festa del cinema di roma

“Where’s my Roy Cohn?”

e46145d9-c732-4ce4-a521-64e9f6374301-4.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ken Auletta, Roger Stone, Anne Roiphe, Donald Trump, Barbara Walters, Joseph McCarthy e ovviamente Roy Cohn: eccoli, i protagonisti di quest’ottimo documentario. Where’s my Roy Cohn? narra con precisione chirurgica la storia di un uomo oggettivamente orrendo, e non dal punto di vista fisico, benché certo non fosse Paul Newman, nonostante la ginnastica, i lifting, l’abbronzatura (non si è mai abbastanza ricchi né abbronzati, diceva Onassis, e lui evidentemente l’ha preso in parola: un po’ la versione ellenica del classico non si è mai belli, abbienti, giovani e magri a sufficienza…), ma da quello dell’anima, con ogni probabilità venduta al diavolo dopo una contrattazione non semplice. Figlio unico idolatrato nato dal freddo matrimonio, contratto perché così alla parte maschile della coppia sarebbe stata assegnata una magistratura, da un potente legale newyorkese democratico – partito cui lui stesso era iscritto, benché i suoi ideali fossero completamente di destra – che sin da quando era preadolescente lo invitava a sedersi al tavolo dei grandi e a intervenire nei loro discorsi con una madre non molto attraente, ma dall’indole agrippinesca, che volle togliere anche dal volto del fanciullo ogni traccia di ebraismo e che non interruppe la cena pasquale nemmeno per la morte improvvisa della domestica, che semplicemente decise di nascondere sotto al tavolo (roba che nemmeno a Downton Abbey…), amorale pronto a tutto per vincere, omofobo omosessuale irrisolto e dunque feroce e cattivo, passivo che cambiava un maschio a notte, prediligendoli alti, biondi, muscolosi e con gli occhi chiari, e che pur di non mandare al fronte il suo bellissimo amante intentò una causa contro l’esercito che fu un tripudio di battutine su di lui, il suo drudo e il suo mentore assieme, guarda un po’ i casi della vita, a Hoover, ossia McCarthy, con cui condusse la battaglia anticomunista, uomo dall’ambizione senza limiti che fece della casa il suo studio e spesso riceveva in accappatoio in camera da letto (Brooke Logan, scansati…), laddove c’erano migliaia di peluche e uno specchio gigantesco sul soffitto, devoto solo al credo del negare sempre, soprattutto l’evidenza, perfino quando l’AIDS lo stava divorando – sostenne e fece sostenere che avesse un tumore al fegato – e l’amico Reagan, che del resto sostenne anche Rock Hudson nella battaglia contro il male, lo fece accedere di straforo a terapie sperimentali cui di fatto nessun altro poteva ricorrere (ma chi avrebbe mai detto di no al Presidente?), calunniatore, manipolatore, burattinaio, avvocato – alla fine radiato, e perse tutti gli amici, e coloro che si erano serviti di lui, verso cui era stato leale fino all’assurdo, in primo luogo Donald Trump – della mafia qui ritratto grazie alla commistione di repertori e interviste a parenti, collaboratori e biografi, tra i più spregiudicati promotori della caccia alle streghe sia nei confronti dei comunisti, anche solo presunti (la famosa e cosiddetta paura rossa), che dei gay (paura lilla), ossessionato dal dominio e dal riscatto, ispiratore del celebre e omonimo personaggio, perseguitato dal fantasma di Ethel Rosenberg, donna ebrea americana ma di origini russe assassinata sulla sedia elettrica con l’accusa di essere una spia comunista che deve a lui la sua ingiusta condanna (in TV nientedimeno che Meryl Streep: è del resto sempre l’attrice che dà vita a Hannah Pitt a interpretare nella pièce lo spettro…), che nella sua versione televisiva ha fatto vincere un Emmy e un Golden Globe a chi gli dava corpo, ossia Al Pacino. Da non perdere.

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“Judy”

zellwegger-as-judyx750di Gabriele Ottaviani

Sin da quando era in fasce è stata sfruttata perché dotata di grandissimo talento. Non la facevano mangiare. Non la facevano dormire. La imbottivano di pasticche. Ne hanno minato la salute psichica e mentale. Si è sposata un sacco di volte. Ha avuto dei figli. Ha cercato in tutti i modi di essere una brava mamma, lei, che ne aveva avuta una orribile. Ha cercato in tutti i modi di essere amata. E dal suo pubblico, soprattutto da quello più avvezzo all’emarginazione, che ne capiva la fragilità, ci è riuscita eccome, divenendone una sorta di nube tutelare. Se chi ancora è costretto a dover lottare per i propri diritti ha preso per vessillo un arcobaleno lo ha fatto per lei, per la sua Dorothy, perché non conta quanto ami, ma quanto riesci a farti amare, che è una frase terribile del Mago di Oz, atroce soprattutto perché è dannatamente vera. È morta a nemmeno cinquant’anni, è Judy Garland, o semplicemente Judy. Incarnata da Renée Zellweger in un modo meraviglioso. Da non perdere per nessuna ragione al mondo.

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“Waves”

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Waves. In inglese onde. Come quelle di cui è fatta la vita, che di rado ha un andamento lineare, e invece i marosi non mancano mai, gli alti e i bassi, le procelle che ti sbattono sugli scogli, ti mandano alla deriva ma poi ti riportano a casa, sulla spiaggia laddove le tue radici hanno cercato nel miglior modo possibile di attecchire. Sono due fratelli che vivono in una meravigliosa casa in Florida, dove c’è una mamma che li ama ma non è quella che li ha partoriti, perché quella è finita in cielo da tantissimo, i protagonisti, due adolescenti, un ragazzo che inanella un errore assurdo dietro l’altro, promessa del wrestling come in gioventù era stato il padre, un afroamericano rigoroso (Sterling K. Brown, ottimo) che ha faticato per farsi una posizione partendo dal nulla e per garantire alla sua famiglia il benessere, e una ragazza, più piccola, dolce, fragile ma fortissima. E quando è lei al centro, nella seconda metà del film, accanto a Lucas Hedges, la pellicola, inizialmente piuttosto esagerata e retorica, sale di livello. Non perfetto, anzi, ma comunque interessante.

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“Honey Boy”

Honey Boy - Still 1di Gabriele Ottaviani

Honey Boy. Di Alma Har’el. Alla festa del cinema di Roma. Con, tra i molti altri, l’ottimo Lucas Hedges e Shia LaBeouf, che è anche autore della sceneggiatura della pellicola passata con meritato successo pure dal Sundance e che, figlio di un papà reduce dal Vietnam psichicamente assai sofferente, dipendente dall’alcol e dall’eroina e sovente in preda al delirio, tanto da essere arrivato a puntargli da piccolo, stando a quel che ha dichiarato, finanche una pistola addosso (e non si tratta del solo abuso), è perfetto nel ruolo del genitore disfunzionale. La storia è quella di Otis Lort, che, quando inizia a riscuotere successo come star televisiva per bambini nella Mecca californiana del cinema, vede ripiombare nella propria vita, desideroso di tessere nuovi rapporti, il padre, ex pagliaccio appena uscito, in apparenza, dal tunnel della droga. I giorni del ragazzo con suo padre si vanno dunque dipanando, quando non è impegnato su qualche set, in un motel ai margini della città, e simbolicamente anche della vita. Ma… Intenso.

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“Rewind”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Rewind. Di Sasha Joseph Neulinger. Alla festa del cinema di Roma. Straziante, inquietante, angosciante, atroce, terribile, destabilizzante, filmicamente raffinato e riuscito, dolorosissimo perché oltretutto tragicamente autobiografico, è il racconto teso, con occhio documentaristico, della natura, come testimonia anche la scienza, ciclica degli abusi, perversa coazione a ripetere, meccanismo che s’innesca negli animi umani e non dà pace. Specialmente per quel che concerne le violenze connotate dal punto di vista sessuale. Specialmente per quel che concerne le violenze sui minori. Un pugno nello stomaco.

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“The farewell”

the-farewell-movie-sundancedi Gabriele Ottaviani

Le bugie hanno tanti colori, ci sono quelle nerissime dette per ferire e quelle bianche pronunciate per non dare inutilmente un dolore. Billi ha trent’anni circa e, tra molti dubbi, assieme alla sua famiglia cinese ma trapiantata altrove, ne proferisce una candida come la neve, perché non vuole che a partire sia l’amatissima nonna. Ma… The farewell: semplicemente un’incantevole poesia. Da non perdere.
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“Military wives”

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Military wives. Tratto da una storia vera. Alla festa del cinema di Roma, apprezzatissimo, e con pieno merito, dal pubblico in sala. Di Peter Cattaneo (cui si deve, com’è noto, su tutti Full monty: e in effetti, cambiando quel che dev’essere cambiato, il mood non è poi troppo dissimile, perché si prende sempre le mosse dal fatto che la vita non sia semplice, che affrontarla completamente da soli la renda ancora più ardua, e che invece, e in questo caso è più vero che mai, siamo fatti per condividerla, per essere liberi, per esprimere la nostra voce, soprattutto quando abbiamo l’abitudine di restare nell’ombra, di fare quel che si deve sovente senza nemmeno ricevere, ogni tanto, quel grazie che fa bene al cuore e che non ci fa sentire dati per scontati), con Teresa Mahoney, Kristin Scott Thomas, più brava che mai, dimostrando al di là dell’apparenza di estrema austerità e magnifiche classe ed eleganza una gamma di sfumature di talento che ha più tinte dell’arcobaleno, attraverso un personaggio semplicemente meraviglioso, Sharon Horgan, Jason Flemyng, Colin Mace, Robert Whitelock e tanti altri. Siamo durante il governo laburista di Gordon Brown, il Regno Unito sta pagando un oneroso tributo di sangue con i suoi uomini in Afghanistan, e nelle basi militari, quando i mariti – o le mogli – sono in missione restano i coniugi, le donne, madri che portano avanti tutto, anche quando magari un figlio non l’hanno più, ed è cosa talmente innaturale da non esistere nemmeno la parola: tenersi all’opera è l’unico modo per non cadere preda dell’ansia, e dunque perché non mettere su un coro? Piacevolissimo.

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“Downton Abbey”

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Da una serie tv anche sopravvalutata a tratti ma di certo di fattura assai migliore di mille altre e presto diventata, per l’eleganza degli ambienti, la raffinatezza dei dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la magnificenza della confezione e la professionalità sublime della compagine tecnica e artistica (basta un nome: Maggie Smith), un vero e proprio culto, finalmente l’attesissimo film, ambientato nel millenovecentoventisette, l’anno della nascita dell’AS Roma, dell’infame tassa fascista sul celibato ricordata anche da Scola in Una giornata particolare, della fondazione dell’Academy che assegna gli Oscar, del primo volo in solitaria di Lindbergh sull’Atlantico, dell’alba del cinema sonoro, dell’abominevole esecuzione di Sacco e Vanzetti, della venuta al mondo di Pasquale Festa Campanile, dell’inizio dei lavori sul Monte Rushmore e, secondo la formidabile sceneggiatura di Julian Fellowes, dell’arrivo del re e della regina d’Inghilterra a Downton Abbey: imperdibile. Non c’è oggettivamente nulla che sia meno che perfetto.

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“La vacanza”

1570033664023di Gabriele Ottaviani

La vacanza è un tempo, quello della pausa dal quotidiano soffocante, ma è anche uno spazio, un altrove, un luogo fisico e della mente, necessario per riannodare i fili, per continuare a esistere davvero. La vacanza è alla festa del cinema di Roma nella sezione Alice nella città. Di Enrico Iannaccone. Con Catherine Spaak, bravissima, Antonio Folletto, intenso e ottimo, Carla Signoris, deliziosa, Veruschka, Luca Biagini, Luca Saccoia, Marco Cavalli e tanti altri: Valerio e Carla sono due anime tormentate, lui patisce l’abbandono, è affetto da sindrome bipolare, vive per distruggersi, lei è una magistrata in pensione con un marito e dei figli che sono di gran lunga peggiori della malattia che ne mina la salute, una donna regredita a una dolcezza naïf e fanciullesca che vuole ancora vivere e chiudere i conti col passato prima di smarrirsi del tutto. I due sono entrambi connessi in qualche modo alla misteriosa Anneke, o Annie, e… Sensibile e profondo.

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“The aeronauts”

Felicity Jones in THE AERONAUTSdi Gabriele Ottaviani

James è uno scienziato, un pioniere, è il figlio di un orologiaio londinese, è giovane, di belle speranze, nessuno lo prende sul serio: lui sa che caelum certe patet, ossia il cielo è aperto (la citazione completa, com’è noto, è terras licet – inquit – et undas obstruat: et caelum certe patet; ibimus illac: omnia possideat, non possidet aera Minos…), ma per studiarlo e dimostrarlo deve e vuole raggiungerlo. Siamo nella seconda metà del diciannovesimo secolo, gli aerei non esistono, però c’è la vedova di un pilota di mongolfiere, abilissima anch’ella a far librare in volo comme il faut un pallone aerostatico, più in alto di quanto chiunque abbia saputo, potuto e voluto fare: ispirato a una storia vera e basato su un romanzo, fatto per coinvolgere il grande pubblico con un bel ritmo e tenendone destissima l’attenzione – con ogni probabilità però chi assai soffre di vertigini passerà diversi brutti quarti d’ora… – The aeronauts, in cui si conferma la chimica tra i bravi Felicity Jones ed Eddie Redmayne (c’è anche Himesh Patel, protagonista del delizioso Yesterday scaturito dal genio di Richard Curtis), si lascia guardare con souplesse. Splendida la canzone sui titoli di coda.

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