66. Berlinale

“A serious game”

a-serious-game-pernilla-augustdi Gabriele Ottaviani

Una storia sempiterna, sempre possibile, sempre la stessa, spesso, troppo spesso, purtroppo. Perché talvolta, anzi, di frequente, capita che t’ami ma non puoi amarti, che il tempo, la situazione e un po’ di vigliaccheria giochino contro di te e la tua felicità, ma poi capita altresì che quello stesso tempo che ti ha messo i bastoni fra le ruote torni a darti un’altra opportunità, e tu non possa non cedere alla passione. Ma si sa, a ogni azione corrisponde una reazione, uguale e contraria… Siamo a Stoccolma, all’inizio del ventesimo secolo: Lydia e Arvid si amano, ma, almeno all’inizio, non possono stare insieme. Lui è abbastanza spiantato, lei dalla morte del padre non ha ricavato alcuna dote: si incontrano dopo anni, entrambi sposati, e a quel punto sembra che, in fondo, nonostante tutto, nulla possa separarli. Un film onesto quello di Pernilla August, adattamento di un classico, diretto e interpretato con souplesse: A serious game. Un ossimoro, che però è una sintesi riuscita del rapporto d’amore.

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66. Berlinale

“A dragon arrives!”

a_dragon_arrives_homayoun_ghanizadeh2di Gabriele Ottaviani

A dragon arrives! Eh sì, probabilmente è arrivato per davvero, e ha bruciato con una fiammata come nemmeno Grisù quando starnutiva, proprio lui, povero, che in realtà voleva fare il pompiere, qualche pagina di sceneggiatura, perché effettivamente non tutti i passaggi sono proprio semplici e limpidi. Ma del resto come migliore sceneggiatura qui a Berlino ha vinto quella di United States of Love, che di fatto non esiste, quindi… Ventidue di gennaio del millenovecentosessantacinque, il giorno dopo l’assassinio del primo ministro iraniano di fronte all’edificio del parlamento. Un commissario con una sgangherata auto arancione è inviato nel mezzo del nulla, nel quale si staglia il relitto di una nave, utilizzata come carcere per prigionieri particolarmente sgraditi, a indagare, insieme a un ingegnere tecnico del suono e a un geologo, sul perché un uomo la cui pena stava quasi per finire abbia deciso di togliersi la vita, e su cosa stia effettivamente succedendo in quella terra che molti descrivono come maledetta, agitata da sismi improvvisi e violenti. C’è anche un padre, cacciatore di squali e oftalmologo, che non sa più nulla di sua figlia, che darà alla luce in circostanze a dir poco rocambolesche una bambina, una agenzia governativa che indaga sui tre indagatori dell’occulto e non solo, il sogno di lasciare il paese in cerca di libertà e diversi piani narrativi e temporali, tra vero, verosimile e invenzione, in cui ci si muove di continuo e in maniera un po’ convulsa. Strano, straniante, un po’ raffazzonato, un miscuglio di generi non così ben amalgamato, ma comunque intrigante.

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66. Berlinale

“Cartas da guerra”

cartas da guerradi Gabriele Ottaviani

È il millenovecentosettantuno, in Portogallo c’è ancora la dittatura, le truppe sono state mandate nella colonia d’Angola a difendere la lusitanità dalla voglia di indipendenza della popolazione locale in quella guerra coloniale che ha coinvolto anche Guinea (ora Guinea-Bissau) e Mozambico e che dal millenovecentosessantuno si è poi protratta per tredici anni, un medico militare ha la giovane, bella e adorata moglie incinta ma deve comunque partire insieme al contingente. Ama scrivere, sta preparando un romanzo, adora conversare giocando a scacchi con il capitano del reggimento, un uomo che crede che la guerra sia uno sbaglio, e che alle ultime elezioni è stato l’unico membro delle forze armate a essersi candidato tra le file dell’opposizione. Le prime righe della prima lettera e la conclusione del film sono affidate alla voce di lui, António, tutto il resto alla voce di lei, la donna amatissima, quella che a giugno gli regalerà una figlia. Di lei sappiamo poco, sappiamo che lui prova per lei una passione, una tenerezza, una sensualità e un attaccamento alla vita che commuove, sorprende e fa sognare. Suonano certo mielose le parole degli innamorati se chi le sente non è uno dei due, ma per l’uno e l’altro reciprocamente sono la vita. E così, mentre scorre sullo schermo placida, monotona e infida – a giorni di calma piatta può seguire, improvviso, l’attentato – come una sabbia mobile, come un fiume africano pieno di anse, in quel paesaggio verde che già dopo pochi giorni, tra gennaio e febbraio, António dice di non sopportare più (tutto verde: verde il paesaggio, verdi le baracche, gli infissi, le divise, l’acqua, le camionette…e per giunta noi la percezione del verde non la abbiamo direttamente: il film è in bianco e nero…), la quotidianità struggente degli uomini in guerra, in affettuosa e reciproca compagnia tra commilitoni, con cui condividono tutto, dalle sigarette alla visione di un film, sempre lo stesso, di cui ormai sanno le battute a memoria, eppure profondamente soli, e man mano sempre più bisognosi, desiderosi di tornare a casa (persino il maggiore, in un momento di sconforto, chiede al dottore di scrivergli su un maledetto pezzo di carta una malattia, una qualunque che lo possa far tornare dalla moglie e alla vita vera), la gran parte delle parole sono affidate alle voci fuori campo, alla lettura delle missive che António scrive all’amata, le sue Cartas da guerra (la base del film di Ivo M. Ferreira, con Miguel Nunes e Ricardo Pereira, è l’omonimo romanzo epistolare di António Lobo Antunes, che la guerra come ufficiale medico l’ha fatta per davvero, e anche lì ha sviluppato il suo pregevole stile, influenzato da Faulkner e Céline, basato sul flusso di coscienza, e l’approfondimento delle tematiche della perdita e del ritorno), in cui non parla solo d’amore, ma vediamo, nel corso dell’anno che passa, crescere la sua consapevolezza, la sua coscienza politica, i suoi dubbi. Commovente, appassionante, anche se certo nulla appare mai visto prima, soprattutto nella tradizione del cinema portoghese, a tratti un po’ farraginoso, ma suggestivo, pieno di temi interessanti – affiora nella riproduzione asciutta e credibile della routine cameratesca la psicologia dei soldati, forse più fragili degli altri proprio perché in un ambiente machista per antonomasia, indagata con delicatezza, tra un attaccamento alla bandiera che pian piano scema e l’aggrapparsi alle notizie più o meno ufficiali che vengono dai comandi e ancor di più alle radiocronache delle partite del mitico Benfica di quegli anni, che veniva dal decennio d’oro a livello continentale dei Sessanta, col grandissimo Eusébio in campo, e che sono ben più gradite all’ascolto dei proclami roboanti di Caetano, succeduto a Salazar alla guida del paese. Un film intenso e raffinato, coinvolgente.

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66. Berlinale

“Mahana”

mahanadi Gabriele Ottaviani

Mahana. Una tenuta nell’incanto della Nuova Zelanda. Gli anni Cinquanta, il mito del western, l’allevamento, un padre e nonno altro che patriarca o padrone, una nonna che canta alle api, una numerosa famiglia, anzi, una vera e propria tribù, verrebbe da dire. La terra, la natura, i valori, gli usi, i costumi, i conflitti, le rivalità, le abitudini e il mondo che cambia. Un ragazzo che non capisce come si possa parlare di giustizia quando i maori non possono proferire parola in tribunale nella propria lingua, e sono dunque di fatto impossibilitati a difendersi realmente, e che non si capacita di come qualcosa di innocente e sognante come il cinema possa essere considerato scabroso. Uno scontro inevitabile, e un nuovo inizio. Elegante con anche qualche accento lirico, classico e niente affatto innovativo come solo pochi film sanno essere, si lascia guardare perché semplice e rassicurante, compiuto, di impianto teatrale, riconoscibile e comprensibile.

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66. Berlinale, Intervista

Olivier Ducastel e Jacques Martineau: un film sulla vita e sull’amore

directors Olivier Ducastel and Jacques Martineaudi Gabriele Ottaviani

Olivier Ducastel e Jacques Martineau, che parla anche un eccellente italiano, sono i registi, di immediata e travolgente simpatia, di Théo et Hugo dans le même bateau: Convenzionali, nella splendida cornice del Grand Hyatt Hotel di Berlino, ha avuto il privilegio di incontrarli.

Non è il primo film in cui affrontate la tematica dell’omosessualità e soprattutto della sieropositività, basti pensare a Jeanne et le garçon formidable, del millenovecentonovantotto, con Virginie Ledoyen e Mathieu Demy, o a Nés en 68, con Laetitia Casta e Yannick Renier. Quanto è ancora importante parlare di HIV oggi? Pensate che a tanti anni di distanza dai vostri esordi ci sia più informazione e consapevolezza, soprattutto fra i giovani? Com’è l’educazione sessuale in Francia? In Italia non granché…

JM: Beh, è ovvio, voi avete il Vaticano e il papa. Comunque preferisco papa Francesco ai tanti francesi, anche gay, che dicono delle cose di una omofobia terribile e non se ne rendono nemmeno conto, anzi, pensano di avere, ma sono solo parole, una grande apertura mentale. Lui almeno è chiaro, basta sentire quello che ha detto in America centrale o prima ancora a proposito del referendum sui matrimoni gay in Slovenia: lui detesta gli omosessuali, punto. E in ogni modo anche in Francia la situazione in merito all’educazione sessuale non è buona, anzi, rispetto a qualche anno fa, anche solo dieci, è peggiorata. Io stesso non sapevo della terapia di emergenza dopo un rapporto sessuale a rischio di cui parliamo approfonditamente, cercando di spiegare bene come funzioni, nel film, ma mi sono documentato. Questa è la grande fortuna che abbiamo oggi: Internet. Da usare bene, ma è fondamentale.

OD: Sono d’accordo. Anch’io penso che specialmente i ragazzi non siano informati, forse semplicemente per incoscienza, perché pensano che una cosa del genere a loro non possa capitare. E invece devono esserlo, ed è anche per questo che abbiamo fatto questo film, e mostrare la storia di Théo e Hugo, tranquillamente, una come tante, fra due persone che si conoscono e si innamorano, inaspettatamente, ognuna fatta a modo suo, con il suo carattere. Abbiamo voluto raccontare tutto questo con uno sguardo positivo sulla relazione fra i due ragazzi e la situazione che si viene a creare, senza drammatizzazioni.

JM: Quando abbiamo cominciato a lavorare alla sceneggiatura abbiamo scoperto che molte persone, non solo gay, anzi, hanno fatto e fanno ricorso a questo trattamento, ma non se ne parla, ed è sbagliato.

Quindi c’è un problema di comunicazione rispetto a questa terapia e in generale a questi temi?

JM: Io penso di sì.

OD: Sì, assolutamente. Se tu sei abituato a vivere una vita più alla luce del sole magari sei più a conoscenza di certe cose, ma se invece conduci un’esistenza parallela, nascosta, vivi male la tua sessualità, incontri le persone solo, per esempio, tramite Grindr o, peggio, in situazioni al limite forse non sei informato, preparato, non sei in guardia. Probabilmente in ogni modo la situazione tra Francia e Italia non è poi così diversa. Ribadisco, in Francia: le associazioni delle famiglie, specie quelle cattoliche…

JM: Non ci possono vedere, hanno accusato il nostro film di pornografia.

In realtà spesso ce n’è molta di più in film in cui si sta vestiti tutto il tempo…

JM: Infatti.

OD: Assolutamente. Dicevo: le associazioni di cui parlavo mettono in continuazione i bastoni fra le ruote quando si discute di questi argomenti, e generalmente è diffusa l’opinione che non debba essere la scuola pubblica a parlare di queste cose, ma la famiglia. Se però ti capita di nascere in una famiglia che per qualunque motivo, fosse anche solo pudore, non necessariamente perché pensa che il sesso sia sbagliato o l’omosessualità innaturale, non ne parla, ecco che puoi non essere informato, e quindi correre dei pericoli per la tua salute.

Un ruolo fondamentale nel vostro film lo ha il tempo: la pellicola dura un’ora e trentatré, esattamente quanto la tranche della vicenda esistenziale di Théo e Hugo che voi raccontate, dalle quattro e ventisette alle sei di mattina, in una Parigi che si risveglia. Questa scelta fa veramente sentire immerso lo spettatore nella realtà dei due ragazzi, che si spogliano molto di più l’uno di fronte all’altro, in realtà, non quando sono nudi nel club, ma quando si confidano le loro vite. È come se tutto succedesse in diretta, come se chi guarda fosse nelle stesse strade che Théo e Hugo stanno percorrendo in quel momento, accanto a loro: ma quanto in realtà sono durate effettivamente le riprese?

OD: Poco, alcune settimane.

JM: Due giorni per la scena del club, qualcuno in più per quelle in ospedale e per quelle in strada.

OD: Un po’ perché il film era low budget, un po’ perché spesso era buona la prima, un po’ perché dilatare i tempi avrebbe fatto sfuggire quell’energia che invece volevamo assolutamente catturare.

Come avete scelto gli attori, in particolare i protagonisti, bravissimi, che hanno regalato al pubblico un’interpretazione davvero toccante? Io non ho assistito al film in proiezione stampa, ma in sala insieme a spettatori per lo più non addetti ai lavori, e ho potuto vedere accanto a me molte persone profondamente emozionate.

JM: Grazie, questo ci fa molto piacere. Devo dire che sì, il pubblico, soprattutto fuori dalla Francia, lo ha accolto benissimo.

OD: Qui a Berlino abbiamo ricevuto un consenso splendido, sia la stampa che gli spettatori sono molto più rilassati, forse perché più si va a nord più si è più abituati a un rapporto diverso con la sessualità, il corpo e la nudità.

JM: Comunque, in genere l’accoglienza è stata positiva, in particolare da parte delle donne eterosessuali…

OD: Non solo eterosessuali.

JM: No, hai ragione, non solo. Alle donne che lo hanno visto questo film è piaciuto molto, la loro sensibilità le ha fatte entrare in profonda sintonia con Théo e Hugo e le loro emozioni, si sono sentite spesso emotivamente toccate, commosse. Il nostro problema è il pubblico maschile…

Perché?

JM: Penso di poter dire che non sia di norma un argomento che gli uomini apprezzano particolarmente. Non parliamo poi del pubblico maschile gay.

Come mai?

JM: Perché spesso e volentieri è tutto un piangersi addosso: “Oddio, che vita triste! Oddio, che mondo crudele! Oddio, non possiamo avere bambini! Oddio, non ce li fanno adottare!”… Fuck off and go on, who cares?

Il problema del senso di colpa per essere quel che si è.

JM: Sì, esatto.

OD: Di origine cattolica.

JM: Ma non solo.

OD: Tornando alla domanda sugli attori, abbiamo fatto un semplice casting. E devo dire che quando sono arrivati Geoffrey e François abbiamo capito subito che erano Théo e Hugo: abbiamo scritto appositamente una scena da far loro provare, in cui dovevano sia baciarsi che litigare. Beh, è andata immediatamente benissimo: il bacio è stato molto bello, la lite ancora di più, e quindi abbiamo avuto la conferma che i protagonisti non potevano che essere loro. Si è creata fra di loro una sintonia, una chimica, una energia potente e immediata, erano coinvolti dalla storia e dal tema, e sono stati subito entusiasti, a maggior ragione quando hanno letto la sceneggiatura completa. Ci siamo incontrati in un caffé per discuterne, e avevamo immaginato di parlare per circa un’ora: non dico che siamo rimasti lì al tavolino per tre, ma due sì. Abbiamo sentito subito una fiducia reciproca, tant’è che sono stati molto liberi, abbiamo affidato loro una grande responsabilità durante le riprese, tenendo conto delle loro sensazioni, e ci hanno ampiamente ripagato.

Non hanno avuto remore ad accettare la parte?

JM: No, nessuna.

OD: Assolutamente, niente affatto.

JM: Se ti riferisci alla sequenza iniziale dell’orgia di venti minuti nel club in realtà lì il problema non sono state certo le erezioni o la penetrazione (che comunque non c’è stata realmente, non era necessaria). Il discorso è stato tecnico, nel senso che gli spazi erano molto piccoli e quindi è stato complicato sistemare le luci, le camere, immaginare i movimenti: abbiamo passato un giorno intero a vedere come fare. Poi, una volta risolta la situazione, il giorno dopo è andata subito bene.

OD: Sì, infatti. Dovevamo immaginare anche la disposizione di tutti gli altri ragazzi, gli attori non protagonisti, che in quella sequenza sono sempre presenti ma ogni tanto devono passare in secondo piano per fare emergere Théo e Hugo. E poi pensare all’illuminazione, che è particolarmente calda, dà l’idea di una caverna.

JM: Tra l’altro la sequenza iniziale è la prima che abbiamo girato.

OD: Sì, la prima.

JM: Tutti i ragazzi che erano lì poi erano divertentissimi, e contenti di esserci. C’era una bella atmosfera.

E il risultato è una sequenza di grande impatto.

JM: Era il nostro obiettivo, volevamo che fosse sensuale, non erotica.

Quale messaggio vi piacerebbe che il vostro film lasciasse agli spettatori?

JM: Bella domanda! (ride) Beh, il nostro è un film che parla di vita e di amore, semplicemente, non vuole dare lezioni, fare prediche o essere un film sulla tristezza, la morte o la paura: per questo motivo abbiamo scelto anche attentamente le musiche, per esempio. La sessualità, quale che sia, è felicità.

OD: Però è un film anche molto politico, e il mio messaggio è rivolto a tutti coloro, persino i blogger, che, specie in Francia, ci attaccano: non si può usare violenza contro l’amore.

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66. Berlinale

Berlinale – I premi

unnamed (1)Giuria internazionale: Meryl Streep (presidente), Lars Eidinger, Nick James, Brigitte Lacombe, Clive Owen, Alba Rohrwacher e Małgorzata Szumowska

Orso d’Oro Miglior Film
Fuocoammare di Gianfranco Rosi

Orso d’Argento Gran Premio della Giuria
Death in Sarajevo di Danis Tanovic (Bosnia Erzegovina/Francia)

Orso d’Argento Alfred-Bauer-Prize Film che Apre Nuove Prospettive
A Lullaby for the Sorrowful Mistery di Lav Diaz (Filippine/Singapore)

Orso d’Argento Migliore Regia
Mia Hansen-Love per L’Avenir (Francia/Germania)

Orso d’Argento Miglior Interpretazione Femminile
Trine Dyrholm per The Common (Danimarca)

Orso d’Argento Miglior Interpretazione Maschile
Majd Mastoura per Hedi

Orso d’Argento Miglior Sceneggiatura
United States of Love di Tomasz Wasilewski (Polonia/Svezia)

Orso d’Argento Miglior Contributo Artistico 
Crosscurrent di Yang Chao (Cina)

Premio Miglior Esordiente – Miglior Opera Prima delle sezioni Concorso, Panorama, Forum, Generation e Perspektive Deutsches Kino
Hedi di Mohamed Ben Attia (Tunisia/Belgio/Francia)

Premio Audi Cortometraggio
Jin zhi xia mao di Chiang Wei Liang (Taiwan)

Orso d’Oro del Cortometraggio
Balada de um Batraquio di Leonor Teles (Portogallo)

Orso d’Argento Premio della Giuria Cortometraggio
A Man Returned di Mahdi Fleifel (UK/Danimarca/Paesi Bassi)

Nomination EFA
A Man Returned di Mahdi Fleifel (UK/Danimarca/Paesi Bassi)

Giuria di bambini Premio Generation Kplus:

Fabian Behrendt, Mathilda Fastabend, Felix Fuentes-Hare, Julian Leisle, Lilia Channary Noack, Mette Maren Schmahl, Fritzi Schneider-Reuter, Moritz Süßenbach, Sophie Tischmann, Tamino Köhne e Irma Weiche CRYSTAL BEAR for the Best Film

Ottaal

The Trap

Die Falle

by Jayaraj Rajasekharan Nair

SPECIAL MENTION

Jamais contente

Miss Impossible

Nie zufrieden

by Emilie Deleuze

CRYSTAL BEAR for the Best Short Film

El inicio de Fabrizio

Fabrizio’s Initiation

Fabrizios erstes Mal

by Mariano Biasin

SPECIAL MENTION

Ninnoc

by Niki Padidar

Giuria internazionale Generation Kplus

Giurati: Anne Kodura, Nagesh Kukunoor and Kathy Loizou THE GRAND PRIX OF THE GENERATION KPLUS INTERNATIONAL JURY (miglior lungometraggio – 7500 €)

Genç Pehlivanlar

Young Wrestlers

Junge Ringer

by Mete Gümürhan

SPECIAL MENTION

Rara

Rara

by Pepa San Martín

THE SPECIAL PRIZE OF THE GENERATION KPLUS INTERNATIONAL JURY per il miglior cortometraggio (2500 €)

Semele

Semele

by Myrsini Aristidou

SPECIAL MENTION

Aurelia y Pedro

Aurelia and Pedro

Aurelia und Pedro

by Omar Robles and José Permar

Premi delle giurie indipendenti

Premio della giuria ecumenica

Giurati: Marisa Winter (Presidente), Rev. Micah Bucey, Prof. Dr. phil. Hans-Joachim Neubauer, Prof. Aurore Renaut, Callum Ryan e Jacques Vercueil

Competition

Fuocoammare (Fire at Sea) by Gianfranco Rosi Panorama

Les premiers, les derniers (The First, the Last) by Bouli Lanners

Forum

Barakah yoqabil Barakah (Barakah Meets Barakah) by Mahmoud Sabbagh ex aequo Les Sauteurs (Those Who Jump) by Abou Bakar Sidibé, Estephan Wagner e Moritz Siebert

Premi della giuria Fipresci

Giurati (Competition): José Romero, Mohammed Rouda e Clarence Tsui

Giurati (Panorama): Thomas Abeltshauser, Dana Duma e Carlo Gentile

Giurati (Forum): Tara Judah, Alberto Ruiz Ramos e Bettina Schuler

Competition

Smrt u Sarajevu / Mort à Sarajevo (Death in Sarajevo) by Danis Tanović

Panorama

Aloys by Tobias Nölle

Forum

The Revolution Won’t Be Televised by Rama Thiaw PRIZE OF THE GUILD OF GERMAN ART HOUSE CINEMAS Membri della giuria: Louis Anschütz, Hans-Jörg Blondiau e Adrian Kutter

24 Wochen (24 Weeks) by Anne Zohra Berrached

CICAE ART CINEMA AWARD

Giurati (Panorama): Tiziano Gamberini, Ewa Kujawińska e Richard Nüsken

Giurati (Forum): Michal Matuszewski, Aistė Račaitytė e Lysann Windisch

Panorama

Grüße aus Fukushima (Fukushima, mon Amour) by Doris Dörrie

Forum

Ilegitim (Illegitimate) by Adrian Sitaru

LABEL EUROPA CINEMAS

Giurati: Greta Akcijonaite, Mathias Holtz, Malgorzata Kuzdra e Torsten Raab

Les premiers, les derniers (The First, the Last) by Bouli Lanners

TEDDY AWARD Membri della giuria: Augustas Čičelis, Alexandra Carastoian, Alice Royer, Dagmar Brunow, Adán Salinas Alverdi, Nosheen Khwaja, Serubiri Moses, Xiaogang Wei e Jay Lin

Best Feature Film Kater (Tomcat) by Händl Klaus

Best Documentary/Essay Film Kiki (Kiki) by Sara Jordenö

Best Short Film Moms On Fire (Moms On Fire) by Joanna Rytel

Special Jury Award Nunca vas a estar solo (You’ll Never Be Alone) by Alex Anwandter

Special Teddy Award Christine Vachon

MADE IN GERMANY — PERSPEKTIVE FELLOWSHIP (15000 €)

Giurati: Sandra Hüller, Ingo Haeb e Martin Heisler

Janna Ji Wonders for Walchensee Forever

CALIGARI FILM PRIZE

Giurati: Wolfgang Dittrich-Windhüfel, Christine Müh e Rüdiger Suchsland

Akher ayam el madina (In the Last Days of the City) by Tamer El Said

Special Mention

Tempestad by Tatiana Huezo

Special Mention

The Revolution Won’t Be Televised by Rama Thiaw

PEACE FILM PRIZE

Giurati: Matthias Coers, Teboho Edkins, Helgard Gammert, Ulrike Gruska, Michael Kotschi, Lena Müller, Yael Reuveny e Christian Römer

Makhdoumin (A Maid for Each) by Maher Abi Samra

AMNESTY INTERNATIONAL FILM PRIZE

Giurati: Meret Becker, Markus Bekko e Dani Levy Competition

Fuocoammare (Fire at Sea) by Gianfranco Rosi

Generation

Royahaye Dame Sobh (Starless Dreams) by Mehrdad Oskouei

HEINER CAROW PRIZE

Giurati: Dirk Kummer, Lindsey Merrison e Sabine Söhner

Grüße aus Fukushima (Fukushima, mon Amour) by Doris Dörrie

READERS’ JURIES AND AUDIENCE AWARD

PANORAMA AUDIENCE AWARD

Fiction Film

Junction 48 (Junction 48) by Udi Aloni

PANORAMA AUDIENCE AWARD

Documentary Film

Who’s Gonna Love Me Now? (Who’s Gonna Love Me Now?) by Barak Heymann and Tomer Heymann

TEDDY AUDIENCE AWARD

Théo et Hugo dans le même bateau (Paris 05:59) by Jacques Martineau and Olivier Ducastel

BERLINER MORGENPOST READERS’ JURY AWARD

Fuocoammare (Fire at Sea) by Gianfranco Rosi

TAGESSPIEGEL READERS’ JURY AWARD

Nikdy nejsme sami (We Are Never Alone) by Petr Vaclav

MÄNNER MAGAZIN READERS’ JURY AWARD

Mãe só há uma (Don’t Call Me Son) by Anna Muylaert

PRIZES BERLINALE CO-PRODUCTION MARKET & BERLINALE TALENTS ARTE INTERNATIONAL PRIZE (6000 €)

Alvaro Brechner (Spain) for Memories from the Cell

EURIMAGES CO-PRODUCTION DEVELOPMENT AWARD (20000 €)

Cinéma Defacto (France) e Proton Cinema (Hungary) per Blind Willow, Sleeping Woman (di Pierre Földes)

Special Mention

Tornasol Films (Spain) per Memories from the Cell (di Alvaro Brechner)

Amrion (Estonia) per The Little Comrade (di Moonika Siimets)

VFF TALENT HIGHLIGHT PITCH AWARD (10000 €)

Max Serdiuk (Ukraine) per Tank

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66. Berlinale

“Goat”

goat.jpgdi Gabriele Ottaviani

USA, oggi. Ragazzo occhialuto un po’ deboluccio subisce un’aggressione e decide che la cosa migliore da fare sia diventare forte e associarsi a una confraternita. Il nonnismo sfugge di mano ma lui nel frattempo si è messo le lenti a contatto ed è maturato. Goat racconta verosimilmente diverse atrocità, è basato su un libro ed è prodotto da James Franco che compare per un minuto o poco più nei panni ben riusciti del balengo capo. Per il resto, a parte la capra, eccelsa nelle vesti di ovina, il tutto fa rimpiangere a livello recitativo e di scrittura non dico One tree hill, che al confronto era Vaghe stelle dell’orsa, ma addirittura Dawson’s creek. A parte che suona nuovo come una Prinz del millenovecentocinquantasette e ne hanno fatti decine di film sul medesimo tema migliori e più interessante, ma, per citare il più emblematico fra gli attori del suo cast, Nick Jonas (sì, quello della boyband) è a dir poco imbarazzante.

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66. Berlinale, Intervista

Zhang Wei: il lavoro e l’onestà

22.pic_di Gabriele Ottaviani

Zhang Wei (Shadow) è il regista di Factory boss. Noi di Convenzionali abbiamo avuto la grande opportunità di fargli qualche domanda.

Quale esigenza ha fatto sì che decidesse di scrivere e dirigere questo film? E quanto è difficile essere a capo di un’impresa oggi in Cina?

Io d’abitudine leggo molto i giornali e dei problemi dei lavoratori, e ho letto un giorno del suicidio per la crisi del capo di un’impresa. È un’urgenza che deriva dalla realtà. Io sono stato a capo di un’impresa, so cosa significa.

Qual è il significato della parola lavoro per lei, il senso del lavoro nella nostra società?

Il lavoro è alla base di tutto, dei rapporti con le persone. Qualunque lavoro fatto bene e onestamente è un contributo alla società.

È molto interessante la scelta infatti di aver raccontato la storia di un uomo che decide di guadagnare meno pur di mantenere viva la sua azienda.

È quello che accade spesso nella realtà, ed è giusto raccontarlo.

Come ha scelto i suoi attori?

È stato un lavoro di équipe come per tutti gli aspetti di un film, soprattutto quando c’è una produzione internazionale, svolto attraverso dei normali casting.

Per lei qual è l’aspetto più importante nel racconto di una storia attraverso il cinema?

Non solo nel cinema, ma in generale, è raccontare la verità, onestamente.

Può dirci qualcosa in merito ai suoi prossimi progetti?

Attualmente siamo concentrati su Factory boss, che presentiamo qui, ma c’è già un’altra pellicola in postproduzione, Xi He, una storia molto dolorosa e importante, quella di un bambino di sette anni con problemi mentali.

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66. Berlinale, Intervista

Álex Anwandter: “You’ll never be alone”

Alex-Anwandterdi Gabriele Ottaviani

Simpatico, giovanissimo (compirà trentatré anni il prossimo ventiquattro di marzo), brillante, umile, gentile, parla un inglese perfetto ed è di gran talento: Álex Anwandter, cileno, è il regista di You’ll never be alone, film splendido sin dai titoli di testa, e noi di Convenzionali abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di intervistarlo.

Quale sentimento, quale necessità le ha fatto decidere di scrivere e dirigere questo film così profondo, doloroso, intenso, commovente e anche politico? Anche sul suo profilo Twitter per esempio è possibile leggere quanto lei sia interessato alla politica, quanto non ami quella che lei definisce la destra (derecha) golpista: qual è la situazione politica in Cile ora, in particolare per quel che concerne i diritti civili e l’omofobia?

Innanzitutto grazie per i complimenti. È stata una decisione emotiva oltre che politica. È una battaglia che ho scelto di combattere. Non si possono purtroppo combattere tutte le battaglie, bisogna sceglierne qualcuna. E io ho scelto questa, perché credo sia assolutamente urgente. Se non si combatte questa battaglia contro l’omofobia, se la società non lotta contro questa violenza, e le idee che ne sono alla base, da un momento all’altro un’altra persona per questo motivo può morire, un altro ragazzo può essere offeso, aggredito, picchiato, ucciso.

Nel suo film ha un ruolo molto importante il dialogo, all’interno della famiglia e tra le generazioni. Per quale motivo lei ritiene che sia così fondamentale? E soprattutto, cosa pensa che si possa fare con e per amore, perché in fondo questo è anche un film sull’amore?

C’è un problema generazionale, ma per generazione non intendo solo qualcosa relativo all’età. È qualcosa che riguarda più che altro un sistema di valori che vengono inculcati sin dall’infanzia e che devono essere riconsiderati. Questo è un film su un padre che ha la tragica opportunità di ridiscutere ciò in cui ha sempre creduto. Un padre tradizionalmente è colui che cerca di trasmettere ai figli cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, di dare delle regole, dice a un figlio cosa è da maschio e cosa non, cosa è bene e cosa è male, come deve comportarsi, e lo stesso, se non di più, a una ragazza, cerca di mostrare come deve essere un uomo, cosa deve fare, in ogni momento della sua vita. Ma oggi alcuni di questi schemi così rigidi devono essere riconsiderati, perché rimangono sempre delle cose che non si devono né possono fare – il male degli altri, per esempio, come prima cosa – ma non si può ancora pensare che sia sbagliato amare chi si ama, sia che sia dello stesso sesso sia che non lo sia, o vestirsi come si ritiene più opportuno. Per quanto riguarda l’amore, beh, è la cosa più potente che c’è.

Come ha scelto il cast, in particolare i due ottimi attori protagonisti?

Beh, il padre, Sergio Hernández, è un attore molto noto in Cile, che ha lavorato e lavora in teatro e anche in grandi produzioni internazionali, come No – i giorni dell’arcobaleno e Gloria. Per quanto riguarda gli attori giovani ho fatto un normale casting, ed è stata un’esperienza straordinaria, ho trovato dei grandissimi talenti con una enorme vitalità, e in particolare Andrew Bargsted, che interpreta Pablo, il figlio, è riuscito a creare sin da subito una grande sintonia, una forza che attraversa, credo, anche lo schermo, con Sergio.

Un ruolo di grande rilievo, specialmente nelle parti di maggior impatto, nel suo film è rivestito, e non stupisce, dato che lei è anche cantante, proprio dalla musica: come riesce secondo lei insieme alle immagini a costruire la narrazione di una storia?

La musica è forse in assoluto il più potente veicolo per le emozioni, va al di là di tutte le sovrastrutture e può renderne l’impatto ancora più forte. In particolare in questo film secondo me è importante perché per me era fondamentale che Nunca vas a estar solo (You’ll never be alone) non fosse noioso o triste, nonostante la storia sia molto dura, perché altrimenti il messaggio non arriverebbe. Io non credo che si possa fare un film che vuole dire no all’omofobia mostrando solo aspetti tragici o facendo in continuazione la predica dicendo “è brutto essere omofobo, non devi esserlo, non è giusto, non si fa”. Anche perché nessuno identificherebbe mai sé come un omofobo. E invece magari lo è tantissimo.

Cosa significa precisamente la frase Siempre es viernes en mi corazón, titolo di una delle sue ultime canzoni?

Beh, come diciamo in spagnolo, è un lupo travestito da agnello, nel senso che forse per titolo e musica sembra parlare d’amore o di festa, ma in realtà è un pezzo di protesta.

Convenzionali è un blog di letteratura oltre che di cinema: quali sono i libri che leggeva all’età di Pablo?

Bella domanda… È un po’ difficile da ricordare, sono passati un po’ di anni (ride). Ma comunque credo che sicuramente già allora Raymond Carver fosse in cima alla lista!

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66. Berlinale

Berlinale – Panorama – I premi del pubblico

Panorama Audience Award Winner Fiction Film 2016:

 

Junction 48

Israel / Germany / USA 2016

By Udi Aloni

2nd place Panorama Audience Award Fiction Film 2016

Grüße aus Fukushima (Fukushima, mon Amour)

Germany 2016

By Doris Dörrie

3rd place Panorama Audience Award Fiction Film 2016

Shepherds and Butchers

South Africa / USA / Germany 2016

By Oliver Schmitz

Panorama Audience Award Winner Panorama Dokumente 2016:

Who’s Gonna Love Me Now?

Israel / Great Britain 2016

By Tomer & Barak Heymann

2nd place Panorama Audience Award Panorama Dokumente 2016

Strike A Pose

Netherlands / Belgium 2016

By Reijer Zwaan, Ester Gold

3rd place Panorama Audience Award Panorama Dokumente 2016

WEEKENDS

Republic of Korea (South Korea) 2016

By Lee Dong-ha

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