arte

“L’avventura dello sguardo”

5.1-Corcos-In-lettura-sul-mare_25cm-300dpidi Gabriele Ottaviani

Nella splendida cornice, che già da sola sarebbe assolutamente da visitare, in quanto sede di una delle collezioni più ricche ed esclusive di pregiatissimi pezzi d’antiquariato, raccolti pressoché in giro per tutto il mondo, di asta in asta, del museo di arti decorative Accorsi-Ometto, cui si accede dai raffinati portici di via Po, nel cuore di Torino, fa magnifica mostra di sé, è proprio il caso di dirlo, un’esposizione ricchissima che sarà allestita fino al sedici di febbraio e che sarebbe un vero delitto perdere: è L’avventura dello sguardo, nella quale, attraverso sette sezioni – SguardiIn posa nell’atelier, Aria di Parigi, Luce mediterranea, Eterno femminino e Vergini funeste – si ripercorre la formidabile parabola artistica di Vittorio Corcos, pittore straordinario vissuto fra il milleottocentocinquantanove e il millenovecentotrentatré.

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arte

Ritratto di signore: Achille Bonito Oliva

Achille_Bonito_Olivadi Gabriele Ottaviani

Dottore in giurisprudenza – ma dopo la prima laurea si iscrive a Lettere – è critico d’arte dalla spiccata vis polemica sempre foriera di molteplici argomentazioni che non ha mancato di rivolgere anche contro colleghi ed esponenti politici (fu tra i firmatari dell’appello al voto per la Sinistra Arcobaleno undici anni fa), accademico, saggista, curatore di una pletora di vernissage che non mancano mai di generare interesse, dibattito, riflessioni, stimoli, studio, scalpore – un po’ come le sue copertine in tenuta adamitica – e scrittore, ha fondato la Transavanguardia, tra i cui massimi esponenti ricordiamo Enzo Cucchi, Sandro Chia, Francesco Clemente, Mimmo Paladino e Francesco De Maria e che lui stesso ha definito come il movimento che ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura, aprendosi verso una posizione di superamento del puro materialismo di tecniche e nuovi materiali e approdando al recupero dell’inattualità della pittura, intesa come capacità di restituire al processo creativo il carattere di un intenso erotismo, lo spessore di un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione, ha preso parte alle ricerche del Gruppo 63 di Sanguineti ed Eco, ha ospitato nelle sue esposizioni artisti come Kounellis e Pistoletto, è docente universitario, ha scritto un numero impressionante di saggi: Achille Bonito Oliva compie ottant’anni, tutti all’insegna dell’arte e della bellezza. Per lui, che ha scritto anche raccolte poetiche, il critico non è più, infatti, e non deve più essere, solo e soltanto il sostenitore di una poetica o una sorta di divulgatore, di mediatore tra il pubblico e l’artista, dato che si presume possegga strumenti più raffinati per l’esegesi di un’opera che vadano oltre il gusto, il giudizio, il discernimento singolo e sindacabile, bensì anche un elaboratore di idee, un artefice a sua volta: auguri!

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arte, cultura

Viaggio a Cremona: il Museo del Violino

Museo_del_Violino_a_Cremona_liuteria_a_cemona_liutai_cremonesi_trattorie_a_cremona_-img164-01-1di Erminio Fischetti

Cinque secoli dell’antica tradizione della liuteria cremonese raccontati con ricchezza di particolari e attenzione ai dettagli, alla storia e anche alla tecnologia moderna al Museo del Violino, che si trova nel centro della città lombarda.
Nel museo, la cui fondazione “Museo del Violino Antonio Stradivari” (già Ente Triennale) tutela e promuove il valore artistico e artigianale di questo affascinante strumento musicale, diventato leggenda e studiato in tutto il mondo, è possibile infatti scoprire, all’interno del bellissimo edificio, mezzo millennio di liuteria attraverso l’incontro diretto con i violini creati dalle famiglie Amati e Guarneri e da Antonio Stradivari.

La struttura organizza concorsi, mostre, convegni, pubblicazioni, congressi e concerti.
Le sale museali ospitano ovviamente strumenti originali, installazioni multimediali e un ricco corredo di documenti che consentono al visitatore di fare un percorso suggestivo e coinvolgente dove violini, suoni, profumi e immagini concorrono a ricostruire il valore della storia e il contributo che lo strumento cui è dedicato l’edificio ha dato alla musica e alle arti in generale. Elitario e popolare al tempo stesso, il violino è approdato in ogni angolo del pianeta ed è stato raccontato dalla letteratura e dal cinema. Ad esempio negli anni Novanta è stato al centro di un programma scolastico di alcune scuole disagiate di Harlem a New York, oggetto anche di un documentario dal titolo Piccole meraviglie, vincitore del premio Oscar e diretto da Alan Miller, che ha portato visibilità non solo al progetto, ma allo stesso mezzo musicale, rendendolo popolare all’interno di un contesto sociale che se ne credeva estraneo, proprio perché considerato appannaggio di una minoranza privilegiata. Il successo è poi aumentato quando, quattro anni più tardi, nel 1999, questo portò all’adattamento cinematografico del racconto della vita della sua ideatrice, Roberta Guaspari, con il film di Wes Craven La musica del cuore con protagonista Meryl Streep, che per la sua prova ottenne la dodicesima candidatura all’Oscar della sua carriera d’attrice e che per l’occasione aveva imparato a suonare lo strumento.
Dal 5 dicembre 2012, la cultura dei “saperi e saper fare liutario della tradizione cremonese” è stata iscritta nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, mentre già dal 2009 la Fondazione ha promosso il progetto “Friends of Stradivari”, che riunisce a livello mondiale chi possiede, studia, utilizza o ne è semplicemente appassionato strumenti della liuteria classica cremonese. Un mondo affascinante da scoprire anche per chi è un semplice neofita.

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arte, Intervista

Marcello Mariano, l’arte e l’immagine

Screenshot (185).pngdi Gabriele Ottaviani

Marcello Mariano è un giovane e versatile artista: Convenzionali lo intervista per voi.

Tu hai una formazione giuridica: da dove nasce la passione per la fotografia?

In verità la mia formazione giuridica è venuta dopo i miei primi passi nella fotografia: ho iniziato ad interessarmi alla fotografia grazie a mio nonno, Zdenek Vavra (https://www.imdb.com/name/nm0891357/), ed il percorso giuridico è quindi nato più come Piano B, nel caso il percorso artistico non dovesse funzionare. Ed infatti tutti i miei pregi artistici sono i miei difetti giuridici, tra cui l’imprecisione.

Cosa ti attrae della pop art e di Andy Warhol?

Principalmente l’idea di come si è posto alla persone. La sua presenza ha scardinato quell’aura snob, rovesciando quei salotti elitari e noiosi dei cultori d’arte, rendendo l’arte stessa popolare ed accessibile a tutti. Difatti io sono “contrario” alla storia dell’arte, perché penso che chi guarda un quadro, una foto, una scultura, debba sapere il minimo necessario: nome, percorso artistico, cosa vuole esprimere, e poi nozioni sulla corrente artistica. Tutte le informazioni eccessive vanno ad annoiare, spesso, chi si vuole appassionare senza avere le basi. Andando nel concreto, oggi, in bocca a molti esperti, parlare di arte porta alla noia alla persona meno ricca culturalmente, e Warhol ha fatto sì che questo percorso venisse saltato, per passare dall’artista al fruitore dell’opera: veloce, essenziale ed efficace.

Quali sono i tuoi fotografi preferiti?

Questa è una domanda alla quale non posso rispondere per due motivi:
1) la cultura fotografica è labile, ed ogni giorno si discute quanto il soggetto X sia artista o fotografo, e ci si addentrerebbe in un discorso infinito;

2) la mia preferenza cambia di giorno in giorno, un po’ come la musica per molti.
Ma andando a provare a dare una risposta, la mia visione preferita me la danno persone che non sono fotografe veramente: Storaro, Wes Anderson e Kubrick, ogni frame di un qualsiasi film diretto da loro è una fotografia eccellente.

Quali soggetti ami di più? E quali sono i più difficili?

Io amo due cose: il mio barattolo di zuppa Campbell’s, che mi porto sempre dietro, alla quale sto dedicando la mia vetrina Instagram, e non il mio sito, e le persone. Ma non mi trovo a mio agio con le modelle ed i modelli professionisti, perché io della persona amo conoscere tutto in maniera intima. Diciamo che amo fotografare gli inesperti nelle pose. Inoltre amo la mia città, Roma, e cerco sempre di cogliere la sua essenza.

Che cosa cerchi in una foto?

Questa domanda è molto estesa a mio avviso, perché in base ad ogni set che realizzo cerco una cosa diversa:
1) con Soup, decontestualizzo l’arte, con il barattolo di cui sopra;

2) con Life on Mars e Providence, tento di omaggiare la cultura Pop in maniera artigianale, come se fosse un collage o un film di serie Z degli anni ’60;

3) con il mio lavoro, fotografo di scena, tento l’approccio intimistico durante le scene, come se fosse un reportage;

4) con Souls, il mio lavoro di fotografia concettuale, cerco di mostrare la persona e i suoi segreti, le sue ansie e le sue paure.

Diciamo che per ogni lavoro mi reinvento, cambiando lo sguardo verso il soggetto.

Cosa rende una foto ‘sbagliata’?

Ah guarda, tante cose, ma dipende sempre dal contesto. Io odio quando non ci trovo degli equilibri o delle geometrie, che sono un po’ OCD sotto questo aspetto.

Tu sei per metà italiano e per metà ceco: quali sono le differenze più marcate fra i due paesi, e quali i punti di contatto?

La domanda è interessante, perché la mia tesi di laurea è stata incentrata sulla differenza fra i due paesi, dal punto di vista dei diritti inviolabili (spoiler: la Repubblica Ceca li garantisce in maniera uguale all’Italia). Dal punto di vista artistico mi pare, e lo dico con sommesso parere, sapendo di poter dire una castroneria, basata su quello che ho sentito e percepito, che in Repubblica Ceca ci sia più sensibilità verso l’arte da parte del governo e dei fruitori dell’arte stessa. Per dirla in maniera rozza, in Italia l’artista rischia molto di morire di fame, anche a causa delle sovvenzioni inesistenti (che partono dalla cultura e dagli studi, nonostante la voglia di sapere e di approfondire degli studenti) e del poco contributo, mentre in Repubblica Ceca sembra quasi di stare nel secolo scorso, dove l’artista può effettivamente essere artista.

Chi o cosa ti piacerebbe fotografare e chi o cosa invece non fotograferesti mai?

Oggi come oggi ho alcuni progettini: due che si ricollegano al movimento avant-pop, come Life on Mars e Providence, ed ho bisogno di molti modelli e cosplay, ma una cosa che vorrei fare è un reportage sul mondo BDSM, da un punto di vista diverso: non mi interessa mostrare tanto la corda, quanto il segno di essa sulla pelle, andando sui dettagli e basta, togliendo l’aspetto sessuale. Cosa non fotograferei mai? Seguo l’etica del fotografo, quindi non fotograferei i senzatetto, gli umiliati e i suicidi. A meno che non sia per un progetto di reportage. Allora lì fotograferei tutto, perché il reportage nasce per raccontare anche le realtà più nere.

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arte

Van Dyck – Pittore di corte

Cover_VDdi Gabriele Ottaviani

Caterina Balbi Durazzo, Marcello Durazzo, il cardinale Bentivoglio, Emanuele Filiberto, Elena Grimaldi Cattaneo, Anton Giulio Brignole Sale, Agostino Spinola, l’infanta Isabella, Don Diego De Gusman, il principe di Carignano, lady Catherine Howard, Margherita di Lotaringia, Rubens, Sofonisba Anguissola: sono soltanto alcuni dei soggetti ritratti per lo più a olio o mediante il bulino, ma non solo, e in maniera mirabile, intensa, avvolgente, affascinante, sublime e magnifica nell’imperdibile mostra, fruibile anche attraverso un video introduttivo della durata di circa cinque minuti, in cartellone fino al diciassette di marzo prossimo venturo nelle sei sale della elegantissima e ammaliante cornice delle sale palatine della galleria sabauda dei muesi reali di Torino intitolata ad Antoon van Dyck (Anversa, 1599 – Londra, 1641): Van Dyck – Pittore di corte.

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arte

La natura delicata di Enrico Reycend

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Nella splendida cornice del museo di arti decorative Accorsi-Ometto, cui si accede dai raffinati portici di via Po, nel cuore di Torino, fa magnifica mostra di sé, è proprio il caso di dirlo, un’esposizione ricchissima che sarà allestita fino al venti di gennaio e che è assolutamente da non perdere, per lo più composta da oli, su tela, su cartone, su cartoncino, su tavola, ma anche da tempere, tecniche miste e disegni a matita, provenienti da collezioni private, dalla GAM di Torino, da Pinerolo, dal Biellese e non solo, che raccontano al mondo, che lo conosce poco, nonostante abbia avuto, soprattutto dopo la morte, atto finale di una vita travagliata (perse per malattia numerosi figli, e per pagare i medici finì sul lastrico, con la vedova costretta a passare gli ultimi anni all’ospizio di carità, eppure nulla traspare nella sua pittura poeticamente serena, nei suoi ritratti pacificatori, nei suoi paesaggi agresti riconoscibili e umili come le tamerici pascoliane), una discreta fortuna critica, l’arte e il genio di Enrico Reycend, vissuto a cavallo fra il secolo decimonono e il successivo.

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arte, musica

Aforismi, Otello, la storia

download.jpgdi Giuseppe Mario Tripodi

Aforismi su “LA STORIA” (Roma, Squilibri 2018) l’ultimo libro – CD di  Otello Profazio

L’aforisma non è una battuta geniale scappata al letterato o al filosofo negli interstizi del loro lavoro; l’aforisma è il distillato della letteratura e della filosofia.

Arcidiavolo

Di Otello scrivemmo, in dialogo con Carlo Ferdinando Russo, un ritratto critico sulla più importante rivista culturale italiana del Novecento ( Belfagor, n. 3/2012, pp. 289-308). Prima di lui i calabresi assunti nell’Olimpo dei Russo erano stati soltanto Corrado Alvaro (Ritratti di G. Pampaloni, 1948, pp. 60-64, e di P. Sergi, 1958, pp. 325-340)) e Saverio Strati (Ritratto di G. Tripodi,  2010, pp. 303-323).

Semiotica

A Otello, forse perché non ha tempo per leggere i trattati, piacciono gli aforismi. Ne ricorda, dai tempi del Liceo Campanella, uno di Eraclito che parla del Dio che in Delfi che non dice (oute lègei) non nasconde (oute krùptei) ma accenna ( allà semàinei) e lo applica al dialogo con il pubblico durante le  sue esibizioni: lui non propone verità rivelate, non nasconde il suo pensiero per pochi eletti ma manda dei segnali che devono essere colti dagli ascoltatori perché il miracolo della comunicazione artistica si compia.

Contraddisse e si contraddisse

Quattro parole, scelte da Sciascia come propria epigrafe, che rendono bene la personalità del cantastorie. Ma bisogna aggiungere, per completare, un paradigma hegeliano: Profazio negli altri critica sé stesso e in sé stesso critica gli altri.

Otello e Musolino

Otello crede, la modestia non è una sua virtù, di essere il più famoso calabrese dopo Musolino, il brigante che tale fu reso dalla giustizia del suo tempo: summum jus summa iniuria, tanto per essere in linea con la contraddizione.

Egoismo

Otello è il primo ammiratore di sé stesso. Ciò sembrerebbe mal conciliarsi con le appartenenze politiche (anarchia, socialismo) che egli professa da lungo tempo. Lo possiamo assolvere alla luce di una detto di Nietzsche che risale al periodo de La Gaia Scienza:  “L’egoismo è stato diffamato proprio da coloro che più lo hanno esercitato; avevano bisogno di inibirlo negli altri perché il proprio non trovasse ostacoli!”.

Anteo   

La forza di Profazio risiede nella madre terra calabra; se ne allontana solo per brevi periodi e solo per ritrovarla nelle Calabrie disseminate nel mondo da  centocinquanta anni di emigrazione.

Aforismi musicali

La discografia profaziana finora ha proceduto per monografie. L’ultimo disco (La storia, Squilibri 2018) contiene 18 tracce che, a parte alcune canzoni, sono una summa di aforismi.

L’ultimo cantastorie

I pezzi musicali che Profazio ha approntato in questo CD sono il distillato e l’antologia della sua carriera. Sin dall’adolescenza ha mescolato canto, cultura popolare e vita  senza più riuscire a districarli e a districarsene.

Spot

Dopo Profazio non ci saranno più cantastorie e, soprattutto, non ci saranno più “personaggi”. Sono finiti. Bisogna approfittarne.

Traccia n. 1, La Storia, ballata consolatoria del popolo rosso.

a) anarchia

Profazio ha dichiarato apertamente la sua anarchia; andate su You tube ed ascoltate Addio, Lugano bella! cantata da lui, Giorgio Gaber, Lino Toffolo, Enzo Iannacci  Silverio Pisu. Ironicamente fa rizzare il pelo.

E Pia Zanolli, compagna di Bruno Misefari l’anarchico di Calabria, dichiarava che quel canto in bocca a Otello diventa sublime.

b) Comunismo

Ignazio Buttitta è stato comunista non pentito. Lui vivo, di comunisti pentiti ce n’erano pochi. Non come dopo l’89 che tutti pentiti furono, o quasi tutti. Sapeva che  l’uomo del cambiamento, costretto a raccogliere spine e a seminare all’acqua e al vento, aveva bisogno di essere consolato e incoraggiato; per questo si scusava di non saper prevedere quando il sole avrebbe finito  di asciugare le piaghe della terra.

c) Anarco-comunismo

La canzone eponima del disco, LA STORIA, é  sintesi dialettica, un’idea politica in cui il comunismo messianico di Buttittta viene “corretto” con l’umanesimo profaziano: compagno, so che tu aspetti la vendetta con le braccia levate al cielo ma io ti devo ricordare che l’odio è analfabeta e scrive pagine  lorde di sangue, anche sgrammaticate.

Traccia n. 2 Streghe

Scetticismo

Streghe, maghi, sirene, miracoli, santi e dischi volanti; e noi?

I soliti creduloni! Beviamo ciò che ci raccontano e non crediamo a noi stessi. La storia non cambia verso e nemmeno rima.

Traccia n. 3 Quant’è bella la Calabria

Scetticismo n. 2  

Profazio è profanatore di luoghi comuni; anche, anzi soprattutto, di quelli di casa sua.

L’aveva già fatto con le profaziate. Simplicio si lamentava che la stampa nordista vedeva un delinquente  dietro ogni stroffa (ogni cespuglio per gli svizzeri); e Sagredo si dichiarava d’accordo «… e mi dichiaru an solitu cu vui / chi non e bberu! / pirchì arretu ogni stroffa / di delinquenti nci ndi sunnu ddui!».

Traccia n. 4 Il Ponte

Scetticismo n. 3: il falso progresso voleva costruire ‘lu Ponti’.

Il Ponte e le illusioni, ovvero siamo calabresi e siciliani e vogliamo fare gli americani. Ormai, anche senza Lu ponti, siamo on-line.

Avanziamo lo stesso?

Sì! Sulla sedia a rotelle.

Traccia n. 5: Gioiuzza cara

Carpe diem in salsa calabra!

Traccia n. 6, Lu cori di la donna

Miserere masculorum!

Il cuore di donna è come il fondo del mare: non può essere scandagliato.

L’uomo crede di avere tanta forza da poterla abbandonare in qualsiasi momento.

Ma quale forza?

Con il sorriso, con un capello, ti trattiene.

Per non parlare della forza del pilu di cunnu: tira più di un bastimento, tira chiù iddhu a la nchianata chi na paricchia di boi a la calata, faci tornari la chiumara a la muntagna d’undi partiu.

Traccia n. 7, Cori di canna!

Pochi versi stravaganti di un uomo d’onore d’altri tempi cui Otello ha prestato la sua inconfondibile voce!

Traccia n. 8: Donna Vicenza.

Calco di ‘Bocca di Rosa’ di De André che, a sua volta, era stato calco di Brassens (Brave Margot!); senza la tragedia del gattino trucidato e con la solita ironia del Bardo di Pellaro: il marito della generosa cadde dalla pianta di petrusinu senza farsi male  e lei, ‘donna di cori’, ha continuato ad elargire le sue grazie!

Traccia 9 Santo Nicolò …

Piccola agiologia profaziana! Più che blasfemo, in questa come in molti altri suoi lavori a sfondo religioso, Otello è solo dissacrante, di una dissacrazione che riconduce la religione al mondo degli uomini(ricordate Feuerbach). Ma anche a Jean Leclercq, massimo studioso di San Bernardo: “ Santo è un cristiano che resta un peccatore, nel modo singolare in cui ciascuno lo è con i suoi doni e i suoi limiti, la grazia del perdono che ha ricevuto, la forma di umiltà che gli è stata accordata a prezzo di umiliazioni che restano il suo segreto”.

Traccia n. 10 La  democrazia

Un’antica profaziata divenuta canto dissacrante contro la trasformazione delle istituzioni democratiche  in greppie per politici di professione.

Tracce n. 11 e n. 12: Inno dello statale e A frunda.

Inno (un po’ qualunquista?) dei parassiti che, nella seconda parte, diventa uno struggente canto di lavoro e di miseria evocante la Calabria pre-industriale: lavoro minorile e fame atavica a braccetto.

La produzione artigianale della seta si basava sull’alimentazione del baco con fronda di gelso. Le mamme davano ai loro bambini poco pane e grandi sacchi da riempire di fronda.

Donde l’invocazione al commerciante di fronda di chiedere alla mamma un “cuddhura  tunda”, un pane circolare, che bastasse almeno per i due giorni di lavoro fuori casa.

Traccia 13 Donni assassini

Il canto pencola tra denuncia della guerra (petri di la via comu non ciangìti / quando vidìti pàrtiri surdàti ) e stereotipi antifemministi: donne che poco si curano della morte del  promesso sposo al fronte perché hanno l’amante di riserva e poi ballano, fumano e si dondolano (si nnàcanu) senza dignità.

Traccia 14 Mi ndi vaju

Canto del forestiero che non può stabilire legami affettivi duraturi e che è sempre con il piede sulla strada, con il cielo per letto e un ‘carduneddu amaru’ per cuscino.

Traccia n. 15 Ti salutu Bova.

“Spartenza” è una parola dura, indica la separazione dal paese delle origini ed anche il “sentirsi disseminati nel mondo, sradicati” (Heidegger); questo canto di emigrazione, che Profazio ha ricevuto dalla viva voce di una donna bovese che ha dovuto abbandonare la Calabria, testimonia il dolore, le lacerazioni affettive, familiari e comunitarie ( li muntagni e la marina, la mamma e gli amici, le mura e lu casteddhu, l’amore e la ruga).

Traccia n. 16 L’America…!

Ancora sull’emigrazione, sfruttando diversi registri: dal comico al tragico passando per l’invettiva.

Traccia n. 17 Australia!

Emigrazione ed alienazione calabra nella terra dei canguri.

Traccia n. 18 L’orfano

Nella guerra tra eredi l’unico orfano rimane il morente.

 

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arte, Cinema

“Hollywood Icons”

john-kobal-ph-michael-birt-london-1987di Gabriele Ottaviani

Marlon Brando, James Dean, Dennis Hopper, Ida Lupino, Joan Crawford, Warren Beatty, Elia Kazan, Maria Schell, Marilyn Monroe, Jane Russell, Audrey Hepburn, Grace Kelly, Gloria Swanson, Shirley MacLaine, Tony Curtis, John Wayne, Clint Eastwood, Bette Davis, Veronica Lake, Jayne Mansfield, Ava Gardner, Paul Newman, David Niven, Elizabeth Taylor, Montgomery Clift, Sophia Loren, Errol Flynn, Orson Welles, Marcello Mastroianni, Peter O’Toole, Natalie Wood, Steve McQueen, Mary Pickford, Phyllis Haver, Ben Turpin, Mae Murray, Monte Blue, Clara Bow, Pola Negri, Greta Garbo, John Gilbert, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Lillian Gish, Roland Colman, Loretta Young, Mary Astor, Louise Brooks, Cyd Charisse, Anna May Wong, Evelyn Brent, Clark Gable, Charles Laughton, Jean Harlow, Carole Lombard, Warner Baxter, Kay Francis, Michael Curtiz, Marian Marsh, Norma Shearer, Constance Bennett, Vivien Leigh, Lana Turner, Gary Cooper, Lupe Velez, Elsa Lanchester, Boris Karloff, Helen Chandler, Bela Lugosi, Johnny Weissmuller, Hedy Lamarr, Cary Grant, Charles Boyer, James Stewart, William Powell, Luise Rainer, Fred Astaire, Ginger Rogers, Joan Blondell, Eleanor Powell, i fratelli Marx, Robert Taylor, Inez Palange, Edna Bennett, Judy Garland, Ingrid Bergman, Angela Lansbury, Lon Chaney jr., Rita Hayworth, Gregory Peck, Kirk Douglas, Alfred Hitchcock, Carmen Miranda, Bing Crosby, Bob Hope. Centosessantuno ritratti divisi per decenni, dal muto al sonoro, foto di scena e non di vari autori, in cui ci sono veramente tutte quelle personalità che grazie anche ai ritocchi e ai fotografi sono diventate Hollywood Icons. Ivan Kobaly, di padre ruteno e mamma austriaca, nasce a Linz in epoca di seconda guerra mondiale e sin da piccolo cresce con la famiglia in Canada dove inizia a collezionare cimeli legati al cinema. Comincia a lavorare come attore spostandosi negli USA ma poi si stabilisce a Londra e a partire dal millenovecentosessantaquattro abbandona la recitazione, per cui comunque non mancava di talento, e diviene un prolifico (nonostante sia morto piuttosto giovane agli albori degli anni Novanta) giornalista e scrittore, e il fondatore di un archivio che porta il suo nome occidentalizzato (John Kobal, quello che scelse di adottare) e grazie al quale non è andato perso il materiale prezioso per tutti gli appassionati di storia del cinema visibile nella bella mostra visitabile sino al diciassette settembre nella splendida cornice del Palazzo delle esposizioni di Via Nazionale a Roma. Da non perdere.

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arte

Culla di roseo universo

20170615002527-466bbc8dPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Dal 5 al 12 settembre 2017 Loft Gallery Spazio MatEr, in via Ludovico Muratori 11 Piazza Iside Roma, presenta “Culla di Roseo Universo”, la prima mostra personale nella Capitale dello scultore romagnoloGiuliano Cardellini.

L’esposizione, a ingresso libero e gratuito, sarà visitabile dal martedì al sabato, dalle 15,30 alle 19,30, la domenica su appuntamento.Martedì 5 settembre dalle ore 18.30 alle 22.00 l’inaugurazione in galleria.

Martedi 5 settembre alla ore 19.30 performance dell’artista.

LA MOSTRA

Il nuovo progetto espositivo dell’Artista romagnolo – di circa quattordici opere tra pittura e scultura – è l’incontro tra Materia, con ferro e acciaio, e Pittura, con un blu carico di infinito e sacralità, per rappresentare la sua più recente e profonda emozione, in riferimento al concetto dell’Universo. Il “Cosmo” di Giuliano Cardellini è simile ad un “notturno indiano”, un viaggio tra illusione e specularità, dove l’intenso blu scuro – caratteristico dell’artista romagnolo – invade lo spazio creando – attraverso oggetti di uso comune e quotidiano, in un ready-made duchampiano – ingranaggi sacri della  Vita: bulloni, viti, chiodi, diventano gli elementi di mappe stellari di particolare splendore e di indiscussa unicità.

“Culla di Roseo Universo” sembra infatti reinterpretare in chiave contemporanea la più antica mappa stellare rappresentata nel Disco di Nebra ed il messaggio sociale e artistico che Giuliano Cardellini trasmette in questa prima esposizione romana è proprio quello di riuscire a conservare dentro noi quella capacità di meravigliarci davanti ad un cielo stellato,perché non siamo più abituati ad alzare lo sguardo e cercare un contatto con l’universo e la visione dello  straordinario tappeto di luci  andrebbe preservata così come la conoscenza diffusa dell’astronomia che per millenni ha connesso l’Uomo al  Cosmo.  In questa produzione Giuliano Cardellini compie una straordinaria azione intellettuale attraverso cui l’arte viene privata della sua finalità e caratterizzazione estetica, per configurarsi come un atto puramente psicologico grazie al quale l’artista eleva l’oggetto in una dimensione in cui è “arte in potenza” e l’atto che lo qualifica è la libera operazione mentale dell’artista, sostituendo il binomio di “pittura-pittura” con quello di “pittura-idea”

IL TESTO CRITICO

Come ci racconta la curatrice: “Attraverso un processo si rielaborazione della realtà, in cui la ricerca si fonde con la fantasia, Giuliano Cardellini conduce il suo pubblico in un viaggio nella “Coscienza”. La Sostenibilità, l’Inclusione, l’Amore e la Bellezza sono la chiave di lettura di tutta la sua produzione. Il percorso espositivo è un viaggio sulle tracce intime dell’artista, sulla sua ricerca dell’amore universale. Cardellini esplora, con consapevolezza innovativa, linee e colori appassionanti e dal suo tocco originali.Come scrive la critica Emiliano sulle sua serie dei blu: “Egli utilizza oggetti residuali “rubati” alla meccanica come: viti, bulloni e dadi, accompagnando il pubblico all’interno di un racconto onirico. La materia, quindi, si adagia sulla tela cristallizzata e viene avvolta da un colore blu intenso, perde il suo peso specifico per definire un nuovo ruolo.”

BIOGRAFIA

Giuliano Cardellini vive e lavora a Morciano di Romagna nel suo Atelier d’Arte GC. Sin da piccolissimo scrive poesie, disegna a colori e crea aforismi. Si appassiona, da fanciullo, di fotografia senza mai lasciarla. L’incontro, diversi anni fa, con le opere del conterraneo Raffaello Sanzio lo iniziano alla pittura,come la vicinanza ad Arnaldo Pomodoro e Umberto Boccioni originari di Morciano, da cui il suo approccio anche alla scultura”. Ha pubblicato oltre trentacinque video sulla sua variegata attività artistica, due libri di poesia e vinti numerosi premi letterari. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all’Estero: Venezia, Cattolica, Rimini, Verona, Gubbio, Pesaro, Osaka, Londra, Monte Carlo, Reggio Emilia e New York. http://www. giulianocardellini.com

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arte

“La figura umana nell’arte moderna”

KIRCHNERdi Gabriele Ottaviani

Inaugurata a giugno e aperta al pubblico sino al quindici di ottobre nel meraviglioso e raffinato spazio espositivo del Museo Castello San Materno di Ascona, di recente restaurato, a brevissima distanza dall’omonimo teatro e dal cimitero monumentale dove riposano le spoglie mortali dei più illustri personaggi che hanno scelto la località ticinese come loro dimora d’elezione, oltre a tutti coloro che vi sono nati e vissuti, la mostra che raccoglie opere provenienti da collezioni private elvetiche e tedesche e firmate da uomini e donne che hanno fatto dell’arte la loro vita e della loro stessa esistenza un’opera d’arte, come Lovis Corinth, Otto Dix, Erich Heckel, Karl Hofer, Ernst Ludwig Kirchner, Otto Mueller, Emil Nolde (straordinari i suoi acquerelli su carta di riso), Hans Purrmann, August Macke, Paula Modersohn-Becker, Christian Rohlfs, Hans Thuar e Alexej Jawlensky, è un’occasione da prendere al volo per immergersi in un mondo che, pur non essendoci più, parla ancora oggi allo spettatore, al visitatore, al fruitore dell’opera d’arte. Nella gran parte delle tele raccolte, infatti, è vivo e centrale il ruolo della figura umana, sintesi e misura di tutte le cose, riverbero della realtà spersonalizzante che a cavallo tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio e i primi bellicosi decenni del cosiddetto secolo breve ha portato a più livelli l’artista a riflettere sulla natura stessa dell’uomo. Da Lovis Corinth a Alexej Jawlensky. La figura umana nell’arte moderna è un viaggio alla scoperta delle mille forme dell’io, un’occasione preziosa di scoperta e conoscenza.

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