festa del cinema di roma

“Il mio corpo”

di Gabriele Ottaviani

Il mio corpo. Passato dalla festa del cinema di Roma, nella sezione Alice nella città. Di Michele Pennetta, che ambienta il suo coming of age in una Sicilia, un’isola, dove si incontrano due isolamenti, una coppia di solitudini, quella di Oscar, che passa la vita fra le discariche abusive in cerca di paccottiglia che suo padre, rigattiere, possa rivendere, e quella di Stanley, un piccolo rifugiato nigeriano che in cambio di un po’ di vitto e un alloggio fa le pulizie in chiesa: diversi eppure simili, soli eppure uniti. Intenso e poetico.

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“Climbing Iran”

di Gabriele Ottaviani

Climbing Iran. Passato dalla festa del cinema di Roma, nella sezione Alice nella città. Di Francesca Borghetti, che racconta con passione la storia appassionante di Nasim, che non ha, giustamente, la benché minima intenzione di soggiacere agli assurdi dettami che vorrebbero che le donne in Iran si arrampichino solo su pareti al chiuso, in certi orari ed esclusivamente fra donne: pioniera dell’arrampicata all’aperto, è un simbolo di libertà, e il film è potente, necessario, bellissimo.

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“Gagarine”

di Gabriele Ottaviani

Gagarine. Passato dalla festa del cinema di Roma. Di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh, con Alséni Bathily, Lyna Khoudri, Jamil McCraven Finnegan Oldfield, Farida Rahouadj, Denis Lavant e tanti altri, prossimamente in sala anche per il grande pubblico e non solo per gli addetti ai lavori (in qualche caso ai livori…), se gli eventi, come tutti auspichiamo, lo permetteranno, distribuito da Officine UBU, il film è il racconto intenso, avvincente, coinvolgente, potente, lirico, emozionante, ben scritto, ben diretto, ben recitato, ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione dal punto di vista economico, sociale, culturale, morale, politico e non solo, di Youri, un ragazzo di sedici anni che da sempre abita in Gagarine Cité, un vasto progetto di alloggi popolari in mattoni rossi situato nella periferia di Parigi che per lui sin dal nome è il trampolino di lancio per il sogno di diventare astronauta. Nel momento in cui però si diffonde la notizia che il complesso immobiliare sta per essere abbattuto, con gli amici dà il via alla resistenza del suo mondo, la sua astronave, contro un universo che non li accetta né li apprezza, e che vorrebbe che si dissolvessero e disperdessero nelle remote profondità dello spazio. Il film è stato girato, in collaborazione con i suoi residenti, poco prima e durante la demolizione, avvenuta nell’estate dell’anno scorso, del progetto abitativo Cité Gagarine, un complesso di mattoni rossi inaugurato dal cosmonauta sovietico cui era intitolato e fatto da trecentosettanta appartamenti, un’utopia collettiva architettonica (mutatis mutandis, sul genere Corviale) risalente a circa sessant’anni fa in quel di Ivry-sur-Seine, una delle località comuniste della cosiddetta “cintura rossa” che avvolge la capitale francese. Da vedere.

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“The jump”

di Gabriele Ottaviani

The jump. Alla festa del cinema di Roma, dove per la prima volta, grazie a questo film, presentato in anteprima internazionale recentemente a Varsavia, approda la settima arte lituana, che da tempo nel nostro paese, in particolare, ma non solo, nella capitale, l’ambasciata della repubblica di Lituania in Italia e il Lithuanian Film Center promuovono con successo (si pensi solo, prima ancora delle proiezioni di numerosi cortometraggi in vari festival italiani, a quella, alla Casa del Cinema di Villa Borghese, accolta dal pubblico con il tutto esaurito, dell’intenso Summers Survivors, in originale Išgyventi vasarą, di Marija Kavtaradze). The jump, di Giedrė Žickytė, regista nata sotto il totalitarismo, cineasta pluripremiata, produttrice di documentari lituani, tra cui The earth is blue as an orange di Iryna Tsilyk, presentato in anteprima all’edizione di quest’anno del Sundance World Documentary Competition dove ha ricevuto il premio per la migliore regia, e co-fondatrice della società di produzione Moonmakers, attratta per sua stessa ammissione dalle storie di persone in cerca di libertà, dato che ricorda ancora la sensazione, che paragona al primo innamoramento, provata quando aveva solo dieci anni e il suo paese ottenne l’indipendenza, è una pellicola di pregevolissima fattura e ricca di livelli d’interpretazione, resa ancor più preziosa dalle musiche di Kipras Mašanauskas, dalla cinematografia di Rimvydas Leipus e dal montaggio a quattro mani di Thomas Ernst e Danielius Kokanauskis. Il film, ben scritto, ben diretto e ben recitato, racconta con accenti intensi e lirici il giorno del ringraziamento di cinquant’anni fa, quando, un po’ come, cambiando quel che dev’essere cambiato, in occasione della celebre tregua di Natale in trincea, suggellata anche da una leggendaria partita a pallone, sembra che gli animi fra statunitensi e sovietici possano distendersi per un momento, tanto che la guardia costiera a stelle e strisce si propone di incontrare una nave battente la bandiera dell’URSS ancorata al largo della celebre Martha’s Vineyard, mentre si svolge una giornata di colloqui bilaterali per discutere dei diritti di pesca nell’Atlantico. Durante questi avvenimenti, però, il marinaio lituano Simas Kudirka salta sulla barca americana. Con il clamore dei mezzi di comunicazione di massa di tutto il globo, gli americani lo riportano ai sovietici che lo processano per tradimento. L’evento scatena una serie di proteste e, quando ogni speranza sembra persa, emergono nuove informazioni sulla possibilità di cittadinanza di Simas, aspirante disertore ormai novantenne che sentiamo raccontare gli accadimenti, narrati con mano sicura, conducendo il lettore nei meandri di una storia vera che va ben oltre l’immaginazione, anche per il tramite di rapporti di testimoni e rari filmati d’archivio. Da non perdere.

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“The reason I jump”

Courtesy of Sundance Institute | photo by Jerry Rothwell.

di Gabriele Ottaviani

The reason I jump. Alla festa del cinema di Roma dopo essere stato premiato nientedimeno che al Sundance. Di Jerry Rothwell. Con Jordan O’Donegan. Spesso il silenzio è assai più eloquente delle parole, soprattutto in questa società che si esprime la maggior parte delle volte a sproposito. Dal best seller di Naoki Higashida, che ha formulato in giovanissima età con parole evocative delle rivelatrici intuizioni in merito all’autismo, la coproduzione angloamericana è una maestosa esplorazione che narra con potente e delicata empatia la neurodiversità attraverso i travolgenti ritratti di cinque giovani, autistici, non parlanti, con un universo, ognuno, di cose da dire. Incantevole.

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“100% lupo”

di Gabriele Ottaviani

100% lupo. Alla festa del cinema di Roma, nella sezione Alice nella città. Tratto dall’omonimo libro di Jayne Lyons, il delizioso film d’animazione, perfetto per Halloween ma adatto a tutti e divertente in ogni stagione, è l’allegorico Bildungsroman di Freddy che sta lottando per identificarsi col suo branco di licantropi ma che quando dovrebbe trasformarsi per la prima volta sotto la luce della luna piena diventa… un barboncino rosa, alle prese con la ricerca del suo posto nel mondo, in lotta contro i pregiudizi e gli sberleffi. Da vedere.

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“I am you”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

I am you. Tratto da una storia vera, il film con Emre Cetinkaya, importante, sentito e intenso evento conclusivo dell’ultima giornata della quattordicesima edizione della festa del cinema di Roma in Sala Alice per la sezione Alice nella città, realizzato da Sonia Nassery Cole, regista ormai esperta e attivista impegnata che ha provato in prima persona cosa significhi dover lasciare il proprio paese natio per sperare in un futuro migliore, essendo scappata dal suo Afghanistan al tempo dell’invasione sovietica per trovare riparo negli Stati Uniti, dove incontrò anche l’allora presidente Ronald Reagan, cui aveva scritto una lettera, racconta in particolare il drammatico e credibile viaggio dall’Afghanistan attraverso l’Iran, la Turchia, la Grecia e fino in Germania di un giovane, un richiedente asilo, e delle difficoltà che incontrano i rifugiati in una società, come quella di oggi, sempre più materialista e meno empatica e accogliente.

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“Green Pinocchio”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Green Pinocchio. In anteprima alla festa del cinema di Roma, si tratta di un sensibile cortometraggio con protagonisti Ivano Marescotti e Stefano Pesce, scritto da Annapaola Fabbri, diretto da Marta Miniucchi e prodotto da Paolo Rossi Pisu per Genoma Films nel quale si racconta della celebre creatura collodiana ormai stanca di essere un burattino nel paese dei balocchi che vive senza curarsi di niente e di nessuno, né tantomeno portando rispetto all’ambiente, asino senza consapevolezza che vuole ritrovare Geppetto e tentare di diventare un essere umano, avvalendosi della commistione fra saggezza, passionalità, esperienza e accoglienza. Grazioso.

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“Stay still”

coverlgdi Gabriele Ottaviani

Stay still. Alla quattordicesima edizione della festa del cinema di Roma la pellicola con cui la documentarista Elisa Mishto debutta con successo nel cinema di finzione, avvalendosi anche di una brava compagine attoriale che vede tra i suoi membri, oltre alle protagoniste, due donne che sembrano l’una lo specchio dell’altra, gemelle assai diverse, canto e controcanto, anarchiche e ribelli, una ricca e soffocata dal peso delle responsabilità che fugge di tanto in tanto da un mondo spersonalizzante e destabilizzante in un luogo dove di norma nessuno invece vorrebbe o solo immaginerebbe di poter trovare riparo, ossia una clinica psichiatrica, l’altra un’infermiera alle prese con le difficoltà della maternità, pure Giuseppe Battiston, come al solito credibile nella parte affidatagli, e della colonna sonora, caleidoscopica e molto intrigante e originale, di Apparat, avvince e convince, raccontando un’intensa storia di amicizia e resistenza. Interessante.

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“Light of my life”

Screenshot_20191025-220550.pngdi Gabriele Ottaviani

Light of my life. Il mondo non finirà mai perché le donne lo raccontano, ha scritto con la consueta icastica bravura Barbara Alberti, prossimamente anche tra i protagonisti del nuovo film di Ferzan Ozpetek. E un mondo senza donne è innegabilmente un mondo sotto ogni aspetto più brutto, turpe e triste: è questo il mondo che nella sua bella, dolente, distopica, allegorica, emozionante, solenne, intensa, maestosa, potente, vibrante, straziante, mai retorica, nonostante il titolo, opera, che non ignora, cambiando quel che dev’essere cambiato, né la lezione di McCarthy né quella dell’ottimo A quiet place di Krasinski, deve affrontare il bravo Casey Affleck, con sua figlia, unica superstite del genere femminile sul pianeta, immune al morbo che ha falcidiato tutte le altre, madre compresa, che lui camuffa per proteggerla da maschio, tiene al sicuro, con timore e pudore educa all’esistenza. Ma… Epico.

 

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