su Etichetta Universal Music, ha recentemente preso parte al Coca-Cola Summer Festival nella categoria giovani talenti.

Dalla carica pop di Lelio Morra, alle sonorità beat box di Andrea D’Alessio. Un sound che spazia dalla soul music, all’r&b, Andrea D’Alessio ha da poco pubblicato ‘Something New’, brano dalle forti influenze house & funky, con il talentuoso Dj salernitano TayOne e sogna una collaborazione con Justin Timberlake .

Prima volta al Giffoni Film Festival, emozionato e curioso racconta di aver iniziato solo da pochi anni a fare musica sul serio: “Sin da bambino ho sempre fatto tante cose che a metà strada lasciavo; questo non è successo con la musica. Sono un timido, ma con la musica ho imparato a farmi conoscere e capire”.

Generazione talent, Andrea ha le idee ben chiare sull’argomento: “Il talent ha sconvolto tutti i classici meccanismi per farsi conoscere nel mondo della musica, anche grazie all’utilizzo di nuove piattaforme web, come YouTube e Spotify, che permettono un diretto contatto con la musica. – spiega Andrea – Spesso accade che però, nonostante le conoscenze e gli ingaggi immediati, comunque inevitabilmente si torni a dover fare gavetta e sperimentare chiuso nella tua stanzetta come prima di un talent. E’ ciò che è successo a me, tutto il percorso di sperimentazione e crescita professionale che non ho avuto modo di fare prima del programma televisivo, lo sto affrontando ora, giorno per giorno”.

Chiudono la serata, gli Urban Strangers sono Alessio Iodice (voce, chitarra, batteria elettronica) e Gennaro Raia (voce, chitarra, batteria elettronica). Il nome nasce dall’accostamento di due termini in completa antitesi tra loro che, oltre ad essere il titolo di uno dei brani composti dal duo ispirato dalla storia di un senzatetto definito uno ‘straniero urbano’, è frutto delle diversità di carattere dei due componenti, che danno vita anche a particolari contrapposizioni musicali: “Siamo sempre noi stessi e siamo molto diversi, – ci raccontano – ma l’uno riesce a compensare i difetti dell’altro, anche con generi e influenze musicali diverse come i nostri caratteri”.

Scopo del progetto è proprio quello di fondere differenti generi musicali come pop, rap, rock e soul per dar vita ad un sound armonico e sottile, sempre in lingua inglese. Tra il 2012 e il 2013 il duo inizia ad esibirsi in diversi locali e successivamente comincia la produzione artistica con l’etichetta Casa Lavica Records per la realizzazione di un EP di brani inediti. Dopo il singolo ‘Runaway’, che li ha fatti conoscere al grande pubblico di X Factor 2015, l’omonimo album d’esordio conquista la certificazione Oro. “La nostra vita e tutto quello che ci circonda è cambiato tanto, impegni, conoscenze, tempi. Essendo legati ad una major discografica hai delle responsabilità maggiori e spesso anche le dinamiche musicali cambiano. – confessano i ragazzi – Ci impegniamo comunque a fare tutto quello che facevamo prima, continuando a lavorare in studio, e esibendoci live”.

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